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  ARTE :  iconologia : La vera icona può dipingerla solo l'artista in stato di santità , di Tommaso Palamidessi

 

   Tommaso Palamidessi

 

 LA VERA ICONA PUO' DIPINGERLA SOLO L'ARTISTA IN STATO DI SANTITA'

       

 

La vera icona può dipingerla solo l'artista in stato di santità

L'evoluzione dell'arte sacra

L'arte e il talento pittorico, anche se necessari, non bastano per preparare una vera icòna. L'artista che esegue un'opera a soggetto sacro cristiano non deve solo essere credente o sentire il fascino del tema religioso: egli deve condurre una vita ascetica coerente con i soggetti da raffigurare. Ciò può sembrare eccessivo ed è un problema delicato, in quanto non sempre sono associabili talento d'artista e attitudine alla santità.

Joseph de Volokolamsk, uno dei santi della Chiesa Russa separata nato fra il 1439 e il 1440 in una provincia di Mosca, scriveva nel VI capitolo dell'Illuminatore che il culto dei santi e delle icòne è indispensabile perché "lo spirito umano, venerando la santa icòna, s'innalza dal visibile al desiderio e all'amore dell'invisibile, del Divino, e la grazia di Dio discende su di noi per mezzo di questa immagine, come, nell'Antico Testamento, mediante la materia del bastone di Mosè, Dio realizzò i suoi miracoli. Non esisteva gioia più grande per il pittore Daniel e il suo allievo Andrej Rublev -ricorda Joseph con stima- che quella di contemplare le sante icòne e di elevare così i loro cuori ed il loro spirito verso i santi e il Cristo stesso".

In passato abbiamo avuto tanti grandi artisti, come Cellini, Caravaggio, Michelangelo e molti altri famosi che non furono né cristiani perfetti né asceti, anzi spesso condussero vite sregolate e immorali. Eppure a questi uomini fu affidato dalla Chiesa, secondo noi con molta leggerezza, il sublime compito di raffigurare la Divinità in tutti i suoi aspetti, di esprimere ciò che può essere espresso solo da particolari persone e in particolari condizioni. Se le funzioni liturgiche, l'amministrazione dei sacramenti non possono essere affidate all'uomo qualsiasi che passa davanti alla chiesa, ma soltanto al sacerdote preparato allo scopo in anni di seminario, studio e vita cristiana esemplare, come si può affidare allo stesso uomo qualsiasi la rappresentazione di Cristo?

Si dice che il Cardinale Lafontaine, in un convegno all'Istituto Beato Angelico di Roma, abbia detto che non basta la pietà e la fede per fare di un pio, ma mediocre artista, un grande pittore, scultore o architetto: ci vuole "la mano buona". Sicuramente questo è vero: per un certo verso Giotto, Michelangelo, Caravaggio, Leonardo hanno donato all'arte degli aspetti che i santi artisti non hanno saputo o potuto dare. Ma basta la "mano buona"? Certamente no! Vi è arte sacra profana e arte sacra sacrale. Se all'artista pio manca la capacità, l'arte sacra sacrale è ugualmente salva perché ben altre sono le regole ed i canoni che la informano; ma se l'artista è incredulo, e tanto peggio se di vita sregolata e immorale, se gli manca la fiamma interiore, anche se ha una "mano"prodigiosa può fare soltanto arte religiosa profana. Può ben capirci chi ha visitato le piccole chiese rupestri della Cappadocia, rivestite di affreschi ingenui, commoventi, che trasudano fede, fatti da mani inesperte e "non buone", mani che però sono appartenute ad uomini che per la fede in Cristo hanno affrontato la persecuzione e il martirio. Dinanzi a quelle pitture maldestre l'animo freme e s'incanta e le venera e, come dice San Basilio, "la venerazione dell'immagine si trasmette al suo prototipo".

