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 ARTE : letteratura :  scrittori cattolici del novecento , di Walter Pedullà

 

SCRITTORI CATTOLICI DEL NOVECENTO

di Walter Pedullà

      

Si pubblica qui di seguito il testo della relazione tenuta da Walter Pedullà al convegno di Viterbo sul "Cristianesimo come fonte di ispirazione per l’Arte".

L’uomo di fumo che è il protagonista dell’omonimo romanzo di Aldo Palazzeschi (una "favola futurista" scritta nel 1909 e pubblicata nel I911), dopo avere incontrato poeti, narratori, critici, pittori, scultori, filosofi, scienziati e banchieri, cioè tutti gli artisti e gli intellettuali del Regno, nonché le più belle dame di corte, viene invitato nella reggia dello Stato sull’orlo della bancarotta del quale è stato incaricato di redigere il nuovo codice. Nella stanza in cui si svolge l’udienza con la Regina, Perelà - è questo il nome dell’uomo di fumo - sente una voce che ripete insistentemente, ad alto volume, il nome di Dio. "Dio! Dio! Dio". L’uomo di fumo domanda di chi è la voce, chi è il credente che sembra ignorare ogni altra parola nella sua fervidissima fede e che in quella sola parola ha concentrato tutti i propri discorsi. La Regina invita Perelà a fare come lei, cioè a non farci caso: grida così il nome di Dio il suo pappagallo, dall’alto del suo trespolo. In posizione elevata ma inascoltato: come succede a poeti di rango elevato - credenti o non credenti - che non cambiano il loro verso ma lo ripetono instancabilmente per comodità propria e dei lettori pigri.

Chi cercasse la morale della favola, concluderebbe che in quel regno in cui si parla italiano, almeno nel primo Novecento solo un pappagallo fa il nome di Dio e naturalmente lo fa da pappagallo, cioè replicando un ritornello senza variazioni. Secondo quella favola palazzeschiana, dunque all’inizio del nuovo secolo la religione non viene fervidamente proclamata né intensamente praticata quasi da nessuno - poeta e non -, neppure da quelli che nominano eloquentemente Dio.

Se lo si fa (lo si fa molto anche alla fine del Novecento, epoca di pentimenti, conversioni e ritorno alla fede dei padri), non c’è chi ci metta l’anima nelle parole: solo un grido ogni tanto, in attesa del regale pasto.

Non dice proprio questo ma potrebbe averlo pensato il singolare uomo di trentatré anni che dalle parole di tre nutrici è stato educato all’amore, alla libertà, alla pace, all’uguaglianza di tutti gli uomini e che per via di quei suoi trentatrè anni ha generato un’interpretazione cristologica del romanzo di Palazzeschi, sgradita all’autore. Il molto cristiano uomo di fumo non fa questione di parole se non perché da esse si capisce la sostanza delle cose. A Perelà infatti, come a noi, interessa stabilire, non se un poeta è cattolico o no, ma se uno scrittore aiuta a capire a che punto è l’uomo, artista o no. E vinca chi va più a fondo, magari con metodi proibiti dalla regina. Il Novecento avanza superando ostacoli e interdetti politici, culturali e religiosi. Anzi ha creduto molto nella funzione positiva degli interdetti. La fede, sia religiosa che politica, si rafforza nelle asperità, naturalmente negli uomini forti.

Nel Novecento, essendosi perso il senso del sublime, qualcuno crede di surrogarlo collocandosi su un piedistallo o trespolo da pappagallo. Non così invece viene trovato il sublime in un secolo che cerca l’essere, come ha constatato Heidegger, a contatto con ciò che è umile piuttosto che con ciò che è altisonante. Sbagliarono perciò molti scrittori cattolici a non infangarsi: e non mi riferisco al fascismo, perché questo l’hanno fatto anche parecchi laici. Magari hanno creduto, la buona fede cattolica, che toccasse essere molto buoni, igienici, bempensanti, quasi paradisiaci; ancor più perché intorno infuriava e trionfava la letteratura del male, oscena, burlesca, sgarbata, trasgressiva e violenta.

Quella, per intenderci, consigliata da un grande poeta e pittore cattolico francese, il surrealista Max Jacob, che, in assoluta povertà e in conseguente assenza di danaro per comprare i colori, dipingeva con le proprie feci, come Cagliostro scriveva col proprio sangue. I grandi poeti, cattolici o laici, buttano il sangue, mischiato o non con le feci, pur di scrivere versi con cui dire verità maledette o benedette, oscene o timorate di Dio.

