| ARTCUREL:
Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| CULTURA : ecologia : attesa del creato , riflessioni su alcuni capitoli del Genesi |
Vilma Baricalla
L'attesa del creato , Riflessioni su alcuni capitoli del Genesi
Questo scritto è apparso nel libro
Le creature dimenticate a cura di L. Battaglia,
Macro edizioni, Cesena, 1995, pp. 1-23
Attenzione: questo scritto contiene caratteri speciali
che potrebbero essere visualizzati in maniera non corretta.
Per
evitare ciò si consiglia di aprirlo con versioni recenti dei
browser, facendo attenzione a porre la giusta "codifica carattere".
In alternativa si consiglia di aprirlo nella versione in formato .doc
cliccando qui
![]()
«all’inizio della Genesi è
scritto che Dio creò l’uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e
gli altri animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo, non da un
cavallo. Non esiste alcuna certezza che Dio abbia affidato davvero all’uomo il
dominio sulle altre creature. È invece più probabile che l’uomo si sia inventato
Dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca o sul cavallo.
Sì, il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale
l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più
sanguinose»1.
Così Milan Kundera accusa la Bibbia e il
cristianesimo di essere alla base di una morale che giustifica la prevaricazione
dell’uomo, la specie più forte, sulle altre specie più deboli, poste in una
situazione di inferiorità.
In effetti, considerando la storia dei pensiero
nel suo complesso, non si può negare che considerazioni teologiche e «religiose»
affiancarono spesso il processo di sottomissione della natura e di sfruttamento
degli altri viventi, messo in atto dall’uomo occidentale. Riferendosi al terzo
capitolo del Genesi, Bacone esaltò il progresso tecnico e materiale, che
avrebbe restituito all’uomo la piena padronanza sulla natura, datagli da Dio e
successivamente sottrattagli a causa del peccato. Quasi come una crociata, la
sottomissione del creato, «ribelle» per maledizione divina, rappresentava il
ritorno allo stato di grazia della prima creazione, il ripristino di quell’antico,
e legittimo dominio che l’uomo aveva ricevuto da Dio2.
Con queste e con altre analoghe considerazioni,
il possesso materiale della natura veniva quasi santificato. L’interesse
del dominio e dello sfruttamento veniva inglobato in un ideale di operatività
cristiana, volta al miglioramento e al benessere dell’uomo.
Queste idee, portate avanti nell’età moderna e
ispirate al principio laico del progresso materiale, potevano tuttavia
affermarsi grazie ad una cultura già esistente.
La visione che pone l’uomo al vertice della
creazione, infinitamente superiore agli altri esseri, creati per lui,
apparteneva già da tempo al mondo occidentale e cristiano.
Quella scala di creature, che Tommaso d’Aquino -
riprendendo Aristotele - descriveva nella sua cosmologia, sembrava rispecchiare
l’ordine della creazione, così come è descritto nel primo capitolo dei Genesi.
Collocato al gradino più alto della scala,
l’uomo, creatura privilegiata da Dio, poteva legittimamente servirsi dei resto
dei creato, anche se ciò comportava l’uccisione di altri esseri viventi3.
Nel nono capitolo del Genesi, del resto, è anche scritto che Dio ha dato
agli uomini gli animali come cibo, sottoponendo «tutto ciò che ha moto e vita»
al potere umano (Gen. 9,3)4.
Tutte queste considerazioni inducevano a
sostenere l’irrilevanza morale del comportamento dell’uomo, «creato a immagine e
somiglianza di Dio» (Gen. 1,26), nei confronti delle altre creature, che,
prive di ragionevolezza ed incapaci di amicizia, non avevano diritto alla
compassione né alla carità5.
Se dunque la visione strumentale della natura e
la sua concreta sottomissione sono frutto dell’età moderna, non si può negare
che riferimenti biblici e riflessioni teologiche contribuirono non poco alla
formazione di quell’atteggiamento di indifferenza morale verso la natura e gli
altri esseri viventi, che caratterizza il mondo occidentale.
Considerando questo quadro, non si possono
definire infondate le affermazioni di coloro che, in passato come oggi, hanno
considerato il cristianesimo responsabile della diffusa insensibilità verso gli
esseri viventi non umani, che pesa ancora nel mondo contemporaneo6.
Indubbiamente, lo sviluppo del pensiero cristiano
nella cultura occidentale ha seguito prevalentemente il percorso che qui si è
denunciato. Della Bibbia si è data una lettura fortemente
antropocentrica.
Di fronte a ciò, nasce l’esigenza di riesaminare
il testo biblico, al fine di verificare se quell’interpretazione strumentale del
mondo come finalizzato all’uomo, risponde o meno al senso biblico e
cristiano della creazione. Nasce l’esigenza di comprendere in quale modo
l’uomo può biblicamente rapportarsi al creato e al mondo che lo circonda.
Il Genesi riporta
due racconti della creazione, che presentano diversità di caratteri e motivi
ispiratori. Secondo le ipotesi documentarie, essi risalgono a differenti epoche
e tradizioni.
Il primo racconto (1,1 - 2,4a) viene attribuito
ai circoli sacerdotali del Tempio di Gerusalemme e rivela un intenso lavoro di
elaborazione teologica. Esso viene datato all’incirca intorno ai secoli VI-V a.C.,
epoca in cui gli ebrei si trovavano prigionieri a Babilonia e in cui si
auspicava un destino migliore per il popolo di Israele. Risente di un clima di
attesa. Presumibilmente nella stessa epoca vennero scritti i libri profetici.
Il secondo racconto (2,4b - 3,24), che si suppone
più antico (sec. X-IX a.C.), è attribuito alla tradizione jahwista, così
chiamata perché designa Dio con il nome Jahweh. Esso risale
presumibilmente al periodo salomonico, epoca in cui le relazioni diplomatiche e
i matrimoni del sovrano creavano un clima di intensi scambi con le altre
culture, anche quelle del vicino oriente. Nato probabilmente per la formazione
del sovrano, utilizza anche simboli e materiale mitologico delle culture vicine.
Il primo racconto riportato
nel Genesi descrive la creazione dell’universo. L’atto del creare è
indicato con il verbo bārā’ che nella Bibbia è utilizzato solo in
riferimento all’azione di Dio. Esso implica che Dio ha creato dal nulla
tutte le cose (v. 1: «il cielo e la terra»)7.
Secondo il racconto di Genesi 1, la
creazione avviene attraverso la parola. «E Dio disse»: con questa
formula, che ricorre dieci volte nel testo8, Dio svolge la sua
attività creatrice.
Tuttavia, prima di seguire la descrizione
minuziosa delle varie fasi dell’attività divina, merita particolare attenzione
il v. 2: «la terra era deserta e vuota, le tenebre ricoprivano l’abisso e lo
Spirito di Dio aleggiava sopra la superficie delle acque».
Questo versetto fa riferimento a quello stadio
primordiale di caos, in cui gli elementi erano confusi, poiché la parola non
aveva ancora operato la loro separazione. Allora, sulle acque melmose della Tehôm,
l’oceano primordiale, «aleggiava lo Spirito di Dio».
Che funzione ha lo «Spirito di Dio» (rûach
’Elōhîm) nella creazione?
Il mondo moderno e la cultura occidentale hanno
concepito il Creatore quasi esclusivamente in termini di trascendenza: Dio
Creatore è superiore e trascendente rispetto al creato.
Eppure quello «Spirito di Dio» che «aleggiava
sopra la superficie delle acque» fornì - e fornisce tutt’oggi - spunti
interpretativi interessanti. L’interpretazione controversa dell’espressione
rûach ’Elōhîm merita un cenno.
La parola ebraica rûach può
indicare una pluralità di significati: «vento», «alito», «respiro», «soffio
vitale», «spirito»9. Pur tradotta con il termine neutro pnèuma
nella versione greca dei LXX e con il maschile «spiritus» nella Vulgata,
la parola ebraica rûach, di genere femminile, suggerisce la
considerazione che la presenza divina nella creazione vada recuperata con
metafore anche di tipo femminile10.
Un riferimento all’elemento femminile le venne
attribuito da coloro che la identificarono con la Sofia-Sapienza, discesa dal
Pleròma, o mondo superiore, per unirsi, come Madre, con l’elemento maschile,
simboleggiato dalle «acque»11.
