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| ECUMENISMO : Fede, verità, tolleranza: un’intervista del 2003 al card. Joseph Ratzinger di Antonio Socci |
Fede, verità, tolleranza:
un’intervista del 2003 al card. Joseph Ratzinger di Antonio Socci
Eminenza, c’è un’idea che si è affermata
nella cultura alta e nel pensiero comune secondo cui le religioni sono tutte vie
che portano verso lo stesso Dio, quindi l’una vale l’altra. Cosa ne pensa, dal
punto di vista teologico?
Direi che anche sul piano empirico, storico, non è vera questa concezione molto
comoda per il pensiero di oggi. È un riflesso del relativismo diffuso, ma la
realtà non è questa perché le religioni non stanno in un modo statico una
accanto all’altra, ma si trovano in un dinamismo storico nel quale diventano
anche sfide l’una per l’altra. Alla fine la Verità è una, Dio è uno, perciò
tutte queste espressioni, così diverse, nate in vari momenti storici, non sono
equivalenti, ma sono un cammino nel quale si pone la domanda: dove andare? Non
si può dire che sono vie equivalenti perché sono in un dialogo interiore e
naturalmente mi sembra evidente che non possono essere mezzi della salvezza cose
contraddittorie: la verità e la menzogna non possono essere allo stesso modo vie
della salvezza. Perciò questa idea semplicemente non risponde alla realtà delle
religioni e non risponde alla necessità dell’uomo di trovare una risposta
coerente alle sue grandi domande.
In diverse religioni si riconosce la straordinarietà della figura di Gesù.
Sembra non sia necessario essere cristiani per venerarlo. Dunque non c’è bisogno
della Chiesa?
Già nel Vangelo troviamo due posizioni possibili in riferimento a Cristo. Il
Signore stesso distingue: che cosa dice la gente e che cosa dite voi. Chiede
cosa dicono quelli che Lo conoscono di seconda mano, o in modo storico,
letterario, e poi cosa dicono quelli che Lo conoscono da vicino e sono entrati
realmente in un incontro vero, hanno esperienza della Sua vera identità. Questa
distinzione rimane presente in tutta la storia: c’è una impressione da fuori che
ha elementi di verità. Nel Vangelo si vede che alcuni dicono: “è un profeta”.
Così come oggi si dice che Gesù è una grossa personalità religiosa o che va
annoverato fra gli avataras (le molteplici manifestazioni del divino). Ma quelli
che sono entrati in comunione con Gesù riconoscono che è un’altra realtà, è Dio
presente in un uomo.
Non è confrontabile con le altre grandi personalità delle religioni?
Sono molto diverse l’una dall’altra. Buddha in sostanza dice: “Dimenticatemi,
andate solo sulla strada che ho mostrato”. Maometto afferma: “Il signore Dio mi
ha dato queste parole che verbalmente vi trasmetto nel Corano”. E così via. Ma
Gesù non rientra in questa categoria di personalità già visibilmente e
storicamente diverse. Ancora meno è uno degli avataras, nel senso dei miti della
religione induista.
Perché?
È una realtà del tutto diversa. Appartiene ad una storia, che comincia da
Abramo, nella quale Dio mostra il suo volto, Dio si rivela come una persona che
sa parlare e rispondere, entra nella storia. E questo volto di Dio, di un Dio
che è persona e agisce nella storia, trova il suo compimento in quell’istante
nel quale Dio stesso, facendosi uomo Lui stesso, entra nel tempo. Quindi, anche
storicamente, non si può assimilare Gesù Cristo alle varie personalità religiose
o alle visioni mitologiche orientali.
Per la mentalità comune questa “pretesa” della Chiesa - che proclama “Cristo,
unica salvezza” - è arroganza dottrinale.
Posso capire i motivi di questa moderna visione la quale si oppone all’unicità
di Cristo e comprendo anche una certa modestia di alcuni cattolici per i quali
“noi non possiamo dire che abbiamo una cosa migliore che gli altri”. Inoltre c’è
anche la ferita del colonialismo, periodo durante il quale alcuni poteri europei
hanno strumentalizzato il cristianesimo in funzione del loro potere mondiale.
