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  ORIENTE E OCCIDENTE : il cristianesimo tra oriente e occidente

 

IL CRISTIANESIMO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

 

 

 

Bisanzio è esistita per circa mille anni: dalla sua fondazione nei secoli V-VI d.C. alla violenta distruzione per opera dei turchi ottomani il 29 maggio 1453. Anche la tradizione cristiana della Russia ha festeggiato nell'88 il suo millennio. Ben diverse però sono state le tradizioni, le forme di spiritualità e le esperienze religiose. Quando i vescovi greci consigliarono al principe Vladimir di introdurre, nella neobattezzata Russia, il modello romano-bizantino delle sanzioni penali, specie per quanto riguardava la pena capitale, il principe non nascose la sua disapprovazione. In effetti, secondo le leggi barbariche delle tribù protorusse (e di altre nazioni allo stesso livello di sviluppo), i crimini dovevano essere puniti o con sanzioni pecuniarie, oppure col "guidrigildo"(1). In tal modo, armi e cavalli -di cui allora si aveva gran bisogno, a causa delle interminabili guerre- risultavano più facilmente reperibili.

L'umanità di Vladimir non la si riscontra neppure in Clodoveo, il re che battezzò i franchi cinquecento anni prima. Nessuno ha mai pensato di canonizzare Clodoveo o altri re del mondo barbarico che avevano accettato il cristianesimo. Vladimir invece venne considerato un santo. Le cronache del tempo lo descrivono come un sovrano giusto, generoso, gioviale. I suoi due figli minori, Boris e Gleb, furono canonizzati nel 1015 per aver compiuto un gesto senza precedenti nella storia del cristianesimo. Alla morte di Vladimir, il fratello maggiore di Boris, Sviatopolk, aveva intenzione di espropriare quest'ultimo di tutti i suoi domini. Boris rifiutò di condurre i suoi uomini contro il fratello, non ritenendo giusto coinvolgerli in una rivalità intrafamiliare. E così, sia lui sia l'altro fratello, Gleb, che condivideva la sua decisione, furono uccisi da Sviatopolk, anche se poi la reazione popolare lo portò a morire in esilio. Boris e Gleb, per la chiesa russa, diventeranno l'immagine ideale dei "sofferenti innocenti", a imitazione del Cristo.

Praticamente nello stesso periodo in cui accadevano questi fatti, Bisanzio, quale massimo centro culturale e commerciale dell'intero mondo cristiano, in perfetta continuità con la tradizione culturale ellenistica, era al vertice del suo splendore. Viceversa, l'ellenismo in occidente, a partire dal VI sec., iniziò a subire un'eclissi che durerà fino a Scoto Eriugena nel IX sec., fino alla traduzione delle opere del Damasceno nel XII sec., fino alle scuole di Chartres, di Laon e di Parigi, sempre nel XII sec., fino alla mistica tedesca del XIV sec. e al Rinascimento italiano. In occidente sarà il pensiero agostiniano (mai ben conosciuto in oriente) a permeare profondamente di sé la cultura, il diritto, la religione. Sino a quando in quest'area dell'Europa non sorgeranno dei centri in grado di competere con Bisanzio, sarà solo nelle sale degli amanuensi benedettini che si cercherà, con molta fatica, di preservare il sapere degli antichi. Benché dunque l'impero d'oriente fosse stato ridotto dalle conquiste arabe dei secoli VII e VIII, il suo potere costituiva ancora il modello più significativo per ogni Stato feudale europeo.

Il successo dell'impero bizantino è dipeso -come vuole la migliore storiografia confessionale- da tre fondamentali fattori:
1) la convinzione di professare la verità (ovvero la fede cristiana ortodossa);
2) la capacità di amministrare gli affari e di gestire le relazioni diplomatiche in un modo altamente civilizzato (quanto in ciò abbia influito la cultura filosofica dell'antichità classica è facile intuirlo);
3) la certezza di rappresentare la successione legale della Roma cristiano-imperiale di Costantino il Grande.

Il primo di questi fattori surclassava i rivali orientali. I poteri asiatici del mondo arabo e cinese erano paragonabili, per livello di urbanizzazione e organizzazione statale, a quello del Bosforo, ma non potevano aspirare a diventare dei modelli da imitare, in quanto non erano cristiani. Anche i rivali occidentali non godevano di molta credibilità. E' vero che la rottura finale fra le chiese orientale e occidentale divenne un fatto di vita ecclesiastica nel 1054 e di coscienza popolare con il XIII sec., soprattutto dopo il sacco di Costantinopoli che i cavalieri della quarta crociata fecero nel 1204; ma i sospetti sulla "ortodossia" della cristianità occidentale erano già stati avanzati nel IX sec., con lo scisma del patriarca Fozio.