Una comune religiosità non basta. Benvenuto Cellini, dopo la fusione del Perseo, chiese al Duca di Firenze qualche giorno di libertà:

"Mi faccia grazia di lasciarmi prima andare per otto giorni a ringraziare Iddio; perché io so bene la smisurata mia gran fatica, e cognosco che la mia buona fede ha mosso Iddio al mio aiuto: per questo e per ogni altro miracoloso soccorso, voglio andare per otto giornate pellegrinando, sempre ringraziando il mio immortale Iddio, il quale sempre aiuta chi in verità lo chiama... Nel nome d'Iddio mi partii di Firenze sempre cantando salmi ed orazioni in onore e gloria di Dio per tutto quel viaggio".

Atteggiamento lodevole, da parte del Cellini, questo è certo. Ma il Perseo non era certamente un soggetto religioso, e pertanto non poteva ispirare allo scultore un particolare slancio mistico. È lecito pensare che l'artista, nella sua caotica religiosità, esasperato dalle difficoltà esecutive del suo capolavoro, abbia pregato con sincerità per ricevere dall'alto un soccorso, un'ispirazione e, una volta riuscito nell'intento, abbia sentito il bisogno dell'evasione dall'ambiente per distendere i nervi, per rilassarsi nella preghiera di ringraziamento. Ma avrebbe fatto la stessa cosa se avesse dovuto rappresentare un demone. Anche il combattente prega con fervore Iddio per vincere la sua battaglia ed assassinare il nemico che gli sta di fronte, e dopo averlo ucciso ringrazia ancora Iddio per la vittoria e l'aiuto ricevuto. Anche la donna di malaffare accende una candela davanti all'immagine purissima della Vergine affinché le faccia avere più clienti, uomini-animali.

Con questo non intendiamo giudicare e condannare i nostri simili, ma diciamo soltanto che un'icòna, destinata ad essere venerata e pregata dal cristiano assorto e dialogante con ciò che sta oltre la materia della tavola, dev'essere eseguita da una mano pura e da un cuore e una mente puri assistiti dallo Spirito Santo.

Diciamo anche, però, che un peccatore pentito può ricevere il dono della celeste assistenza attraverso il travaglio di preparazione della sua icòna personale. Vi sono icòne e icòne: icòne per la chiesa e i suoi fedeli, e queste può dipingerle soltanto un santo, affinché l'immagine abbia la divina presenza ed aiuti i preganti, e icòne strettamente riservate al pittore in arte sacra che, benché indegno, lo condurranno alla perfezione spirituale più eccelsa.

L'esperienza dell'icòna è possente in tal senso: la pittura deifica o satanifica, dipende dalla scelta del soggetto, dei colori e dalla meditazione condotta durante l'esecuzione.

Pio XII disse parole giuste: "Quanto più l'artista vive la religione, tanto meglio è preparato a parlare il linguaggio dell'arte, ad intenderne l'armonia, a comunicarne i fremiti".

Scrive l'arcivescovo Celso Costantini in un suo interessante libro, a nostro avviso, però, non sempre coerente: 14

"Nel 1932 io battezzai il pittore cinese Chen-Suan-Tu.
Egli mi disse dopo il battesimo: -Fin'ora, quando dipingevo qualche soggetto cristiano, sentivo un certo disagio: mi pareva di essere uno straniero in casa d'altri. Oggidì mi sento figlio della Chiesa ed entro in colloquio con i soggetti delle mie pitture. Prego e dipingo; e i Santi mi rispondono. Ho la gioia della sincerità, che mi dà un nuovo vigore-. La preghiera è una elevazione a Dio e un colloquio con lui, con la Vergine e con i Santi. L'arte sacra ha veramente dei caratteri che la avvicinano alla preghiera e spesso può dirsi una preghiera visiva. Infatti la preghiera è un riconoscimento e un omaggio a Dio; è un atto di adorazione e di venerazione; è una vocazione. Tale pure è lo spirito dell'arte sacra, che il Papa ha definito ancella nobilissima della liturgia. Come la preghiera deve essere sincera e chiara, così l'arte sacra deve essere sincera e chiara, non presentarsi arbitraria, falsa e astrusa".