Queste ferite sono rimaste nella coscienza cristiana, ma non devono impedirci di
vedere l’essenziale. Perché l’abuso del passato non deve impedire la
comprensione retta. Il colonialismo - e il cristianesimo come strumento del
potere - è un abuso. Ma il fatto che se ne sia abusato non deve rendere i nostri
occhi chiusi di fronte alla realtà dell’unicità di Cristo. Soprattutto dobbiamo
riconoscere che il Cristianesimo non è un’invenzione nostra europea, non è un
prodotto nostro. È sempre una sfida che viene da fuori dell’Europa: all’origine
venne dall’Asia, come sappiamo bene. E si trovò subito in contrasto con la
sensibilità dominante. Anche se poi l’Europa è stata cristianizzata è rimasta
sempre questa lotta tra le proprie pretese particolari, fra le tendenze europee,
e la novità sempre nuova della Parola di Dio che si oppone a questi esclusivismi
e apre alla vera universalità. In questo senso, mi sembra dobbiamo riscoprire
che il cristianesimo non è una proprietà europea.
Il cristianesimo contrasta anche oggi la tendenza alla chiusura che c’è in
Europa?
Il cristianesimo è sempre qualcosa che viene realmente da fuori, da un
avvenimento divino che ci trasforma e contesta anche le nostre pretese e i
nostri valori. Il Signore cambia sempre le nostre pretese e apre i nostri cuori
per la Sua universalità. Mi sembra molto significativo che al momento
l’Occidente europeo sia la parte del mondo più opposta al cristianesimo, proprio
perché lo spirito europeo si è autonomizzato e non vuole accettare che ci sia
una Parola divina che gli mostra una strada che non è sempre comoda.
Riecheggiando Dostoevskij mi chiedo se un uomo moderno può credere, credere
veramente che Gesù di Nazaret è Dio fatto uomo. È percepito come assurdo.
Certo, per un uomo moderno è una cosa quasi impensabile, un po’ assurda e
facilmente si attribuisce ad un pensiero mitologico di un tempo passato che non
è più accettabile. La distanza storica rende tanto più difficile pensare che un
individuo vissuto in un tempo lontano possa essere adesso presente, per me, e
sia la risposta alle mie domande. Mi sembra importante allora osservare che
Cristo non è un individuo del passato lontano da me, ma ha creato una strada di
luce che pervade la storia cominciando con i primi martiri, con questi testimoni
che trasformano il pensiero umano, vedono la dignità umana dello schiavo, si
occupano dei poveri, dei sofferenti e portano così una novità nel mondo anche
con la propria sofferenza. Con quei grandi dottori che trasformano la saggezza
dei greci, dei latini, in una nuova visione del mondo ispirata proprio da
Cristo, che trova in Cristo la luce per interpretare il mondo, con figure come
San Francesco d’Assisi, che ha creato il nuovo umanesimo. O figure anche del
nostro tempo: pensiamo a Madre Teresa, Massimiliano Kolbe... È un’ininterrotta
strada di luce che si fa cammino della storia e una ininterrotta presenza di
Cristo e mi sembra che questo fatto - che Cristo non è rimasto nel passato ma è
stato sempre contemporaneo con tutte le generazioni ed ha creato una nuova
storia, una nuova luce nella storia, nella quale è presente e sempre
contemporaneo, fa capire che non si tratta di un qualunque grande della storia,
ma di una realtà davvero Altra, che porta sempre luce. Così, associandosi a
questa storia, uno entra in un contesto di luce, non si mette in rapporto con
una persona lontana, ma con una realtà presente.
Perché, secondo lei, un uomo del 2003 ha bisogno di Cristo?
