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 CULTURA : filosofia : regole e paradossi

 

Jean-Francois Lyotard

REGOLE  E  PARADOSSI

                     Marcel Duchamp , Ruota di bicicletta , 1913 .

... Il vero problema consiste allora nello stabilire se il linguaggio sia effettivamente un mezzo, e un mezzo per comunicare. L'ipotesi soggiacente al lavoro dell'artista, del filosofo e dello scienziato, è che non lo sia: la loro ipotesi comune è che il linguaggio sia in se stesso autonomo, e che ciò che essi possono rendere come servizio è decodificarne i segreti.

Faccio un esempio semplice. Quando Freud ha scritto la Traumdeutung, ha suggerito che c'era una specie di linguaggio dell'inconscio; e ha definito, o cercato di definire, gli operatori di quel linguaggio, cioè lo spostamento e la condensazione. L'effetto di questi operatori è produrre frasi inintelligibili, non comunicabili in un linguaggio chiaro. Viceversa i linguisti, e in parte Lacan, hanno detto che l'inconscio parla secondo un linguaggio; hanno cercato di dimostrare che gli operatori erano gli stessi del linguaggio.

Credo che sia un errore, e che il linguaggio dell'inconscio sia tale proprio nella misura in cui utilizza operatori che non sono quelli del linguaggio ordinario; e da quel momento in poi intendo spostamento e condensazione altrimenti che nei termini linguistici del linguaggio ordinario: quegli operatori non sono misteriosi, penso che Freud avesse cominciato a elaborarli.

Siamo di fronte a una discussione molto antica all'interno del pensiero occidentale. Tra Aristotele e i Sofisti, il problema era già quello di stabilire se il linguaggio fosse capace di produrre delle frasi assolutamente strane, avvalendosi di determinati operatori: quelle frasi si chiamavano paradossi, e l'operatore paralogismo. Tutti i linguisti e i logici sanno che la lingua ordinaria è capace di paradossi e di paralogismi.

Se si considera il lavoro delle scienze, o quello delle arti, ci si accorge che il problema non è cambiato, e consiste ancora nel produrre frasi paradossali: frasi "normali", per la scienza, che usa un linguaggio scritto; per le arti invece sono cromatiche, di forma , di suono, di volume, ma si possono comunque considerare come frasi, cioè come articolazioni di elementi discreti. Per tutti questi motivi, il lavoro dell'artista o dello scienziato consiste proprio nel cercare degli operatori in grado di produrre frasi sinora inaudite - e quindi, per definizione e almeno in un primo tempo, non comunicabili. Quelle frasi diverranno comunicabili quando gli operatori che permettono di produrle saranno in possesso del destinatario, quando i destinatari potranno ritrascriverle.

Se si analizza il lavoro di Duchamp, per esempio, si vede benissimo che il problema non è altro che quello: cioè prendere degli elementi plastici, ma talvolta anche linguistici; far subire loro delle trasformazioni mediante operatori molto precisi; e dare semplicemente il risultato di questa operazione, senza rivelare la natura dell'operatore. Di conseguenza, i destinatari restano sorpresi, scontenti, ridono o protestano perché i messaggi sono incomprensibili. E il lavoro dei fisici della fine del secolo scorso non era diverso: si accettava che la massa fosse qualcosa, e la velocità tutt'altra cosa; fino al momento in cui qualcuno disse che la massa è in funzione della velocità.

Ciò significa che questo lavoro verte sugli operatori, cioè sulle regole stesse alle quali obbedisce l'opera scientifica o artistica. Si danno dunque delle opere necessariamente strane, la cui funzione consiste esclusivamente nello sperimentare regole. E il grande problema diviene quello delle regole...

 

... Dunque, di fronte al tentativo di ridurre il linguaggio all'unità mercantile dell'informazione, che dovrebbe poter tradurre tutte le frasi, credo che - in mancanza di racconti legittimanti - ci sia una sola possibilità: lottare per questo lavoro di incomunicabilità, cioè di articolazione della possibilità di frasi nuove.

Questa lotta è condotta principalmente dagli artisti. Ciò che è importante nell'arte è precisamente la produzione di opere nelle quali le regole che costituiscono un'opera in quanto tale siano interrogate all'interno dell'opera stessa. Per fare ciò non c'è bisogno di teoria; direi anzi che bisogna non avere teorie...

 

... Dirò per finire che la regola del discorso del filosofo è sempre stata quella di trovare la regola del proprio discorso. Dunque il filosofo è qualcuno che parla per trovare la regola di ciò che vuol dire, e che quindi parla senza conoscere la propria regola. Penso che questa situazione sia paragonabile a quella delle arti, e , in parte, a quella della scienza.

Ciò significa che gli artisti sono persone che da tempo (penso a Cézanne), ma ora sempre di più, cercano delle regole che facciano sì che la loro opera sia considerata, per esempio, un'opera pittorica. Più si avanza, e più si capisce che nella tradizione pittorica c'è una quantità straordinaria di costrizioni.

Allora l'artista è chi reperisce nell'opera un aspetto delle regole che dovrà essere interrogato - egli cioè lavora, e ha sempre lavorato, come un filosofo.

 

 

 


 

Brano tratto dal Testo per il convegno "Paesaggio metropolitano", Roma, 18 febbraio 1981, e per "Alfabeta", 24 maggio 1981, e pubblicato nel libro "La pittura del segreto nell'epoca postmoderna, Baruchello" , di Jean-Francois Lyotard, Feltrinelli, MI, 1982.