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Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| ARTE : musica : L'organista in Chiesa: da una professionalità riconosciuta ad una ministerialità acquisita , di Vincenzo De Gregorio. |
L'ORGANISTA IN CHIESA :
da una professionalità riconosciuta ad una ministerialità acquisita.
di Vincenzo De Gregorio
PREMESSA
Di solito il titolo di una relazione definisce i confini e gli argini
dell’argomento che si va a sviluppare con essa. In questo caso, il tentativo
di comunicare argomenti sulla professionalità dell’organista in chiesa e
sulla sua ministerialità, costituisce né argine né confine, piuttosto, si
potrebbe pensare, palude, incertezza. Ciò soprattutto se si accompagnano con
i termini professionalità e ministerialità, gli aggettivi riconosciuto ed
acquisito. “Riconosciuta”: da chi? Da che? “Acquisita”: dove e da chi?
Premettiamo immediatamente una considerazione che caratterizzi il più
possibile il campo nel quale ci muoviamo: si vuole riflettere sulla presenza
degli organisti, quelli che hanno con lo strumento e con la sua presenza
nella vita liturgica delle nostre comunità una dimestichezza che non è solo
pratica, ma frutto anche di una specifica formazione di base,
sufficientemente omogenea, credibilmente lunga ed ampia, che abbia o non
avuto il suggello di un titolo di studio conclusivo.
L’osservatorio dal quale ci muoviamo nell’affrontare questi argomenti, ed in
questa sede, è quello del nostro paese, e, nel nostro paese, della Chiesa
che vi opera nell’esercizio del suo ministero al servizio del Vangelo e
della preghiera in quella che certamente la più estesa e organizzata
attività formativa: la Liturgia.
In Italia la professionalità del musicista, considerata come abilitazione
all’esercizio della professione, è praticamente inesistente non richiesta
attestarsi per l’esercizio della professione musicale, se non nell’ambito
degli ordinamenti scolastici al fine di essere ammessi alla professione di
insegnante di musica nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado.
Tale situazione è comune a tutto il mondo della produzione artistica, ed è
ovvio che sia così, visto che l’abilità e la capacità nell’ambito dell’arte
non sono legate ad un percorso didattico definito e definibile.
Resta vero, però, che proprio per questo motivo, i percorsi formativi
scolastici ed accademici o di Conservatorio, nell’ambito dell’esercizio
artistico sono a volte la necessaria condizione per instaurare un rapporto
di reciproco riconoscimento e fiducia tra chi richiede l’arte al servizio di
un suo progetto o di una sua esigenza e di chi questa arte offre. L’universo
tanto articolato e variegato delle arti nell’ambito del mondo dello
spettacolo, quello che viene promosso in tutte le circostanze festive e
celebrative è ricco di artisti che non sono impegnati perché possiedono un
titolo di studio: sono artisti e basta.
LA PROFESSIONALITA’ RICONOSCIUTA
professionalità dell’arte e professionalità dell’artista
a) La professionalità dell’arte
riconosciuta dalle istituzioni
Nel nostro paese, la professionalità dell’organista nella chiesa non trova
una collocazione precisa, come ben si sa, né nell’ambito degli ordinamenti
didattici delle istituzioni accademiche preposte alla musica, i
Conservatori, nè nelle stesse istituzioni della Chiesa.
La lodevole e meritoria iniziativa posta in essere dalla Conferenza
Episcopale Italiana con l’istituzione del COOPERLIM ha come fine la
formazione dell’animatore musicale per la liturgia, dell’incaricato
diocesano per la musica in chiesa, ma, saggiamente, data la strutturazione
dei corsi, non ha potuto né voluto introdurre un percorso formativo per
organista in chiesa: altri tempi ed altri sviluppi sarebbero stati
necessari.