Vi fu un tempo, in questa nostra terra d'artisti, in cui c'era un sacerdozio laico fatto di artisti che del dipingere e scolpire facevano un'azione sacra. Oggi i tempi sono diversi, deteriori. La progressiva discesa verso una sempre più materiale espressione dello spirituale, iniziata con Giotto, ha distrutto qualsiasi sacralità nell'arte. La ricerca del particolare, il drappeggio, il chiaroscuro, la prospettiva studiata e perfezionata, l'eccessiva umanità delle scene che spesso sconfina in realismo crudo e inutile, sono tutti elementi negativi, che distraggono l'osservatore e lo allontanano sempre di più dalla comunione con Dio. Le chiese non sono più templi, spazi sacri, luoghi teofanici, ma gallerie d'arte, musei, in cui la gente non prega col cuore, non si raccoglie in se stessa e in Dio, non si lascia irradiare dallo Spirito divino, e mentre viene celebrato il sacro mistero del pane e del vino trastulla la sua mente osservando "com'è fatto bene quel Gesù Bambino che sembra proprio vero".

Non c'è più nei soggetti religiosi la via all'edificazione interiore, perché l'arte ha dimenticato la lingua sacra dei simboli e delle presenze e le sue opere non hanno il soffio trascendente dello Spirito di Dio. Tuttavia l'opinione pubblica ha continuato a ritenere arte e grandi artisti ciò che costituiva una decadenza spirituale, alla quale ha aderito la stessa Chiesa Romana, o contro la quale non ha lottato come si conveniva.

Noi oggi ammiriamo i capolavori dei grandi maestri, ma secondo la dimensione del sacro essi resero ancora più povera l'arte nelle chiese, con il nulla osta delle autorità ecclesiastiche responsabili di un simile scempio. Nella sua opera già citata, l'arcivescovo Costantini osserva:

"Ma l'arte bizantina, a mano a mano, diventa un'industria, e ripete con stanchezza lungo i secoli del medioevo gli antichi modelli: l'anima non palpita più in queste figure stereotipate. Solo talvolta qualche accento più vivo si nota nella freschezza popolare delle icone.

Dopo l'eresia iconoclasta dell'VIII secolo, molte icone sono trasportate in occidente e molti monaci pittori trasmigrano nei conventi d'Italia. E l'arte bizantina si incontra con l'arte romanica e gotica e trasmette a queste gli schemi compositivi e le forme bizantineggianti del mestiere...

Manca in quest'arte un senso di tenerezza e intimità. Nella scena della nascita rappresentata nel secolo XII si vede spesso il bambino Gesù collocato, non nella mangiatoia, ma sopra un altare... Ma in Toscana, nel Trecento, la scuola di Duccio, di Martini e di Lorenzetti a Siena e quella di Cimabue a Firenze destano l'arte, quella bella addormentata, dal lungo sonno. Questi pittori tengono conto degli antichi schemi, ma osservando il vero, rendono la Madonna più viva e umana. Merita un particolare ricordo Ambrogio Lorenzetti che ci si presenta nell'iconografia mariana con una nota di commovente dolcezza, dipingendo la Madonna (chiesa di S. Francesco a Siena) nell'atto di allattare il figlio. Se è vero quanto racconta il Vasari, l'entusiasmo del popolo per la Madonna di Cimabue, è un sintomo del favore popolare per la nuova arte.

Con Giotto la Madonna discende per sempre dal suo trono gemmato, e si mescola alla nostra vita, in attitudini più libere da confidente e operosa familiarità. La Basilissa bizantina depone i manti imperiali; la corona di regina si trasforma in aureola, i fondi d'oro si animano di bei paesaggi; l'ideale si fonde col reale; l'antica visione ieratica immobile si tramuta in scene vive.

Così arriviamo al primo Rinascimento. Maria fila, cuce, legge, prega, circondata di Santi e di devoti...".