Mai comunque da pappagalli, il cui verso si limita alla più fedele ripetizione del già detto. Da ciò non si concluda che basta bestemmiare per dire la verità. Sono numerosi i pappagalli, non si fa differenza se si replicano le trasgressioni. Questo dovrebbero averlo capito anche i pappagalli alla fine di un secolo che ha realizzato ogni trasgressione, la più violenta come la più giocosa.

Era quasi un imperativo negativo (ma è proprio il negativo il polo che poi è risultato fulminante per le sue brucianti rivelazioni nel nostro secolo) ai poeti del Novecento: tenetevi lontani dagli stili di testa, di petto e di bocca. Usate invece lo stile del ventre, "il più vicino al sublime." Al poeta moderno, dice Max Jacob, "tocca far parlare del sublime con la voce del ventre". E insisteva che bisogna "scendere all’inferno per risalire": senza demonizzare "le sporche passioni", compresa la letteratura.

La poesia nel Novecento non è però, se non molto raramente, un’arte cara a Dio, è arte di ribelli, forse satanica. I credenti parlano come i pappagalli? E noi allora rivolgiamoci al diavolo: ci dirà lui in che cosa crede l’uomo del Novecento. La parola così torna ai laici, al loro stile di ventre che ha alimentato la fede dei progressisti nell’ultimo secolo. Ci possiamo credere ancora? Risponda ogni creatura, ma non i pappagalli.

Che sono più numerosi di quanto si creda in ogni fase culturale della vita umana.

In Italia gli scrittori cattolici così peccaminosi sono forse solo due, gli "scandalosi" Testori e Pasolini: così estremisticamente "corporali" che dallo stile del ventre sono risaliti fino al sublime. E c’è un altro irriverente e devastante scrittore cattolico che ha trasgredito con il riso e con il gioco (altra fonte di sublime per Max Jacob): Achille Campanile, uno che con le risate ha fatto il deserto di ogni modo di pensare e di agire della borghesia. La quale, secondo molti nel primo nonché nel secondo Novecento, è il vero diavolo (sia detto nel bene e nel male che la definizione merita da un laico) della contemporaneità. Ora invece è nuovamente santificata, per via dei rapporti di forza che obiettivamente credono all’esistente e al potente. Il proletariato, nel cui avvento ha creduto la sinistra - in cui abbiamo creduto in molti, sia pure da eretici - invece non esiste ed è ancor meno potente. Dobbiamo cambiare borghesia o possiamo ancora credere di cambiare la borghesia con una migliore classe egemone? Il cardinale arcivescovo, parlando con Perelà, consigliò di combattere "dall’interno del sistema", ma l’uomo di scienza invitò a stare ai fatti. Essi sono capaci di sorprese inaudite. Ora comunque nessuno starebbe a sentire chi proponesse di cambiare il capitalismo. Questi i fatti, e tuttavia è permesso credere che il capitalismo non è il migliore regime sociale in assoluto. Dobbiamo continuare ad aver fede in una maggiore uguaglianza, l’assoluto che è sempre relativo. Relativamente parlando, abbiamo fatto molti progressi sulla via dell’uguaglianza.

E tuttavia non è mai stata altrettanto scandalosa la distanza fra un povero e un ricco. Ciò che non scandalizza nessuno è invece il fatto che sia diventato un assoluto la ricchezza. Si può credere che tra gli scrittori sono i pappagalli a diventare più ricchi, ma c’è chi non crede che il problema sia così facile da risolvere. Possono arricchirsi anche gli autori che usano parole inaudite. Desiderava diventare ricco coi suoi libri anche Gadda, il maggior nemico dei pappagalli.

La cultura cattolica ortodossa del Novecento, che non è stata abbastanza antiborghese, si è persino alleata, o Dio, con l’aristocrazia nera, quella che sta nella stanza accanto a quella di chi regna. L’hanno fatto pure i laici, ma non si concluda che sono tutti uguali: c’è differenza, quella individuale, l’unica che conta in poesia e dinanzi a Dio. Qualcuno ha vittoriosamente combattuto "dall’interno del sistema", ma il miglior Novecento ha lottato invece dall’esterno, contestando stili di vita e codici linguistici. Lo hanno fatto le avanguardie e i realismi, i realisti magici, gli espressionisti e gli ermetici, cioè la maggiore scuola di poesia cattolica dove il maestro eminente e, come è giusto, trionfante è Luzi. Invece in vecchiaia perse la fede Betocchi, un poeta che l’aveva avuta per tutta la vita. In controtendenza rispetto a quanto fanno facendo tanti laici, tanti liberali o comunisti, che, all’avvicinarsi della morte, riscoprono la fede e fanno sentire alto il nome di Dio, sperando di non farlo invano. Se non troviamo nuove ragioni di laicismo, moriremo tutti cattolici: non come Luzi e Betocchi, come Rebora e Ungaretti o il giovanissimo Palazzeschi, bensì come i pappagalli di una fede che ora è regina.