Compreso come un principio cosmico vivificatore,
immanente all’universo, analogo alla platonica «anima del mondo» e allo stoico «pnèuma»12,
lo «Spiritus Dei» di Genesi 1,2 venne infine spiegato come trascendente
dai Padri della Chiesa, che lo identificarono con lo Spirito Santo13.
Per indicare il ruolo dello Spirito Santo nella
creazione, Gerolamo fece riferimento ad una funzione che richiamava ancora una
volta l’elemento femminile. L’azione dello Spirito di Dio, che stava sopra le
acque nel creare il mondo, fu spiegata con i verbi latini «incubabat», «fovebat»,
cioè «covava». Quest’espressione suggerisce l’immagine di una partecipazione
quasi materna di Dio alla creazione. Lo stesso Gerolamo osservò che, come un
uccello cova l’uovo, così lo Spirito di Dio fecondò e vivificò il mondo14.
Ciò richiama miti cosmogonici fenici, che vedono il mondo come un gigantesco
uovo, covato da Dio15.
Anche se quasi tutte queste interpretazioni oggi
sono scartate16 gli interrogativi sull’effettivo ruolo svolto da
rûach ’Elōhîm nella creazione rimangono aperti.
Tradotta in modi diversi, ridotta da alcuni
commentatori ad un «vento impetuoso», che agitava le acque dell’Oceano
primordiale17, quest’espressione è intesa, ancor oggi, dai più come
«spirito di Dio»18 e induce a cogliere la «forza creatrice», la
«presenza di Dio nella sua creazione»19.
Essa richiama anche il «soffio» divino:
«L’apertura della tua bocca (= parola) è un soffio di vento; è la vita del
paese».
Con questa citazione, tratta dall’inno del dio
Marduk, Testa parla di rûach-dābār: l’alito di Dio,
unito con la parola creante dei vv. 3-31, diviene forza creatrice20.
«Dio creò i cieli con la sua parola, l’alito
della sua bocca li adornò». Così è scritto nel Salmo 33,6.
Forse, la presenza di rûach ’Elōhîm
è ciò che rende possibile la creazione degli esseri viventi.
Non si può, del resto, non mettere in relazione
l’espressione di Genesi 1,2 con quel soffio divino, quel
respiro, che dal Creatore si comunica a ciascun vivente e lo tiene in vita.
Così è scritto nel Salmo 104: «togli loro il respiro (rûach),
/ svaniscono e ritornano nella polvere./ Mandi il tuo respiro (rûach),
così sono creati, / e rinnovi il volto della terra» (Sal. 104, 29-30).
L’attività di Dio si
esplica in sei giorni (vv. 3-31).
Dall’oceano primordiale della Tehôm
inizia la separazione degli elementi.
Al comando creante della parola divina si
fa luce; poi Dio separa la luce dalle tenebre. «Fu sera e fu mattina: un giorno»
(v. 5b). Col primo giorno, inizia il tempo della creazione, descritta
nelle sue varie fasi.
Nel secondo giorno, Dio fa sorgere il firmamento,
che divide le acque inferiori, che stanno sulla terra, da quelle superiori, che
generano la pioggia21 (vv. 6-8).
Poi, il terzo giorno, Dio riunisce le acque della
terra e appare l’«asciutto» (v. 9). Sulla terra nasce la vegetazione.
Considerata priva di vita (nefeš), la
vegetazione nasce per una forza insita nella stessa terra, che ha questo potere
produttivo: Dio ordina alla madre-terra di germogliare (v. 11). La generazione
dei vegetali non richiede il diretto intervento divino.
Dopo che, il quarto giorno, la parola creante ha
generato i «luminari» dei cielo - il sole, la luna e le stelle - il quinto
giorno Dio crea (bārā’) gli animali (v. 21).
L’intervento diretto del bārā’ divino
sottolinea l’importanza dell’avvenimento. Nel testo, questo verbo è utilizzato
solo in tre occasioni: riferito alla totalità dell’universo («il cielo e la
terra» dei v. 1)22, in occasione della creazione degli animali, delle
acque e dei cieli (v. 21); riferito alla creazione dei genere umano, in
occasione della quale viene citato tre volte (v. 27).
I «viventi» nascono non solo in virtù della
parola; per essi è necessaria la diretta azione creatrice di Dio. Ciò implica
tra il Creatore e la creatura un rapporto più immediato e diretto23.
Dio crea i grandi cetacei24, tutti gli
«esseri vitali guizzanti, di cui brulicano le acque», i volatili alati, cioè gli
insetti e gli uccelli25.
La creazione dei quinto giorno si conclude con la
benedizione degli animali, del loro procreare, crescere e moltiplicarsi (v. 22).
Il sesto giorno, con la comparsa sulla terra del
bestiame, dei rettili, delle fiere, il quadro della generazione degli animali è
completo (vv. 24-25).
Nello stesso giorno, dopo gli animali, è creato
l’uomo (vv. 26-28).
Fatto a «immagine e somiglianza» di Dio,
nell’ambito della creazione, l’uomo ha un ruolo speciale: a lui Dio affida il
dominio «sopra i pesci dei mare», sugli uccelli del cielo e su «tutti gli
animali che si muovono sopra la terra» (v. 26).
Creati gli uomini, maschio e femmina, Dio dà loro
la sua benedizione: «Riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui
pesci del mare, sui volatili dei cielo, sul bestiame e su ogni essere che
striscia sulla terra» (v. 28).
Spesso i vv. 26-28 sono
stati utilizzati per legittimare un potere dispotico dell’uomo sugli altri
viventi. «L’uomo sarebbe a immagine di Dio grazie alle sue facoltà di
intelligenza, di giustizia, di amore, di volontà, di elevazione spirituale.
L’uomo si distinguerebbe dal regno animale per la sua individualità, per la sua
ingegnosità, per le sue creazioni, per il suo libero arbitrio. Tutte queste
asserzioni si basano prevalentemente su una visione occidentale dell’uomo, sul
suo narcisismo e su un certo disprezzo per le altre creature. Del resto non
sappiamo nulla dei rapporti tra Dio e gli animali!».
Così Castel commenta il fraintendimento di questi
versetti26.
Oggi gli esegeti sono d’accordo nell’interpretare
il «dominio», che Dio ha dato all’uomo sugli animali, non in senso dispotico, ma
come l’affidamento di un compito.
Se il verbo kābaš, reso con «soggiogare»,
non vuol significare l’esercizio di un potere illimitato sulla terra, il verbo
rādâ tradotto generalmente come «dominare», non va interpretato in senso
dispotico. Esso può essere inteso piuttosto come «amministrare», «governare»,
«dirigere» o, meglio ancora, «pascere», «guidare».
Il ruolo, che l’uomo deve esercitare nei
confronti degli animali, può essere paragonato alle funzioni del pastore o del
re: come un pastore accudisce e guida le greggi, così l’uomo «fa pascolare» e
«guida» gli animali come un sovrano amministra il suo popolo, così l’uomo
«governa» gli animali27. A tal proposito, va ricordato anche che,
presso il popolo di Israele, l’esercizio del potere sovrano non è mai assoluto:
il re non deve essere idolo (selem) e spesso i profeti misero il popolo
in guardia verso i sovrani che volevano essere adorati come dèi28.
Il conferimento all’uomo di un dominio sugli
animali equivale pertanto all’affidamento di una responsabilità. Delegato di
Dio, creato a sua «immagine e somiglianza», l’uomo deve rispettare la bontà
della creazione e salvaguardare la vita sulla terra, conformandosi al piano
divino.
Dalla prima comparsa della luce, come un
ritornello, l’opera della creazione è stata accompagnata dall’espressione: «e
Dio vide che era cosa buona». Per sei volte, prima della creazione dell’uomo,
Dio si è soffermato a guardare la sua opera e ne ha constatato la bontà. Il
racconto sacerdotale sottolinea che, anche a prescindere dall’esistenza
dell’uomo, il mondo creato è intrinsecamente buono, tale da suscitare il
compiacimento divino29.
In questa senso, l’uomo deve avere sul creato lo
sguardo di Dio.
