LECTIO DIVINA
a cura di Padre
Franco Gioannetti
Ritorniamo ad un’antica e fondamentale esperienza della Chiesa; a contatto con
la “Pagina Perenne” ricorda mano a mano che procederai con le due regole
d’oro:
· APPLICA TUTTO TE STESSO AL TESTO
· APPLICA TUTTO IL TESTO A TE
ITINERARIO MONASTICO VERSO
DIO
Definizione:
La Lectio Divina “è una lettura personale della Parola di Dio,
mediante la quale ci si sforza di assimilare la sostanza; una lettura che si fa
nella fede, in spirito di preghiera,credendo alla presenza attuale di Dio che ci
parla nel testo Sacro,mentre ci si sforza d’essere noi stessi presenti, in
spirito d’obbedienza e di completo abbandono alle promesse, come alle esigenze
divine.” (L. Bouyer; Parola, Chiesa, Sacramenti nel protestantesimo enel
cattolicesimo, Brescia, Morcelliana, 1962, p.17).
Le idee forza che comandano la lettura:
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Se nella preghiera era l’uomo che parlava a Dio, nella lectio
divina è Dio che parla all’uomo; Quando oras cum Deo loqueris, quando legis
Deus tecum loquitur. (cfr. Dei Verbum, n. 25)
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La Parola è estremamente trascendente: “letteravenuta dal
cielo”. E’ “la fonte di Dio”, il “pozzo di Giacobbe”, la divina pagina o
“perennis pagina”.
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La Bibbia è un libro vivente: perché in essa è il Dio vivo che
è presente e parla “hodie”:“ascoltando le sue parole è come se vedessi la sua
propria bocca.” (Gregorio Magno, Moralia 16). L’ispirazione non si limita
all’agiografo, ma arriva fino al leggente. La parola non è solo messaggio, ma
presenza di Dio.
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La Bibbia èletta in una
visione unitaria, convergente su Cristo: “Tutta la Scrittura divina è un solo
libro, e quest’unico libro è Cristo” (Ugo di S. Vittore).
I momenti della Lectio Divina:
L’itinerario monastico
ripropone, a ritroso, l’esperienza dell’agiografo.
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Lectio.
Contatto con il testo: in esso tutto è
importante, anche un apice o uno iota: La Parola incarnata nel testo:parallelo
con il Natale!. Dalla Lectio deve risultare una conoscenza materiale di tutta la
Bibbia; una dimestichezza con il testo.
- Meditatio.
E’ il momento in cui si cerca di
creare nell’intimo del cuore uno spazio di risonanza,perché la Parola entri
nelle zone più intime dello spirito. E’ un ripiegamento amoroso sui testi, in un
clima di calma contemplativa, che mira ad una assimilazione vitale. E’
l’operazione di fissaggio del testo, perché non si cancelli, mediante la
memorizzazione e la masticazione o “ruminazione” (= ripetizione mnemonica dei
brani o versetti).
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Oratio.
La Parola accolta suscita
risonanza, risposta. I suoi contenuti sono quelli del testo letto e meditato.
Basta restituire a Dio la sua parola, dopo avergli apposto il nostro sigillo
(Amen) in un assenso totale.
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Contemplatio.
Dal dialogo si passa
all’abbraccio del Padre. E’ l’incontro del figliol prodigo a tu per tu con il
Padre. Si tocca Dio in un atto semplice e spontaneo di stupore,ammirazione,
riconoscenza, adorazione, canto, confessione, lode. E’ l’amore che parla.
CONCLUSIONE
:
1) Lo schema monastico (lectio,meditatio, oratio,
contemplatio) è, tra i vari modelli di lettura biblica, uno dei più semplici ed
accessibili.
2) E’ adeguato a tutte le età, perciò particolarmente
indicato per i nuclei familiari.
3) Esige un impegno globale di vita cristiana; in analogia a
quanto cerca di fare il monaco perché ilmomento della Lectio sia fruttuoso:
bisogna preparare il terreno delcuore per accogliere la Parola.
4) La famiglia cristiana prepara se stessa per accogliere la
Parola:
a) vivendo intensamente la liturgia della Chiesa;
b) assumendo cristianamente l’impegno sociale di feconda
testimonianza;
c) determinando nelle scelte familiari e personali una
precisa scala di valori, in cui Dio èal primo posto;
d) vivendo la vita familiare come comunione;
Inquesto contesto e su
questo terreno la Parola divina può fruttificare.
5) La famiglia che medita insieme la Parola ha in essa una
straordinaria energia di crescita; la Parola è come un lievito che fermenta la
Pasta (cfr Dei Verbum 25 e 4).Ma anche la Scrittura cresce insieme con la
famiglia: la Parola scritta giunge a “compiersi”. La famiglia diviene pagina
aggiunta della Scrittura.
LA
PREGHIERA COME INCONTRO D'AMORE
a cura di Padre Franco
Gioannetti
Presentazione:
Al breve
precedente articolo sulla “Lectiodivina” segue questo che si ispira ad un lavoro
del monaco benedettinoMons. Mariano Magrassi, arcivescovo emerito di Bari.
Questo lavoro era stato pubblicato dalla editrice benedettina “La Scala” di
Noci. Don Guido Bianchi, abate di S.Maria della Scala, ci ha autorizzati a
pubblicarlo.
A questo studio, così chiaro e scorrevole,seguiranno esperienze di lectio
divina on line. Questa volta non abbiamo avuto il coraggio, o meglio la capacità
di tradurre il termine latino “lectio divina”. Mentre l’opus Dei può essere
indicato con un’espressione biblica “sacrificio di lode”, qui è difficile
trovare un termine nella nostra lingua che esprima esattamente la lectio divina.
Quel “divina” è un aggettivo che è equivalente al genitivo. Anche qui ha un
significato oggettivo, è una lettura attraverso la quale si contempla, si ammira
Dio, ma ha anche un significato soggettivo, è una lettura in cui Dio è inazione,
in cui parla. Si tratta di una “lettura a due”. E dunque un genitivo mistico.
PROGRAMMA:
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Adesso, dovrei dirvi in parole semplici cosa è questa lectiodivina.
Dirò subito che è una forma di preghiera che esiste nellatradizione della
Chiesa.
E’ stata messa a punto già nel mondo patristico nei grandi Padridel IV-V sec. ed
ha trovato nel Medioevo monastico un’attuazionefervorosa.
Ne sono nati degli opuscoli anche molto belli: ne parlano continuamentei monaci
medievali. E finalmente un certosino, Guigo II, ha riassuntoquesto modo di
pregare in un trattato “De Modo orationis” che èstato edito recentemente da Enzo
Bianchi, il leader dellacomunità di Bose, con un po’ di commento.
La grande diffusione che avuto questa versione dice l’interesse deicontemporanei
per questa antica esperienza di preghiera.
E’ una forma di preghiera e allora bisogna partire dalla realtàdella preghiera.
Quando si dice questo termine preghiera la maggior parte della gentepensa subito
a due cose:
1)chiedere qualcosa a Dio;
2)dire delle formule.
La maggior parte della gente non conosce altro modo di pregare.
Se io dovessi scegliere una scena del Vangelo che esprima plasticamentecosa è la
preghiera, prenderei Giovanni, 11 / 28.
