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RELIGIONE : la Bibbia : Bibbia e Liturgia , di Sr M. Piera Moretti pddm

 

BIBBIA  E  LITURGIA

di Sr M. Piera Moretti pddm

   

 

Premessa

Dalla Bibbia deriva la comprensione della liturgia: non è possibile riportare le grandi masse alla liturgia senza prima ricondurle alla Bibbia.

Per questo Don Alberione promosse "l’Associazione Biblica Internazionale" e fu ideatore del progetto : "La Bibbia in ogni famiglia".

L’obiettivo chiaro fin dall’inizio della fondazione paolina è la diffusione del Vangelo, anzi di tutta la Scrittura in quanto questo è far conoscere Gesù Cristo: " chi vi crederà se non è annunciato?" (1Cor 1,21) dice Paolo e S. Girolamo afferma che "l’ignoranza delle scritture è ignoranza di Gesù Cristo".

Negli ultimi anni Don Alberione ripeteva questa convinzione: "Il ritorno alla liturgia ed il ritorno alla Bibbia sono due realtà inseparabili. Anzi questo è uno dei frutti maggiori che la Chiesa si ripromette dalla riforma liturgica; riportare con essa ed in essa il popolo alla Bibbia e la Bibbia al popolo. Questo continuo scristianizzarsi della vita dell’arte del pensiero dipende dalla mancanza di ossigeno liturgico-biblico in cui noi per secoli abbiamo fatto vivere il popolo. Dal fenomeno di secoli di separazione tra liturgia e Bibbia risultano conseguenze dolorose: il gran popolo non capiva la Messa, i Sacramenti, le funzioni ...

Che cosa è la Liturgia? E’ la realizzazione di quanto è nella Bibbia ... viene presentata da parole, gesti, cerimonie ... e se mancasse la lettura della Bibbia nulla si capirebbe né del senso, né dei frutti della Liturgia . La Liturgia è la sacramentalità della Bibbia. Ne segue la necessità della Bibbia per il popolo: diversamente al popolo la liturgia nulla dice; e tanto meno dà lode a Dio; né farà una preghiera cosciente. In conclusione: binomio Liturgia e Bibbia, Calice e Libro" (CISP, 1971, p. 685).

L’attività editoriale paolina, fin dai primi decenni ebbe particolare attenzione alle pubblicazioni di carattere liturgico: già nel 1921 si pubblicava un foglietto dal titolo: "Una buona parola" che fu poi sostituito da "La Domenica". Nel 1932 iniziò il "Bollettino Parrocchiale-Liturgico" proprio con l’intento di avviare i fedeli a una maggiore comprensione e stima della Liturgia della Chiesa. Fu pubblicato per una quindicina di anni e nel 1952 fu sostituito dalla rivista liturgica "La vita in Cristo e nella Chiesa" affidata alle Pie Discepole del Divin Maestro Istituto fondato per l’apostolato Eucaristico Sacerdotale e Liturgico.

Don Alberione stesso dettò il programma alla rivista nel primo numero. Egli scrive: "La donna che si fa aiuto dell’alter Chistus il prete, dalla vocazione alla formazione, dal ministero pubblico, in morte: dopo morte con i suffragi: ecco la prima fiamma dell’incendio che questo periodico vuole alimentare: Divampi!

... Portare gli uomini alla Messa, alla Comunione, all’Adorazione. Questa è la seconda fiamma dell’incendio che questo periodico vuole alimentare. Divampi!

... Conoscere i tesori della Liturgia, diffondere tutto quello che serve alla Liturgia, vivere la Liturgia secondo la Chiesa: questa è la terza fiamma dell’incendio che questo periodico vuole alimentare. Divampi!" (La Vita in Cristo ...1952, p.4-5).

 

Perché la necessità della Liturgia

E’ proprio in questa prospettiva teologico-biblica che il Concilio Vaticano II si è mosso. La Costituzione conciliare sulla Liturgia la Sacrosanctum Concilium (SC) parte da questa prospettiva biblica rispetto alla precedente enciclica sulla Liturgia la Mediator Dei di Papa Pio XII che partiva da un concetto filosofico e pur affermando la stessa definizione sulla Liturgia rimaneva allora, ancora incomprensibile.

Già dai primi numeri della SC la Liturgia è definita come "mezzo mediante la quale si attua l’opera della nostra redenzione" (SC 2).

Questo "mezzo mediante" richiama un concetto di strumentalità della Liturgia, fa pensare subito al complesso di Riti e delle cerimonie che caratterizzano un culto pubblico e tale è la definizione letterale di liturgia ma qui si tratta di un culto religioso.

Cioè si tratta di stabilire un "dialogo" fra Dio e l’uomo. Un dialogo dunque di salvezza. tra l’umano e il divino, fra l’invisibile e il visibile.

Il rito ne è il linguaggio più adatto visto che coinvolge tutto il linguaggio complesso e globale dell’uomo. Esso non è fatto solo di parole ma di azioni, gesti, canti, danze, profumi, previa e muta intesa ...coinvolgendo tutto l’uomo cioè la sua intelligenza la sua affettività e volontà; come direbbe Don Alberione tutto l’uomo: mente, volontà, cuore.