E’ facile accorgersi che le cose rese disponibili solo da un mondo materiale o
anche intellettuale, non rispondono al bisogno più profondo, più radicale che
esiste in ogni uomo: perché l’uomo ha il desiderio - come dicono già i Padri -
dell’infinito. Mi sembra che proprio il nostro tempo con le sue contraddizioni,
le sue disperazioni, il suo massiccio rifugiarsi in scorciatoie come la droga,
manifesti visibilmente questa sete dell’infinito e solo un amore infinito che
tuttavia entra nella finitudine, e diventa addirittura un uomo come me, è la
risposta. È certo un paradosso che Dio, l’immenso, sia entrato nel mondo finito
come una persona umana. Ma è proprio la risposta della quale abbiamo bisogno:
una risposta infinita che tuttavia si rende accettabile e accessibile, per me,
“finendosi” in una persona umana che tuttavia è l’infinito. È la risposta della
quale si ha bisogno: si dovrebbe quasi inventare se non esistesse…
C’è una novità nel suo libro a proposito del tema del relativismo. Lei
sostiene che nella pratica politica, il relativismo è il benvenuto perché ci
vaccina, diciamo, dalla tentazione utopica. È il giudizio che la Chiesa ha
sempre dato sulla politica?
Direi proprio di sì. È questa una delle novità essenziali del cristianesimo per
la storia. Perché fino a Cristo l’identificazione di religione e stato, divinità
e stato, era quasi necessaria per dare stabilità allo stato. Poi l’islam ritorna
a questa identificazione tra mondo politico e religioso, col pensiero che solo
con il potere politico si può anche moralizzare l’umanità. In realtà, da Cristo
stesso troviamo subito la posizione contraria: Dio non è di questo mondo, non ha
legioni, così dice Cristo, Stalin dice non ha divisioni. Non ha un potere
mondano, attira l’umanità a sé non con un potere esterno, politico, militare ma
solo col potere della verità che convince, dell’amore che attrae. Egli dice:
“attirerò tutti a me”. Ma lo dice proprio dalla croce. E così crea questa
distinzione tra imperatore e Dio, tra il mondo dell’imperatore al quale conviene
lealtà, ma una lealtà critica, e il mondo di Dio, che è assoluto. Mentre non è
assoluto lo stato.
Quindi non c’è potere o politica o ideologia che possa rivendicare per sé
l’assoluto, la definitività, la perfezione…
Questo è molto importante. Perciò sono stato contrario alla teologia della
liberazione, che di nuovo ha trasformato il Vangelo in ricetta politica con l’assolutizzazione
di una posizione, per cui solo questa sarebbe la ricetta per liberare e dare
progresso… In realtà, il mondo politico è il mondo della nostra ragione pratica
dove, con i mezzi della nostra ragione, dobbiamo trovare le strade. Bisogna
lasciare proprio alla ragione umana di trovare i mezzi più adatti e non
assolutizzare lo stato. I padri hanno pregato per lo stato riconoscendone la
necessità, il suo valore, ma non hanno adorato lo stato: mi sembra proprio
questa la distinzione decisiva. Ma questo è uno straordinario punto d’incontro
tra pensiero cristiano e cultura liberal-democratica. Io penso che la visione
liberal-democratica non potesse nascere senza questo avvenimento cristiano che
ha diviso i due mondi, così creando pure una nuova libertà. Lo stato è
importante, si deve ubbidire alle leggi, ma non è l’ultimo potere. La
distinzione tra lo stato e la realtà divina crea lo spazio di una libertà in cui
una persona può anche opporsi allo stato. I martiri sono una testimonianza per
questa limitazione del potere assoluto dello stato. Così è nata una storia di
libertà. Anche se poi il pensiero liberal democratico ha preso le sue strade,
l’origine è proprio questa.
I sistemi comunisti europei sono crollati. Ma lei, nel suo libro, non esclude
che il pensiero marxista possa comunque ripresentarsi in altre forme nei
prossimi tempi.
È una mia ipotesi, ma mi sembra cominci già a verificarsi perché il puro
relativismo che non conosce valori etici fondanti e quindi non conosce realmente
neanche un perché della vita umana, anche della vita politica, non è
sufficiente. Perciò per un non credente che non riconosce la trascendenza, resta
questo grande desiderio di trovare qualcosa di assoluto ed un senso morale del
suo agire.
I sommovimenti noglobal di questi anni sono di nuovo una trasposizione della
sete d’assoluto in un obiettivo politico?