Maria è al sepolcro, la vanno chiamare e le dicono:c’è ilmaestro che ti chiama,
Magister adest et vocat te. Glielo diconosottovoce e lei in silenzio si alza e
subito va da lui.
E poi aggiungerei quello che lo stesso Giovanni racconta in un’ altrapagina: la
scena di Maria seduta ai piedi di Gesù. Lo guarda,beve le parole dalla sua bocca
e dimentica tutto, anche il pranzo dapreparare. E in quell’ascolto concentra
tutte le forze della sua anima.
Mi pare che questo sia la preghiera.
E se vogliamo esprimerlo con concretezza anche maggiore potremmoprendere
un’analogia dell’esistenza umana, quella sponsale nel suonascere.
Sapete quale spazio ha il tema sponsale nella Bibbia.
Che cosa succede? Due persone s’incontrano, nell’incontrarsi siscoprono, l’una
scopre l’altra con gioia e capisce che l’altrapotrà avere un’importanza enorme
nella sua vita.
Da quest’incontro qualche volta graduale, qualche volta improvviso,nasce il
desiderio di incontrarsi, gli appuntamenti.
Gli incontri ripetuti stabiliscono un rapporto sempre piùprofondo, rapporto che
diventa ad un certo momento compenetrazionereciproca, amore profondo.
Quindi il rapporto si fa così profondo che non èpiù possibile vivere l’uno senza
l’altro e si stabilisce la vitaa due.
La “vita a due” si ha nei momenti più belli dell’esperienzamistica.
E allora collochiamo la lectio divina in questo contesto preciso, dellapreghiera
come incontro.
Ci si incontra perché ci si vuol bene; se non c’è amorel’incontrarsi non
significa niente. La bellezza di un incontro èdirettamente proporzionale
all’importanza che una persona assume perl’altro: più per me conta quella
persona, più incontrarlaè una gioia.
Quando ci si incontra e ci si vuol bene che
cosa si fa? Siguarda con ammirazione e si ascolta.
L’arte del dialogo è l’arte dell’ascolto.
Le persone più simpatiche sono quelle
che,incontrandosi, con gli amici non sono loro a riempire tutto lo spaziodel
dialogo parlando sempre di sè, ma piuttosto con rispetto eattenzione, ascoltando
con amore l’altro.
Questa è una regola di galateo.
Se la preghiera è un dialogo, questa legge
nonvarrà per l’incontro con Dio? Possibile che quando andiamo adincontrarci con
il Signore dobbiamo essere soprattutto preoccupati diparlare noi? E chi è che ha
il posto più importante neldialogo, noi o Dio? E’ molto semplice quello che vi
dico, mi sembra.
Pregare è soprattutto ascoltare.
Quando ci si incontra con il Signore, lui è
al centrodella nostra attenzione: lo si guarda, lo si ammira con gioia.
E’ meraviglioso il Signore! Grande sei tu
Signore,meraviglioso nella forza, nella sapienza, nella bontà, nellabellezza.
Il centro di attenzione si sposta
decisamente su di lui. Nonstiamo a guardare noi stessi, non è un ruotare
indefinitamenteintorno al nostro io.
Questa è una deformazione della preghiera.
La preghiera è contemplativa, è andare a
lui,e poi uno stare a sentire quello che lui dice, ascoltare.
Quando si arriva a questo punto nel
presentare la preghiera,molti obbiettano: a me il Signore non dice mai niente.
Io in genere rispondo: a me invece il
Signore parla tutti igiorni, in tutti i momenti.
Forse il Signore fa discriminazioni? Allora
viindicherò subito il ritornello che ritorna continuamente negliscritti
patristici e che coglie l’idea-forza che guida la lectio divina.
Ve lo cito attraverso un testo di Girolamo
ripreso dalConcilio.”Oras, loqueris ad Sponsum; legis, ille tibi loquitur”.
E io volentieri invertirei e direi: leggi? È
lo Sposoche ti parla; preghi? Sei tu che gli rispondi.
Cosa c’è di più semplice? E’ un dialogo:
luimi parla e io rispondo.
Per capire questo bisogna cogliere
l’importanza di questofatto capitale della Bibbia: il fatto che Dio mi parla.
Dove mi parla?Attraverso le Scritture soprattutto.
Soprattutto, Dio parla attraverso tutto,
tutto èparola di Dio anche la malattia, anche gli avvenimenti per che li
saleggere con fede, ma la parola di Dio per eccellenza, il principalecanale
della parola di Dio è la Parola scritta, che è poiil metro per decifrare tutte
le altre Parole.
Proviamo a cogliere la bellezza di questo
fatto: Dio miparla.
Questo è tipico del filone biblico, non lo
troviamonelle altre religioni dove Dio è uno che ascolta, uno che silascia
cercare dall’uomo.
Nella religione biblica Dio è uno che
incomincia luia cercare l’uomo, prende lui l’iniziativa dell’incontro e comincia
adavviare il dialogo.
Finché non si è capito questo non si ècapito
nulla della Bibbia. E’ vero che qualche testimonianza di questaprospettiva la
troviamo anche in altre religioni.
Quella persiana ad esempio. Eddin Attar ha
scritto: pertrent’anni sono andata alla ricerca di Dio e quando alla fine di
queglianni ho aperto gli occhi, mi sono accorto che era lui che mi cercava.
Dunque Dio è qualcuno che prima di lasciarsi
cercarecerca.
E’ qualcuno che prima di ascoltare parla, è
lui chedeve incominciare, sempre.
E la sua Parola è l’atto con cui Egli
irrompe nellamia vita.
La Parola di Dio è lui. Dio è la sua Parola.
Infatti, è una persona della SS. ma Trinità
laParola di Dio: è il Verbo.
E’ una parola attraverso cui Dio stesso
entra nell’areadella mia vita.
E difatti San Paolo dice che questa parola è
“forzadi salvezza per chiunque crede”.(Rom 1/16).
Non è soltanto una parola comunicativa, con
cui Diomi comunica qualche cosa.
Si direbbe con termine filosofico che è una
parolaautoimplicativa, cioè una parola in cui Dio gioca se stesso.
In tutti gli interventi divini che sono
riportati dallaBibbia vediamo un Dio che non ha paura di compromettersi,
legandosi agliuomini.
Guardate la croce e vedrete fino a che punto
la parola diDio si è compromessa.
Fino a che punto la Parola è autoimplicativa.
E proprio perché Dio è compromesso in
quellaparola, essa non è solo mezzo per comunicare un pensiero.
E’ Parola ed è avvenimento,
inseparabilmente.
E’ ”forza di salvezza”; se viene accolta
puòtrasformare tutto intero colui che l’ascolta.
Ne volete la prova? “Sia la luce, disse Dio.
E la luce fu”.
“Lazzaro, vieni fuori”.
E Lazzaro morto da tre
giorni e già puzzolente balza fuori.
E se questo è vero nel Genesi se è vero nel
Vangelo, non sarà vero nella Chiesa di oggi? Anzi per certi aspetti la parola di
Dio con la risurrezione di Cristo ha fatto un balzo innanzi.
Ormai dopo la resurrezione la Parola
acquista una forza nuova.
Presentata dalla Chiesa, essa è in realtà Parola del Risorto,
che è diventato “Spirito vivificante”, capacecioè di animare il mondo con la Sua
Pasqua.