L’uomo può già andare a Dio attraverso la creazione; ma non può per questa via stringere con Lui relazioni interpersonali immediate. L’uomo stabilisce relazioni e comunicazioni profonde in quanto essere relazionale perché creato a immagine e somiglianza di Dio: "Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò maschio e femmina li creò" (Gn 1,27). Solo attraverso e per mezzo della propria corporeità l’uomo incontra l’altro e manifesta la sua spiritualità, la sua vita interiore.

La presenza visibile del corpo è in "segno" che al tempo stesso vela e svela l’interiorità umana. Perciò Dio entra in rapporto con l’uomo, manifesta il suo amore la sua misericordia redentrice, attraverso un cuore umano, quello di Gesù.

L’uomo Gesù è la manifestazione terrestre personale della grazia redentiva divina è il "Sacramento primordiale" perché è voluto dal Padre come unica via di accesso alla salvezza. "Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (Atti 4,12).

Ogni uomo ha bisogno di mettersi in relazione con Dio. Ma mentre nelle altre religioni il movimento parte dall’uomo che proietta nell’al di là una divinità che asserve ai suoi bisogni, nella Bibbia il movimento si inverte: è Dio che prende l’iniziativa e interpella l’uomo e questi risponde.

Nella pienezza dei tempi, con Cristo, questo movimento discensionale diviene:

 

DAL PADRE

PER IL FIGLIO

VIENE A NOI NELLO SPIRITO

OGNI DONO PERFETTO DI GRAZIA

 

Accanto a questo movimento dall’alto al basso, vi è anche attraverso l’uomo Gesù un movimento dal basso in alto che va dal cuore umano di Gesù verso il Padre:

 

ANDIAMO AL PADRE

PER IL FIGLIO

NELLO SPIRITO

 

La linea discendente negli atti umani della vita di Gesù hanno un carattere di santificazione per gli altri uomini; la linea ascendente indica il loro carattere di culto, questi atti sono una reale adorazione e riconoscimento dell’esistenza di Dio come Dio e sono l’amore dell’uomo Gesù verso Dio. L’umanità di Gesù è rappresentativa di tutti noi, Gesù non è solo la concretizzazione dell’offerta divina di amore all’uomo, ma è anche la realizzazione prototipa, suprema e perfetta della risposta umana d’amore a quest’offerta divina.

L’uomo Gesù è personalmente dialogo con Dio per ciò stesso sorgente e norma di ogni incontro con Dio.

"Per Cristo con Cristo e in Cristo! Questa preghiera dossologica riassume tutta la teologia cristiana e insieme tutta la mistica e l’ascetica e inserisce il cristiano nel movimento trinitario" (APD, 1964). La Liturgia dunque è una tensione a spirale in crescendo sullo stesso punto: Cristo.

Dice Paolo: Gesù è il sì al Padre. "Tutte le promesse di Dio sono divenute sì in Gesù Cristo in lui ora e per sempre sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria" (2Cor 1.20).

 

L’opera della Redenzione

Dio ha compiuto la redenzione nella forma umana della Seconda Persona, il Figlio di Dio, che nella sua unità col Padre è anche la fonte vivente dello Spirito Santo. "Dio ci ha riconciliati con sé nel Cristo". (2 Cor. 5, 18--20).

L’opera di Redenzione può essere distinta in quattro momenti:

a) L’Incarnazione che è l’iniziativa del Padre di riconciliarci a sé attraverso la seconda Persona della Trinità, il Figlio, nello Spirito Santo: "Si è offerto immacolato per opera dello Spirito Eterno al Padre" (Eb 9,14).

L’incarnazione è una realtà in divenire, che si evolve: come essere umano vuol dire divenire uomo, una realtà che cresce attraverso tutta la vita di Gesù e che raggiunge il suo punto finale nel momento supremo della morte, Risurrezione e Glorificazione.

b) La Pasqua. Risposta umana della vita del Cristo all’iniziativa del Padre: "Egli si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,8).

E’ il mistero della Pasqua, mistero della sottomissione piena dell’amore di Gesù al Padre, fino alla morte e allo stesso tempo il mistero della risposta divina a questo dono d’amore: la Risurrezione, che porta all’annullamento o indebolimento del peccato. La Pasqua è la nostra liberazione: se il peccato ha ucciso il Cristo, Dio lo ha risuscitato dai morti e per mezzo della Risurrezione, Dio ha realizzato e inaugurato sulla terra, il mondo nuovo.

c) Terzo momento, la risposta del Padre all’umiliazione obbediente della vita di Gesù: "Perciò Dio lo ha glorificato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2,9-11) Gesù è divenuto il Signore, il Kyrios, cioè colui che ha il potere il dominio su tutte le cose. L’Ascensione è in primo luogo l’investitura del Cristo risuscitato dalla morte come Signore e Re dell’universo (Atti 5,31); in secondo luogo la Glorificazione del Cristo attraverso la quale Egli diviene il Messia, punto finale dell’incarnazione del Figlio di Dio. In terzo luogo è preludio al dono dello Spirito e la conclusione della missione terrena di Gesù.

d) Quarto momento dell’opera della Redenzione è la missione dello Spirito Santo da parte del Kyrios glorificato o Signore, sull’umanità. La Pentecoste è l’esercizio e la valorizzazione di questo mistero nello Spirito e per opera dello Spirito, che ora realizzerà e porterà a compimento in noi ciò che è stato compiuto nel Cristo.

