- SUOR EGIDIA
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- L’ “EROE MAI CANTATO”
VIENE DALL’ AFRICA
di Paolo Santoni Rugiu
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- Sarà probabilmente per la nefasta influenza
della televisione che crea idoli fittizzi ed inconsistenti con
l’inflazione di isole frequentate da personaggi più o mano famosi, oppure
con programmi demenziali infarciti di giovani che riempiendosi di tatuaggi
e di piercing cercano invano di darsi una personalità, con case di grandi
fratelli ed idiozie simili per non parlare di abbigliamenti a dir poco
strani, certo è che i modelli di riferimento per i giovani oggigiorno non
sono certo esaltanti.
In realtà è scomparsa la figura dell’ “eroe” che nei libri di testo durante
la prima metà del secolo scorso emergeva ogni poche pagine a servire da
modello ai giovani e non importa che venisse dalle mura di Troia, dalle
carceri veneziane durante il Risorgimento o dalle trincee sul Carso con
relative stampelle lanciate verso il nemico, ma pur frequentemente presente
In realtà il termine di “eroe” non è scomparso dai media ma viene usato
spessissimo a sproposito o perlomeno con un uso improprio. Mi è
recentemente capitato di sentire attribuire il termine di “eroe” ad un
famoso campione ciclistico nostrano: che anche se alcune delle sue
rimarchevoli imprese sportive potevano avergli dato diritto ad una certa
aurea eroica (senonchè venne poi a galla che alla loro acquisizione aveva
contribuito pare in maniera determinante e costante il doping) per il modo
come ha affrontato il suo declimo e per la sua tragica fine per overdose
nella triste solitudine di un albergo, detto titolo non lo meritava di
certo.
Come del resto a rigor di termini non è neppure giusto attribuirlo a quei
nostri poveri ragazzi che hanno trovato tragica fine in paesi estranei per
mano di resistenti animati da fanatismo e spirito suicida perchè a loro
volta vittime di ingiustizie. E’ infatti ovvio che chi accetta di fare il
militare di professione accetta implicitamente anche il rischio della
vita.
Un pò confuso e frastornato da questi modi impropri circa l’uso del termine
“eroe” mi sono voluto andare a rinfrescare le idee sul “Dizionario della
Lingua Italiana” dello Zanichelli il quale attribuisce al termine tre
significati: 1). In molte mitologie essere intermedio tra gli dei e
gli uomini che interviene nel mondo con imprese eccezionali. Nella mitologia
greco/romana figlio nato dall’unione di un dio o di una dea con un essere
umano e dotato di virtù eccezionali.
2): Chi sa lottare con eccezionale coraggio e generosità fino al coscente
sacrificio di sè per una ragione o ideale ritenuto valido e giusto. Uomo
illustre per virtù eccelse ed in particolare per valore guerriero
3). Personaggio principale di un’opera letteraria”.
Conferma di questi concetti l’ho sostanzialmente anche avuta dall’
“Oxford Dictionary” dove “Hero” viene spiegato con “Man of superman
qualities favoured by the gods
Demigod. Illustrious worrier.
One who has fought for his country admired for achievements and /or noble
qualities.
Chief man in poems, plays or stories.
Man attempting great thing”[1]
Da tutto ciò appare quindi ovvio che per ”eroe” deve intendersi persona che
compie imprese eccezionali, quasi sopranaturali, sino al conscio sacrificio
estremo e comunque personale in grado di suscitare ammirazione e di porsi
come modello.
Poichè come abbiamo detto la nostra società non è oggi generosa nel fornire
questi modelli e quelli che tuttora emergono dai classici greci o latini
sono un pò stantii e poco applicabili alla mentalità dei giovani attuali,
ecco che i giovani se li creano o almeno se li cercano da soli..
E non voglio alludere qui alla venerazione che ha sfiorato il fanatismo in
occasione della scomparsa del Pontefice di Roma, il quale senza dubbio aveva
compiuto imprese di importanza epocale ed aveva pagato per esse con
sacrificio personale che al giudizio del credente (e si è visto sopratutto
del credente giovane) potevano apparire con un’aurea soprannaturale.
Un’altra maniera di trovarsi un “eroe” è quella di andarselo a cercare ed è
quello che hanno fatto, con lodevlissima iniziativa gli studenti del Liceo
Ulisse Dini di Pisa i quali con la loro ottima rivista “l’Ulisse” - è già
questo titolo dimostra una aspirazione a ricercare l’eroismo-- coordinati
dalla loro ottima ed efficente insegnante di filosofia, prof.sa Rosanna
Prato, hanno istituito un Premio per “l’Eroe mai Cantato” che ha già
felicemente compiuto la sua seconda edizione.