E chi più ne ha, più ne metta, aggiungiamo noi. Voler popolarizzare in maniera così rozza la Vergine Maria e Gesù Bambino, il futuro Cristo, voler abbassare il divino al rango umano, e non innalzare l'umano al rango divino, significa voler distruggere, dal punto visivo, la funzione trascendente ed ecclesiale del Logos e della Madonna, significa voler trascurare con troppa leggerezza i principi teologici e liturgici che regolano l'iconografia e tutta la dottrina cristiana.

Dopo l'imprudente demolizione dei canoni tradizionali d'arte sacra, iniziato con il secolo XIII, siamo scivolati sempre più nell'oscurantismo, sino ad arrivare a quell'Ottocento di neoclassicismo fosco ed equivoco non solo per l'arte sacra, ma per la poesia, la filosofia, tutta l'arte in genere. Epoca in cui i salotti brulicavano di pseudo-intellettuali, di spiritisti, di falsi profeti e guastatori della visione cristica della vita terrena e divina. E la notte dell'arte sacra non si è fermata: siamo arrivati al surrealismo, all'astrattismo, al cubismo, al dadaismo, al caos. Eppure l'arte sacra non può essere progressista, perché poggia sui principi eterni e di conseguenza deve raffigurare l'eterno presente.

Se fin dai primi secoli la Chiesa, nel II Concilio di Nicea, condannò l'eresia degli iconoclasti, avversari e distruttori delle immagini sacre, rivendicando l'ortodossia del culto e dell'uso delle immagini sacre, nel tempo, poco per volta, ha lasciato morire l'arte tradizionale facendosi in certo qual modo essa stessa strumento dell'iconoclasmo, alla stregua dell'Islamismo e del Protestantesimo, che sappiamo nemici dell'iconografia.

San Giovanni Damasceno afferma che nell'icòna vi è la presenza dello Spirito Santo. Perché mai, allora, il dogma dell'icòna per la Chiesa di Roma non ha più senso? Nello spirito dei Padri della Chiesa e in conformità alla tradizione liturgica il simbolo contiene in se stesso la presenza di ciò che simbolizza.

Giovanni Papini, parlando dei rimedi per far risorgere l'arte sacra, ha scritto ne Il Sacco dell'Orco: "Di rimedi è difficile parlare. Il genio non nasce quando a noi piace. Bisognerebbe che la fede tornasse ad essere forte e ardente in tutti, perciò anche negli artisti che oggi sono, di solito, atei o, peggio ancora, indifferenti o, peggio che peggio, cattolici d'un cattolicesimo men che tiepido e tutto esteriore".

Un'altra voce si leva a condannare lo scempio dell'arte sacra, ed è quella del P. Martino Gillet:

"L'arte è rivelatrice della realtà e l'artista, il vero artista, il quale ha ricevuto dal Cielo il privilegio glorioso di vedere la realtà come per trasparenza, scartando tutto ciò che la nasconde ai nostri sguardi, deve presentarcela in piena luce, e metterci faccia faccia con essa.

Ed è qui che l'artista si avvicina di più a Dio, artista egli stesso, il più grande di tutti, il solo che sia veramente creatore.

L'arte qui raggiunge la religione elevandoci a contemplare la realtà alla sorgente stessa di ogni realtà che è Dio, e delle rivelazioni che egli sì è degnato di fare agli uomini.

E cosa meravigliosa che Dio si sia rivelato al mondo, per analoghe ragioni a quelle che spingono gli artisti a creare dei simboli rivelatori della realtà. Iddio, infatti, dando all'uomo la sua Rivelazione, l'ha adattata con simboli al suo intelletto, e sotto questo punto di vista, l'universo non è che una immensa foresta di simboli, ove gli uomini con facilità possono scoprire la realtà divina.

L'arte, dunque, chiama la religione; e il vero artista nell'espressione simbolica della realtà di cui egli ha l'intuizione, si innalzerà fino a Dio, alla sorgente suprema di ogni realtà".