«L’uomo a immagine e somiglianza di Dio. In
pratica, che sappiamo di Dio in questa prima pagina? Dio è colui che mette
ordine nel caos primitivo e che emette un giudizio su tutte le sue opere, che
vede che l’essere creato è cosa buona. L’uomo, a immagine di Dio, regna sulla
terra; regna per lottare contro tutte le forze oscure, per far trionfare la
luce. L’uomo, al seguito di Dio è chiamato a realizzare, fabbricare, procreare,
ma non importa come; a immagine di Dio, deve domandarsi se ciò che egli fa nel
quadro della creazione è buono. Egli agisce sulla terra ma è sotto il cielo, e
bisogna che il suo giudizio corrisponda a quello di Dio. Altrimenti l’uomo
diventa l’idolo di se stesso»30.
Del resto, tra le creature, solo gli animali sono
sottoposti al «dominio» umano. Questo implica l’esistenza di un rapporto di «relazionalità»,
che l’uomo ha con l’animale, ma che non ha con il resto del creato31.
Ciò appare ancor più chiaramente dai vv. 29-30,
in cui Dio pone le regole della sopravvivenza e da cui emergono i rapporti con
le altre creature: «Ecco, io vi dò ogni pianta che fa seme su tutta la
superficie della terra e ogni albero fruttifero che fa seme: questi vi
serviranno per cibo. E a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del
cielo e a tutto ciò che sulla terra si muove e che ha in sé anima vivente, io dò
l’erba verde per cibo» (vv. 29-30).
L’assegnazione del cibo accompagna spesso i
racconti della creazione32. Con il cibo, il creatore assicura la
sussistenza in vita degli esseri creati.
In questi versetti, tuttavia, il provvedimento
divino è tale da non comportare spargimenti di sangue: l’alimentazione è
assicurata dai vegetali, privi di vita33. La sopravvivenza non
richiede l’uccisione di esseri viventi. Uomini e animali sono vegetariani.
«Il nostro racconto [...] accosta [...] in
maniera sorprendente l’uomo all’animale. Sono entrambi creati nello stesso
giorno e, come esigono le necessità corporali, si assidono alla stessa tavola
(K. Barth). La lotta e l’uccisione pertanto non sono entrate nel mondo per
l’ordinamento e il comando di Dio [...]. Nessuno spargimento di sangue nel regno
animale e nessuna aggressione mortale da parte dell’uomo. Questa dichiarazione
di Dio introduce dunque una chiara delimitazione nel diritto dell’uomo alla
sovranità»34.
Generati nello stesso giorno, gli animali sono
posti al fianco dell’uomo, in un rapporto di reciproco rispetto. Come l’uomo
sono stati benedetti, come l’uomo si moltiplicheranno e riempiranno la terra.
L’uomo deve guidare gli animali e quale cibo deve servirsi della vegetazione. Il
mondo della prima creazione esclude ogni forma di violenza. È un quadro
idillico, pacifico e vegetariano35.
Riferendosi alla globalità della sua opera, a
questo stato di pace e di armonia tra gli esseri viventi, Dio constata che tutto
ciò è «molto buono»: «E così fu. E Iddio vide che tutto quello che aveva fatto,
ed ecco, era molto buono» (v. 31).
Spesso si è interpretata quest’espressione
riferendola unicamente alla creazione dell’uomo36. Essa, in realtà,
nel testo biblico, compare dopo che Dio ha rivolto il suo sguardo all’intera
creazione, alla quale ha dato la sua legge. Essa va intesa pertanto come rivolta
alla globalità dell’opera divina, approvata da Dio, rispondente alla
realizzazione del suo piano e quindi «molto buona»37.
La cessazione dell’attività
creativa suggella la bontà dell’opera di Dio. Il compimento della creazione
coincide con il settimo giorno, il giorno del riposo divino (2, 1-2). Il
sabato è il fine della creazione.
«di cosa mancava il mondo? Del riposo! Venne il
Sabato - venne il riposo, e così l’opera della creazione fu interamente
compiuta». Così scrive il commentatore ebreo medioevale Rashi di Troyes38.
A questi versetti fa riferimento il precetto del
Decalogo che impone l’osservanza del riposo sabbatico: «Ricordati del
giorno del riposo, per santificarlo. Per sei giorni lavorerai e attenderai alle
opere tue, ma il giorno settimo è giorno di riposo per il Signore, Iddio tuo;
non fare in quello alcun lavoro, né tuo figlio, né tua figlia; né il tuo servo,
né la tua serva, o il tuo bestiame, o il forestiero, che è dentro alle tue
porte; poiché in sei giorni il Signore fece il cielo e la terra e il mare e
tutto quello che essi contengono, ma il settimo giorno si riposò: per questo il
Signore benedì il giorno di sabato e lo santificò» (Es. 20, 8-11).
Il settimo giorno è giorno di riposo; uomini e
animali si asterranno da ogni attività lavorativa. È il riposo di Dio. È il
riposo del creato. È scritto nel Berešit Rabbâ: «Tutto il tempo che le
mani del suo Autore le toccavano, le opere si andavano completando [...]; quando
le mani del loro Autore si ritrassero da esse, ebbero calma. E si riposò
(Es. 20,11). Diede riposo al suo mondo»39.
Il precetto sabbatico rappresenta la pace
con la natura. L’uomo, gli animali e, ogni sette anni, la terra devono riposare40.
«Nella quiete sabbatica gli uomini [...]
riconoscono il carattere inviolabile del creato come proprietà divina»41.
«L’osservanza del sabato, in fondo, è il vero
culto che, secondo il Decalogo, prestano a Dio l’uomo e l’animale»42.
È giorno di preghiera, di contemplazione.
Questo giorno, che smentisce il mito occidentale
dell’azione e dell’operosità, viene da Dio benedetto e santificato (2,3).
La benedizione e la santificazione del sabato non
hanno carattere particolare, non sono riferite all’una o all’altra creatura, ma
si riferiscono a tutto l’universo, al «cielo», alla «terra» e a «tutte le loro
schiere» (2,1). Esse hanno dimensione cosmica.
Compimento e fine della creazione, questo è
l’unico dei sette giorni, in cui non cala la sera. Il consueto ritornello «Fu
sera e fu mattina» non si ripete per il sabato. La pace universale, il riposo di
Dio nel creato43 si aprono a un «tempo eterno» e rappresentano «la
speranza ed il futuro di tutte le creature»44.
In questo senso, la visione della creazione è
anche quella della redenzione. L’iniziale armonia dei creato diviene, per le
creature, motivo di speranza e, per il Creatore, termine ultimo del piano di
salvezza.
Riferendosi al settimo giorno della creazione,
così scrive Moltmann: «Dio si manifesta nell’intero creato e la creazione intera
è rivelazione e specchio della sua gloria. È il mondo redento»45.
Berē’šît,
«in principio». Così inizia il primo capitolo del Genesi.
«Perché l’universo è stato creato con la ב,
bet?» ci si domanda nel Berešît Rabbā. Tra le numerose risposte, una
è la seguente: «Perché essa è l’iniziale della parola běrākāh,
benedizione, e non (è stato creato l’universo) con la א, alef, ch’è
l’iniziale della parola ’ǎrîrāh, maledizione»46.
Il racconto sacerdotale, in effetti, descrive un
mondo benedetto da Dio. Se la benedizione divina è implicita nel versetto
iniziale, essa diviene esplicita, oltre che in particolari momenti dell’attività
creativa, al compimento dei settimo giorno, quando «i cieli e la terra e tutte
le loro schiere» sono stati ultimati.
La benedizione della creazione significa la sua
bontà e, al tempo stesso, la sua sacertà.
L’espressione «e Dio vide che era cosa buona» non
indica soltanto l’intrinseca bontà del creato. Essa ricorre sette volte47
e il numero sette, per Israele, è il numero della perfezione e dell’armonia.
Esso ha carattere sacrale: nel testo, altre formule fanno riferimento al numero
sette48. In sette giorni Dio ha creato l’universo.
Secondo la critica letteraria, si tratta di un
testo liturgico, destinato alla celebrazione cultuale. Lo rivelano: lo schema,
la struttura, i parallelismi delle formule, i frequenti richiami numerici,
soprattutto del numero sette.
Si tratta di un inno, che forse veniva cantato
per la santificazione liturgica della settimana.
In quest’inno, Dio è lodato attraverso il creato
«in quell’immenso santuario che è il cosmo»49. in questa celebrazione
corale di Dio, dove tutte le creature sono come «i celebranti di una liturgia di
cui il mondo è il tempio»50, l’uomo ha certamente un ruolo speciale.