Neanche i corsi accademici di primo livello che ormai da qualche anno sono
in vigore nei Conservatori italiani, pur avendo introdotto in alcuni
istituti il corso triennale accademico di I livello per organista liturgico,
sono diventati un riferimento certo e accolto da tutti: il valore legale del
titolo accademico di I livello non è stato ancora validato con un
provvedimento legislativo adeguato e i corsi di II livello, specialistici, a
loro volta, soffrono della mancanza di riferimenti certi in aggancio ai
corsi di I livello: sono situazioni al limite del paradossale: è credibile
un corso di II livello specialistico in musica sacra o in organo per la
liturgia se il titolo di accesso non è necessariamente compositivo per la
musica sacra e strumentale/organistico per l’organo liturgico?
Le incertezze sul destino della figura professionale dell’organista in
chiesa, incertezze per le quali non abbiamo, purtroppo, motivo di sperare
dissoluzione nei tempi prossimi, sono motivate sia dallo stesso ordinamento
dell’insegnamento musicale in Italia sia, per motivi ancor più cogenti,
dalla prassi e dagli ordinamenti vigenti nella Chiesa italiana, prassi e
ordinamenti che a questa professionalità non dedicano nessuna attenzione
concreta, se non in sporadiche situazioni.
Quale sia la figura di organista alla quale riferirci per attribuirgli,
oggi, un identità professionale, è molto incerto: l’incertezza nasce dalla
stessa figura degli organisti nella storia della chiesa italiana: quali sono
state le professionalità richieste? Quali sono state le esigenze e le
attese, nella Chiesa, nei confronti degli organisti sia da parte dei
responsabili sia da parte dei fedeli?
Per quanto riguarda la nostra storia di Chiesa, l’ambiguità è data da un
preciso spartiacque, quello conseguente la riforma liturgica del Vaticano II.
Prima di essa si scriveva di musica e di musicisti nella chiesa, avendo un
ambito che si riferiva alla universalità dei linguaggi artistici nella
liturgia. Tale universalità era giustificata dalla fondamentale premessa
stabilita dalla lingua liturgica, il latino. Ecco cosa scriveva, nella sua
opera “Canto e Musica nel culto cristiano”, Joseph Gelineau, a proposito
dell’organista:
Compito suo è nelle seguenti funzioni:
Accompagnare i canti
Alternanza con i cori
Introdurre e prolungare i canti
Supplire ai canti
Contornare le cerimonie
Di queste cinque funzioni enumerate nessuna di esse è essenziale al culto.
L’organo rappresenta un ornamento di cui la liturgia può sempre fare a meno
e di cui di fatto si priva in certi tempi in segni di penitenza. Perciò
neppure il repertorio organistico può essere detto musica liturgica in senso
stretto. Lo strumento è detto “disposarsi ai riti liturgici” ( Divini Cultus
8 ) e quando si fa sentire senza il canto costituisce un repertorio chiamato
“musica sacra per organo” (IMS (8). Esso apporta un prezioso aiuto alla
celebrazione, aiuto pratico quando accompagna i canti, religioso quando
interpreta il mistero mediante il segno dell’arte musicale. (Torino,
1963, pp. 349 – 352)
Quanto scriveva Gelineau poteva riferirsi a tutta la Chiesa con tranquilla
certezza.
