non sono così gravi da intaccare la bellezza strutturale
del film, che non
è mai offensivo, irriverente, o irrispettoso nei
confronti dei Vangeli, e
sono dovute più che altro alla libera interpretazione dei
fatti,
o "licenza artistica" del regista.
In fondo, un regista che ha investito tutti i
suoi soldi in un film,
senza essere aiutato da nessuno (anzi che è
stato combattuto, ostacolato,
ed osteggiato da molti), se ha voluto dare una
libera interpretazione ad alcuni
fatti, penso che abbia avuto tutto il diritto di
farlo.
Per quanto riguarda la terza obiezione,
l'esagerazione, secondo alcuni
parossistica, della violenza di alcune scene, il
discorso secondo me
qui è un pò più complesso.
Ho avuto la fortuna di assistere ad alcune
interessanti conferenze sulla
S.Sindone che sono in corso presso la mia
parrocchia già da alcune settimane,
e tali conferenze hanno messo in evidenza alcuni
dati che sono il
frutto di decenni di studi e di ricerche
compiute da autorevoli
studiosi sul sacro lino.
Orbene, riassumendo questi dati si può dire
quanto segue.
L'Uomo della Sindone presenta qualcosa come 700
piaghe (dicasi 700!)
sparse in tutto il corpo.
Il volto dell'Uomo della Sindone è pressoché
deformato da percosse,
tumefazioni, e contusioni varie. La parte
superiore dell'emisfero cranico
presenta la rottura di quasi tutti i vasi
sanguigni ivi presenti,
dovuta alla trafizione del capo da parte di
profondi aculei intrecciati
circolarmente tra loro.
L'emitorace destro è stato trafitto da uno
strumento affilato che ha
intercostalmente trapassato il cuore da parte a
parte.
Il nervo ulnare, in prossimità dei polsi è stato
trapassato da profondi
chiodi, così come i piedi, provocando
all'organismo che doveva in qualche
modo muoversi sulla croce per non soffocare,
atroci sofferenze.
Le spalle sono piagate e scarnificate, a causa
di una cruenta flagellazione,
e del peso enorme di un tronco di legno
orizzontale, che molto probabilmente
l'Uomo della Sindone ha portato sulle sue spalle
per un lungo tragitto.
Ebbene, di fronte a questi dati, crudi,
oggettivi, ed incontrovertibili,
sono io che faccio una domanda a chiunque voglia
rispondere, e cioè:
si può davvero sostenere, di fronte a tali
dati, che la violenza del film di
Gibson sia esagerata?
Secondo me semmai è l'esatto contrario. Se il
regista ha sbagliato,
ha sbagliato non per eccesso, ma per difetto,
ha cioè addolcito,
mitigato, ed edulcorato una Passione che è
stata, molto probabilmente,
assai più cruenta (a chiunque fosse
interessato consiglio
per un confronto critico il bellissimo libro
"La Passione del Signore
nelle visioni di Anna Katherina Emmerick", ed.
San Paolo, a cui il
regista si è liberamente ispirato).
In pratica, delle due l'una: o si accetta l'idea
di una Passione cruda e violenta,
dando credito alla testimonianza discreta e
silenziosa dell'Uomo della Sindone,
oppure si sposa l'idea di una Passione
"morbida", e così se da un lato si potrebbe
affermare che il film di Gibson è esagerato,
dall'altro però si dovrebbe avere
il coraggio e la coerenza di concludere che
l'Uomo della Sindone non è Gesù Cristo,
e che la Sindone è un falso prodotto dall'opera
di un geniale falsario
medievale.
Si dice che il S.Padre, dopo aver visto in
proiezione privata il film,
avrebbe detto: "it is as it was", cioè "è, come
è stato".
Questa frase, che ha fatto il giro del mondo,
contiene il giudizio
più sapiente ed equilibrato che sia stato dato
finora su questo film, che
è una rappresentazione cruda e realistica, e
storicamente corretta,
della Passione e Morte del Cristo.
Se poi si rifiuta la violenza del film di Gibson
per una pregiudiziale
ideologica, allora il discorso è completamente
diverso.
Il film di Gibson non è e non vuole essere un
film comodo, né un film
che fa comodo. Tra i tanti meriti, ha quello di
avere spazzato via
una certa idea "morbida" della Passione e Morte
del Signore, che
l'immaginario collettivo ha interiorizzato,
determinata da molti film del passato.
Il Gesù di Gibson non è il Gesù con i "quattro
graffietti
sulla schiena" della cinematografia
hollywoodiana degli anni '50-'60,
ne è il Gesù zeffirelliano (bello, ma forse
troppo occidentale) delle nove
frustate o della corona di spine appena
timidamente appoggiata sul capo,
e non è neppure il troppo ammiccante e
smaliziato Gesù del film
"Jesus" di qualche anno fa.
Il Gesù del film di Gibson è tutt'altra cosa.
Grazie anche alla magistrale
interpretazione del protagonista, è un Gesù
divino ma anche molto
umano, che con sguardi intensi e bellissimi
comunica i suoi stati d'animo
interiori allo spettatore ed a tutti gli altri
protagonisti della vicenda.
Guarda intensamente Giuda mentre è brutalmente
fatto precipitare
giù da un dirupo poco dopo essere stato
arrestato, guarda intensamente
Pietro per ricordargli del giuramento che aveva
fatto, scambia sguardi
d'amore con la Madre (altra stupenda
interpretazione) che lo segue e
lo sostiene durante tutta la Passione, fino alla
Morte in Croce.
Con la violenza brutale di alcune scene, il
regista, a fin di bene, vuole mettere
in difficoltà lo spettatore, sconvolgerlo, farlo
riflettere sulle sofferenze del Cristo,
e bisogna dire che ci riesce in pieno: alla fine
di quasi tutte le proiezioni, il pubblico
non esce dal cinema commentando il film, ma in
silenzio, quasi in
un atteggiamento di mesta contemplazione.
Dunque è un film girato con fede ed amore, e
sicuramente
non per fini di spettacolo.
Riprendendo una definizione di Mons. Joseph
Augustine Di noia,
domenicano statunitense e Sottosegretario della
Congregazione per la dottrina della fede, data
in un'intervista,
questo film è "un'opera di apostolato, con la
quale il regista ha saputo
approfondire il significato teologico della
Passione e Morte di Cristo,
con grande sensibilità artistica e religiosa".
In pratica, un capolavoro.
Lasciatemi concludere che la sequenza iniziale
del Cristo agonizzante
nel Getsemani che schiaccia la testa del
serpente, con un chiaro
riferimento biblico (cfr. Gen. 3,15), quella
della lacrima del Padre
per la Morte del Figlio ed infine la stupenda
scena finale del Cristo risorto
circonfuso da un alone di luce divina, sono
talmente belle che penso
meritino, come tutto il film, di entrare a pieno
diritto nella storia
del cinema.
Un Abbraccio a Tutti.
Giovanni