Tuttavia, l’ispirazione del testo è teocentrica, e non antropocentrica. Fine di
questo racconto della creazione è la glorificazione di Dio.
In questa liturgia cosmica, a cui partecipano
tutte le creature, l’uomo svolge le veci del sommo sacerdote, ma non è lui il
fine della creazione51.
Significativo quanto scrive Ravasi: «L’uomo [...]
dovrebbe essere il liturgo della creazione, colui che rende visibile e udibile
l’implicita e segreta lode che sale al Creatore dal sole e dalla luna, dalle
<stelle fulgide>, dai mostri marini, da tutti gli abissi, dal fuoco, dalla
grandine, dalla neve e dalla nebbia, dal <vento di bufera>, dalle colline, dagli
alberi da frutto, dai cedri, dalle fiere e dalle bestie, dai rettili e dagli
uccelli, come canta il Salmo 148»52.
Assai simile al Salmo 148, citato da Ravasi, è il
Cantico del profeta Daniele (3,57-90), altra preghiera biblica, rivolta a Dio
dal creato. Il Cantico è una lode al Signore, a cui sono invitate a partecipare
tutte le creature: i cieli, le acque, il sole e la luna, gli astri dei cielo, la
pioggia, la rugiada, e tutti «i germogli della terra», i «mostri marini e tutto
ciò che si muove nelle acque», tutti gli uccelli del cielo, gli animali
«selvaggi e domestici» (Dan. 3, 57-81).
L’ispirazione di queste lodi a Dio attraverso il
creato non è molto lontana da quello spirito che indurrà Francesco d’Assisi ad
«invitare tutti i volatili, tutti gli animali, tutti i rettili ed anche le
creature inanimate a lodare e ad amare il Creatore»53.
L’ampiezza cosmica del
testo sacerdotale non compare nel racconto jahwista (2,4b - 3,24), la cui
attenzione è dedicata prevalentemente all’uomo. L’uomo è visto nelle sue
concrete condizioni di vita e nelle sue relazioni con ciò che lo circonda: con
la terra, con la natura e la vegetazione, con gli animali, con la donna. Si può
dire che la storia del racconto jahwista è una storia di relazioni.
Rispetto a Genesi 1, l’ordine della
creazione è diverso: la prima creatura che compare è l’uomo.
Prima ancora che l’uomo venga generato, è messo
in luce il suo rapporto con la terra: l’uomo è plasmato perché deve prendersi
cura della terra, arida per l’assenza non solo della pioggia, ma anche dell’uomo
che la coltivi (2, 5).
Il legame dell’uomo con la terra emerge dalla
stessa etimologia: ’ādām è il nome dell’uomo, ’ǎdāmâ, quello della
terra.
L’uomo deve coltivare la terra (2,5), è plasmato
con il fango della terra (2,7) e riceve da Dio l’incarico di «coltivare» e
«custodire» il giardino di Eden (2,15).
La creazione è affidata al lavoro dell’uomo,
visto nei suoi concreti ed attivi rapporti con la natura. «Il mondo non è né
divinizzato né demonizzato»54. L’uomo deve «coltivare» il giardino di
Eden, ma anche «custodirlo», salvaguardandone l’ordine e l’integrità. Il lavoro
umano non può deturpare il mondo naturale.
I verbi usati ’ābad (coltivare) e šāmar
(custodire) hanno entrambi un profondo significato religioso. L’uno si riferisce
anche al servizio dei culto e ai rapporti con Dio; l’altro è usato anche per
indicare la fedeltà a Dio con l’osservanza della legge. L’uomo è responsabile
dinanzi a Dio del giardino della creazione.
Lo stesso principio, che ispira il riposo
sabbatico, compare nel racconto jahwista. C’è il senso del rispetto del
creato.
Poi Dio disse: «Non è affatto bene che l’uomo sia
solo: gli voglio fare un aiuto a lui corrispondente» (2,18). Così Dio formò gli
animali.
Plasmati, come l’uomo, con il fango della terra,
gli animali sono posti al suo fianco, per colmare il vuoto della sua solitudine.
Come il testo sacerdotale, anche il racconto
jahwista della creazione descrive la vicinanza tra l’uomo e l’animale. Generati
entrambi dalla terra, essi sono legati da un rapporto di compagnia e di aiuto. A
tale scopo, Dio ha condotto gli animali all’uomo; a tale scopo glieli ha
affidati. La successiva generazione della donna, destinata ad appagare
pienamente Adamo (vv. 21-25), nulla toglie al fine per cui Dio ha creato gli
animali55.
Agli animali l’uomo dà un nome. Secondo la
concezione dell’antico Oriente, l’imposizione del nome è un gesto che indica
l’assunzione di un’autorità; esso comporta un potere sovrano, ma anche una
responsabilità. Il rapporto che, secondo questo racconto, deve intercorrere tra
l’uomo e l’animale è analogo a quello indicato in Genesi 1 (vv. 26 e 28)56.
Scrive Moltmann: «Non si tratta soltanto di un
atto di autorità: ora gli animali entrano nella comunione linguistica degli
esseri umani. Non si parla mai di un’ostilità fra uomini e animali e neanche di
un diritto che l’uomo avrebbe di ammazzarli. Gli esseri umani saranno dei «giudici
di pace»57.
Gli animali entrano nell’ambito umano. Essi sono
familiari all’uomo; l’uomo li può conoscere. Dell’uomo condivideranno il destino58.
Il peccato dell’uomo
sconvolge l’armonia della creazione. I rapporti di serena convivenza tra l’uomo
e Dio, l’uomo e la donna, gli esseri umani e la natura vengono meno.
Entra in scena il serpente, «il più astuto tra
tutti gli animali della campagna» (v. 1), simbolo, in realtà, del peccato,
dell’idolatria, dell’ambizione, della tentazione, che costantemente insidia
l’animo umano59.
L’uomo, tentato dal serpente, cioè dalla
sua arroganza e dal suo orgoglio, troppo presume di sé e pretende di sostituirsi
a Dio. Trasgredisce così l’ordine divino e viola le regole stabilite per il
sacro giardino della creazione.
Al piano di Dio l’uomo ha sostituito il suo
progetto alternativo. La terra è maledetta, la natura diviene ostile: «la terra
sarà maledetta per causa tua; con lavoro faticoso ricaverai da quella il tuo
nutrimento per tutti i giorni della tua vita, essa ti produrrà spine e triboli»
(3,17-18); «col sudor della tua fronte mangerai il pane» (3,19).
Con il peccato e la punizione divina, il rapporto
tra l’uomo e la terra risulta capovolto: se prima la terra era bisognosa della
coltivazione (2,5.15) e della custodia (2,15) dell’uomo, ora sarà l’uomo a dover
dipendere dal lavoro della terra, divenuta ostile e ribelle.
Il rapporto con la terra, inoltre, prima simbolo
della generazione, ricorda ora all’uomo la sua mortalità: «Poiché tu sei polvere
e nella polvere ritornerai» (3,19).
Come i falsi dèi, e come i sovrani che si
atteggiano a dèi, così anche l’uomo, fatto in realtà di terra, si romperà come
un idolo di argilla.
Ecco espressa quella caducità umana, che ispirerà
a Qoèlet espressioni come questa: «la sorte degli uomini e quella delle bestie è
la stessa; come muoiono quelli, muoiono queste [...] tutt’e due sono usciti
dalla polvere e tutt’e due ritornano nella polvere» (Qo. 3, 19-20). Così
l’Autore dell’Ecclesiaste rileverà la parità di condizione tra l’uomo e
l’animale, legati da una comune origine e, forse, da uno stesso destino (cfr.
3,21: «Chi sa se il soffio vitale dell’uomo sale in alto e quello della bestia
scende sotto terra?»).
Il riferimento alla polvere della terra è
sinonimo di creaturalità e altrove ricorre, nell’Antico Testamento,
come espressione del ridimensionamento dell’uomo, che deve essere riportato al
senso dei suoi limiti (Giob. 42,6).
Dopo la punizione divina, Adamo dà un nome alla
donna: «L’uomo chiamò la sua donna <Eva> (vita), perché essa è divenuta la madre
di tutti i viventi» (v. 20).