. Alla scelta del vincitore si arriva con una procedura che prevede innanzi
tutto la esibizione sul sito ” www. eroemaicantato.org ” delle
candidature proposte da ogni scolaresca europea che desideri farlo, come
anche dai membri di un Comitato d’Onore a far parte del quale sono stati
chiamati l’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore, la Scuola di
Studi Superiori Sant’Anna, il Teatro di Pisa, l’Accademia di Scienze,
Lettere e Arti di Modena. Inoltre nel campo politico Comune e Provincia di
Pisa, Regione Toscana ma anche la Commisioine Europea, ambasciatori ed
infine il mondo accademico con persone illustri della cultura sopratutto
pisana ed altri ancora.
Dopo una prima preselezione che quest’anno aveva portato al ballottaggio
finale 10 validissimi candidati, il vincitore viene scelto sempre per via
Internet dalle scolaresche che desiderano farlo e mi sembra di aver capito
che quest’anno siano state ben 160 quelle che da tutta Europa hanno
partecipato al Premio in qualche modo.
Chi sono i candidati?
In verità tutti i personaggi proposti erano validissimi e
incondizionatamemte meritevoli di grande ammirazione, rispetto e stima per
le loro acquisizioni scientifiche, letterarie o anche morali. Però a mio
personale giudizio basato sulla consultazione dei dizionari citati sopra, nonsemprei
possedevano tutte le stigmate dell’Eroe. Le grandi doti di almeno alcuni di
loro erano già state ampiamente “cantate” in ambienti specificatamente
competenti e molti avevano già avuto rinomanza ed ampi successi nel loro
campo specifico. Però non mancavano quelli che potevano legittimamente e
con proprietà linguistica aspirare al titolo.
Ma a mio parere i giovani hanno scelto bene. Hanno cercato infatti la
semplicità, il personaggio non noto al pubblico che con sacrificio
personale e soltanto con le povere risorse che gli venivano offerte ha
compiuto imprese che hanno un certo sapore di sopranaturale.
Io son lieto di presentarvi questa persona avendo avuta la fortuna di
conoscerla e di avere lavorato con lei per un mese l’anno durante gli
ultimi dieci anni avendo quindi avuto modo di conoscere il suo tenace
lavoro umanitario, il suo spirito di sacrifico ma anche la sua intelligenze
e capacità.
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- Si tratta di una suora francescana
missionaria, suor Egidia de Luca.
- Nativa della Campania a soli 19 anni sbarcò
in Africa e, essendo in possesso del diploma di “infermiere generico” che
rapppresentava il grado più basso della educazione degli operatori
sanitari ed insegnava poco più che a fare iniezioni intramuscolari ed
applicare cerotti, venne avviata all’Ospedale Missionario, appunto
francescano, di Saint Therese nel Copperbelt annesso alla omologa missione
sperduta nel bush del nord dello Zambia.
Contenta di poter impiegare la sua sia pur modesta preparazione
professionale, a questo subentrò un certo sconforto ed una non
ingiustificata paura quando si accorse che lei rapppresentava l’unico
sanitario di tutto l’ospedale.
Ma non si perse d’animo. Empiricamente e con quel poco di letture mediche
che riuscì a procurarsi cominciò a curare come poteva le malattie tipiche
dell’Africa Centrale. In breve con l’esperienza imparò quindi a curare la
malaria, le varie dissenterie ed infezioni africane, la tubercolosi ancora
assai diffusa laggù e cosi via. Imparò a suturare ferite ed a curare i
morsi di serpente ma sopratutto imparò a far partorire le donne. Una volta
che si trovava a Perugia ricoveratà in ospedale per una frattura chiese ed
ottenne di poter frequentare la sala parto per impararvi l’uso del forcipe
che poi impiegò oproificuamente al suo ritorno nel bush. Sembra che abbia
aiutato la messa al mondo di circa 3500 neonati, una casistica di tutto
rispetto per ogni ostetrico azffermato di casa nostra.