Contrasta irrimediabilmente il laicismo con la fede? Ebbene, no, troviamo nuove e buone ragioni di laicismo e crediamoci. Torniamo alla fede nell’uguaglianza e avremo più libertà e fratellanza che non con la religione.

Se guardiamo indietro il meglio è il socialismo.

Nel quale si può credere solo se si guarda in avanti: nel futuro esso avrà connotati diversi, forse irriconoscibili.

Avendo la massima libertà di pensiero, possiamo pensare che dopo l’illuminismo e il socialismo verrà un nuovo modo di lottare per l’uguaglianza e la fratellanza.

Ci dobbiamo credere ancora o è ormai solo una vecchia favola che ci ripetiamo da pappagalli fedeli a un mito spennato e scolorito? La storia dell’uomo di fumo è solo una favola ma qual è la realtà? Nella letteratura scritta nella lingua di Dante, Petrarca, Tasso e Manzoni si fatica cioè a trovare nel Novecento una grande narrativa o una eccelsa poesia religiosa, cattolica o cristiana. C’è, è poca, e non è collocata in posizione tale da avere visibilità enorme, per così dire, universale. I letterati non trovano le parole giuste, quando parlano di Dio. Pare più facile trovare le immagini (ci sono più pittori cattolici che non scrittori della stessa fede : mancano le parole?), meglio ancora se sono in movimento come nel cinema. È infatti un regista cinematografico il massimo artista cattolico, Rossellini, uno che credeva ai miracoli e che pure li faceva con la macchina da presa.

Sarebbe una bestemmia affermare che sono del tutto assenti i poeti e i narratori cattolici, ma toccherà rischiare la blasfemia per dire tutta la verità sulla letteratura che mette in versi o in prosa il messaggio cattolico.

Ebbene, i migliori sono quelli che urlano il nome di Dio per rimproverargli un mondo socialmente e moralmente così malfatto da far dubitare che sia stato lui a crearlo. Magari è un valdese, Piero Jahier, il poeta e narratore italiano del Novecento che risulta dotato di maggior fede. Ma Ungaretti e Rebora non erano dei pappagalli. Sono degli uccelli di cui piace ripetere il verso anche ai laici più refrattari alla religione. Potessimo oggi rifare il verso per cantare la necessità di un mondo socialmente e moralmente fatto meglio. Sarà ancora possibile una favola cui ispirarsi per una nuova fase di lotte politiche indirizzate a una migliore qualità della vita. Se continua così, nel futuro potrebbe non esserci abbastanza aria per respirare, altro che per cantare. Questo lo dovrebbero dire anche i pappagalli, cioè va ripetuto da tutti mille volte al giorno, ad alta voce, invocando Dio, perché maledica chi minaccia la stessa esistenza umana. Lo si dica in inglese, lingua resa universale dagli americani del Nord, quelli che credono più nell’anidride carbonica che non nell’ossigeno.

Parlando di letteratura cristiana e cattolica, naturalmente ci riferiamo ai contenuti ma non ho dimenticato che il Novecento li ha svalutati a favore del linguaggio e della struttura. È difficile fare arte con i contenuti del cattolicesimo? Ecco: forse è proprio dal punto di vista strutturale che il cattolicesimo è stato fonte di ispirazione per la letteratura, compresa quella laica. Penso a Joyce, Jacob e Pizzuto, cioè tre audacissimi inventori della letteratura moderna che, per non fare i pappagalli, si sono inventati un linguaggio inaccessibile sia alle regine che al popolo.

Max Jacob sosteneva che un testo moderno, quando rende esplicito il proprio significato, è morto per l’arte.

L’arte moderna infatti sarebbe incompatibile con la semplicità arrogante e univoca dei pappagalli. Perciò i poeti cattolici che fanno propaganda esplicita della loro fede - come d’altronde gli artisti politicamente e ideologicamente impegnati - non otterranno la grazia, cioè la più elevata qualità artistica. Forse è veramente diabolico insistere - nell’errore o verità che sia - ma lo credono in molti che a trasmettere messaggi religiosi si addicono meglio il cinema, la pittura o la scultura (per esempio Manzù) o la musica, cioè le arti in cui il significato resta un mistero. La chiarezza insomma non è un dono divino.