Il secondo fattore eliminava completamente i rivali occidentali. L'impero di Carlo Magno, in effetti, non fu che un tentativo mal riuscito di riprodurre il modello romano-bizantino. Il terzo fattore veniva usato per escludere dalla competizione un qualunque altro candidato.

L'interpretazione cristiana della storia ha creato uno speciale legame fra Roma e la cristianità. Agli scrittori bizantini piaceva sottolineare che la nascita di Cristo coincise con il regno dell'imperatore Augusto. Il nome del procuratore Ponzio Pilato si decise d'introdurlo nel Credo, e certo non per fargli un piacere. L'ironia tragica del tema della "passione di Cristo" sta nel fatto ch'essa manifesta un atteggiamento molto serio e rispettoso nei confronti dell'autorità: in primo luogo dell'autorità mondiale della legge romana (cui l'apostolo Paolo, in seguito, si rifarà continuamente) e, in secondo luogo, della stessa autorità sacerdotale ebraica, che condannò il messia. Gli Atti degli apostoli documentano questo rispetto della legge ebraica e romana più che ampiamente. La partecipazione dei soldati e ufficiali romani all'esecuzione del Cristo non venne utilizzata dai cristiani come argomento contro la "missione" di Roma nella storia mondiale. Anche perché, duemila anni fa, dopo quella esecuzione e soprattutto dopo la distruzione di Gerusalemme, i cristiani non chiedevano altro che convivere pacificamente con le leggi e le istituzioni romane.

Quanto ai giudei, essi restavano per i cristiani il popolo scelto da dio per la storia sacra degli uomini. In Giovanni 11,51 Caifa viene addirittura paragonato a un profeta. Per i cristiani di allora, Roma era sotto il dominio del "principe di questo mondo", Satana, ma essa andava salvata e santificata. Pur perseguitati, i cristiani continuavano a credere che la Pax romana avrebbe ritardato la venuta dell'Anticristo. Quando l'imperatore Costantino iniziò a mutare strategia, passando dalle persecuzioni alle strumentalizzazioni, i cristiani erano persuasi di aver vinto una grande battaglia. La perfetta sinergia dell'impero romano-bizantino e della chiesa cristiana determinerà la convinzione che tutto quanto non rientrava nei canoni morali e religiosi della teologia cristiana, del diritto romano e della filosofia greca, andava considerato come "barbaro".

Il medioevo fu appunto la realizzazione di questa pretesa ideologica. Naturalmente non mancarono le differenze tra oriente e occidente. Circa un secolo dopo il crollo dell'impero romano (476), gli intellettuali euroccidentali presero a denominare, con malcelato disprezzo, l'area orientale col termine di "impero bizantino" (ancora oggi in occidente si tende a equiparare "bizantino" a cavillosità, pedanteria). Il motivo era forse dovuto al fatto che il trasferimento della capitale sul Bosforo non era stato visto di buon occhio.

In realtà, il titolo di "impero bizantino" era del tutto estraneo agli abitanti dell'area orientale, i quali, per sottolineare la netta separazione dalla pagana epoca precedente, avevano ribattezzato Bisanzio col termine di Costantinopoli o Nuova Roma. I "bizantini" non si autodefinirono mai con questo termine, né con quello di "greci": al massimo con quello di "elleni". Ma in occidente la parola "ellenico" stava per "pagano", contrapposto a "cristiano". Meno che mai i cristiani occidentali accettavano che i bizantini si considerassero dei "romani". Paradossalmente, l'impero bizantino veniva riconosciuto come legittimo erede del millenario impero romano più dai giovani popoli barbarici penetrati in Europa che non dai cattolici di Roma. Quando ad es. Vitige, re degli ostrogoti, s'impegnò contro Giustiniano I nel VI sec. per il controllo dell'Italia, egli ordinò che si coniassero le monete con l'effigie dell'imperatore.