Allora se la Parola è questo, l’uomo dovrà mettersi inascolto.
Voglio citarvi una pagina biblica.
Dio dice a Salomone: chiedimi quello che vuoi e io te lo darò. ESalomone che era
un uomo saggio, dopo averci pensato ben bene, gli dice:“Signore dammi un cuore
in ascolto”. Forse mi direte: noi non abbiamomai trovato questa espressione
nella Bibbia. Anche la CEI traduce: cuoredocile, nessuno dei traduttori ha avuto
il coraggio di tradurreletteralmente. Vi è la radice shemà che vuol
direascoltare: un cuore capace di ascoltare.
Riflettiamo un momento su questa espressione: è proprio colcuore che bisogna
ascoltare, non bastano i padiglioni delle orecchie,perché se no entra di qui ed
esce di là.
Sapete che cosa è il cuore nella Bibbia?
Quando noi parliamo del cuore pensiamo ad Edmondo De Amicis, pensiamo aqualche
racconto pieno di sentimentalismo molto bello e suggestivo fattoper i ragazzi.
Non è sentimento il cuore della Bibbia.
Il cuore del Vangelo è quella zona molto più intimadell’uomo dove questa persona
è lei e non un’altra, e dove prendele sue grandi decisioni, dove gioca la sua
vita.
Il cuore è il nucleo centrale della persona umana e lì sichiamano a raccolta
tutte le energie della persona: intelligenza,volontà, fantasia, sentimento,
emotività, tutto, tuttounificato nel cuore.
La parola di Dio si ascolta col cuore, quindi con apertura totale.
Facciamo un po’ di appello alla psicologia.
Quando una persona entra nell’area della mia vita, qual’ è lamia reazione?
Ci sono due reazioni possibili.
La prima è una reazione di rifiuto; capisco che sarebbecompromettente lasciarla
entrare. Una persona che entra mi imponequalche cosa, scuote, rimescola le carte
della mia vita. Capisco chequesto può essere scomodo e allora la lascio alla
porta. “Stoalla porta e busso, se qualcuno mi apre entrerò e ceneròcon lui”,
sono parole dell’Apocalisse.
Posso lasciarlo alla porta, anche dopo averlo ascoltato materialmente.“Ti
ascolteremo un’altra volta”, hanno detto un giorno a Paoloall’Areopago.
Basta non prendere sul serio quello che il Signore dice, eimmediatamente la sua
parola resta alla porta.
Ma per fortuna può capitare anche un’altra cosa.
Può capitare che il mio cuore si apra e dica: Entra, Signore.
E dove entra lui tutto si trasforma.
Anche se la mia vita è un deserto si trasforma in giardino.
E poi lo lascio parlare e la sua parola diventa regola della mia vita.
Allora sì che la vita cambia.
E’ l’assenso totale, è l’apertura senza limiti.
In questo Maria è maestra insuperabile.
Nessuno ha mai accolto la Parola come lei.
E nessuno riuscirà mai ad accoglierla con un’aperturacosì totale.
Lei dice: “Si faccia di me secondo la tua parola”.
E proprio perché ha presentato al Signore un’aperturacosì piena, il Signore è
entrato in lei con unameravigliosa pienezza tanto che nel suo seno abbiamo
avutol’Incarnazione. Dammi, o Signore, un cuore in ascolto. Isaia in un
suoversetto dice: “Risveglia ogni mattina il mio orecchio, perché ioascolti come
un discepolo”.
Nell’invitatorio classico dell’ufficio divino, attraverso il salmo,vengono
ripetute queste parole: “Oh, se oggi ascoltaste la voce delSignore”.
Come sarebbe diversa la nostra vita se fossimo capaci davvero diascoltare la
voce del Signore, ogni mattina.
Hodie : mi piace insistere su questo avverbio che non è fondamentale soltanto
nell’universo liturgico, ma lo è anche nella lectio divina.
Hodie.
Ma è proprio vero che il Signore mi parla oggi?
Apparentemente si tratta di una parola vecchia come l’ebraismo e comeil
cristianesimo. Certe pagine della Bibbia sono scritte da millenni.
Si tratta davvero di una parola invecchiata?
Ecco, per capire bene che la parola di Dio è sempre attuale,risuona oggi,
bisogna avere un’idea esatta dell’ispirazione.
Noi diciamo che la parola di Dio è “ispirata”. E’ un participiopassato e viene
inteso solitamente così: un bel giorno lo SpiritoSanto è piombato su un uomo,
supponiamo Isaia, lo ha investitocon la sua luce e con la sua forza, lo ha
spinto ha scrivere quei poemi.
Una volta scritti la cosa è fatta, lo Spirito Santo si ritira inbuon ordine e se
ne va.
Ormai lo scritto è fatto.
Sant’Agostino parlando di questo modo di concepire e la creazione e laScrittura,
dice: “Non enim fecit et abiit”, Dio non è uno che fale cose e poi se ne va a
spasso, non è così per lacreazione, perché se le cose ci sono è perché Diole sta
creando adesso.
Non è vero che Dio ha creato l’uomo, è vero che lo creaadesso.
E la Bibbia, la sua Parola è una delle più luminosecreazioni di Dio, più ancora
del creato. Sant’Agostino dice cheDio ha scritto l’universo come un libro e ha
creato la Bibbia come ununiverso.
Come sono geniali questi accostamenti di Agostino!
Dunque volete che se la creazione è continua, l’ispirazione nonsia continua?
La Parola di Dio lo Spirito Santo la sta ispirando adesso. Mentre io laleggo ha
luogo l’ispirazione.
E’ un fatto sempre attuale. Hodie.
Dio parla adesso.
Se quelle parole non le avesse ancora dette le direbbe adesso per me.
“De novo conderetur”, sono le parole di Gregorio Magno.
Le dice adesso a me.
La Scrittura è Uno che mi parla.
Non è una parola per aria che si rivolge a tutti e a nessuno,non è un libro
vecchio di secoli.
E’ un dialogo diretto, è una parola che interpella me, qui,adesso.
E io sono in ascolto di qualcuno che attraverso la parola vuole entrare nella
mia vita. Citiamo due episodi dell’agiografia.
Prendiamo prima il filone monastico.
Siamo in Egitto, il monachesimo, almeno come fenomeno sociale, haancora da
nascere. Un giovane sui 20 anni entra in una Chiesa, ildiacono sta proclamando
in Vangelo e legge queste parole: “Se vuoiessere perfetto, va, vendi quello che
hai, dallo ai poveri, vieni eseguimi”.
Quel giovane è sconvolto esce dalla Chiesa che è unaltro.
Vende tutto, dà il ricavato ai poveri e va a cercare Cristo neldeserto.
Si chiamava Antonio.
Antonio del deserto.
Chi racconta quest’episodio è uno dei più grandi Padridella Chiesa, S. Atanasio.
Sapete che la “Vita Antonii” di Sant’Atanasio si pone una domanda:Perché Antonio
ha risposto così a quella parola di Diomentre gli altri sono usciti di Chiesa
continuando a fare quello cheavevano fatto fino allora?
E sostanzialmente dà questa risposta: perché ha capitoche era Cristo che
parlava. Ha capito che parlava a lui e che voleva unarisposta.
Non si può dire meglio di così.
