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 ARTCUREL  GIOVANI : arte : Una riflessione sulla canzone d'autore religiosa a partire dalla canzone napoletana , di don Mimmo Iervolino

  

DON MIMMO IERVOLINO

       

Una riflessione sulla canzone d’autore religiosa a partire dalla canzone napoletana dell’epoca d’oro per trovare le proprie radici ed inventare un equilibrio nuovo tra “le componenti genetiche della canzone”.

 

 

 

 

Se mai avete preso tra le mani testi sulla storia della canzone italiana, specie quello di F. Liperi o di G. Borgna, vi accorgerete, che si parte da molto lontano ed uno dei passaggi obbligati è la canzone napoletana.

Al di là dei vari generi che la napoletanità ha coniato in passato, come la villanella, la tarantella, quello che mi colpiva di più è che l’espressione canora a Napoli è stata una sorte di beneplacito divino, un dono di grazia che trasversalmente “ha occupato” tutti gli strati sociali, dai nobili ai poveri cristi. Un cromosoma in più, quello musicale per l’appunto. Quasi che la canzone fosse un luogo di socializzazione, di ritrovo ludico e di costruzione del costume sociale, di quella coscienza collettiva che genuinamente ne rispecchia le peculiarità.

Non tutta la canzone napoletana però ha avuto tanta fortuna. Infatti si parla di un’epoca d’oro che andrebbe dal 1880 anno in cui nasce Funniculì  funniculà, fino al 1920, quando col fascismo la canzone dialettale andrà perdendosi per far posto a quella italiana e la canzone napoletana perderà il primato indiscusso. Varie sono le cause di questo fenomeno.

Siamo nella seconda metà del 1800, l’Italia era ormai una, e c’era un periodo di pace. La creatività in questi periodi si “sfoga” e  a Napoli un po’ di più. Erano nati i giornali, che divulgavano notizie e cultura; c’erano grandi e piccoli editori che guardavano al fenomeno della canzone oltre che come fenomeno artistico, soprattutto come “affare” e si creano anche tante occasioni che univano l’utile al dilettevole. Ad esempio l’editore Bideri, si inventa le Piedigrotte, che erano delle audizioni, dove si scoprivano nuovi talenti e nuovi autori ed un Festival attiguo, quello di Piedigrotta che diventa anche uno specchietto delle allodole perché in palio c’erano dei premi in denaro sostanziosi che, a dire il vero, si accaparravano con furbizia gli stessi editori, comprandosi in anticipo i diritti d’autore. Molti giornalisti allora, spinti dai loro caporedattori e direttori, si cimentano nello scrivere versi che vengono poi musicati dai maestri più in voga del tempo.

Si creano delle vere e proprie coppie di successo come Turco-Denza, Di Giacomo-Costa, Russo-Costa, Bovio-E. A. Mario ecc. Nasce così un fenomeno culturale che mette insieme l’erudizione poetica e quella musicale che attinge a piene mani nel bagaglio sonoro popolare. Infatti la famosa Funniculì, funniculà, di cui sopra, si dice fosse un canto popolare di Pomigliano D’Arco (città dell’entroterra napoletana dove svolgo il mio ministero sacerdotale) trascritto ed elaborato dal Denza. Il popolare come base, la poesia colta e la musica erudita dei maestri si ritrovano e viene fuori un’alchimia vincente, che passerà alla storia come la canzone d’autore napoletana dell’epoca d’oro.

Secondo il mio modesto parere l’elemento cruciale di questo periodo al di là del livello culturale degli addetti ai lavori, è la loro sensibilità verso tutto ciò che è popolare. L’attenzione alle melodie popolari e la loro trascrizione fu una vera e propria moda incominciata dall’editore francese trapiantato a Napoli, Giuseppe Cottrau e poi dal figlio Guglielmo. Il segreto del successo probabilmente è in questa commistione causale ma non troppo, tra la volontà di far memoria e di aderire al reale. Un po’ di vecchio e un po’ di nuovo, senza indugiare eccessivamente sulla musica o sulle parole. Un equilibrio tale tra le “componenti genetiche della canzone” (frase coniata da Paolo Jachia autore di moltissimi libri sui cantautori), ossia musica, parole e interpretazione, che vide nascere un vero e proprio genere che subito divenne internazionale, un fenomeno tra il classico e il moderno, originale e irripetibile.