Solo col tempo, spinti in questo anche dalle pretese del papato, i sovrani barbarici cercarono di attribuire a loro stessi la legittima successione. Ciò che, per la prima volta, avvenne nell'800, allorquando Carlo Magno re dei franchi venne incoronato "imperatore romano" dal vescovo di Roma, suscitando le ire di Costantinopoli, che per molto tempo considerò la scelta di questo titolo un arbitrio oltraggioso, per quanto ciò non abbia determinato delle conseguenze sul piano militare. L'area bizantina infatti non ha cercato quasi mai di far valere i suoi diritti al cospetto dell'area occidentale usando la forza delle armi. Ciò naturalmente non significa che nel proprio impero il basileus non usasse la spada contro tutti quei popoli (si pensi ad es. ai bulgari e ai serbi) che rivendicavano autonomia politica e amministrativa. D'altra parte sulla legittimità di questo uso nessun cattolico occidentale sarebbe mai stato, in via di principio, contrario. Dante, nel suo De Monarchia, non mette assolutamente in discussione l'idea che debba esistere un unico Stato centralizzato, a livello universale, e che questo Stato debba coincidere con quello romano (2). I problemi semmai sorgevano a livello pratico-politico, quando gli interessi di dominio delle due Rome venivano a scontrarsi in determinate zone geografiche (si pensi ad es. a quale misera fine ha fatto la cultura bizantina nell'Italia meridionale e nell'esarcato di Ravenna).

L'idea occidentale di poter creare uno Stato cristiano prescindendo dal riferimento all'impero bizantino, che si riteneva l'unico autorizzato a definirsi come tale, troverà un riflesso anche nelle epoche successive. Fino al secolo scorso (si pensi alla Santa Alleanza del 1815) gli Stati europei si sono reputati, di nome e/o di fatto, "cristiani". Nessuno in occidente si è mai posto il problema di come conciliare questa pluralità di Stati con l'idea teologica tradizionale secondo cui deve esistere un unico sacro impero, con un sovrano da tutti riconosciuto. Molti di questi Stati occidentali hanno persino combattuto tra di loro, a volte prendendo a pretesto proprio la religione cristiana (si pensi ad es. alle molte guerre di religione fra cattolici e protestanti). In teoria, qualunque monarchia cristiana poteva autoproclamarsi "impero". La regina Vittoria non accettò forse il titolo di imperatrice che il primo ministro Disraeli le propose? E Napoleone III non si autoproclamò imperatore di Francia (seguendo l'esempio di suo zio) e non diede forse al suo protetto Massimiliano il titolo di imperatore del Messico? E dopo la vittoria della Prussia sulla Francia nel 1871, il re Guglielmo I non si dichiarò forse imperatore di Germania?

Come dunque si può notare, l'esigenza di sacralizzare l'istituzione del potere è stata legata, in occidente, molto più che nell'area bizantina, a una questione di prestigio. Non era in gioco né il riferimento a una tradizione secolare, né la convinzione di affermare una verità ideale. Anzi, l'idea teocratica, a quel tempo, aveva già smesso di essere una realtà politica e la religione stava diventando un affare sempre più privato, individuale, soprattutto nell'area protestante. L'ideologia dell'alleanza fra trono e altare non era la stessa ideologia del sacro romano impero, così come si espresse a Bisanzio e, a un livello mimetico-imitativo, con i franchi e i sassoni.

Durante i primi due-tre secoli della nostra èra, il linguaggio dei cristiani europei era comune: le tradizioni, soprattutto negli aspetti sostanziali della teologia, piuttosto simili. I cattolici dell'orbe si sentivano come il popolo eletto dell'Antico testamento. Gli antagonismi etno-culturali venivano qualificati col termine di "eresia": il donatismo africano, il nestorianesimo est-siriaco e malabarico, il monofisismo armeno, copto-etiopico e ovest-siriaco. La dissidenza poteva tranquillamente non essere compresa nelle sue motivazioni di fondo, che erano le condizioni sociali disagiate degli strati più poveri, appunto perché si credeva e si voleva far credere nell'idea dell'universalismo cristiano, con il quale presto o tardi -si diceva- ogni ingiustizia sarebbe stata superata. E tuttavia, proprio il permanere di queste ingiustizie porterà al divorzio della pratica politica dai principi teorici: tanto all'est quanto all'ovest, tanto nella fede cristiana quanto nella confessione islamica. In Dante troviamo ancora la condanna del particolarismo locale e nazionale in nome dell'universalismo dottrinale (nel VI canto del Paradiso egli colloca in un posto onorifico l'imperatore Giustiniano); ma il suo è un caso isolato e assai anacronistico rispetto ai suoi tempi.