Non è facile prevedere quale sarà il futuro dell'ai-te, in genere e del l'arte sacra in particolare, a furia di cercare nuovi modi di esprimersi e perdendo gli uomini il senso del sacro e dell'amore reciproco. L'Arte e la Scienza rispecchiano la società, le sue aspirazioni. Noi sappiamo che l'arte è stata sollecitata nei secoli da due motivi: dall'amore per la natura e dall'amore per Dio.

Il mondo sembra avviato all'avvelenamento progressivo dell'aria, dell'acqua, alla distruzione del paesaggio. L'uomo non ama più la natura, sostituisce gli alberi con il cemento e con le colture uniformi; l'uomo tende al collettivismo ateo e fannullone, la terra si popola di "anime morte", per dirla con Gogol.

Si sente nell'aria che la gente si avvìa verso un mondo nuovo, ma non siamo sicuri che sia migliore, perché appiattirsi non è certo la prospettiva di un mondo felice e interessante. Il chiasso, l'aria irrespirabile, la scomparsa del bello nella natura per la quotidiana opera demolitrice, i lunghi periodi di freno imposto alle espressioni artistiche seguiti da altrettanto lunghi periodi di sfrenata e maniacale libertà, che cosa possono darci?

La collettività aspira alla libertà di lavorare poco, ma aumenta di numero e si autocondanna a lavorare di più e sempre: essa spera di avere più tempo libero da dedicare a se stessa, ma quando lo avrà, questo tempo libero, in un mondo demograficamente destinato alla saturazione biologica, alla lotta per la sopravvivenza, all'assenteismo per tutto ciò che non è pane e sessualità?

Dostoievsky, ne I Demoni, fa una grande considerazione: "Sappiate che l'umanità può fare a meno degli Inglesi, che può fare a meno della Germania, che niente è più facile per lei che fare a meno dei Russi, che per vivere non ha bisogno né di scienza né di pane, ma che soltanto la bellezza le è indispensabile, perché senza bellezza non ci sarà più niente da fare in questo mondo! Qui è tutto il segreto, tutta la storia è qui". Gogol, con parole esatte e precise, esprime la sua fede in questi termini: "Se l'Arte non compie il miracolo di trasformare l'anima dello spettatore, non è che una passione passeggera.

In una visione iconografica del mondo, l'Arte deve gravitare attorno al supremo modello di bellezza: Cristo, Colui che unisce l'immagine contaminata dell'uomo alla Bellezza divina.

Svuotata di ogni significato e di ogni trascendenza, la vita, e l'arte con essa, perde la ragione di esistere. L'incessante e mai soddisfatta ricerca di "valori" nuovi fa perdere di vista i vecchi, sui quali invece l'uomo deve poggiare le sue fondamenta. Ragionamenti, dissertazioni, elucubrazioni pseudo-filosofiche non sono altro che l'alibi dietro cui si nasconde la disperazione dell'uomo che ha perduto Dio e si sente vuoto, inutile, morto.

La semplicità della fede è la medicina universale che può guarire l'uomo e sollevarlo dalle teorie fangose in cui è caduto per ignoranza e presunzione luciferica. Le parole di San Giovanni Damasceno sono una fiaccola che illumina le tenebre:

"Fratello, il cristiano lo è per la fede; colui dunque che avanza con fede, conquisterà molto; colui che discute assomiglia al flutto instabile del mare, agitato e battuto dal vento, a lui non sarà lasciato nulla. È per la fede che tutti i Santi hanno compiaciuto Dio. Riceviamo dunque la tradizione della Chiesa nella semplicità del cuore e non con l'abbondanza di ragionamenti. Non accettiamo che ci venga insegnata una fede nuova che i Santi Padri rimproveravano... Adoriamo dunque le icòne; noi non offriamo la nostra adorazione alla materia, ma attraverso esse a coloro che in esse sono rappresentati, perché, come disse il divino Basilio, la venerazione dell'icòna si trasmette al prototipo.

 

 

 

 

 


 

Fonte : Dal libro di Tommaso Palamidessi : L'icona , i colori e l'ascesi artistica .

http://utenti.lycos.it/archeosofia/arkeios/index.htm