Per quanto riguarda la nostra storia di uomini e donne che operano nella
cultura musicale e ne fruiscono, è da considerare un secondo spartiacque,
meno fissabile in ambito temporale, più fluido ma non per questo meno
evidente: la dissoluzione del tradizionale linguaggio musicale come
linguaggio universale e la predominanza di altri linguaggi. Su tale
argomento ecco una autorevole riflessione:
“Ci sono poi due fenomeni legati all’evoluzione della musica stessa che
inizialmente hanno avuto origine in Occidente, ma che con la globalizzazione
della cultura coinvolgono da lungo tempo tutta l’umanità. La cosiddetta
“musica classica” – salvo poche eccezioni – si è ormai relegata in una sorta
di ghetto, a cui accedono solo degli specialisti e anche questi, talvolta,
lo fanno forse con sentimenti e predisposizioni diversi. La musica delle
masse si è separata da questa e percorre ormai una strada differente. Si
incontra qui, da una parte, la musica (Pop) nel vecchio senso, ma è ordinata
ad un fenomeno di massa, viene prodotta con metodi e su scala industriale e
deve essere ultimamente definita come un culto della banalità. Rispetto a
questa la musica “rock” è espressione di passioni elementari, che nei grandi
raduni di musica rock hanno assunto caratteri cultuali, cioè di un contro
culto c he si oppone al culto cristiano. Esso vuole liberare l’uomo da se
stesso nell’evento di massa e nello sconvolgimento mediante il ritmo, il
rumore e gli effetti luminosi, facendo precipitare chi vi partecipa nel
potere primitivo del Tutto, mediante l’estasi della lacerazione dei propri
limiti. La musica della sobria ebbrezza dello Spirito Santo sembra avere
poche possibilità qui dove l’io è divenuto un carcere, dove lo spirito è
divenuto una catena e la rottura violenta con ambedue pare essere la vera
promessa di liberazione, di cui, almeno per qualche istante, si crede di
avere assaggiato il sapore.” (Joseph Ratzinger: Introduzione allo
spirito della liturgia, san Paolo, Milano 2001, pp. 143-144)
E’ fuor di dubbio che quanti sono investiti di responsabilità ecclesiale
guardino a riferimenti ben precisi sulla professionalità dell’organista, ma
non si può ignorare quel che è avvenuto ed avviene nel linguaggio musicale
delle masse come osserva nella pagina riportata il Cardinale Ratzinger.
Alla luce di queste considerazioni di ordine generale sulla musica dovremmo
concludere che i Conservatori con i loro programmi di insegnamento e con la
loro organizzazione didattica sono lontani ed estranei dalla realtà del
nostro paese che non fa eccezione nell’essere inserito nei meccanismi di
globalizzazione citati dall’illustre Autore.
La professionalità degli organisti è doppiamente sofferente: per un primo
motivo generale causato dall’allontanamento delle masse dai linguaggi della
cosiddetta “musica classica”; per un secondo motivo perché anche all’interno
della vita della Chiesa, i linguaggi musicali “classici” stentano a
sopravvivere.
Il disagio dello stentato “riconoscimento dell’arte” per l’organista, nella
Chiesa dei nostri tempi, è motivato anche dall’appannarsi delle figure e
delle istituzioni che nel passato davano tale riconoscimento: parliamo
innanzitutto, delle grandi istituzioni diocesane e degli importanti centri
di operosa vita liturgica: basiliche, santuari cappelle reali e nobiliari.
Sono venute meno, con l’ovvia riserva di eccezioni che permangono, le
consistenze gestionali delle Cattedrali da parte dei Capitoli. Si consideri
quanto sia stato determinante il venir meno del numero stesso dei preti
impegnati nelle Cattedrali come ebdomadari, oltre che come canonici.
La scomparsa di questi collegi clericali, insieme con il concomitante
ridursi dei compiti liturgici dei Capitoli e degli ebdomadari, ha
determinato, insieme con quanto messo in moto dalla riforma liturgica, lo
spostamento degli spazi celebrativi: dal presbiterio, in qualche modo un
hortus conclusus, alla navata. Non si può ignorare, inoltre, che nel
cambio generazionale, anche i presbiteri interpretano il loro tempo e la
cultura della quale sono figli: la scarsità di presbiteri nelle nuove
generazioni insieme con la media alta di età di quelle precedenti ha anche
accelerato l’accesso di giovani preti alle responsabilità ed alla
conseguente gestione di significativi ruoli nella Chiesa.
Questi giovani presbiteri, in genere, non hanno vissuto l’esperienza della
musica e del canto, in seminario ed in cattedrale, come i confratelli che li
hanno preceduti. Essi stessi, poi, avendo vissuto, da giovani, le esperienze
musicali liturgiche di questi decenni ultimi, portano con sé piuttosto il
riferimento, ai repertori dei gruppi giovanili nelle parrocchie che non
quello che possono aver ascoltato e, magari, cantato, sia in seminario sia
in cattedrale.
b) La professionalità dell’artista riconosciuta dalle istituzioni.