Può darsi che oggi la crisi della canzone sia dovuta a questa mancanza di commistione, a questa incapacità di guardare alle componenti genetiche e a trarne un equilibrio tale da essere anche specchio di quello che viviamo a livello epocale? O sarà che quello che viviamo è un pensiero di crisi e in crisi tale che lo specchio delle canzoni lo riflette benissimo?

Insomma mi sembra di scorgere nell’attuale panorama canoro napoletano moderno ed ancor più in quello italiano, una crisi di fondo dovuta forse a questa incapacità di fondere l’esistente reale ed attuale ad una ricerca musicale che possa esprimerlo. È vero che ci sono dei cantautori doc, che fanno questo da una vita ed è solo in loro che si scopre ancora qualcosa di qualità, ma nella canzonetta radiofonica e commerciale c’è l’ideologia della crisi che avanza inesorabile mostrando tutta la nullità innalzata a manifesti generazionali e giovanili, come se i giovani dovessero crescere alla luce della superficialità captati dall’unico motivo intessuto dal marketing dell’industria discografica, la vendita.

Bisogna forse insegnare alle nuove generazioni che la canzone è stata ed è un veicolo culturale importante e perché no, insegnarla come materia nelle scuole primarie e secondarie, come fonte storica, letteraria, artistica e musicale. Con lo studio e l’approfondimento, conoscendo le proprie radici, chi vorrà scrivere canzoni si troverà così contestualizzato sociologicamente e culturalmente e perché no, musicalmente, tanto da essere capace di nuove alchimie di successo, che saranno possibili lì dove c’è la volontà di crescere, confrontarsi, scrutare nel passato della canzone e nel presente, per poter guardare ad un futuro possibile che ora sembra lontano.

Anche nel nostro ambito più specificamente CHRISTIAN MUSIC, ci sarebbe da fare questo discorso di approfondimento delle radici. Bisogna sapere dove ci si innesta, per poter da una parte ritrovare le coordinate e sapere dove si è arrivati e poi progettare un futuro che per adesso è ancora perso tra i confini della canzone cultuale e quella di evangelizzazione. Occorrerebbe scandagliare lo specifico dei generi e perché no, formulare nuove possibilità di canzone religiosa che possano esprimere il sacro attraverso l’attenzione a come la vita del Vangelo può entrare nelle nostre storie e trasformarle.

Un’attenzione dunque al reale, alla vita, all’esperienza concreta, all’anima, a quello che ci portiamo dentro, che siano dubbi, paure, incertezze, soprattutto le nostre verità, che diventano credibili nella misura in cui il confronto giornaliero con la Parola, ci scardina, ci “incrisa” e ci lancia verso quella assoluta novità che è impossibile ingabbiare in una ideologia, in uno schema precostituito. La libertà come ideologia? No, una Presenza che scomoda nella misura in cui la si fa entrare. Questo per quanto riguarda i contenuti.

Per la forma bisogna capire come è nata la canzone, da dove viene, quale melodia veramente ci appartiene, perché non siamo fuori dalla storia, e certamente abbiamo un contesto da conoscere e studiare che può rafforzare il nostro presente e dare spinte verso il futuro.

Io personalmente sto bevendo tutto quello che trovo sulla storia della canzone italiana perché conoscere le radici mi sta rendendo più cosciente su chi sono io nelle mie canzoni e mi sta facendo apprezzare canzoni e cantautori che non avrei mai ascoltato prima.  Anche il mio nuovo lavoro discografico “Attimi di cielo” risente di questa mia fase di approfondimento. Mi ritrovo con canzoni che hanno uno spessore testuale notevole per niente superficiali e così pure la musica.

Insomma studiare fa bene soprattutto per conoscersi e conoscere il mondo che ci sta intorno. Ciò ci permette di radicarci nel presente della storia potendola interpretare e tirarne fuori canzoni che possano finalmente dire qualcosa di valido con una coerenza ed un equilibrio che se da una parte sono doni di Dio (o innati per chi non è credente), dall’altra sono anche frutto di ricerca appassionata.

 

 

 


 

Fonte : www.mimmoiervolino.it