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 ARTCUREL  GIOVANI : religione : Saliamo sulla montagna del Signore , del Vescovo G. Torti

  

Vescovo G. Torti

"Saliamo sulla montagna del Signore"

 

          

 

"Saliamo sulla montagna del Signore”: abbiamo ascoltato nel brano del profeta Michea.

Anche voi siete saliti e avete raggiunto questa montagna, fedeli ad un appuntamento con il Signore e con la nostra Chiesa.
Salire vuol dire staccarsi dalle solite cose per vivere un’altra esperienza: sentire una voce, accogliere un messaggio, ascoltare un invito. Poi ridiscendere con nel cuore qualcosa di nuovo.
La montagna è il luogo privilegiato in cui il Signore parla al suo popolo: sul Sinai Mosé riceve la legge che guida Israele nell’attesa del Messia. Sulla montagna Gesù lancia il nuovo messaggio: quello delle beatitudini. E’ la legge del suo Regno: di amore, giustizia, pace, verità. Sulla montagna Gesù si trasfigura davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, gli apostoli scelti per una esperienza straordinaria.
Non si resta però sulla montagna, non si costruiscono tre tende per rimanervi sempre, come auspicato da Pietro. Dalla montagna si ridiscende, ritornando alle solite cose, a volte noiose e ripetitive, mentre l’esperienza vissuta è capace di trasformare la monotonia in freschezza, la noia in novità, la stanchezza in voglia di vivere.

Siamo saliti al Tamaro: non per rimanervi, ma per fare il pieno nel nostro cuore. Perché, come ci ha detto ancora il profeta Michea, “Egli ci insegnerà quel che dobbiamo fare, noi impareremo come comportarci”.
Cosa ci ha chiesto e cosa ci ha indicato oggi il Signore? L’abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo: nelle beatitudini.
Un messaggio strano, controcorrente, rivoluzionario e coraggioso. Ci vuole infatti coraggio a proclamare beati i poveri, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, persino i perseguitati e coloro che vengono insultati e maltrattati. Ci vuole coraggio a proclamare tutto questo di fronte ad una società che colloca le beatitudini in tutt’altri orizzonti, ancorando la felicità a ben altre risorse, quali il potere, il denaro, il piacere.
Eppure Gesù ci affida proprio questo messaggio: affinché lo viviamo con le nostre opere, testimoniando che questa proposta è sorgente di vera liberazione, perché scaturisce da una esperienza: l’amicizia con il Signore, la sua presenza nella nostra vita, la nostra fiducia in lui, che è vicino a ciascuno di noi con la forza di un padre, la delicatezza di un amico, la bontà di un fratello.
La beatitudine è questa esperienza, che facciamo e che dobbiamo trasmettere: a volte bastano una parola, un gesto, un sorriso.

Beati gli operatori di pace: è il tema centrale di questa giornata. Un invito e impegno.
La pace è la continua attesa del nostro cuore. La pace dentro di noi, fra di noi, fra i popoli.
Ma che cosa siamo noi nei confronti della pace? Questa domanda deve coinvolgerci, per esaminare e rinnovare il nostro impegno: perché la pace interroga ognuno di noi.
Il primo gesto di pace è il perdono. Un gesto non facile; a volte può apparire addirittura impossibile: soprattutto quando il vissuto personale o comunitario è pervaso da ingiustizia, violenza, sopraffazione.
Pensiamo cosa significa il perdono per intere popolazioni deportate, per famiglie distrutte dalla guerra, per paesi attraversati da estrema violenza.
Pensiamo cosa significa perdonare quando ci sentiamo traditi in un affetto, abbandonati, calunniati, calpestati. E' esperienza di molti, può essere esperienza di tutti.
Il perdono genera la pace, perché la fa germogliare nel nostro cuore, rendendolo libero e, attraverso il nostro cuore reso libero, fa germogliare la pace attorno a noi. E' lo scandalo e la follia della croce, è la follia delle beatitudini.
L'esperienza liberante del perdono, benché irta di difficoltà, può essere vissuta anche da un cuore lacerato, grazie al potere risanante dell'amore, che ha la sua prima sorgente nel Dio-Amore.
Così l’impegno per la pace diventa immediatamente impegno di carità: nell’amore, nella riconciliazione, nella conversione.