Gli archivi delle istituzioni ecclesiastiche italiane esondano di documenti
dei secoli trascorsi, soprattutto dagli inizi del ‘600 al primo ‘800
attestanti un rapporto con gli artisti che a diverso titolo prestavano la
loro opera a servizio della liturgia. I musicisti, e tra questi in una
posizione privilegiata per i motivi che forse è inutile qui ricordare, gli
organisti, rivestivano un ruolo del tutto speciale.
La particolarità di tale posizione era data, come musicisti, dal fatto che
mentre le prestazioni professionali di tutte le arti erano richieste per
circostanze che si concretizzavano in manufatti di architettura, pittura,
scultura e quanto altro poteva servire alla bellezza e alla progettualità
estetica, quelle del musicista - organista erano continuative per le
numerose e diversificate esigenze dell’anno liturgico. Come musicista tra i
musicisti, poi, la posizione dell’organista era di sicuro quella di maggiore
spicco nella compagine di ogni organico strumentale. Egli fungeva
solitamente anche da maestro di cappella e nelle istituzioni più rinomate e
complesse per l’articolazione musicale, si avvicendava nella carica della
direzione: comunque toccava sempre a questa particolare categoria
strumentale, considerata completa anche per gli studi compositivi,
l’assumere l’incarico di primo maestro.
Non è noto nessun documento, per quei secoli, che rimarchi particolari doti,
oltre quelle ovvie di una ordinaria e pacata buona condotta all’interno
della generale osservanza dei precetti generali della Chiesa, da richiedersi
per l’organista in chiesa.
Alcuni eventi propri dello sviluppo della società italiana, echi di altri
avvenuti altrove, segnarono, però, una frattura che incise profondamente
anche sulla musica in chiesa. I mutamenti politici e sociali che
interruppero il flusso di denaro proveniente dall’impianto feudale delle
rendite fondiare, privò le istituzioni della chiesa, dei proventi destinati
alla committenza artistica, anche a quella musicale. Non fu,
quindi,l’oscurarsi della cultura negli uomini di chiesa, né, negli artisti,
l’inaridimento dell’ispirazione suggerita dal sacro, a segnare come uno dei
periodi più poveri di arte per la chiesa e nella chiesa, quello tra l’800 ed
il ‘900.
Di conseguenza, anche il riconoscimento dell’organista considerato come
persona che prestando un’opera professionale dovesse riceverne mercede
adeguata, a poco a poco divenne incerto.
Sembrerebbe che di pari passo con l’emergere della figura dell’organista e
del musicista in chiesa vista come figura di un volontario, si accentui
l’esaltazione delle sue qualità artistiche ed umane insieme con quelle
dottrinali, liturgiche e teologiche: all’organista ( come agli altri
musicisti ) si attribuisce un ruolo morale e funzionale altissimo in quello
che è il più importante ambito della vita della Chiesa: la liturgia, e di
pari passo ci si orienta a non intrattenere dei rapporti di riconoscimento
di lavoro professionalmente inteso con la stessa Chiesa. Esemplari, come
suggello di questo percorso di pensiero e di prassi ( prassi rimasta forse
solo auspicata), sono i seguenti testi:
97. (Tutti coloro che hanno parte nella Musica sacra) devono essere
provvisti, secondo la loro condizione e partecipazione all’azione liturgica,
di una maggiore o minore istruzione circa la sacra Liturgia e la Musica
sacra. E, precisamente:
a) Gli autori o compositori di Musica Sacra devono possedere della sacra
Liturgia una cognizione completa sotto l’aspetto storico, dogmatico e
dottrinale, pratico e rubricale; devono conoscere la lingua latina ed essere
profondamente competenti nelle regole della Musica Sacra e profana, e devono
conoscere la storia della Musica.
b) Gli organisti e i maestri di coro, abbiano un’ampia conoscenza della
sacra Liturgia e conoscano sufficientemente la lingua latina; siano inoltre
talmente competenti della propria arte da poter esercitare degnamente e
competentemente il loro ufficio.