Lo ha suggerito meglio di tutti quel miscredente di Tommaso Landolfi, un narratore "satanico" che sfida Dio con inaudite offese - una volta una scimmia imita perfettamente un sacerdote che dice messa- perché reagisca e dimostri di esserci. Landolfi aveva frequentato da giovane gli ermetici (la scrittura che suggerisce ma non nomina), che erano quasi tutti molto cattolici.

Lo era Carlo Bo, il critico che nominava Dio meno di Papini, lo scrittore convertito che si è trasformato in eloquente pappagallo divino dopo avere gridato come un diavolo per tutta la giovinezza. Assai più convincente la conversione di Rebora. Ed è più fervidamente religiosa la miscredenza finale di Betocchi.

Poiché succede sempre alle culture egemoni di non mutare linguaggio per paura che cambino le cose, è successo pure alla cultura cattolica di essere lungamente solo difensiva e conservatrice, specialmente quando ha abitato accanto al Re o al Duce. Invece allorché nel confronto, conflitto o dialogo con la modernità ha sentito l’urgenza e la necessità di cambiare discorso e comportamenti per comunicare col mondo cambiato, la letteratura cattolica ha fatto sentire una voce nuova e originale che ha servito la causa di tutti.

Ha fatto bene anche al cattolicesimo acquisire qualche virtù laica, dal dubbio alla tolleranza. Lo pensava pure Pirandello che si cresce nutrendosi del contrario, come succede all’umorismo, cifra stilistica fondamentale del secolo. Chi ha fede può essere umorista? Non c’è chi lo creda. Semmai si crede che l’umorismo e la comicità - strumenti del negativo - sono incompatibili con la fede religiosa, che è sempre nutrimento di finalità positive.

Secondo Bachtin, le fasi artistiche ad alto tasso di comicità si sono concluse col recupero della fede più integrale.

I grandi artisti sono sempre eretici: e questo non lo dice solo un laico. Le letterature fondate su un forte tema rischiano molto, di più quelle che per cui il tema è un atto infallibile di fede. Chi illustra tesi, ancorché sublimi, resterà giustamente nell’ombra. Infatti se si vede molto l’arte cattolica e cristiana di Papini, è quando egli era più prepotentemente cristiano, cioè prima della conversione. Se non fosse empio dirlo, dopo fece parecchio il pappagallo della Regina, del Re e del Duce.

Fanno molto i pappagalli tanti artisti italiani d’oggi ma stavolta è migliore l’ispiratore. Il papa attuale vale più delle regine, dei re e dei dittatori, non solo come uomo di fede: anche se c’è chi crede che egli operi per restaurare la "monarchia", nel senso che tutta la terra dovrà essere nutrita da una sola fede. Sicché si è sorpresi del fatto che i laici non trovino buone ragioni per opporsi al disegno. Purtroppo anche loro, diventati dei pappagalli, se ne stanno comodamente in alto, cantano con solenne eloquenza, ma ripetono un verso in cui non credono più. Vorremmo sentire versi in cui credere profondamente, anche versetti, purché ci dicano qualcosa che ci aiuti a vivere. Per morire c’è sempre tempo. Non abbiamo tempo invece, se dobbiamo migliorare l’esistenza terrena. Fa comunque piacere un papa che denuncia storture sociali con un ardore che una volta era solo dei laici. Non è una sacra alleanza questa attuale, in cui un papa ripete, non da pappagallo, versi che sono nati nella testa di quei buoni diavoli che sono i seguaci del socialismo. È una buona favola il socialismo cristiano? Sia socialista il cristianesismo e noi ci potremmo credere, pur restando laici.

Uomini di fede che in buona fede scrivono da buoni cristiani risultano eccezioni, se si pensa che questo è il paese cattolico per antonomasia. Ho appena concluso una Storia generale della letteratura italiana in dodici volumi, di cui tre dedicati per 3500 pagine al Novecento.

Quante migliaia di poeti e di narratori solo nell’ultimo secolo! Ebbene, pochissimi si possono dire cattolici.

All’analisi del sangue o delle cellule mentali certo si avrebbe la conferma che due millenni hanno lasciato il segno nel DNA di tutti, ma all’analisi dei testi non risulta una cospicua presenza di religiosità cristiana che non sia molto annacquata, dichiarazioni di facciata, maniera, cartapesta, insomma canti di pappagalli. Il popolo più caro alla Chiesa non genera molti artisti capaci di gridare il nome di Dio con il linguaggio che l’argomento merita. Per giunta non si trovano nel Palazzo ma semmai per la strada: artisti che fanno la vita e che battono le strade di un mondo decristianizzato e gridano che dal punto di vista sociale l’esistenza dei poveri non è ancora degna di cristiani.