Ci sia di esempio in questo cammino la Vergine e Madre di Dio: madre del perdono e regina della pace. Nel silenzio ai piedi della croce, fa sue la parole del Figlio, Padre perdona loro, e accoglie ciascuno di noi come suo figlio.
Chiediamo il dono della pace, la forza di essere operatori di pace e rinnoviamo il nostro impegno, perché la pace dipende da ogni persona.

Così se la pace è un oceano, ognuno di noi sia una goccia.
Se la pace è il vento, ognuno di noi sia un soffio.
Se la pace è una fiamma, ognuno di noi sia una scintilla.
Infatti la pace la costruiamo noi, la pace siamo noi.
La pace è impegno, perdono, comprensione, serenità, dialogo.
E’ incontro, accoglienza, benevolenza. E’ amore.
La pace siamo noi, quando riconosciamo in ogni persona, il volto di un fratello.
La pace siamo noi, quando superiamo il nostro egoismo e usciamo dai piccoli spazi dei nostri calcoli e dei nostri interessi.
La pace siamo noi, quando apriamo i nostri cuori verso gli orizzonti chiari e infiniti dell'amore.
La pace è saper accogliere tutti con cuore semplice, sincero, generoso.
Giovani, siete voi la pace, siamo noi la pace. E la pace è possibile e vera, solo se noi la vogliamo.
Portiamola là dove viviamo.
Se tutte le ragazze, se tutti i ragazzi, se tutte le giovani e i giovani del mondo fossero sinceri portatori di pace, si farebbe tutti insieme una grande rivoluzione, una rivoluzione immensa, la sola rivoluzione vera, quella dell'amore.

Scendiamo da questa montagna con nel cuore la pace e costruiamola là dove viviamo: in famiglia, nella scuola, sul lavoro, nel nostro gruppo, nella nostra società sportiva, sulla strada, ovunque.
Beati i costruttori di pace: beato chi sconfigge la violenza con l'amore; chi combatte l'egoismo con la generosità; chi imprigiona la cattiveria, aprendo il proprio cuore.
Non è facile essere costruttori di pace. Ma è un dovere e se ne facciamo l'esperienza, siamo nella gioia. Perché la pace è libertà, e la libertà è aprire noi stessi verso l'orizzonte infinito della vita.
E' un impegno la pace; è un dono di Dio. Da chiedere, come ognuno di noi sa pregare.
Scendete da questa montagna: e andate, portate, seminate, annunciate, costruite la pace. Ovunque e per sempre, rinnovando ogni giorno nel vostro cuore e nel vostro impegno la preghiera di San Francesco che ha aperto questa giornata del Tamaro:

O Signore, fa’ di me uno strumento della Tua pace.
Dov’è odio, fa’ che io porti l’amore,
dov’è offesa fa’ che io porti il perdono.
Dov’è discordia che io porti l’unione,
dov’è dubbio ch’io porti la fede.
Dov’è errore che io porti la verità,
dov’è disperazione che io porti la speranza.
Dov’è tristezza che io porti la gioia,
dove sono le tenebre che io porti la Tua luce.
Poiché è donando che si riceve,
è perdonando che si è perdonati,
è morendo che si riceve la vita eterna.
Amen.

 

 

 

 


 

FONTE :  http://www.catt.ch/archivio/archivio1999/omtamarogiu99.htm

Omelia di mons. Vescovo G. Torti tenuta nella celebrazione dell'incontro con i giovani sul Monte Tamaro - 12.6.1999 .