Un altro episodio dell’agiografia: il famoso “Tolle et lege” delleConfessioni
agostiniane. Agostino sta sforzandosi da tempo di cambiaredavvero vita, ma
sapete quanto gli è costato, quanto tempo ci hamesso.
Un giorno sente un bambino che da una finestra canta: “Tolle et lege” eispirato
dal Signore lo prende come un invito di Dio ad aprire il Libro.
Rientra in casa, apre il libro dell’Apostolo e legge.
E’ un invito pressante a non andar dietro alle concupiscenze del corpo.E a un
certo punto capisce che il Signore gli parla attraverso queltesto che segna il
tracciato della sua vita e comincia una vita nuova.
Comincia una vera conversione.
Cosa può fare una parola ascoltata sul serio. “E’ lui che parlaquando nella
Chiesa si leggono le Scritture”, dice il Concilio.
Nel rito armeno la proclamazione del Vangelo è preceduta daquesto dialogo tra il
diacono e l’assemblea: “State attenti!” dice ildiacono.
Se nell’assemblea si attuasse sempre questa attenzione piena ditensione
spirituale, come sarebbe diversa la celebrazione!
C’è qui Dio, è lui che parla.
Non è un Dio che tace.
E qui mi viene in mente un’altra pagina di Agostino, il commento a quelversetto
del salmo: “Ecce veniet Dominus et non silebit”.
Viene il Signore e non tace, e Agostino con il suo stile incalzantecomincia:
“Non tace perché il diacono è salito sull’ambonee ha letto, non tace perché io
sono qui e con l’omelia vi stoparlando, non tace…”.
Dio non tace.
La sua parola è parola che oggi rivolgi a me.
Tutto cambia se siamo capaci di metterci in questo atteggiamento difronte alla
parola. Ecco come qualcuno che ha studiato bene la lectiodivina definisce questo
atteggiamento: una lettura nella fede in spiritodi preghiera credendo alla
presenza attuale di Dio che mi parla, con lapresenza di tutto me stesso, in
spirito totale di abbandono.
Presenza attuale di Dio che mi parla.
Dice un medievale: ho appena voltato pagina ed ecco ho trovato coluiche amo.
Nella Scrittura si cerca Cristo e lo si trova, lo si scopre, parla ame, è qui
con tutto il suo potenziale di salvezza.
E io devo essere qui con tutto me stesso.
Un protestante Bengen, che ha recepito questa tradizione monastica,
haconcentrato tutto in questa parola: Te totum applica ad textum, remtotam
applica ad te. E cioè applica tutto te stesso all’ascolto epoi applica tutta
quella parola a te stesso, quindi metti in gioco tuttele tue facoltà, tutte, non
solo l’intelligenza capace di capirei concetti, ma la fantasia, per esempio, per
ricostruire e renderevivace l’immagine: Io sono la vite, bisogna vederla questa
vite.
Vedere una bella vite esposta al sole con i grappoli illuminati,lucenti,
vederla, ricostruire l’immagine…
La fantasia che entra in gioco e non solo la fantasia, èevidente; la capacità di
decidere, la volontà,l’affettività, l’emotività, tutte le energie.
Per capire questa parola ci vuole tutto l’uomo. L’ascolto èl’atto più
impegnativo della nostra esperienza.
Non solo quando si ascolta Dio, ma anche quando si ascolta un uomo.
Guardare una cosa non impegna molto. Io guardo fuori e vedo chelà c’è una casa,
questo non mi chiede niente.
Me se una dice: Io ti amo, non posso rimanere nella stessaindifferenza.
I casi sono due: o io volto le spalle nel rifiuto o accetto la propostaed è
estremamente compromettente.
L’ascolto è sempre compromettente.
Quindi esige che l’uomo sappia giocare tutto se stesso.
Rem totam applica ad te.
Quella parola è la risposta ai tuoi problemi.
Quando c’è buio intorno a me e sono alla ricerca dellavolontà di Dio, il metodo
migliore che trovo io è aprireil lezionario quotidiano e cercare nelle letture
del giorno la rispostache mi occorre.
La trovo sempre, senza forzare i testi.
Può sembrare strano questo, ma io credo che ci sia una specialeprovvidenza nella
Parola di Dio.
Quella parola è risposta ai miei problemi, io debbo applicarla atutti i problemi
della mia vita.
Perché accada questo bisogna che la lettura della Bibbia siacosì costante da
renderci familiare questo universo.
Purtroppo leggiamo troppo poco la parola di Dio.
Questo è il frutto di una situazione storica che ha varieragioni: la reazione
antiprotestantica ha finito per mettere un po’ laBibbia in secondo piano, ma
ricordiamo che al Concilio il Librotroneggiava e la Chiesa ormai vuole che la
Parola di Dio sia al centro,al centro della vita di ciascuno, non solo al centro
della vita dellaChiesa.
Tutti i giorni bisogna mettersi in ascolto, perché altrimentiquesto universo ci
rimane estraneo.
Si può entrare nella Bibbia da turisti, cioè da gente cheha fretta di vedere
molte cose, invece bisogna entrare nella Bibbia daabitanti, non da turisti e
fermarsi a contemplare ogni angolo, con lanecessaria calma contemplativa.
Gustare la Bibbia, rendersi familiare quel testo, allora ad un certopunto
comincia a parlare.
Non è necessario leggere molto.
Basta talora un versetto per riempire tutta la giornata, e qualchevolta più di
una giornata. Dice un Padre della Chiesa: Bastaprendere un versetto di lì per
avere un viatico per tutta lavita.
A Elisabetta della Trinità è bastato leggere quella frasedel prologo alla
lettera degli efesini (Ef 1/6 “In laudem gloriae”) peravere la chiave di tutta
la sua vita.
Ma ci vuole familiarità con la Bibbia, ci vuole calmacontemplativa.
Questa familiarità sarà più facile, se avremo lafame della parola.
Sentite cosa dice il profeta Amos (8,11): “Ecco, vengono giorni,oracolo del
Signore, in cui manderò la fame nel paese, non famedi pane né sete di acqua, ma
fame e sete della parola diJahvè”.
Ce l’abbiamo la fame della parola? Da dove nasce la fame della parola?
Non ho esitazione e rispondere: dall’amore.
Più una persona è amata e più èinteressante quello che dice per me.
Più il mio rapporto con Cristo diventa bello profondo,esauriente e più
l’ascoltarlo diventa per me una gioia, unbisogno.
Se posso dire con San Paolo: “Per me vivere sei Tu”, allora la lectiodivina non
mi abbandona più.
Allora si crea quella familiarità, quella sintonia con la parolache permette di
capirla quasi d’istinto.
E adesso vorrei indicarvi, per andare un po’ più al concreto, iquattro momenti
con cui Guigo il certosino ha cercato di concretizzarequesto modo di pregare.
Badate bene che non è un metodo come quelli moderni di orazione,molto
complicati, raziocinanti.
Qui tutto svolge nella spontaneità del dialogo.
E le costanti sono queste:
a) LECTIO
Lettura, ma lettura come l’ho spiegata prima: è Dio che parla.
Non è esatto dire “lettura”, è un mettersi in ascolto diqualcuno.
E qui non mi dilungo perché vi ho già insistitoabbastanza.
b) MEDITATIO
Lo dico subito in latino perché se dico meditazione in italiano,pensiamo subito
a quei tali metodi cui ho accennato, ma la cosa èdiversa.