Inizia l’avvicendarsi delle morti e delle
nascite, inizia il succedersi dei viventi e delle loro generazioni. Affinché non
possa attingere il frutto dell’albero della vita, Adamo è cacciato dal giardino
dell’Eden.
Il male, l’inimicizia, la disarmonia sono entrati
ormai nei rapporti tra le creature. La disonestà, la violenza, il dolore, la
morte compongono il quadro di questo mondo desolato.
La corruzione ed il male, che regnano nella
creazione, ispireranno a Osea questa descrizione: «ovunque spergiuri, /
menzogne, omicidi e latrocini, adulteri, / violenze e sangue che provoca sangue.
/ Ecco perché il paese è in lutto / e chiunque vi abita deperisce; / perfino le
bestie dei campi, / gli uccelli dei cielo / e i pesci del mare scompaiono» (Os.,
4,2-3)60.
Il racconto riportato ai
capitoli 4-8 narra la corruzione dei discendenti di Adamo, la riprovazione
divina, la decisione di Dio di sterminare i viventi, le indagini del diluvio che
colpisce la creazione. Secondo le ipotesi documentarie, le tradizioni jahwista e
sacerdotale si alternano e s’intrecciano nel racconto. Pur individuabili per
diversità di ispirazione, esse non verranno menzionate, nel breve cenno che
verrà dato delle vicende del diluvio.
Sembra invece risalire interamente alla
tradizione sacerdotale il testo del capitolo 9 (1-17), che descrive la
situazione dopo il diluvio, i nuovi rapporti tra l’uomo e il creato e tra Dio e
la creazione.
La malvagità e la violenza
hanno riempito la terra.
Il diluvio universale, con cui Dio decide di
sterminare «ogni mortale» (6, 13), è più che una punizione. È una distruzione
dell’ordine creato: «Nell’anno 600 della vita di Noè, il secondo mese, il
diciassette dei mese, in quel giorno irruppero tutte le fonti dei grande abisso
e le cateratte del cielo si aprirono» (7,11).
La separazione delle acque, operata nel secondo e
nel terzo giorno della creazione (1,7-9), viene annullata. Col diluvio, tornano
ad unirsi le acque dei cieli e quelle della terra, che, nel secondo giorno,
erano state divise dalla creazione dei firmamento (1,7). L’«asciutto», apparso
il terzo giorno della creazione (1,9), è ormai sommerso. Dio distrugge lo spazio
vitale che aveva creato. È il ritorno al caos primordiale (1,2). Si rinnova il
volto della terra.
Solo Noè e gli animali che, a coppie per ogni
specie, sono saliti nell’arca61 vengono salvati.
La punizione divina ha colpito la creazione. Si è
placato l’animo di Dio. Ma il diluvio non rappresenta l’eliminazione del male:
«i disegni del cuore dell’uomo sono malvagi sin dalla sua infanzia» (8,21).
Dopo il diluvio, nuove leggi sostituiscono le
antiche.
Il testo (9,1-17), di elaborazione sacerdotale,
richiama quello di Genesi 1. Qui l’uomo esercitava un dominio benevolo
sugli animali. L’unico cibo era la vegetazione.
Ora lo stato di pace e non violenza della prima
creazione non è più possibile. I rapporti tra le creature sono comunque
alterati: l’uomo incuterà «paura» e «terrore» a tutti gli animali (9,2); il suo
dominio da benevolo si trasformerà in tirannico.
Dio riconosce la violenza, che si è insinuata tra
i viventi, e fa delle concessioni: «tutto ciò che si muove e ha vita sarà vostro
cibo; io vi dò tutto, come già i verdi erbaggi» (9,3).
In questa creazione rinnovata non vige più un
regime alimentare esclusivamente vegetariano; l’uomo si ciberà della carne degli
animali.
Qualche esegeta, traducendo il termine remeś
come «ciò che striscia», riduce la concessione ai rettili e ai soli animali a
sangue freddo62.
Tuttavia, la maggior parte degli interpreti
intende in senso lato la disposizione divina.
Si tratta, osserva Von Rad, di un «ordinamento di
emergenza»63. Dio concede gli animali all’uomo, ma pone dei limiti:
«Soltanto non mangerete la carne con il suo sangue» (9,4).
Che significato ha questa restrizione?
Per Westermann si tratta di un precetto contro la
brutalità. Precedendo immediatamente la norma contro l’omicidio (9,5), il
precetto che impone di «non mangiare la carne con il suo sangue» fa parte di un
elenco di regole morali di comportamento. Il testo è ispirato a principi
elementari di umanità. «La condotta, che un uomo ha verso altri uomini, non va
disgiunta dal suo comportamento verso gli animali»64.
Altri interpreti richiamano il rituale
sacrificale e il significato simbolico dei sangue: «guardati bene dal mangiare
il sangue, perché il sangue è la vita, e tu non devi mangiare la vita con la
carne». Così è scritto nel Deuteronomio (12,23). Il sangue è simbolo
della vita. L’uomo non può mangiare il sangue dell’animale, cioè la sua vita.
Per Castel, l’offerta del sangue a Dio risponde
al conferimento di una responsabilità: «Se l’uomo uccide un animale, dovrà
offrire a Dio il suo sangue, cioè la sua vita. Dovrà giustificare il suo atto
davanti a Dio»65.
Il precetto di Genesi 9,4, tratto dal rito
sacrificale e rivolto all’umanità in genere, è qualcosa di ben più vasto di una
semplice pratica culturale.
Con questo precetto Dio ricorda all’uomo che ogni
vita è sua: «Anche quando colpisce e uccide, l’uomo deve sapere che colpisce
qualcosa che, essendo vita, è proprietà particolare di Dio; per significarlo,
dovrà astenersi dal sangue»66.
La prescrizione, che impone di risparmiare il
sangue degli animali uccisi, vuole forse richiamare, sia pur simbolicamente,
quella legge di non violenza, che Dio aveva fissato nella prima creazione «Gen.
1, 29).
Un confronto tra i vari testi della redazione
sacerdotale - i racconti della creazione, del diluvio, della rigenerazione del
creato - consente di coglierne l’ispirazione generale.
L’apprezzamento incondizionato di Dio per quella
condizione ideale, vigente nella prima creazione, giudicata da Dio «molto buona»
(1,31) e caratterizzata dall’assenza di spargimenti di sangue, diviene ancor più
significativo se si considera che l’espressione, con cui la redazione
sacerdotale indica l’estrema corruzione prima dei diluvio, si riassume in una
parola: chāmās, «violenza» (6,11.1 3).
Dio, in fondo, non ha rinunciato al suo piano.
Salvando il sangue dell’animale, ne salva, sia pur simbolicamente, la vita. In
tal caso, la salvezza del sangue dell’animale potrebbe forse acquistare
significato anche in riferimento a una prospettiva futura di salvezza.
Le regole dettate alla
nuova creazione non vanno isolate dal loro contesto, ma interpretate alla
luce di tutto il brano. Esso attesta la benevolenza di Dio verso tutto il
creato.
Con l’uomo e con tutti i viventi Dio stipula un
patto di alleanza: «Ecco io stabilisco la mia alleanza con voi, e con la vostra
progenie dopo di voi; e con ogni essere vivente che è con voi: con i volatili,
con il bestiame e con tutte le fiere della terra che sono con voi, da tutti gli
animali che sono usciti dall’arca a tutte le fiere della terra» (9,9-11).
Dopo l’esposizione delle nuove leggi, tutto il
seguito dei racconto sacerdotale (9,8-17) è dedicato alla promessa, fatta
all’uomo e a tutti i viventi, che «nessuna carne verrà più sterminata dalle
acque del diluvio».
Un elemento naturale, l’arcobaleno, attesterà
l’amicizia che esiste tra il cielo e la terra.
In questa seconda parte del racconto, c’è
un’apertura cosmica che richiama la visione di Genesi 1. Il parallelismo
è sottolineato anche dal ripetersi del numero sette: sette volte Dio aveva
constatato la bontà della creazione; sette volte ricorre ora la parola
«alleanza»67.
Stipulando un patto di alleanza con l’uomo e con
tutti i viventi, Dio ricorda quel piano di armonia del creato, che aveva
ispirato la prima creazione.
In un mondo percorso ormai dalla violenza, Dio
detta regole minime di comportamento (9,4-7), ma la prospettiva della pace nella
creazione è sempre presente.