I poeti e i narratori da considerare cattolici con ruolo di protagonisti sono così pochi da poterli contare sulle dita di una mano: Rebora, Ungaretti, Luzi, Pizzuto (che faceva miracoli con ogni lettera dell’alfabeto) e Testori, che anche come drammaturgo ha scritto testi in cui si sentono particolarmente violenti i morsi e i rimorsi. Se contiamo con le dita di due mani, possiamo aggiungere in seconda fila più o meno tranquillamente Boine, Soldati, Buzzati, Pierro, nonché il già nominato Jahier, un cristiano d’eccezione che però non era cattolico. Se mi si dà una mano, potrei arrivare anche a quindici (Campanile, Turoldo, Bonura, Crovi, Pomilio) e forse venti ( su mille e più).

Altre voci urlano il nome di Dio, ma - fabula docet- si tratta quasi sempre di pappagalli. È questo l’animale araldico del nostro tempo. È il nemico più pericoloso del nostro tempo? Lo crede chi preferisce animali meno coloriti ma di più alto volo. Ora in verità quasi nessuno vola alto.

Non lo si può dire certo né di Ungaretti, che, senza pronunciare il divino monosillabo, squarcia il cielo con versicoli di qualche sillaba; né di Rebora, che sconvolgeva la sintassi e i ritmi per esprimere l’inesprimibile; né di Pierro, che si è inventato un dialetto per comunicare messaggi che non si possono diffondere in italiano.

Anche ai poeti cattolici tocca dire cose diverse, magari in virtù del modo diverso e inedito di esprimersi. L’importante è non fare tematicamente e linguisticamente i pappagalli: non è da uomini né da artisti. Non lo direbbe mai un pappagallo, ma, miracolo!, quanti santi uomini, quanti buoni cristiani, ci sono fra i laici e i rivoluzionari del Novecento! I più fervidi uomini di fede del Novecento sono forse i miscredenti che credevano nel miracolo: e cioè che uomini possono essere uguali, tutti liberi e capaci di comportarsi da fratelli, dopo l’avvento di una società senza classi, senza soprusi o ingiustizie? La posizione più laica è quella di Svevo, che era anche un socialista, liberale e tollerante quanto sa esserlo chi non ha più una verità rivelata. Posto dinanzi al problema della fede religiosa, un personaggio di Svevo lo risolve così: " Se io credessi in Dio, non farei altro che pregare". Dunque tocca mettersi al lavoro senza rivolgere più lo sguardo al cielo. Il narratore triestino aveva appreso la notizia che Dio era morto e ne aveva preso atto senza scomporsi. Wagner aveva "melodrammaticamente" annunciato che Wotan aveva abbandonato la Terra. Non è la stessa cosa che morire (potrebbe tornare: un romanzo inglese di alcuni anni fa si intitola Torna, Dio, sei perdonato) ma il risultato è questo: manca il punto di riferimento esterno, tocca fare tutto da soli, da uomini che non possono più limitarsi a pregare.

Il Novecento nasce miscredente e si industria a dimostrare che si può fare a meno del Creatore, anche se perderlo evidentemente è stato un colpo duro: magari all’inizio, poi si è corso ai ripari. Si potrebbe dire che, se non è andata bene, è andata molto meglio di prima.

I laici, i progressisti e i socialisti non si facciano sedurre dal ritornello dei pappagalli della regina: potremmo avere guadagnato a perdere Dio. Naturalmente lo possiamo dire e ripetere solo se Dio non esiste. Nel dubbio, è saggio vivere come se esistesse: cioè da buoni cristiani, come i laici sono più spesso di credenti che sembrano solo praticanti.