Costantinopoli, almeno sino a quando i turchi non la trasformeranno in Istanbul, rimase una capitale eurasiatica. Se si vuole, esiste solo un luogo in cui l'Europa e l'Asia nel Mediterraneo sono in stretto contatto: l'area del Bosforo, il mar di Marmara e lo stretto dei Dardanelli. Sotto le mura di Troia il mito inaugurò la storia greca e grazie all'esilio di Enea i romani credettero di poter risalire alle loro origini. Poi furono gli europei che attraverso i romani delinearono la loro storia (inclusi i russi, che a partire dal XVI sec., con Ivan il Terribile, si credevano discendenti di Cesare Augusto). Per non parlare del fatto che in taluni racconti bizantini si fanno discendere gli ottomani dagli stessi troiani. Erodoto fu forse il primo a sostenere che la guerra troiana era stata un confronto fra Europa ed Asia. E come Xerxe, re dell'est, giunse in Europa, così Alessandro Magno, re dell'ovest, giunse in Asia.

Dal medioevo in poi un importante concetto trovò espressione lessicale nei linguaggi euroccidentali, anche se non ne trovò in quelli bizantini e della Russia premoderna. Nel latino medievale apparve la parola "christianitas" ("chrétienté" in francese, "christenheit" in tedesco, "cristendom" in inglese, e così via). In russo si usava soltanto il termine "mondo cristiano". Tuttavia, quando queste parole apparvero la situazione non era più quella di un tempo. Esse denotavano semplicemente la totalità delle nazioni cristiane in relazione a cui ognuna di esse, individualmente, non era che una parte in lotta con un'altra. La rivalità politica ed economica delle nazioni cristiane euroccidentali fu all'origine di sanguinose guerre di religione e coloniali. Le frontiere erano determinate dalla competizione e dal reciproco odio. A garanzia della loro più alta unità, la concezione medievale -estremamente formalista e retorica, in questo senso- poneva due figure che solo apparentemente sembravano al disopra delle parti: il papa e l'imperatore. Viceversa l'ortodossia non ha mai conosciuto profonde rotture e lacerazioni come la Riforma e la Controriforma.

Nel russo paleoslavo (o slavonico) è esistito un termine equivalente, sul piano funzionale non logico, a quelli citati sopra: il concetto di "Santa Russia", che non va interpretato secondo criteri etnici, geografici o nazionalistici. "Santa Russia" infatti è una categoria cosmica, che include sia l'Eden del Vecchio Testamento, sia la Palestina dei vangeli. Il suo scopo era quello di dare espressione terrena al concetto teologico della chiesa universale, collocandolo in una prospettiva insieme più prosaica e più epica. Non era una mania di grandezza, ma una manifestazione della spiritualità o dell'ideologia cristiana della Russia antica.

Spiritualità per certi aspetti assai diversa da quella cattolico-occidentale. Il credente russo, generalmente, riteneva blasfemo un contatto troppo intimo con il sacro e preferiva il senso della lontananza, dell'alterità fra uomo e dio. Nessun santo russo avrebbe mai collocato il Cristo in una mangiatoia, come fece Francesco d'Assisi. In alcune sue poesie, per fare un altro esempio, W. Blake espresse il desiderio di ricostruire Gerusalemme nella verde Inghilterra. Addirittura nel corso del medioevo cattolico si cercò di edificare molte chiese sulla base della disposizione dei sacri luoghi di Gerusalemme (vedi ad es. l'abbazia di Santo Stefano a Bologna). Viceversa, quando il patriarca Nikon propose di costruire una Nuova Gerusalemme nella Russia del XVII sec., subito gli si rimproverò di voler profanare la Città Santa. Gli si permise soltanto di ribattezzare il fiume Istra col nome di Giordano. Ma a nessun russo è mai venuto in mente di sostituire il Giordano con i fiumi della sua patria, allo scopo di attualizzare il messaggio di Cristo: al cattolico Francis Thompson sembrò invece del tutto naturale sostituire il lago di Gennesaret con il Tamigi.