101. E’ desiderabile e bisogna far opera di persuasione affinchè gli
organisti, maestri di coro, cantori, artisti di musica e tutti quelli che
sono addetti al servizio della Chiesa, diano la loro opera per amore di Dio
senza alcuno stipendio. Che se non vogliono dare gratuitamente la loro
opera, la giustizia cristiana e la carità richiedono che i superiori
ecclesiastici stabiliscano per loro una giusta mercede secondo le varie e
legittime consuetudini, tenute presenti anche le prescrizioni delle leggi
civili.
E’, questa, l’Istruzione “De Musica Sacra et Sacra Liturgia”, del 3
settembre 1958 pubblicata dalla Sacra Congregazione dei Riti, nn. 97 e 101.
Sul riconoscimento della professionalità dell’arte musicale nella liturgia,
non v’è dubbio che i propositi ed i programmi enunciati dalle voci, le più
autorevoli della Chiesa dei nostri tempi, siano di alto profilo ed esprimono
profonda considerazione, come è evidente nella Sacrosantum Concilium al n.
112 e nell’Istruzione Musicam Sacram del 1967. Il riconoscimento, invece,
della professionalità dell’artista musicista/organista, non trova ancora una
soddisfacente risposta.
Varie iniziative sono state poste in essere in tempi quasi recenti per
affrontare una soluzione rispondente alle le esigenze di una dignitosa
collocazione dell’organista/musicista nella chiesa italiana. Come è ben
noto, si è stati sul punto di siglare un documento che potesse essere di
partenza per una prima configurazione ufficiale, con tutti gli annessi e
connessi di carattere economico e giuridico.
Il dibattito, in tempi recenti, è tenuto vivo ed aperto dalla Associazione
Italiana Organisti di Chiesa – AIOC – che con impegno e fervido spirito di
servizio per la causa dell’organo e degli organisti in chiesa è diventata
riferimento degli organisti italiani per tutta una serie di iniziative,
contatti, promozioni, dibattiti.
E’ dell’AIOC la bozza di proposta di una Carta degli Organisti – linee guida
per il riconoscimento di diritti e di doveri. Il testo, presente sul sito
dell’Associazione, riflette le riflessioni, le istanze, le problematiche
legate alla figura dell’organista nella chiesa e della sua professionalità
espressa in una presenza che sia anche ministeriale. In tal senso
l’articolato della Carta (sono 11 articoli) spazia dalla formulazione di
principi istituzionali, liturgici e formativi, agli ambiti del rapporto di
lavoro e delle sue implicazioni economiche, dai doveri dell’organista nella
liturgia alle iniziative extraliturgiche, fino al rapporto tra organista,
strumento, fabbricante, produzione di eventi musicali. In tale ottica gli
aspetti diversi e distanti tra loro, della proposta rappresentata da questa
Carta, potranno avere una redazione articolata che consenta di mantenere
distinti gli aspetti giuslavorativi da quelli di una più generica
dichiarazione di intenti. L’approdo di questo dibattito non potrebbe che
essere la stesura di un contratto di lavoro: questo non è confondibile con
la ministerialità.
In questi anni l’AIOC sta assolvendo ad un compito prezioso, quello di
mantenere viva la circolazione di idee, la conoscenza di iniziative e la
sollecitazione di nuove proposte nell’ambito di una ministerialità che,
prima ancora che riconosciuta ed attribuita dalla Chiesa, è stata quasi con
orgoglio tenacemente dichiarata dagli stessi componenti l’Associazione.