Cos’è la meditatio?
Prendo un esempio dalla vita: se io ascolto una canzonetta mibasterà ascoltarla
una volta e l’ho già capita abbastanza.
Ma se è una sinfonia di Bach o di Beethoven è un’altracosa, soltanto un ripetuto
ascolto mi permette di gustare quella musicaclassica.
La parola di Dio è ciò che di più profondo esiste.
E proprio perché ha una profondità abissale,perché nasce dagli abissi della vita
di Dio, vuole un ascoltoprolungato, vuole agio, spazio di silenzio.
La meditatio crea il campo acustico per la voce di Dio, ciòpermette a quella
parola di entrare profondamente nel cuore.
I medievali usavano un’immagine molto espressiva: la ruminazione.
Un giorno San Bernardo ha cominciato il suo discorso ai monaci conqueste parole:
Vos estote animalia munda et ruminantia.
Che bel complimento!
Voi siete animali mondi e ruminanti.
Il ruminante ha una curiosa facoltà, quella di far ritornare ilcibo in bocca per
rimasticarlo un’altra volta.
Non è tanto di nostro gusto questa immagine, ma è moltoespressiva.
Bisogno di masticare e rimasticare.
E’ quel “conferens in corde suo” che dice Luca a proposito dellaMadonna.
“Conservabat omnia verba heac”.
Erano parole e fatti insieme, perché nella Bibbia, un termineunico indica ad un
tempo una parola e un fatto. Tutti quei fatti equelle parole li conservava nel
cuore.
Cosa sia il “cuore” l’ho detto prima.
È un lavoro paziente fatto in clima d’amore, di riconoscenza edi stupore.
Così la parola viene penetrata in profondità eassaporata.
Ad un certo momento la parola s’illumina e svela tutto il suomisterioso
contenuto. Soltanto chi ha provato può capire.
Poi viene il terzo momento:
c) ORATIO
Gli rispondo.
Il Signore mi ha parlato e se è una norma di educazioneascoltare anzitutto
l’interlocutore, è anche norma di educazionerispondere, e non rimanere nel
mutismo.
E’ vero che certi silenzi contemplativi non sono mutismo.
Il silenzio ad esempio di quel vecchietto che il curato d’Ars vedevapassare le
ore in Chiesa senza dir niente.
Gli chiede il curato: “Cosa fate buon uomo?”. “Lo guardo e Lui miguarda” ¢ Non
era certamente mutismo.
Ci sono dei silenzi che sono una meravigliosa comunicazione.
Però normalmente c’è anche bisogno di parlare percomunicare.
E allora io rispondo.
Ecco, la preghiera cristiana è essenzialmente una risposta.
Rispondo a lui che mi ha parlato.
Che cosa gli dico?
Gli dirò quello che il cuore mi suggerisce, ma è unarisposta che è in sintonia
con quello che lui mi ha detto, se nonon sarebbe risposta.
Qualche volta non sappiamo cosa dire nella preghiera.
Mi metto lì e non so cosa dire, e allora, è moltosemplice.
Prendi la sua Parola, sarà bene che prendi quella che la Chiesati mette tra le
mani in quel giorno nelle letture della Messa.
Ascolta quello che il Signore ti dice.
Non sai fare altro?
Fa così: ripetigli in forma vocativa quello che lui ti ha detto.
Se lui ti ha detto: io sono la verità, la via e la vita; tu glidirai: Sì, è vero
Signore, sei la mia strada, senza di tenon posso arrivare al Padre, sei la
verità che illumina i mieipassi, sei la mia vita. Senza di te mi sento morire.
Allora sì che la parola si rinnova, ci vogliono i santi perrinnovare la parola.
C’è voluto una Elisabetta della Trinità perchépotessimo scoprire che quelle
parole “Se qualcuno mi ama verremo a Lui…”ci fanno godere già il Paradiso in
terra.
L’oratio non è dunque una nuda restituzione della Parola.
Tornando a Dio essa si trascina dietro qualcosa di mio che le èincorporato.
d) CONTEMPLATIO
In questo momento la lascerò da parte; cercate di arrivare allaoratio.
La contemplatio è un momento particolare, come dicono gli autorimedievali, in
cui l’anima al tocco della parola s’incendia, èstrappata alle angustie carni e
si perde in Dio. Siamo nelle formepiù alte della preghiera.
Sarà però già tanto se arriveremo allarealizzazione nel nostro dialogo di questi
tre momenti: con lectio,ascolto-meditatio, faccio penetrare più profondamente
questaparola nell’intimo del mio cuore, la gusto, la penetro, la incorporo almio
mondo interiore; con l’ oratio la restituisco nel dialogo.
C’è un’ultima tappa da lumineggiare.
Quella che un prete scherzosamente chiamava la Praticatio.
Questa parola si deve compiere in me.
La risposta non è fatta solo di parole, deve essere fatta anchedi atti.
E questa parola deve modellare la mia vita.
Per non stancare l’attenzione vi leggo ora dei testi della tradizioneantica e
recente. Prendiamo due apoftegmi dei padri del deserto.
Sapete che è diventata di moda questa letteratura.
“Un vecchio disse: i profeti hanno scritto i libri, poi vennero inostri padri
che li misero in un armadio. Quelli che vennero dopo liimpararono a memoria, poi
venne la generazione presente che li scrisse eli collocò inutili sulle
finestre”.
Un altro apoftegma di Iperrichios: “Un monaco di Sceti era copista,venne un
fratello a supplicarlo che gli copiasse un libro. Il vecchioche aveva lo spirito
occupato nella contemplazione scrisse omettendodelle frasi e senza la
punteggiatura (un copista distratto,perché contemplativo, beata distrazione!).
Il fratello si accorseche mancavano delle frasi e disse al vecchio: mancano
delle frasi. Equello: Va, pratica prima quello che è scritto e poi ti scrivo
ilresto”.
Ce ne ho qui uno un po’ più lungo spero che non vi annoi.
E’una scena ricostruita dal p. Ignesti col suo linguaggio fiorentinonel suo
libro “I fiori del deserto”.
Gli ha dato un po’ di vivacità fiorentina, ma sostanzialmente sitrova negli
apoftegmi. “C’era un vecchio di nome Bessarione, povero incanna di sostanze
terrene, ma ricchissimo di misericordia, il qualeportava sempre, cinta con una
fune ai fianchi, la medesima tonacuzzalogora che non gli arrivava agli stinchi,
e sulle spalle la medesimamantelletta sfilacciata e stinta. Non aveva cappuccio
né sandali,questi seminati a pezzi per le vie, l’altro donato a un
garzoncellopovero come lui, che aveva il nasino rosso e gli orecchi tutti
mangiatidai geloni. Egli però portava sempre con sé sotto ilbraccio un
librettino sgualcito, tutto scritto di sua propria mano, cheera il codice dei
santi Vangeli: per esaminarsi ora per ora (dicevaegli) se davvero ubbidisse al
comandamento di Cristo; ma meglio sidirebbe, per portare seco la parola di vita
che giorno per giorno, oraper ora, eseguiva con l’opera. Una volta, entrato di
buon mattino in unborgo, ecco che inciampa nel cadavere di un accattone morto di
fame elasciato nudo in mezzo alla piazza. Subito si leva la mantelletta egliela
getta sopra. S’inoltra ancora un poco, e incontra un altromendico egualmente
nudo, ma vivo. Si ferma e pensa: “Ecco io che horinunziato al mondo possiedo
ancora una tonaca, e se questo mio fratelloè nudo e intirizzisce dal freddo: Se
io tiro di lungo lo lasciomorire, io sarò l’uccisore del mio fratello. Che
faròdunque? Ecco, io dividerò in due questa tonaca e cosìfaremo per ciascuno…Ma
no, mezza tonaca non servirebbe né a me,né a lui. E poi dare mezza
tonaca?!....Ed allora da la sua almendico gliela aggiusta, e lo manda per i
fatti suoi, rimanendosi eglitutto nudo e tremante, rivolto verso il muro. Non
gli rimane altro cheil librettino sotto l’ascella. Passa per caso un vigile
urbano: “Vedilà, dice questi al suo compagno, non ti sembra colui il
vecchioabate Bessarione?”. “Lui senza dubbio, col suo librettino sottol’ascella;
nudo bruco! Or dove avrà messo la tonaca? Certamentei ladri l’hanno spogliato”.