Per i teologi russi non era decisiva, come per i cattolici, la sopravvivenza delle strutture ecclesiastiche quando contemporaneamente quelle statali o non esistevano o erano in via di dissoluzione. Come per i bizantini ortodossi, così per i russi chiesa e impero apparivano del tutto inseparabili: l'impero non era altro che il luogo della chiesa. Significativo, in questo senso, il monito rivolto nel 1390 dal patriarca Antonio IV di Costantinopoli al principe di Mosca Vassili I. Quest'ultimo aveva osato proclamare che i russi condividevano con i bizantini una medesima chiesa senza avere però un imperatore, in quanto non riuscivano a riconoscersi in quello bizantino. "E' impossibile per i cristiani avere una chiesa e non avere un impero", rispose il patriarca. Parole profetiche, poiché subito dopo il crollo di Bisanzio saranno proprio i discendenti di quel principe moscovita a porre le basi dell'impero russo-ortodosso. Il titolo di zar, adottato dal principe di Mosca alla fine del XV sec., costituì appunto una versione russificata del titolo di Cesare.

Nel 1461 i turchi occuparono Trebizond, l'ultimo frammento dell'impero romano. Nel 1478 Mosca si annetteva il territorio di Novgorod la Grande e nel 1480 si liberava finalmente del giogo tartaro-mongolo. L'idea di una "terza Roma" (di tipo slavo), in alternativa a Costantinopoli, la si può già rintracciare in una lettera scritta da Filofei di Pskov nel XVI sec.: "due Rome sono cadute, la terza resta e una quarta non ci sarà..."(in quanto si riteneva il numero tre simbolo di perfezione). Formula, questa, che trova un precedente nell'affermazione di un cronista bizantino, il quale, l'indomani del crollo dell'impero occidentale, scrisse: "la vecchia Roma è caduta ma la nuova Roma cresce e si sviluppa". Una versione bulgara del XIV sec. traduce questa frase alterando, significativamente, le parole "nuova Roma" con "città imperiale" (tsargrad). Il riferimento, peraltro ovvio, andava a Tyrnovo, la capitale dell'impero bulgaro. Là dove il cronista bizantino intendeva riferirsi al basileus di Costantinopoli, fu inserito il nome dello zar bulgaro Ioann Alessandro, che fino a quel momento non era stato sconfitto da nessuno. L'esigenza di affermare una legittima eredità spirituale è un motivo ricorrente nella storia sacra cristiana. Ve ne sono abbondanti tracce già nel rapporto neotestamentario fra cristiani ed ebrei. Persino nell'Eneide si ritiene Roma la legittima erede di Troia. Quando Costantino trasferì la capitale nel Bosforo, i primi intellettuali bizantini erano convinti ch'egli volesse fondare una "terza Troia".

Tuttavia i regni slavici meridionali, che pur rivendicavano il diritto ad essere gli unici veri depositari del potere ortodosso nell'area slavica, caddero in mano turca ancor prima che Bisanzio morisse. Viceversa, il principato di Mosca poneva la questione dell'unico vero Stato ortodosso a un livello più internazionale, nella ormai acquisita consapevolezza che la tradizione bizantina era al tramonto e che la forza dello Stato russo non poteva essere paragonata, in quel momento, a quella di nessun altro Stato cristiano, orientale e occidentale.

In effetti, dopo i successi di Ivan III e Ivan IV contro i tartari, dopo la sconfitta dei khanati di Kazan e di Astrakhan, Mosca era diventata un grande centro eurasiatico. Essa si sentiva parte della christianitas europea, ma la consapevolezza d'essere l'unica legittima erede di Costantinopoli la portava a estraniarsi dallo stile di vita e dalla religiosità del cattolicesimo latino. L'enorme estensione del suo territorio non faceva che favorire questo processo. E così, nel XIII sec. Alexander Nevsky rifiutò l'ambasciata inviata dal papa per convincerlo a muovere guerra contro i mongoli; nel XV sec. il principe Vassili II tolse ogni potere al metropolita di Mosca, Isidoro, che aveva parteggiato per l'unione cattolico-ortodossa al Concilio di Firenze del 1439; al tempo della sconfitta di Ivan il Terribile ad opera del re polacco Bathory, la missione del gesuita Antonio Possevino, mandato da Roma in qualità di paciere, fallì miseramente, poiché il papato voleva in cambio della mediazione una crociata antiturca dei russi e soprattutto la subordinazione degli ortodossi ai cattolici. Più tardi vi saranno le grandi rivalità geo-politiche fra Mosca e la Lituania, e Pietroburgo parteciperà alla spartizione della Polonia. I russi erano addirittura convinti che Costantinopoli fosse crollata proprio a causa dei suoi compromessi coi latini; quei compromessi ch'essa aveva cercato per difendersi dai turchi e che non solo non le servirono a nulla (perché i cattolici non mantennero mai le loro promesse), ma favorirono anche la penetrazione dei latini nel suo impero.