Ascoltare i racconti delle esperienze di suor Egidia nelle
indimenticabili serate africane, seduti attorno a un fuoco sotto un cielo
pieno di stelle e di sogni, sono una delle meorie più vive che io ho della
mia lunga frequentazione di quelle lande euqatoriali. Come se si trattasse
di cose semplicissime che lei risolveva , ovviamente con l’aiuto di Dio,
ci raccontaca di come imparò a curare la gente, di innumerevoli casi
umani, di come le toccasse di seppellire i morti che decedevano in sopedale,
impresa non facile per una donnina smilza e piccola come lei. Pregandoci di
non riferrilo al suo Vescovo ( il quale per inciso sarebbe stato il
Monsignor Milingu recentemente noto alle cronache rosa delle sacrestie
romane per il suo romanzo con una donna coreana) ci spiegò come riusciva
però nottetempo a trascinarli fuori dalla missione nel bush, deposotarli
vicino a un formicaio sul quale dava poi alcune picconate vigorose – per
quello che le era consentito-. La mattina il terreno era pulito come se
nulla vi fosse mai stato. Noi pensammo che tutto sommato era un sistema
rapido, pulito, efficace e che la sostituzion nel bush africano dei nostri
vermi con le formiche era stato un gran colpo di genio. Un altro racconto
che ricordo è quello di quando mentretornava da Ndola con una consorella
dopo esser stata in banca a prelevare gli stipendi dei dipemndenti della
missione vennero assalite da una banda di furoriusciti del Ruanda la cui
frontiere è vicinissima a Santa Thresa e depredate e di come nella fuga
perse il velo, non solo ma appiedate vennero soprese dalla notte e vennero
risvegliate da un assalto appunto di fameliche formiche per salvarsi dalle
quali dovettero gettarsi, in abiti oltremodo succinti, in un laghetto
sulle cui rive si erano accampate abitato da ippopotamni e coccodrilli a
josa. vennero
Ma la ragione per cui suor Egidia è diventata un mito nel Copperbelt è
quello che ha fatto nella lotta alla lebbra una volta diffusissima in
quella regione che è grande come Piemonte e Lombardia unite. La lebbra è
oggi una malattia dalla quale anche se è difficle guarire totalmente ssendo
frequenrti le insidiose recidive, si giova però di alcuni antibiotitci
specifici con i quali si può conbtrollare. L’importante è che il paziente
si sottoponga a controlli periodici, semplici e rapidi come lo striscio su
un vetrino del muco nasale e, se risulta positivo, si sottoponga subito alle
cure ad evitare le lesioni gravissime come le amputazioni di arti e di
organi tristemente frequenti una volta e sopratutto la diffusione della
malattia in famiglia e nel villaggio.
Ma eran troppi i pazient che, per ignoranza, per le distanze che spesso
li separavano da Santa Theresa e per vari fattori locali, spesso non si
presentavano ai controlli accorrendo all’ospedale solo a malattia conclamata
e quindi tardi per cure efficaci. Ma suor Egidia trovò un rimedio che era
quello di tenere i pazienti in loco sottoposti a controlli frequenti.
Ovviamente per poterlo fare li doveva nutrire.. mettendo a frutto nozioni
di sagezza contadina certamente in lei impresse dalla sua infanzia nella
campagne casertane comprò alcuni polli. La prima mandata contava dodici
polli che dopo pochi giorni una mattina non trovò più nel pollaio.
Restia a d accettare l’idea di un furto si accorse ben presto di un
enorme pitone che pigramente stava digerendo vicino al pollaio e che
mostrava evidenti dodici protuberanze del pasto che poco prima aveva fatto
a spese della galline di suor Egidia.
Dopo adeguati provvedimenti strutturali suor Egidia rifornì il pollaio ex
novo. Per farla breve questi fatti accadevano oltre dieci anni or sono. Oggi
accanto alla missione è sorta una cittadina in muratura – cosda non comune
nel bush- dove vivono con le loro famiglie oltre 2500 ex lebbrosi e tutti
vivono di quello che è diventato il più grande allevamento di pollame
dell’Africa Centrale che esporta i suoi prodotti anche nei paesi
coinfinanti come Angola e Mozambico. Ma la cosa più importante è che grazie
alle cure che con questi sistemi suor Egidia è riuscita a sottoporre ai
suoi lebbrosi da circa nove anni in tutto il Copperbelt non si èmverificato
nessun nuovo caso di lebbra.
Ed è l’Eroe che hanno scelto gli studenti. E la cosa ci conforta. Quando
nei miei ozi da pensionato mi capita – raramente per fortuna- di accendere
la televisione specie nel pomeriggio e vedo quei campionari di umanità che
le varie reti ci propinano, viene difficle pensare che ci siano anche
giovani senza orecchini e che appprezzino persone come questa suora
francescan alta un palmo e il cui peso somiglia più ad una zanzara che a un
colosso ma che è riuscita a compiere imprese così esaltanti e con tanta
semplicità.
Lunga vita al Premio “Un Eroe mai Cantato” se deve ispirare ai giovani di
questi sentimenti.
- Paolo Santoni-Rugiu.