Se all’inizio del brano le parole «paura» e
«terrore» caratterizzano i rapporti tra l’uomo e il creato (9,2), la promessa
conclusiva ricorda che tutti i viventi sono compresi nell’abbraccio del loro
Creatore.
Il capitolo, nel suo complesso, presenta una
visione di ascesa progressiva: muovendo da una situazione iniziale di violenza,
presentata nei primi versetti (9,2-3), esso apre infine ad orizzonti di
speranza.
Come il racconto sacerdotale della creazione
termina nel sabato, così il testo sacerdotale, che narra la ri-creazione
dopo il diluvio, è teso verso il futuro.
Richiamando proprio lo Šabbat, De
Benedetti definisce il testo di Genesi 9,9-11 «la base negletta (che oggi
si va riscoprendo) di una teologia animale»: «L’alleanza che Dio ha fatto con
gli animali è destinata a diventare alleanza escatologica»68.
Come la storia del popolo
di Israele, così anche la storia della creazione è destinata a compiersi.
Anche questa storia, scritta in un tempo di
attesa, va letta in una luce salvifica.
Le regole di non violenza, dettate da Dio prima
del peccato, il precetto di risparmiare il sangue degli animali uccisi,
l’alleanza di Dio con gli uomini e con tutti i viventi, rappresentano le tappe
successive di un percorso verso un futuro, che si prospetta oltre il
tempo, e che è destinato a chiudere la triste esperienza della storia e
del mondo secolarizzato, con il loro male, la loro violenza, il loro
peccato.
Allora potrà compiersi il progetto divino di un
universo armonioso ed ordinato, non macchiato da spargimenti di sangue, quale
già si era attuato nella prima creazione.
Alla fine dei tempi, al di là del tempo,
si colloca una prospettiva di bene assoluto, analogo a quello della prima
creazione.
In effetti, nel testo biblico, la descrizione di
uno stato di pace e non violenza tra gli esseri viventi è richiamata in una
prospettiva futura. Assai note sono le immagini, descritte da Isaia: «il lupo
abiterà con l’agnello, e il leopardo giacerà col capretto» (11,6). Allora
tornerà la pace tra le creature e cesserà ogni violenza tra i viventi (11, 6-9).
Tale prospettiva di speranza ricorre anche in altri passi (Is. 65, 25;
Os. 2, 20).
Così un brano di Lutero dipinge quello stato
ideale di beatitudine: «L’uomo giocherà con cielo e terra e sole e con le
creature; tutte le creature proveranno anche un piacere, un amore e una gioia
lirica; rideranno con te, Signore, e tu a tua volta riderai con loro»69.
Come l’Antico, così anche il Nuovo
Testamento prospetta una salvezza futura, verso cui tende l’intera
creazione. «Stimo che le sofferenze del tempo presente non possano essere
paragonate alla gloria futura che si rivelerà a noi. Poiché la creazione attende
con gran desiderio la glorificazione dei figli di Dio» (Rom. 8, 18-19).
Così Paolo esprime «la speranza che la creazione stessa un giorno sarà liberata
dalla servitù della corruzione, per aver parte alla libertà della gloria dei
figli di Dio» (Rom. 8, 19-21).
Commentando questi versetti, Barth invita l’uomo
a non deludere l’attesa del creato: «abbiamo noi udito il gemito della creatura,
che, se sappiamo udire, ci dice tutto quello che abbiamo bisogno di udire?»70.
Così, nel contrasto tra un mondo ideale, di
liberazione dal male e dal dolore, e il mondo esistente, sofferente e malvagio,
emerge una tensione, emerge il senso del presente, sospeso tra un prima e
un poi. In quest’ottica, si chiarisce il senso biblico e cristiano di un
cammino da percorrere, quel cammino lungo il quale l’uomo, il delegato di Dio,
il sacerdote del creato, deve guidare la creazione. Scrive Barth: «l’attenzione
del creato [...] aspetta con noi; no, essa aspetta noi»71.
Bibliografia e note
1) M. Kundera,
L’insostenibile leggerezza dell’essere, trad. di A. Barbato, Adelphi, Milano
1988, p. 290.
2) F. Bacone, Novum organum, trad. di E. De Mas, Laterza, Roma-Bari
1992, p. 294.
3) Cfr. quanto scrive Tommaso d’Aquino: «nessuno pecca per il fatto che si
serve di un essere per lo scopo per cui è stato creato. Ora, nella gerarchia
degli esseri quelli meno perfetti son fatti per quelli più perfetti [...] così
[...] le piante, son fatte ordinarianiente per gli animali e gli animali son
fatti per l’uomo [...]. Dunque è lecito sopprimere le piante per uso degli
animali, e gli animali per uso dell’uomo» (Summa Theologiae, II-II,
q. 64, a. 1).
4) Anche Tommaso d’Aquino si rifece a quest’argomentazione (cfr: ibid.;
Summa contra Gentiles, III, 112).
5) Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae,
II-II, q. 25, a. 3. Anche Agostino (De civitate Dei, 1,20)
teorizzò la differenza radicale tra l’uomo e gli animali e, polemizzando contro
marcioniti e manichei, sostenne la legittimità dell’uccisione degli animali,
perché privi di ragione. Sul rapporto tra Padri della Chiesa e questione
animale, cfr. A. Bondolfi, «Rapporto uomo-animale. Storia dei pensiero
filosofico e teologico» (pp. 57-77), in Rivista di teologia morale, n. 82
(2), aprile/giugno 1989, pp. 66-70.
6) Tra le numerose critiche dei passato, basti
ricordare quella di Schopenhauer verso la religione giudaico-cristiana,
soprattutto l’Antico Testamento (Il fondamento della morale, trad.
di E. Pocar, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 243-257). Le responsabilità ecologiche
della cultura cristiana, così come si è sviluppata in Occidente, sono
riconosciute oggi anche da teologi, come, per esempio, J. Moltmann, Dio nella
creazione, trad. di D. Pezzetta, Queriniana, Brescia 1986, p. 33.
7) Cfr. G. Von Rad, Genesi, trad. di G.
Moretto e Benedettine di Civitella san Paolo, Paideia, Brescia 1978, pp. 55-56.
8) Il ricorrere delle formule nella tradizione
sacerdotale ha un significato teologico e simbolico. Castel mette in relazione
le dieci parole della creazione di Genesi 1 con i dieci comandamenti,
dati da Dio a Mosè (Es. 20,1-17). Cfr. F. Castel, «Dio disse ...»,
a cura di G. Ravasi, Paoline, Torino 1987, p. 14.
9) Cfr. R. Albertz, C. Westermann, «Rûach-Spirito»
in E. Jenni, C. Westermann, Dizianario Teologico dell’Antica Testamento,
edizione italiana a cura di G. L. Marietti, Casale Monferrato 1982, voi. 2°, pp.
654-678.
10) Cfr., in questo senso, Moltmann, che svolge
tuttavia questa considerazione in riferimento all’utilizzo di rûach in
Sal. 104, 29-30 e Prov. 2, 22-31 (Moltmann, Dio nella creazione,
cit., p. 22).
11) L’interpretazione è riferita in P. E. Testa,
Genesi, Marietti, Torino-Roma 1969, p. 255.
12) Così fecero, nei secoli II e III, Ireneo,
Antenagora, Clemente Alessandrino, Teofilo di Antiochia, che interpretò lo
«Spirito» come «Colui che Dio ha dato come principio vitale della creazione» (cfr.
Testa, Genesi, cit., p. 255). Sull’interpretazione patristica e medievale
di Genesi 1,2, cfr. anche A. Tarabochia Canavero, Esegegesi biblica e
cosmologia, Vita e Pensiero, Milano 1981, in particolare (per le notizie,
qui riportate) pp. 31-33.
13) Così fecero Basilio, Ambrogio, Gerolamo,
Agostino. Fu quest’ultimo che, in polemica contro i manichei, tenne
particolarmente a precisare il carattere trascendente dello Spirito di Dio, che
«non abita nelle acque, ma le sovrasta» (cfr. Tarabochia Canavero, Esegegesi
biblica e cosmologia, cit, pp. 36-62).
14 Cfr., in proposito, Tarabochia Canavero,
Esegegesi biblica e cosmologia, cit., pp. 42-47.
15) Fanno questo riferimento alcuni esegeti
moderni, che riprendono l’interpretazione di Gerolamo (cfr. Testa, Genesi,
cit., pp. 255-256).