Gli si avvicina: “Abate, che fai tu qui?Chi ti ha spogliato?”. “Questo!” dice
egli sporgendo il suo librettino.Il soldato del mondo si toglie il mantello e lo
getta sullenudità del soldato di Cristo; il quale subito si dilegua per
nonperdere nella vanagloria la vera gloria.
Di lì a pochi giorni venuto in un altro castello e visto unpovero sfinito dal
digiuno,corre alla piazza e vende anche il libricino,portando le poche monete al
mendico. Al ritorno il suo discepolo Dulagli dice: “Abate, e il tuo Vangelo
dov’è? Che fine ha fatto iltuo inseparabile codice?”. “Non ti preoccupare,”
risponde il vecchio;“ho venduto per ubbidienza colui che mi ripeteva
continuamente: Vendiquello che hai e dallo ai poveri!”. Quando vai a bere alla
fonte nonpretendere di asciugarla, non la puoi bere tutta. E poi a supporre
chelo potessi, un’altra volta che hai sete non potresti più bere.Bevi quanto
basta a saziare la tua sete, poi un’altra volta torni allafonte e la trovi
sempre abbondante.
Come “La fontana del villaggio” di cui parlava Papa Giovanni.
Così è la parola di Dio.
Sempre nuova, sempre fresca, è una continua scoperta, unacontinua novità.
Il Vangelo non è mai vecchio, è il nostro cuore cheinvecchia.
Se riusciremo a riscoprire il Vangelo con questa freschezza di cuore edi sguardo
che aveva San Francesco per esempio, che si èimpegnato a vivere il Vangelo “ad
litteram, sine glossa, diligenter”,è chiaro che la Chiesa si rinnoverà.
La lectio divina praticata sul serio e con coerenza sono convinto chepuò
rinnovare tutta la Chiesa.
Se potete, fate propaganda di questo modo di pregare e sarà unascintilla nuova
che incendierà di amore tutta la Santa casa diDio.
ESPERIENZA
ONLINE DI LECTIO DIVINA
Il
fariseo ed il pubblicano
Lc 18,9-14
Stai almeno 5
minuti in silenzio lasciando scorrere i pensieri, le preoccupazioni, le
tensioni.
Usa eventualmente un tipo di respirazione che ti faciliti il rilassamento (puoi
trovare in proposito delle indicazioni nell’Area “Esperienze Formative”, rubrica
“Preghiera”, tema “Preghiera contemplativa” al punto “VI°” del programma).
Poi, lentamente, con calma, leggi il brano biblico di quest’esperienza di Lectio,
leggilo almeno 2 volte.
Ora è il primo momento fondamentale:
APPLICA
TUTTO TE STESSO, O TE STESSA, ALLA PAROLA
segui con attenzione profonda la spiegazione del brano, ti aiuterà a comprendere
meglio e ad assimilare il testo.
Stai poi qualche minuto in silenzio.
Rileggi ancora una volta il brano biblico.
Ed ora il secondo momento fondamentale:
TUTTA QUESTA PAROLA APPLICALA A TE
Fa in modo, apriti, che dentro di te ci sia uno spazio di risonanza.
Il Signore parla a te oggi, ora.
Assimila il suo messaggio.
Al termine rivolgi al Signore una tua preghiera personale, bada però che sia in
relazione con il brano meditato.
IL FARISEO ED IL PUBBLICANO
Nella "lectio
divina", dopo esserci preparati con un po' di preghiera , c'e come primo atto la
"lectio", che non e solo lettura di un testo biblico, ma un attento ascolto del
testo, un cercare di capirne il senso fondamentale. Dicono certi autori: "E'
bene leggere ripetutamente il testo e possibilmente farlo risuonare al nostro
orecchio mediante una lettura ad alta voce (senso primitivo della parola
leggere). La lettura del libro e in funzione dell'ascolto della Parola viva,
propria della relazione interpersonale" (G. GIURISATO, Lectio divina oggi,
Praglia 1987, 23). Sotto queste parole c'e una profonda convinzione: non sto
ascoltando qualsiasi parola, ma la parola di Dio, la parola del Signore, che
oggi, in questo momento/ paria a me.
Ecco
il testo di Lc 18,9-14:
9 (Gesu, il Signore) disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano
d’essere giusti e disprezzavano gli altri:
10 "Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e 1'altro
pubblicano.
11 II fariseo, stando in piedi, pregava cosi tra se: “0 Dio ti ringrazio che non
sono come gli altri uomini/ ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo
pubblicano.
12 Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di quanto possiedo".
13 II pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli
occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "0 Dio, abbi pietà di me,
peccatore!".
14 lo vi dico: questo torno a casa sua giustificato, a differenza dell'altro,
perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato".
Fatta la lettura, mi chiedo: che cosa ho letto? che cosa mi ha impressionato
di più? in che cosa mi sento coinvolto? quali punti vorrei chiarire meglio?
Allora osservo di nuovo (cioè, rileggo) il testo attentamente e subito mi
accorgo, dal v. 9, che sta ascoltando Gesù, il quale vuole soprattutto parlare a
una determinata categoria di persone: a quelli che presumono di sé e disprezzano
gli altri. La sua parola va sotto forma di parabola: vv. 10-13; in essa mi parla
di due uomini che salgono al tempio a pregare, cioè vanno a un incontro con Dio
(come quando io vado in chiesa). Conoscendo la storia del tempo, mi accorgo che
questi due rappresentano gli estremi della società religiosa di Israele: il
fariseo, cioè il santo; e il pubblicano, cioè il peggiore dei peccatori (v. 10);
poi si parla dei due separatamente: prima il fariseo (vv. 11-12) e poi del
pubblicano (v. 13) e mi descrive il loro modo di pregare.
Quindi viene messo in rilievo il modo di pregare, e si vede che è su questo
che lo scrittore vuole che si rifletta. Al v. 14 con un "lo vi dico" viene la
conclusione, cioè il giudizio che Gesù da sui due. Gesù pronuncia due sentenze :
nella prima c'è la parola "giustificato" che mi richiama il termine "giusto"
dell'inizio; la seconda invece sembra un'applicazione moralistica all'intero
racconto. Però la problematica nasce da quel binomio "giusto-giustificato",
intendendo per "giustificato" uno che è in una giusta relazione con Dio, che è
oggetto del favore e della grazia di Dio, che è un perdonato. Se questo è vero,
il testo mi vuole insegnare quali sono le condizioni per essere in una giusta
relazione con Dio, per essere oggetto del suo favore, per ricevere il perdono
dei miei peccati, per essere sicuro che sono in grazia con Dio.