La morte di Dio, che è anche metafora della morte di un padre in cui credere ciecamente, provoca in Svevo quella indifferenza per la vita che presso altri si chiama nevrosi, male di vivere, male invisibile o oscuro, anima disoccupata. Come combattere quell’indifferenza? Non cercando Dio, che non esiste; bensì cercando l’originalità con cui si dilania il pensiero di routine caro ai pappagalli. Se un’idea originale circola nella sua grossa testa, ebbene - lo dice Svevo- solo in tal caso egli è felice. E allora sotto a cercare in ogni frase una svettante novità intellettuale, anche se non sarà più una verità assoluta. Di novità in novità all’infinito, come vuole la modernità, cioè la cultura che non può più pregare nessuno di risolvergli i problemi che infiniti prolificano da una struttura priva di capo o guida e perciò costretta ad essere inesauribilmente creatrice. Nello spazio lasciato vuoto dalla fede religiosa l’uomo del Novecento non avrà costruito il paradiso in terra ma ha creato le condizioni per uno sviluppo economico - sociale che non ha precedenti. Al punto che ci si è tanto inorgogliti per i successi della tecnica e della scienza da divinizzare il Progresso. Nel mondo moderno diventa dio chi se lo è meritato facendo, per esempio, il miracolo di dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati più di quanto avessero fatti i secoli più cristiani.

Svevo ebbe come maestro uno scrittore di origine cattolica, quel James Joyce che aveva studiato Tommaso d’Aquino in un seminario cattolico di Dublino, e che chiamava epifanie i modi di manifestarsi dell’essere dentro i più trascurabili fenomeni quotidiani. Un bambinello diventa dio in una mangiatoia. Similmente uomini comuni si rivelano casualmente portatori di destini eccezionali. Questi non sono determinati meccanicisticamente come effetti che siano fedele espressione di una causa vincolante ma rispondono a moventi non precisabili dall’inizio. Tutti - ricchi e poveri, credenti e non credenti, colti o ignoranti - tutti possono essere latori di messaggi illuminanti; tutti, come nell’esercito napoleonico, portano nello zaino il bastone da maresciallo.

Non esistono gerarchie prestabilite: ognuno è in grado di emergere e di vincere, se c’è un concorso di circostanze favorevoli. Il caso in Joyce è democratico, anzi egalitario. Una strategia nata dal tomismo si è trasformato in un modello di laicità dell’esistenza.

L’evento straordinario, il miracolo, lo scandalo sono nel Novecento all’ordine del giorno. Come in Totò il Buono di Zavattini, dove il protagonista scopre che gli amici che gli corrono incontro per riabbracciarlo si stanno trasformando in suoi inseguitori, sempre più vogliosi di strozzarlo. Il caso ha voluto - non Dio, che non si scomoda per così poco - che nel secondo Novecento siano stati dei sacerdoti, addirittura gesuiti, a guidare in qualche memorabile occasione la rivolta sociale in Sudamerica o in Sicilia. La sorpresa è una risorsa infinita della modernità decentrata e priva di guida. Il papa non fa miracoli ma di sorprese ne fa continuamente in ogni direzione: anzitutto a destra e a sinistra, dove ha scavalcato più di una volta i progressisti che hanno rinunciato alla difesa dei poveri, che tornano ad essere socialmente oppressi quanto nel secolo che ha inventato il socialismo.

Pensare una cosa nuova, audace, logica, e crederci.

Avrebbero potuto dirlo Bontempelli, Palazzeschi, Alvaro e Gadda. C’è un modo dei laici di avere fede - nella scienza, nelle nuove tecniche, in un futuro socialmente e moralmente migliore - che non contrasta "strutturalmente" con la fede religiosa . La ragione, il calcolo, il laboratorio invece dell’ispirazione più spontanea.

Un’alternanza che può far bene ai laici, cui serve qualcosa di nuovo e di razionale in cui credere, e ai cattolici, che non perdono la fede ma talvolta perdono la ragione. E invece siamo tutti qui a fare i pappagalli di vecchie, nobili ma agonizzanti ideologie. Toccherà ancora alla scienza o toccherà di nuovo alla filosofia? Molti credono che tocca sempre all’arte, linguaggio che non sa quello che dice ma lo dice come se fosse ispirato da Dio, cioè dal desiderio di essere diversi quanto serve per essere effettivamente uguali.

La più grande letteratura del Novecento è vissuta, magari cristianamente, sapendo che non incontrerà mai Cristo. Lo hanno perso o non l’hanno mai avuto D’Annunzio, Pirandello, Bontempelli, Marinetti, Soffici, Palazzeschi, Gadda, Montale, Svevo, Saba, Michelstaedter e Savinio - che erano ebrei come Carlo e Primo Levi, Loria e Bassani - Moravia, Vittorini, Quasimodo, Bilenchi, Gatto, Sereni, Bertolucci, Caproni, Alvaro, Rea, Fenoglio, D’Arzo, Calvino, Flaiano, Landolfi, Manganelli, Lampedusa, Bonaviri, Morante, Sciascia, Volponi, Pea, Zanzotto, Delfini, Parise, De Cespedes, Ortese, Bufalino, Arbasino, Malerba, Eco, Ripellino, Fortini, Pagliarani, Pontiggia, Celati, D’Arrigo e Amelia Rosselli, così per limitarsi a cinquanta nomi di poeti e narratori che si sono fatti più o meno grandi senza l’aiuto di Dio . Senza di loro il nostro secolo sarebbe molto meno cristiano sia socialmente che moralmente. Credere che si otterrà il premio in terra ha fatto bene a tutti.