16) Se alcuni esegeti riprendono
l’interpretazione di Gerolamo (cfr. retro, nota 15), tutti concordano
nell’escludere che nell’Antico Testamento potessero esservi allusioni
alla Terza Persona della Trinità (cfr. Testa, Genesi, cit., p. 255).
17) Cfr., in questo senso, C. Westermann,
Genesis 1-11, SPCK, Minneapolis 1984, p. 107; così anche von Rad, Genesi,
cit., pp. 56-57. Il testo de La Bibbia (LDC-ABU, Leumann-Roma 1985) segue
questa interpretazione.
l8) Così è intesa rûach ’Elōhîm di Gen.
1, 2 nella maggior parte delle traduzioni e dei commentari. Tra le edizioni
italiane, cfr., per esempio, La Sacra Bibbia, edizione ufficiale della
C.E.I., Città dei Vaticano 1992; La Sacra Bibbia, trad. di Diodati,
Società Biblica Britannica e Forestiera, Roma 1994; La Sacra Bibbia,
nuovo testo riveduto a cura della Società Biblica di Ginevra, Torino 1994. Anche
la versione rabbinica della Torah riporta l’espressione «spirito di Dio»
(Il Pentateuco e Haftaroth, a cura dell’Assembica Rabbinica d’Italia,
Roma, IV edizione, 5749-1989). Questo significato è stato attribuito a Gen.
1,2 anche da Giovanni Paolo II nel discorso del 10 gennaio 1990 («L’azione
creatrice dello Spirito divino», in Osservatore Romano, 11 gennaio 1990).
Tra i commentari, cfr. Testa, Genesi, cit., pp. 253-256; U. Negri (a cura
di), Genesi, EDR, Bologna 1995, pp. 4-7.
19) Moltmann, Dio nella creazione, cit.,
p. 123.
20) La tesi è sostenuta non solo attraverso il
parallelismo con la cosmogonia babilonese di Marduk, ma con riferimento a molti
passi della Bibbia (Sal. 33,6; Is. 11,4; 34,16; Sal.
147,18; Sal. 104, 29). Per Testa, «questo senso di rûach [...] è
comune nella Bibbia, ove spesso è confuso con dābār, parola di Dio
operante» (Testa, Genesi, cit., p. 256).
21) Secondo la cosmografia biblica il firmamento
è come una pelle di tenda o come una lamina di cristallo lucente. Sopra ci sono
le «acque superiori». Esse sono conservate in serbatoi, da cui tuttavia possono
uscire attraverso le «cateratte», dando luogo alla pioggia. Sulla cosmografia
biblica, cfr. Testa, Genesi, cit., pp. 32-33.
22) Cfr. quanto già osservato al § 1, nota 7.
23) Cfr., in questo senso, von Rad, Genesi,
cit., p. 66. Cfr. anche quanto osservato al paragrafo, § 1, a proposito di
rûach-dābār.
24) Così preferisce intendere Testa (Genesi,
cit., p. 263). Altri traducono «i grandi mostri marini», includendo, in quest’espressione,
anche il Leviathan, esplicitamente citato nella letteratura sapienziale (Sal.
104,26; Giob. 40,25-41,26). Così Von Rad, Genesi, cit., p.66.
25) Si preferisce qui intendere l’espressione
biblica nel senso più ampio, rispetto a quella più ristretta di pesci e uccelli,
onde indicare la varietà delle forme viventi che nascono con la creazione. Cfr.
in questo senso, Testa, Genesi, cit., p. 262.
26) Castel, «Dio disse...», cit., pp.
53-54.
27) Queste interpretazioni dei vv. 26-28 oggi sono seguite da molti studiosi.
Westermann mette in relazione il «governo» dell’uomo sugli animali con i vv. 16
e 18: l’uomo «governa» gli animali, come il sole e la luna «governano» il giorno
e la notte; a indicare la funzione dell’uomo nella creazione, richiama anche la
figura del buon pastore di Gv. 10, 3 (Westermann, Genesis 1-11, cit., pp.
159-161). Interpretazioni analoghe in J. L. Ska s. j., «Creazione e liberazione
nel Pentateuco», in AA. VV., Creazione e liberaziorie nei libri dell’Antico
Testamento, Elle Di Ci, Lcumann Torino 1989, pp. 15-16; A. Bonora, «Dio
nella creazione secondo Genesi 1-11», in R. Gerardi (a cura di), La
creazione. Dio, il cosmo, l’uomo, Studium, Roma 1990, pp. 57-58; R. Pacini,
Questione ecologica e responsabilità del cristiano, Paoline, Torino 1991,
p. 83.
28) Cfr. Castel, «Dio disse...», cit., pp.
53-54.
29) Cfr. Salmo 104, 31b: «nelle opere sue si
allieti Iddio!». Anche Giovanni Paolo II ha richiamato in due discorsi
l’«intrinseca bontà della creazione» con riferimento a Gen. 1 (Giovanni
Paolo II, Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato, Messaggio per
la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 1990, Paoline, p. 4; «L’azione
creatrice dello Spirito divino», cit.). In questi ultimi anni si è registrata,
nell’ambito delle chiese cristiane, una presa di coscienza delle responsabilità
ecologiche dell’uomo. Una delle testimonianze più significative è
rappresentata dall’Assembica ecumenica delle chiese cristiane, riunitesi a Seoul
il 5-12 marzo 1990. Il documento conclusivo dei lavori dell’Assembica merita una
citazione: «Riteniamo che ogni vita sia sacra perché la creazione è di Dio e la
bontà di Dio la permea completamente. Ogni forma di vita nel mondo [...] è in
pericolo, perché l’umanità non è stata capace di amare la vita sulla terra
[...]. Alcune espressioni bibliche, ad esempio «dominare» e «soggiogare la
terra», sono state interpretate in modo distorto, nel corso dei secoli, per
giustificare azioni distruttive nei confronti dell’ordine creato. Mentre ci
pentiamo di queste violazioni, accettiamo l’insegnamento biblico secondo cui gli
esseri umani [...] hanno una responsabilità speciale [...] di prendersi cura
della creazione e vivere in armonia con essa [...]. Opporremo resistenza alla
pretesa che ogni cosa, nel creato, sia una semplice risorsa da sfruttare da
parte dell’umanità» (Seoul: Giustizia, pace e salvaguardia del creato, a
cura di A. Filippi, EDB, Bologna 1990, p. 369).
30) Castel, «Dio disse...», cit., p. 55.
31) Cfr., in questo senso, Westermann, Genesis
1-11, cit., pp. 159-160.
32) Così anche in Sal. 104,21.27-28;
Giob., 38,39-41. Sul rapporto tra il rifornimento di cibo e creazione nelle
altre cosmogonie, cfr. Westermann, Genesis 1-11, cit., pp. 162-164.
33) Cfr. quanto già rilevato al § 2 di questo
capitolo.
34) von Rad, Genesi, cit., p. 72.
35) Tale quadro, che trova analogie in altri
racconti riferiti alla prima creazione o a una mitica età dell’oro (cfr.
Westermann, Genesis 1-11, cit., pp. 163-164), esprime anche, in ogni
caso, «una naturale simpatia verso tutte le creature e l’innata convinzione che
la persecuzione e l’uso della forza tra le creature non può essere il volere
originale del Creatore». L’osservazione, di Dillmann, è riportata da Westermann
(ivi, p. 4).
36) Cfr., per esempio, Testa, Genesi, cit.,
p. 266.
37) Così scrive Westermann: «Questa formula di
approvazione, come è spesso chiamata, non è la chiusa di un lavoro particolare,
ma dell’intero lavoro della creazione» (Westermann, Genesis 1-11, cit. p.
165). Cfr., analogamente: von Rad, Genesi, cit., pp. 72-73.
38) Rashi di Troyes, Commento alla Genesi,
trad. di L. Cattani, Marietti, Casale Monferrato 1985, p. 15.
39) Berešit Rabbâ, trad. di A. Ravenna,
Utet, Torino 1978, p. 89.
40) Cfr. Lev. 25, 1-7: «abbia la terra il
suo sabato, in onore del Signore. Per sei anni seminerai il tuo campo [...]. Ma
il settimo anno sarà riposo completo, riposo per la terra, riposo in onore del
Signore» (vv. 2-4).