Abbiamo quindi già un quadro generale del testo. Perciò possiamo continuare
la nostra "lectio", prendendo maggiormente contatto col testo, esaminandolo
nelle singole parti per vedere quali sono gli elementi che mi portano alla "meditatio"
e poi alla "preghiera".
(v. 9) Introduzione
"Disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e
disprezzavano gli altri". Qui appare 1'uditorio a cui intende parlare Gesù.
Probabilmente Gesù stava parlando ai farisei che "si beffavano di lui" e ai
quali aveva appena detto: "Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio
conosce i vostri cuori; ciò che è esaltato tra gli uomini è cosa detestabile
davanti a Dio" (16,14-15). Ma Luca che sta predicando alla sua comunità, per
attualizzare meglio il messaggio di Gesù dice : "per alcuni che presumevano di
essere giusti e disprezzavano gli altri". Storicamente si riferisce ai farisei,
ma una simile frase, che risuona nella predica che Gesù fa oggi a noi, sentiamo
subito che vale per l'oggi. Gesù mi sta parlando di chi si crede un osservante,
un buon praticante, che però ha un gran difetto, meglio dire: e un presuntuoso,
si vanta di quello che è, e disprezza gli altri perché non sono come lui. Si
noti il termine "alcuni": non si fa di tutti gli osservanti un fascio, si parla
solo dei presuntuosi, di coloro che si credono al di sopra degli altri e
giudicano gli altri. Con quest’introduzione è chiaro che il fulcro della
parabola è la descrizione che si fa del fariseo. Gesù intende bollare il modo di
comportarsi di costui. Tutto il resto è secondario. Anche il pubblicano,
descritto con meno parole, è messo lì per sottolineare meglio la superbia del
fariseo.
(v. 10) Fariseo e pubblicano
"Due uomini salirono al tempio a pregare". Gesù fa apparire sulla scena due
uomini che "salgono al tempio". Si sale al tempio perché si ha sete di Dio,
perché si cerca Dio, perché si vuole contemplare il suo volto, cioè incontrarsi
con Dio. Per questo salgono il fariseo e il pubblicano: vanno a pregare. Ma per
quali motivi?
(vv. 11-12) II fariseo ringrazia Dio
"Stava in piedi", cioè nel normale atteggiamento della preghiera (questo
gesto non ha nulla di ostentazione, anche il pubblicano sta in piedi, si usa lo
stesso verbo).
"Rende grazie". Apparentemente, la sua preghiera è magnifica, pura: non
chiede nulla per sé, solo "ringrazia Dio". D'altronde, che cosa dovrebbe
chiedere? Nulla gli manca, è colmo di beni, vive alla presenza di Dio, adesso
nella preghiera, ma anche nel resto della sua vita; la Legge di Dio è la sua
unica preoccupazione : non ha peccati (non è ladro, né ingiusto, ne adultero) e
moltiplica le sue buone opere, non solo quelle obbligatorie, come il digiuno
annuale per la festa dell'Espiazione, ma anche quelle facoltative, e poi offre
la decima, non soltanto del raccolto, ma di tutto ciò che possiede. Dicendo
questo dice la verità, non è un ipocrita. Per dirla con la Bibbia, è un "santo"
e un "giusto". Egli ne è convinto, e sa che per tutto ciò avrà in premio la vita
eterna. Vivere così non è facile, però gli assicura nell'aldilà quello di cui
gioisce sulla terra: la presenza di Dio. Non ha proprio nulla da invidiare a
quel pubblicano, dalla vita facile. Preferisce la propria.
Ringrazia Dio di tutto ciò, e questo è bello. Però già sentiamo che condanna
gli altri, che non è in sintonia con Dio, perché Jion^è, come insegna Gesù in
Luca, misericordioso con gli altri, come Dio è misericordioso (6,36); non imita
il Padre che è nei cieli; c'è qualcosa in lui che non funziona: disprezza chi
non è come lui. Vi ritorneremo su. Ora/ osserviamo il pubblicano.
(v. 13) O Dio, abbi pietà di me, peccatore
II fariseo è venuto per ringraziare. Il pubblicano per confessarsi. Anch'egli
sta in piedi, ma si tiene a distanza, come se non se la sentisse di avvicinarsi
di più a Dio; è già molto che sia salito al tempio. Però, sa che Dio lo ascolta.Non
alza gli occhi; non è venuto per contemplare il volto di Dio, sa che non lo
merita: si batte il petto, chiede perdono. Allora si pregava sottovoce; forse ha
sentito la preghiera del fariseo, questo lo dispensa di dire il suo peccato,
l'altro l'ha fatto per lui. D'altronde 1'essenziale della confessione non è la
conta dei peccati. Dio non è un ragioniere; l'essenziale e mettersi di fronte a
Dio nella verità, dire come ci si sente di fronte a lui, il Santo, e dirlo con
parole semplici: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore". "Dio". La fede è innanzi
tutto l'incontro di due persone nel dialogo "io-tu". Come il fariseo, anch'egli
sa di essere alla presenza di qualcuno che mi conosce per Nome.
"Perdonami", "Abbi pietà di me". La sfumatura del verbo "ilàskomai" non è
facile da precisare. La LXX comunque in dieci casi traduce così una parola
ebraica che significa : "Perdona, espia". Per quale motivo Dio dovrebbe
perdonarlo? Il motivo è sempre unico: "per amore del tuo nome" (Sai 79,9). Il
motivo del perdono non si trova mai nell'uomo, nei suoi meriti o nelle penitenze
con cui vorrebbe riparare il suo peccato. Nessuno ha le forze il male fatto. C'è
solo una possibilità per tirarsi fuori dal peccato: implorare il perdono di Dio.
E Dio, perdonando, dimostra di essere il Santo, perché vince il male, riabilita
l'uomo, lo rimette in una giusta relazione con sé. Ho detto "in una giusta
relazione con sé", perché il peccato, ogni peccato, rompe la mia relazione di
alleanza con Dio: "Ho peccato contro il cielo e contro di tè...", dice il figlio
prodigo. Ogni peccato tocca Dio. Più uno conosce Dio, e più capisce che cos'è il
peccato. Il peccato è l'antitesi di Dio. Dio è vita, il peccato è morte.
Non è ripassando i propri peccati che nasce il pentimento, ma mettendosi
alla presenza di Dio, davanti a Gesù, il Figlio, in croce. Solo nel confronto
con Dio, visto come Padre, come colui che malgrado il mio peccato rimane fedele
all'alleanza, posso capire la gravita del peccato e non distinguo più tra
peccato veniale e mortale: è sempre un appannare o rompere il mio rapporto con
Colui che più di ogni altro mi ama.