Il Novecento d’altronde ha avuto sempre fretta, dall’inizio, da quando cambiarono la velocità i futuristi, che promettevano il paradiso terrestre, come poi faranno i comunisti sovietici. Non ha fatto sempre bene tuttavia aver creduto ciecamente che bastasse una buona visione per aver poi la vista concreta del meglio possibile.

Comunque sono sono sempre da preferire i visionari. E invece siamo diventati i pappagalli del più scontato realismo. Andrebbe scomunicato! Col passare degli anni anche un linguaggio che si vanta d’essere il più libero da schiavitù si idelogizza: come dire, ora saranno parole dette da un pappagallo sempre più spelacchiato termini come Progresso, Scienza, Modernità, Giustizia Sociale, Libertà e Uguaglianza per tutti, Fraternità dei Popoli ecc. ma intanto ci sono state generazioni di scrittori, artisti, intellettuali che hanno eroicamente affrontato persecuzioni ed emarginazione per i propri principi e interessi. Lo ricordino l’uno e l’altro fronte: chi stravince rischia di finire nella stanza accanto a quella della regina a far il pappagallo al servizio del Re. Oggi ci sono tante conversioni di laici perché ci sono tanti Creso in giro che impongono la religione del danaro? C’è nel nostro immediato futuro la restaurazione della triade canonica che pareggia Dio, Patria e Famiglia?

Non ce la prendiamo con Dio, se registriamo il ritorno di un passato che pensavamo di avere sconfitto definitivamente.

Non dobbiamo peraltro credere che la terapia migliore sia il ritorno all’anticlericalismo. Dobbiamo invece confidare ancora nella ragione. Il mondo è ancora assai irragionevole e sarebbe diabolico affidare solo a Dio la soluzione di problemi che ora sono più universali che mai. Laici di tutto il mondo, unitevi. Unitevi anche ai credenti che sentono l’urgente necessità si risolvere i problemi terreni. Non sono mai cristiane né socialiste le guerre di religione. È una favola che Cristo sia stato il primo socialista ma potrebbe aiutarci a cambiare le parole delle nostre preghiere. Se i cattolici non torneranno ad essere clericali, i laici non saranno nuovamente anticlericali. Estendendo la teoria politica che auspica la coesistenza di più poteri, auspichiamo l’equilibrio di più fedi. Non approfitti il cattolicesimo dell’attuale vittoria. Vince perché abbiamo perso. Non è detto che abbia ragione solo perché abbiamo avuto qualche torto. E sarebbe oltremodo grave se più in là vincessimo perché sono tornate ad essere valide le vecchie ragioni del laicismo. Avremmo perso entrambi.

Un giorno, andato alla solita messa domenicale, Silone si accorse che si annoiava molto ad ascoltare le omelie del suo prete. Che fare? Cambiare prete o religione? Prima fu fortunato a incontrare Don Orione, ma più tardi, lontano dal sacerdote che era davvero originale, tornò la noia. E allora indirizzò la fede verso il comunismo. Al Novecento piace l’alternativa degli estremismi e l’identità strutturale degli opposti (i futuristi sono comunisti in Russia e fascisti in Italia). Il comunismo, non diversamente dalla religione che combatte, è a suo modo una teologia, ha il suo Dio in un dittatore infallibile, e crede nel paradiso, sia pure in terra, più precisamente nell’URSS. Una filosofia trasformata in verità indiscutibile, il proselitismo capillare e universalistico, la diffusione della fede: anche nel suo caso una fede quasi cieca in colui che sta al centro. Il comunismo è stato troppo fideista nel combattere alcune ragioni di socialisti e di laici, santommasi che ci credono solo se toccano le cose con mano ferma e mente duttile. Tuttavia va ricordato che molti combattenti di fede comunista, nonché molti socialisti che erano diversamente marxisti, sono morti con lo stesso spirito di sacrificio con cui un cristiano affronta la crocifissione o la tortura. Per esempio Gramsci.