LA MINISTERIALITA’ ACQUISITA
E’, questa, una definizione giovane nella storia della liturgia, in qualche
modo una novità assoluta. E’assente del tutto sia il termine sia una
indiretta e adombrata definizione di ministero per l’organista, nel
documento di Pio X, Inter sollicitudines, Motu Proprio de Musica
Sacra, 22 novembre 1903. Il documento cita l’organista solo in
quanto accompagnatore ( n. 12):
Tranne le melodie proprie del celebrante all’altare e dei ministri, le
quali devono essere sempre solo in canto gregoriano senza alcun
accompagnamento d’organo, tutto il resto del canto liturgico è proprio del
coro dei leviti, e però i cantori di chiesa, anche se sono secolari, fanno
propriamente le veci del coro ecclesiastico. Per conseguenza le musiche che
propongono devono, almeno nella loro massima parte, conservare il carattere
di musica da coro (…)E insiste nel rimarcare come il compito dell’organo
(n. 16) sia di solo sostegno …Siccome il canto deve sempre primeggiare,
così l’organo o gli strumenti devono semplicemente sostenerlo e non mai
opprimerlo
e limita gli interventi strumentali (n. 17)
…Non è permesso di premettere al canto lunghi preludi o d’interromperlo
con pezzi di intermezzo.
Anche la Costituzione Apostolica di Pio XI, Divini Cultus Sanctitatem
accenna all’organo ed alle sue soavissime armonie ma non procede
oltre sulla strada di ulteriori definizioni del suo servizio
liturgico
VIII. (…) l’organo, il quale per la sua meravigliosa grandiosità e
maestà, fu stimato degno di disposarsi ai riti liturgici, sia accompagnando
il canto, sia durante i silenzi del coro secondo le prescrizioni della
Chiesa, diffondendo armonie soavissime.
La missione santa compiuta dall’organista nel passo che segue, è tale
nell’ambito di una considerazione più esortativa che attributiva:
…Anche in questo però è da evitare quel miscuglio di sacro e di profano e
che per iniziative i costruttori da un lato, per la arditezze musicali di
alcuni organisti da un altro, va minacciando la purezza della missione santa
che l’organista è nella chiesa destinato a compiere (…)
L’ultima enciclica papale dedicata alla musica, di Pio XII, la Musicae
Sacre Disciplina, del 1955, si limita al definire aiuto l’apporto
della musica, cita degli strumenti musicali ma non i musicisti:
Oltre l’organo vi sono gli altri strumenti che possono
efficacemente venire in aiuto a raggiungere l’alto fine della musica sacra,
purchè non abbiano nulla di profano, di chiassoso, di rumoroso, cose
disdicevoli al sacro rito ed alla gravità del luogo. Tra essi vengono in
primo luogo il violino ed altri strumenti ad arco, i quali, o soli, i
insieme con altri strumenti e con l’organo, esprimono un indicibile
efficacia i sensi di mestizia o di gioia dell’animo (n.30 )
La “Musica sacra per organo” è quella composta per solo organo, la quale
dai tempi in cui l’organo tubolare divenne più idoneo per concerti, fu da
illustri maestri coltivata, e che, se in tutto corrisponde alle leggi della
Musica sacra, conferisce non poco alla solennità della sacra Liturgia
(n. 8 ).
E’ ben lontana l’idea di ministerialità per il musicista/organista nella
liturgia, anche nella De Musica Sacra et de Sacra Liturgia del 1958 della
Congregazione dei riti. Anche in questo documento, infatti, è assolutamente
assente qualsiasi accenno ad una ministerialità, e, cosa interessante, ci si
preoccupa del livello qualitativo dei musicisti:
“tenuta presente la natura, santità e dignità della sacra Liturgia, l’uso
di qualsiasi strumento musicale dev’essere per quanto possibile perfetto. E’
meglio tralasciare il suono degli strumenti (sia del solo organo come di
altri strumenti) piuttosto che usarlo indecorosamente; e generalmente, è
preferibile fare bene piccole cose che sforzarsi di far cose grandi per le
quali mancano i mezzi.