Durante il regno di Ivan IV, il territorio russo si espanse verso est notevolmente. Uno Stato euroccidentale non avrebbe certo potuto avere analoghe ambizioni, non foss'altro che per le forti resistenze dei paesi limitrofi, di diritto non meno "cristiani" e di fatto non meno evoluti, che avrebbe incontrato. Tuttavia, per la mentalità dei sovrani russi non si trattava semplicemente di annettersi dei territori molto lontani dall'Europa: il problema era anche quello di creare una sorta di configurazione geo-politica ed eurasiatica del cristianesimo che fosse molto compatta, a livello organizzativo (per il popolo russo) e a livello ideologico (per la fede ortodossa mondiale). Questa preoccupazione politico-religiosa era forse più sviluppata nell'impero russo che in quello bizantino, benché fu proprio questo a riconoscere in quello il suo miglior successore nella fede.

Cosa, questa della successione, che non va affatto considerata come inevitabile. In effetti, stando alle tradizioni culturali, l'occidente europeo era senz'altro molto più vicino a Bisanzio di quanto non lo fosse la Russia. Il sistema monarchico bizantino proveniva direttamente da quello romano, il quale, a sua volta, era frutto del governo personale di quei comandanti vittoriosi sul piano militare: governo inaugurato da Silla e Cesare. Non emergeva certo dall'arcaico ordinamento patriarcale. Il principio dinastico era già andato irrimediabilmente perduto. Neppure aveva molta consistenza l'idea del dovere personale di lealtà verso l'imperatore: sia a Roma che a Bisanzio i sovrani venivano facilmente deposti o uccisi, talvolta anche pubblicamente e con esultanza popolare. Per i bizantini "sacro" era l'impero non l'imperatore o, nel migliore dei casi, era la sua "carica", il suo "ufficio". Ecco perché gli impostori, che furono così caratteristici dell'autocrazia russa, medievale e moderna, non furono mai tipici della storia dell'autocrazia bizantina. Il successo di un leader (comandante militare o politico) non era percepito dai bizantini come il risultato di circostanze favorevoli, ma piuttosto come il riflesso di una qualità intrinseca alla sua persona, di un carisma di tipo "terreno". Cicerone aveva già discusso seriamente di questo argomento. Ad es. una figura come quella del principe russo Kurbsky, che riparò in Lituania, subito dopo aver visto che alcuni nobili di sua conoscenza erano stati giustiziati da Ivan il Terribile, sarebbe stata quasi impensabile a Bisanzio.

Qualunque fosse stata la spiritualità richiesta a livello di reputazione personale, il bizantino pensava che in politica dio stesse dalla parte del vincitore, a meno che, naturalmente, questi non fosse un eretico. Un bizantino non avrebbe mai tollerato che Alessandro I potesse tranquillamente morire sul trono mentre tutti conoscevano la sua complicità nell'omicidio di suo padre Paolo I. Né avrebbe potuto comprendere il motivo per cui Boris e Gleb furono annoverati tra i santi: dopo tutto essi non morirono per la loro fede, ma per cose piuttosto prosaiche. Viceversa, i cristiani russi, oggi come allora, li preferiscono ricordare con particolare orgoglio, convinti come sono che soltanto in una lunga e sofferente sopportazione delle avversità si esprime veramente la santità dell'uomo, a prescindere da qualunque vero atto di fede. Questo culto della sofferenza, percepita come valore universale dominante, era quanto mai estraneo al realismo, all'equilibrio e al senso dell'oggettività del mondo bizantino. Difficilmente insomma i bizantini avrebbero pensato che i russi potevano diventare i loro legittimi successori (nella fede ortodossa). Ma gli schemi degli uomini non sempre soddisfano le esigenze della storia.

 

 

Note :

(1) Era il prezzo che l'uccisore di un uomo libero doveva versare ai familiari della vittima per evitarne la vendetta: in genere era proporzionale alla condizione sociale della vittima.

(2) Non a caso il legato pontificio card. Bertrando del Poggetto, comandante in capo dell'esercito guelfo nella crociata contro i Visconti, fece bruciare dal boia, nel 1329, questo testo di Dante.

 

Enrico Galavotti galarico@inwind.it - www.homolaicus.com

 

 


 

Fonte:  www.homolaicus.com