L’estremismo è una necessità storica delle società di massa? La ragione è destinata ad essere sopraffatta dai rapporti di forza fondata sul numero dei seguaci? Dinanzi ai pericoli della radicalizzazione di chi pone solo aut aut ha mostrato saggezza il laicismo di sinistra, il neoilluminismo di chi tenta il dialogo fra i poli opposti. Quello fra cattolicesimo e socialismo è stato intensamente caldeggiato da Ignazio Silone, uno scrittore che è stato cattolico, comunista e infine socialista cristiano. Sia cristiano il socialismo e sia socialista il cattolicesimo: usando la capacità di questo di alimentare la fede e la duttilità di quello a adattare le idee alle mutate situazioni storiche. Sarebbe un miracolo? Ha creduto nei miracoli anche il socialismo ma con quel poco o assai che ha garantito al nostro secolo, il NoveÈ cento può fare credere nel progresso economico diffuso come fattore di equilibrio tra i ceti e i popoli.

Era questa l’omelia che Silone avrebbe voluto ascoltare dal suo prete. Non la vittoria di un estremismo sull’altro, bensì la tolleranza dell’uno per l’altro, senza necessariamente miscelarli e confonderli. Alla cultura non si addice essere salomonica. Il laicismo non si converta. Ha ancora i suoi ottimi motivi per continuare il proprio mandato, anche se ora trionfa la fede cattolica.

La quale, sorpresa!, è in effetti tollerante verso gli altri fedeli o verso gli infedeli come non è mai stata.

Sicché ora, quasi un miracolo, sono più di prima quelli che credono nel cattolicesmo. È più moderno nell’impiego delle tecniche di comunicazione (secondo Einstein, è dalla tecnica che si capisce a che punto una società), disponibile verso tesi tradizionalmente socialiste ed è, come dire? più laico, cioè cerca motivazioni approvate dalla logica ed è protagonista di eccellenti azioni per le quali, oltre alla fede, si è meritato la fiducia di parecchi miscredenti. Non è un pappagallo chi ora fa sentire alto il nome di Dio. Non sempre il Re è un conservatore. Non sempre il popolo diffonde la voce di Dio.

Dobbiamo sperare nel contagio della fede? Potrebbe la fede che invidiamo ai religiosi essere d’aiuto ai laici che cercano soluzioni divine per i problemi della terra? Temo che non basterà cambiare le parole. Deve cambiare anche la musica. I laici non possono cantare come pappagalli le canzoni dei credenti. Si parte dalla musica o dal libretto? Non è il solito melodramma. E tuttavia non sappiamo che pensare. C’è una crisi di idee che fa la fortuna dei reazionari.

Secondo Kafka, gli ebrei sono come le olive: fanno olio quando sono spremuti. Dio non voglia che il nostro tempo abbia bisogno di spremiture, ma farà bene ad entrambi, a laici e a cattolici, la reciproca pressione. Ci sarà un fecondo confronto? Così sia. Ammenocché non si debba concludere che fra i due litiganti il terzo gode. Così non sia.

"A te, solo a te, io faccio sapere che non esisto", dice, parlando per la prima volta in dialetto emiliano, Dio, che è apparso impalpabilmente in sogno a Zavattini.

La solita miscredenza italiana che relega nei sogni l’esistenza di Dio? Quello di Zavattini è davvero un sogno molto conciliante ma cosa significa? Potremmo parlare di "forma dell’informe" che sembra un paradosso logico di Savinio e che è, secondo Debenedetti, la sigla stilistica di un secolo che deve dare ordine all’irrazionale.

Non distingueremo allora più fra letteratura di fede e letteratura miscredente, fra cultura cattolica e cultura laica? Questo non c’è bisogno di sognarlo, è ormai una realtà: la cultura è una sola e unica è la letteratura.

Sarebbe invece un incubo continuare una sterile distinzione. Non ci saranno dunque più differenze tra cattolici e laici? Questo sì che è un sogno. Al risveglio constateremmo che su molte questioni la convivenza auspicata e in parte realizzata attraversa una fase critica. Cosa da non prender sonno. Se non riusciamo a pensare nulla di nuovo, stiamo almeno desti.

Nella notte ci verranno le idee che servono e sarà una nuova alba per chi crede almeno nell’uguaglianza degli uomini. "A te, solo a te, io faccio sapere che non esisto", disse l’Uguaglianza nel sogno ricorrente di chi crede che il mondo migliori a forza di nuove visioni e di nuove "finzioni" o progetti culturali.

 

 

 

 

 


 

Fonte :  http://www.disp.let.uniroma1.it/news/illuminista2/pedulla.html