La funzione dell’organista è assente perché si parla piuttosto di strumenti:
Bisogna tener presente la differenza che intercorre tra la Musica
Sacra e la profana. Vi sono strumenti musicali – come l’organo classico –
che per la loro natura ed origine sono ordinati direttamente alla Musica
Sacra; ve ne sono altri che facilmente si adattano all’uso liturgico come
gli strumenti ad arco; vi sono strumenti che, per giudizio comune, sono
talmente propri della musica profana che non possono in modo assoluto
adattarsi all’uso sacro.
Il suono dell’organo, e molto più degli altri strumenti, costituisce “un
ornamento della Sacra Liturgia (...) Sacra Congregazione
dei Riti, Istruzione De Musica sacra et sacra liturgia, 3 settembre 1958.
Il termine ministero compare in questa stessa Istruzione in un
ambito rigidamente gerarchico, quello dei protagonisti nelle azioni
liturgiche. Dopo i presbiteri e gli altri ministri ordinati,sono i laici di
sesso maschile quelli che compiono un esercizio ministeriale nell’azione
liturgica:
“… I laici di sesso maschile, fanciulli, giovani, uomini, quando
sono incaricati dalla competente autorità ecclesiastica a compiere qualche
ministero all’altare o per la Musica Sacra, se compiono tale ufficio nel
modo e nella forma prescritti dalle rubriche esercitano un diretto servizio
ministeriale, ma delegato, alla condizione, se si tratta di canto, che
costituiscano “coro” o “schola cantorum”.
La ministerialità, dunque, come riconoscimento ufficiale nei documenti
di rilievo della Chiesa istituzionale è assente ed è una forzatura
l’affermarla come scontata.
Ci soccorre, però, l’aggettivo “acquisita”.
In qualche modo si potrebbe dire di una Ministerialità conquistata,
per due motivi:
a) Ministerialità acquisita dalle mutate condizioni di impegno
dell’organista in chiesa.
Ci riferiamo, ovviamente al mutamento generato dalla riforma
liturgica conseguente non soltanto alla Sacrosantum Concilium ma anche alla
Lumen Gentium, alla Gaudium ed Spes, insomma alla ecclesiologia scaturita
dal Vaticano II.
Prima del Concilio, gli interlocutori dell’organista, le persone o gli
organismi con i quali egli aveva da confrontarsi, dai quali ricevere
disposizioni, erano i Capitoli, i Vescovi, i Parroci e quanti a vario titolo
gestivano la vita liturgica del luogo delle celebrazioni.
La tipologia stessa, poi, delle celebrazioni, era definita in ambiti e
condizioni tanto precise quanto rassicuranti: ecco quanto ricordava
l’Istruzione già citata della Sacra Congregazione dei Riti, De Musica Sacra
ed Sacra Liturgia, del 1958, ai numeri 3 e 25
Vi sono due specie di Messe: cantata e letta. E’ cantata quando il
sacerdote effettivamente canta le parti da cantarsi prescritte dalle
rubriche; altrimenti è letta. Se la Messa in canto è celebrata con
l’assistenza dei ministri sacri si dice Messa solenne; se si celebra senza
assistenza dei ministri sacri, si dice cantata ( n.3 ).
25. La partecipazione attiva dei fedeli alla Messa solenne si può effettuare
in tre diversi gradi:
a) Il primo grado si ha quando tutti i fedeli danno le risposte liturgiche
cantando
b) Si ha il secondo grado quando tutti i fedeli cantano anche le parti
dell’Ordinario della Messa
c) Il terzo grado, infine, si ha quando tutti gli astanti sono talmente
esercitati nel canto gregoriano che possono cantare anche le parti del
Proprio della Messa: La quale partecipazione totale nel canto è da
raccomandarsi specialmente nelle comunità religiose e nei Seminari.