Direi di sì. È sempre questa sete, perché l’uomo ha bisogno dell’assoluto e se
non lo trova in Dio lo crea nella storia.
Sempre a proposito del tema del relativismo. Tutti gli usi e i costumi e le
civiltà debbono comunque essere sempre rispettate a priori oppure c’è un canone
minimo di diritti e doveri che deve valere per tutti?
Ecco, questo è l’ altro aspetto della medaglia. Prima abbiamo constatato che la
politica è il mondo dell’opinabile, del perfettibile, dove si devono cercare con
le forze della ragione le strade migliori, senza assolutizzare un partito o una
ricetta. Tuttavia è anche un campo etico, la politica, perciò non può alla fine
comportare un relativismo totale dove, per esempio, uccidere e creare pace hanno
la stessa legittimità. Abbiamo in diversi documenti della nostra Congregazione
sottolineato questo fatto, pur riconoscendo totalmente l’autonomia politica.
Dunque non tutto è permesso…
Abbiamo sempre detto che neanche la maggioranza è l’ultima istanza, la
legittimazione assoluta di tutto, in quanto la dittatura della maggioranza
sarebbe ugualmente pericolosa come le altre dittature. Perché potrebbe un giorno
decidere, per esempio, che vi sia una “razza” da escludere per il progresso
della storia, aberrazione purtroppo già vista. Quindi, ci sono limiti anche al
relativismo politico. Il limite è delineato da alcuni valori etici fondamentali
che sono proprio la condizione di questo pluralismo. E sono quindi obbligatori
anche per le maggioranze.
Qualche esempio?
Sostanzialmente il Decalogo offre in sintesi queste grandi costanti.
Torno a un altro aspetto del “relativismo culturale”. Anche fra i cattolici
c’è chi considera la missione quasi una violenza psicologica nei confronti di
popoli che hanno un’altra civiltà.
Se uno pensa che il cristianesimo sia solo il suo proprio mondo tradizionale
evidentemente sente così la missione. Ma si vede che non ha capito la grandezza
di questa perla, come dice il Signore, che gli si dona nella fede. Naturalmente,
se fossero solo tradizioni nostre, non si potrebbero portare ad altri. Se invece
abbiamo scoperto, come dice San Giovanni, l’Amore, se abbiamo scoperto il volto
di Dio, abbiamo il dovere di raccontare agli altri. Non posso mantenere solo per
me una cosa grande, un amore grande, devo comunicare la Verità. Naturalmente nel
pieno rispetto della loro libertà, perché la verità non s’impone con altri mezzi
che con la propria evidenza e solo offrendo questa scoperta agli altri -
mostrando cosa abbiamo trovato, che dono abbiamo in mano, che è destinato a
tutti - possiamo annunciare bene il cristianesimo, sapendo che suppone
l’altissimo rispetto della libertà dell’altro, perché una conversione che non
fosse basata sulla convinzione interiore - “ho trovato quanto desideravo” - non
sarebbe una vera conversione.
Di recente è venuto alla luce sulla stampa un fenomeno doloroso: la
conversione di tanti immigrati che provengono dall’islam, e che - oltre a
trovarsi in pericolo - si ritrovano soli, non accompagnati dalla comunità
cristiana.
Sì, ho letto e mi addolora molto. È sempre lo stesso sintomo, il dramma della
nostra coscienza cristiana che è ferita, che è insicura di sé. Naturalmente
dobbiamo rispettare gli stati islamici, la loro religione, ma tuttavia anche
chiedere la libertà di coscienza di quanti vogliono farsi cristiani e con
coraggio dobbiamo anche assistere queste persone, proprio se siamo convinti che
hanno trovato qualcosa che è la risposta vera. Non dobbiamo lasciarli soli. Si
deve fare tutto il possibile perché possano in libertà e con pace vivere quanto
hanno trovato nella religione cristiana.
Fonte : www.internetica.it
Intervista a cura di Antonio Socci. Il libro: Joseph Ratzinger, “Fede, verità tolleranza. Il cristianesimo e le religioni nel mondo”, Cantagalli, Siena, 2003.