41) Moltmann, Dio nella creazione, cit.,
p. 319.
42) P. De Benedetti, «Uomini e animali di fronte
a Dio» (pp. 13-26), in P. Stefani (a cura di), Gli animali e la Bibbia,
Garamond, Roma 1994, p. 25.
43) Cfr., in questo senso, Moltmann, Dio nella
creazione, cit., pp. 320-323.
44) Ivi., p. 323.
45) Ivi, p. 331.
46) Berešit Rabbâ, cit., p. 35.
47) Cfr. v. 1, dopo la creazione della luce; v.
10, dopo la separazione della terra dalle acque; v. 12, in riferimento alla
generazione delle piante; v. 18, dopo la creazione degli astri; v. 21, in
riferimento agli animali acquatici e ai volatili; v. 25, riferito alla creazione
degli animali terrestri (bestiame, rettili, fiere); v. 31, riferito all’intera
creazione. Per quest’ultima formula di approvazione è usato il superlativo
«molto buono». Essa è, nell’ordine, la settima. E evidente il
parallelismo con la benedizione e la santificazione dei settimo giorno,
riferita anch’essa all’intera creazione.
48) Testa osserva che: sette sono i vocaboli dei
v. 1, il v. 2 ne ha 7+7, sette volte ricorrono le frasi: «così fu», «e Dio
fece», «e Dio vide che ciò era buon» (Testa, Genesi, cit., p. 48). Sui
richiami numerici, anche al numero dieci, cfr. anche quanto già osservato al § 1
di questo capitolo e alla nota 8.
49) Pacini, Questione ecologica e
responsabilità del cristiano, cit., p. 83.
50) Ibidem
51) Sulla visione teocentrica, e non
antropocentrica della Bibbia, cfr. Moltmann, Dio nella creazione,
cit., p. 46.
52) Ravasi, Il libro della Genesi, cit.,
p. 43.
53) Il passo, di Tommaso da Celano, è tratto da
G. De Roma, Sorella terra. L’ecologia nella Bibbia e in san Francesco,
Paoline, Milano 1991, p. 46.
54) Bonora, «Dio nella creazione secondo Genesi
1-11», cit., p. 59.
55) Scrive Damien: «in questo senso, e unicamente
in questo senso, gli animali sono creati per l’uomo. Tuttavia non gli bastano.
Constatando ciò, Dio crea la donna. Così va bene. Nulla viene però tolto al
valore primario dell’animale» (M. Damien, Gli animali, l’uomo e Dio,
trad. di N. Neri, Piemme, Casale Monferrato 1987, p. 130).
56) Sottolinea questo significato particolarmente
Ravasi, Il libro della Genesi (1-11), cit., pp. 58-59. L’accostamento a
Gen. 1, 28 è fatto da von Rad (Genesi, cit., pp. 102-103).
57) Moltmann, Dio nella creazione, cit.,
p. 221.
58) L’imposizione del nome è stata anche riferita
alle capacità conoscitive umane: elencare i nomi degli animali e delle altre
realtà era compito dello scienziato (cfr. Ravasi, Il libro della Genesi
(1-11), cit., p.59). Ravasi mette anche in relazione questa funzione dell’uomo
«catalogatore» di Gen. 2, 19 con l’elencazione classificatoria di animali
che compare in Giob. 38,39 - 39,12 (G. Ravasi, Giobbe, Borla, Roma
1984, p. 761). Sulla familiarità e il comune destino che comporta l’imposizione
del nome, scrive De Roma: «Ricevendo un nome dall’essere umano, gli animali
vengono associati al suo stesso destino. Entrano a far parte della storia umana
[...]. L’essere umano non può né ignorarli, né maltrattarli [...]. Tradirli è un
abuso imperdonabile di autorità. Significa tradire il mandato che abbiamo
ricevuto da Dio. Un mandato del quale un giorno dovremo render conto» (De Roma,
Sorella terra, cit., p. 50).
59) Della figura del serpente sono state date
diverse interpretazioni. Identificato con Satana, il diavolo tentatore, dalla
tradizione giudaico-cristiana, paragonato ai mostri usciti dal caos presenti
nelle mitologie orientali, il serpente, nelle culture vicine a Israele,
rappresentava un simbolo di fecondità, di giovinezza perenne ed era legato ai
culti della natura. Un serpente era raffigurato anche sopra il copricapo del
faraone d’Egitto. Nella scelta di questo simbolo certamente c’è un’allusione,
rivolta a Salomone, al pericoloso fascino delle altre culture, in particolare
quella dell’Egitto, da cui proveniva una delle mogli del sovrano. Tuttavia,
indipendentemente dai richiami allegorici, questa figura rappresenta il simbolo
della tentazione e del peccato, soprattutto d’orgoglio. Probabilmente il testo
voleva dissuadere il re dall’assumere gli atteggiamenti dei sovrani stranieri,
che si facevano adorare dal popolo come dèi. Sull’avversione di Israele per i
sovrani-idoli, cfr. quanto già osservato al paragrafo § 3 e nota 31). Sulla
simbologia del serpente, cfr. Castel, «Dio disse...», cit., pp. 92-96;
Ravasi, Il libro della Genesi (1-11), cit., pp. 69-70.
60) L’accostamento di Os. 4, 2-3 al mondo
ormai corrotto dopo il peccato è di Damien (Gli animali, l’uomo e Dio,
cit., p. 132).
61) Il numero degli animali, che salgono
sull’arca, è riportato diversamente nelle due tradizioni. Secondo il testo
sacerdotale, attento ad elencare gli animali come in Genesi 1, entra una coppia
per ogni specie al fine di salvaguardarne la sopravvivenza (Gen. 6, 19-20); il
testo della tradizione jawhista, che prevede il sacrificio dopo il diluvio (Gen.
8, 20), distingue tra animali impuri e animali puri, che entrano nell’arca in
numero superiore, sette paia per ogni specie (Gen. 7,2-3), per poter
essere successivamente sacrificati.
62) Così Testa, che traduce. «ogni rettile che ha
vita sarà per voi cibo» (9,3). Per Testa il v. 3 consente solo il consumo di
«animali inferiori» (pesci, rettili, locuste): «Tali animali (pesci - rettili),
esclusi dal sacrificio divino, sembravano infatti una classe intermedia tra i
vegetali ed i veri animali superiori; si consideravano tuttavia privi di sangue
[...]. Essi son quindi dati all’uomo, quasi fossero verdi erbaggi, il quale ne
potrà uccidere e usare a suo piacimento [...]. Dall’uso commestibile dell’uomo è
invece esclusa la <carne> degli animali superiori, perché è carne in cui (benafśô)
vi è il <sangue suo>, il quale - si sa - dai Semiti è considerato proprietà
esclusiva di Dio, essendo stato identificato con la stessa anima». Secondo
Testa, la concessione di mangiare la carne degli animali, ebbe una costante
evoluzione nel tempo e si allargò progressivamente il numero degli animali che
era consentito mangiare (Testa, Genesi, cit., pp. 383-384).
63) L’espressione è di von Rad, Genesi,
cit., p. 167.
64) Westermann, Genesis 1-11, cit., p.
465.
65) Castel, «Dio disse...», cit., p. 165.
66) von Rad, Genesi, cit., p. 167.
67) Questi richiami sono evidenziati da Castel,
«Dio disse...», cit., p. 167. Con riferimento al numero sette, Ravasi
sottolinea che sette sono i colori dei simbolo dell’arcobaleno e che, nella
mistica islamica, simboleggiano le qualità divine riflesse nell’universo. È
«un’epifania di Dio iscritta nella natura. Attraverso questo simbolo si cerca,
perciò di esprimere il dialogo tra la divinità e l’umanità». Cfr. Ravasi, Il
libro della Genesi (1-11), cit., p. 152.
68) De Benedetti, «Uomini e animali di fronte a
Dio», cit., p. 25.
69) Il passo è citato da Ravasi, Il libro
della Genesi (1-11), cit., p. 153.
70) K. Barth, L’epistola ai Romani, trad.
di G. Miegge, Feltrinelli, Milano 1974, p. 292.
71) Ivi, p. 289.
Fonte : Questo scritto è apparso nel libro Le creature dimenticate a cura di L. Battaglia, Macro edizioni, Cesena, 1995 , link http://www.filosofia-ambientale.it/ .