Se nei nostri tempi possono essere ancora gli stessi prima citati gli
interlocutori degli organisti ed i gestori della vita liturgica dei luoghi
celebrativi, sono, però, completamente ridefiniti i soggetti celebrativi:
popolo, assemblea, gruppi, movimenti, e per ciascuno di questi, e non sono
tutti, repertori diversi e mutevoli. Si consideri, inoltre, che anche per le
solenni celebrazioni pontificali, mollati gli ormeggi dalla banchina e dalla
blindatura del Ceremoniale Episcoporum navighiamo nel mare magnum dei ritmi
celebrativi, dei gusti del cerimoniere e del presidente, con tempi e scelte
che dilatano ogni singola celebrazione o la restringono ad una misera
essenzialità. Si aggiunga ancora la novità assoluta costituita dagli eventi,
anzi, dai grandi eventi: i nuovi mezzi di partecipazione, nella
comunicazione via etere e via cavo, rendono le folle oceaniche di un tempo,
ben poca cosa rispetto alla partecipazione in tempo reale dell’assemblea
globale.
E’ con questi nuovi destinatari, così vari, così mutevoli, così diversi
nell’ambito del medesimo anno liturgico e dello stesso luogo liturgico, che
la professionalità dell’organista si misura e ha acquisito, sul campo, una
ministerialità che richiede, oltre le competenze proprie del musicista,
versatilità, adattabilità, disinvoltura, prima non richieste.
b) Ministerialità acquisita e conquistata sulla frontiera della
innovazione.
L’innovazione di cui si rende ministro, servo e strumento l’organista in
chiesa è quella della comunicazione, della informazione e della formazione.
Se recuperiamo alcuni passi del brano citato dall’opera del Cardinale
Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, può
essere chiaro il motivo di tale ministerialità in questo ambito innovativo:
La cosiddetta “musica classica” – salvo poche eccezioni – si è ormai
relegata in una sorta di ghetto, a cui accedono solo degli specialisti e
anche questi, talvolta, lo fanno forse con sentimenti e predisposizioni
diversi. La musica delle masse si è separata da questa e percorre ormai una
strada differente.
L’organista in chiesa può essere innovatore perché con la sua
professionalità e con il suo servizio introduce una novità, quella di
accostare la gente, con un’intelligente proposta dei repertori della musica
per la liturgia, alla musica che non conosce più, perché nessuno più gliela
propone. E’, il suo, il ministero acquisito nel trasmettere, e dunque
comunicare, musica ignorata; nell’informare chi presenzia alle celebrazioni
da lui accompagnate con l’organo, del fatto che esiste tanta altra musica, e
quindi, essere formatore di menti e di coscienze.
Se l’organista in chiesa sia nel servizio liturgico strettamente inteso sia
mediante i concerti, manteneva viva una conoscenza ed alimentava una cultura
attestata e diffusa, oggi può essere, nella stessa chiesa, operatore
culturale che stando al servizio della liturgia, agisce anche su un piano di
contrasto alla ghettizzazione della grande musica negata alle masse.
La Chiesa, in Italia, è una istituzione che incontra enormi quantità di
singoli e masse, forse l’unica in tal senso. Le 225 Diocesi e le oltre
25.000 parrocchie, per non contare le altre istituzioni religiose come
santuari, luoghi di pellegrinaggio e di incontri che muovono milioni di
persone all’anno, costituiscono una realtà variegata, è pur vero, ma di
sicura consistenza e di estesa presenza tanto quanto nessun altro istituto
giuridico, amministrativo e culturale, eccezion fatta per le scuole. La
Chiesa non può tradire la sua storia di didatta delle intelligenze degli
italiani al culto della bellezza, la più grande, mai esistita nel Paese. La
vita liturgico – musicale, insieme con le iniziative legate alla dotazione
di organi degni, con l’attività di cori e di strumenti nella liturgia e al
di fuori di essa, è una delle forme di ministerialità della Chiesa. Sono
maturi i tempi perché sia studiato , organizzato e gestito, nell’ambito di
tale ministerialià, il servizio e l’impegno professionale del
musicista/organista nella chiesa.
Roma, 21 novembre 2008
Fonte : www.organisti.it
Nota : Vincenzo de Gregorio è Consigliere
AIOC ad honorem, Sacerdote della Chiesa di Napoli, già Direttore del
Conservatorio "S. Pietro a Majella" di Napoli, Organista titolare della
Cattedrale di Napoli.