Ebbene, dopo aver esaminato i due oranti, ora possiamo fare un Confronto tra
le due preghiere "Dio, ti ringrazio perché sono santo" "Dio, abbi pietà di me,
peccatore"
Qui c'è un contrasto tra due atteggiamenti. Siamo di fronte a due tipi di
credenti. A prima vista, cioè stando alla superficie del testo, il primo, il
fariseo, sembra preoccuparsi solo di Dio: "ti rendo grazie"; 1'altro, il
pubblicano, solo di se stesso : "Abbi pietà di me, perdonami". Il fariseo sembra
davvero disinteressato: ringrazia; il pubblicano non riesce ad uscire dalle sue
reali necessità : domanda.
La differenza reale è che il fariseo non considera Dio come soggetto/ ma
come oggetto; il secondo, invece/ come soggetto. Dice un autore (E. CHARPENTIER/
biblista-catecheta): Quello stare in piedi (letto nel contesto: presumeva di
sé... si paragona agli altri e li disprezza) da 1'idea di alterigia, di
superbia: sembra uno che è sicuro di sé. L'espressione: "pregava tra sé", la si
potrebbe anche tradurre : "si ascoltava pregando"; "pregava ripiegato su se
stesso". Si mette come soggetto di tutti i verbi; è così perfetto che Dio,
davanti a lui, si trova ridotto allo stato di complemento. In questa luce, tutto
quello che dice da 1'immagine di uno che agisce nei riguardi di Dio come nei
riguardi di un banchiere, fa la conta delle sue ricchezze; si sente soddisfatto.
Con Dio ha un conto aperto: io ho questo, tu mi dai questo; la vita eterna,
concepita come qualcosa di meritato, non come un dono.
Il pubblicano invece è il tipo del povero : non possiede nulla di se stesso
che gli possa dare una certa fiducia di fronte a Dio. Può solo mettere
totalmente la sua fiducia in Dio. In lui c'è un vero confronto con Dio:
mettendosi alla presenza di Dio, si sente interpellato da lui e vede con
chiarezza quello che è, e la sua preghiera è una vera risposta a Dio : "Sì, sono
peccatore; ma abbi pietà di me".
(v. 14) Come risponde Dio ai due?
Dice Gesù: "Io vi dico: quando tornò a casa sua giustificato, a differenza
dell'altro".
Osservate che qui non si dice "giusto", ma "giustificato", cioè graziato,
messo in una giusta relazione con Dio. L'errore del fariseo è di presumere di
sé, di mettere la propria fiducia in se stesso, e di considerare le sue opere
come la e salvezza, mentre sono soltanto una conseguenza dell'essere già in una
situazione di salvezza; se riesco a fare del bene, sono sotto la grazia di Dio;
prima di essere un mio merito è un dono. Certo, dice: "ti ringrazio", ma è un
vero ringraziameli 7 un vero lodare le meraviglie che Dio ha operato in lui.
Se fosse davvero in sintonia con Dio, non disprezzerebbe gli altri, 11 ' gli
farebbe la conta dei suoi meriti. Perciò non è un "giustificato"/ non è in una
giusta relazione con Dio. E' questo che Gesù vuole farci capire.
Il pubblicano è davvero un peccatore; prende coscienza del suo peccato;
vorrebbe colmare la distanza che c'è tra lui e Dio, sa che non può fare nulla
per riparare il peccato, può solo mettere segni di pentimento, atti di
penitenza, rinunce al male... però solo Dio può togliere il suo peccato; solo
affidandosi totalmente a Dio / può liberarsi dal peccato. Il pensiero di Dio lo
interpella, e lui risponde a Dio così come può fare un peccatore : "Perdonami",
dammi di nuovo la tua fiducia. Questa è la conversione a cui Dio, in Gesù, ci
chiama. Il cristiano non è un uomo "giusto”, ma un "giustificato", non è un
essere "grazioso", ma un "peccatore graziato"; non lo è perché Dio si è chinato
su di lui e lo ha messo in situazione di fare del bene, di agire correttamente.
La nostra vita buona è un dono, è un entrare nei sentimenti di Dio e vivere
questi sentimenti anche in relazione agli altri. Dio è buono con tutti/ vuole
giustificare tutti, essere in sintonia con Dio, significa essere buoni con gli
altri.
Meditatio
Riflettiamo un po' sulla "meditazione". Qualcosa, sentendo la "lectio",
1'abbiamo già fatto. Sentendo la riflessione sul testo, tante cose ci hanno
impressionato più delle altre, e si sono fissate meglio nella nostra mente e nel
nostro cuore. Dice un autore (Giurisato, o.c., p. 24): "Meditare significa
aderire strettamente alla frase che si ripete, pesarne tutte le parole per
giungere alla pienezza del loro significato; significa assimilare il contenuto
di un testo per mezzo di una specie di masticazione che ne fa guastare il
sapore; significa gustarlo, come dicono Sant'Agostino e San Gregorio, con il
"palato del cuore". Si tratta, come dice il primo salmo, di "ruminare", di
ripetersi dentro le cose, di confrontarle, di ascoltarle nel cuore, sino a far
nascere la preghiera.
Personalmente, 1T espressione che mi interpella è anzitutto : salire al
tempio; mi rievoca quell'andare insieme in chiesa della comunità religiosa o
parrocchiale. Tutti andiamo a pregare, ad incontrarci con Dio. Come vedo gli
altri? Quali sentimenti ci sono in me verso gli altri? Sono sotto questo aspetto
in sintonia con Dio?
Vado per celebrare con gli altri 1'Eucaristia, 1'inno di ringraziamento per
eccellenza. Ringrazio Dio come il fariseo, o lo ringrazio con Gesù che celebra?
Gesù si presenta sempre come dono del Padre agli altri, come colui che ha fatto
della sua vita un dono per gli altri e per questo il suo sacrificio è gradito a
Dio. La mia vita si sviluppa così? Se c'è il senso di donazione. Lo sforzo di
donazione, scopro che sono sotto il dono di Dio, l'amore del Padre, come Maria
lo lodo, lo ringrazio, canto le meraviglie che opera in me. Però sento anche che
c'è sempre una distanza tra me e Gesù, sento che mi manca molto per essere verso
gli altri pieno di bontà, come Dio mio Padre è pieno di bontà. Allora al
ringraziamento, o prima del ringraziamento, come facciamo durante la Messa, ho
bisogno di chiedere perdono a Dio e agli altri. La preghiera non è solo
ringraziamento, ma anche supplica.
Se poi osservo la seconda conclusione della parabola:
"Chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato", capisco che solo
mettendomi in modo giusto davanti a Dio vivrò nella verità, capirò qual è la mia
reale situazione, e questo mi servirà per vivere nell'umiltà davanti a Dio e ai
fratelli, cioè per vivere da "giustificato".
Facendo queste riflessioni ed esprimendole davanti a Dio, già compio quello
che è il terzo punto della "lectio divina", cioè la preghiera, che consiste nel
pregare la parola che ho letto e meditato. Tutto in realtà si intreccia.
Nel messale c'è un bellissimo esempio: quando la domenica, nella Messa, si
dice la preghiera (colletta) alternativa che si trova alla fine del messale, ci
si accorge che quella preghiera riassume le tre letture. E' un esempio di come
si rende preghiera la parola ascoltata. Quella della XXX domenica riassume così
il Vangelo:
"O Dio, tu non fai preferenza di persone e ci dai la certezza che la
preghiera dell'umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano
pentito, e fa' che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere
giustificati nel tuo nome".
Fonte :
www.dimensionesperanza.it