Lo Spirito rende attuale in noi, ciò che il Cristo ha compiuto per noi "una volta per tutte". Il Cristo dunque non rimane inattivo nel cielo; pregando e intercedendo per noi, è ancora lui che, nel suo amore per il Padre ci invia lo Spirito.

 

Tempo della missione dello Spirito

In questa ultima fase della missione dello Spirito del Cristo glorificato, cioè il tempo fra l’Ascensione e la Parusia è il vertice dell’opera della redenzione e in esso l’atteggiamento del cristiano è quello "dell’attesa", "dell’andare incontro". Il cristianesimo è la religione "dell’Avvento" del "Maranathà: vieni Signore Gesù".

"La nostra patria è nei cieli e da di là noi attendiamo il nostro Signore Gesù Cristo il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose" (Fil 3,20).

Questa attesa dell’incontro pieno è comprensibile solo perché noi già incontriamo in qualche misura il Cristo glorificato.

Il dono della grazia, o l’incontro con Dio resta legato all’incontro personale con l’uomo Gesù, unico accesso al Padre attraverso il prolungamento della sua umanità glorificata che sono i SACRAMENTI.

La nostra attesa non si basa solamente nel ricordo di ciò che avvenne secoli fa in Palestina, nemmeno solo sulla fede del Cristo Celeste che agisce invisibilmente nelle nostre anime, vi è di più. Il Cristo rende visibile e tangibile fra noi la sua viva presenza di grazia, non direttamente per mezzo della sua propria corporeità; ma prolungando la sua corporeità celeste sulla terra con manifestazioni visibili che esercitano fra si noi la funzione del suo corpo celeste, si tratta appunto dei Sacramenti: prolungamento terrestre dell’umanità glorificata del Cristo.

Sacramentalizzare indica dunque l’azione personale del Cristo che dà, attraverso la Chiesa, una forma terrestre e visibile al suo atto di salvezza o dono di grazia invisibile, e si rende così presente a noi in quest’atto. I Sacramenti sono la faccia della Redenzione rivolta verso di noi, in modo che noi possiamo realmente incontrarvi il Cristo vivente. L’atto celeste di salvezza che è per noi invisibile, diventa visibile nel sacramento. La sacramentalità getta un ponte sull’allontanamento o sproporzione che esiste fra il Cristo Celeste e l’umanità non glorificata e rende possibile l’incontro fra Cristo e gli uomini.

Il Cristianesimo esige una sacramentalità permanente. Questa è una necessità insieme Cristologica e antropologica perché si tratta di incontri di uomini viventi sulla terra con l’uomo glorificato Gesù in una forma visibile. S. Tommaso ha questa bella espressione: "Il Cristo stesso compie tutti i sacramenti: è lui che battezza, lui che perdona i peccati; egli è il vero sacerdote che si è offerto sulla croce e per virtù del quale il suo corpo è consacrato giornalmente sull’altare. Ma non potendo rimanere corporalmente presente a tutti i suoi fratelli, egli si scelse dei ministri" (Contra Gent., IV, 76).

Nello stesso momento in cui celebriamo la liturgia, proprio perché ci spinge verso l’avvenire, la Parusia; noi attendiamo la scomparsa di ogni liturgia e di ogni sacramento qui in terra, segni attraverso i quali abbiamo Dio e la felicità di incontrarlo ma come attraverso un velo: "Ora noi vediamo come in uno specchio" (1Cor 13,12) attendiamo che il velo si strappi, che lo specchio si infranga per poterlo vedere faccia a faccia e conoscerlo come lui conosce noi senza veli. Affrettare questo momento è una caratteristica di ogni liturgia Eucaristica.

 

L’offerta di noi stessi

Luogo degli incontri e delle relazioni fra l’uomo e Dio diviene la vita dell’uomo, anzi il suo stesso corpo, tutto il suo essere in quanto relazione: "Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono a lui gradito e perfetto" (Rom 12,1-2)

Celebrando i sacramenti noi non possiamo limitarci a offrire al Padre l’offerta che Gesù ha fatto di sé, rimanendone fuori. L’offerta del sacrificio di Gesù da parte nostra ha senso solo se è accompagnata dall’offerta di noi stessi fatta per mezzo di Lui, con Lui, e in Lui. Il Rito deve essere preceduto e seguito da una vita conforme a quella di Gesù della quale il gesto sacramentale ne è espressione, segno, sacramento, insieme personale e comunitario. " Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna" (1Cor 11,29).

Nella Chiesa il sacramento non può mai sostituire, adeguare e nemmeno precedere il culto esistenziale.

 

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bibliografia

 

Alberione G., Come vivere il Mistero di Cristo, in APD 1964, Edizioni paoline 1986

 

Marsili S., Liturgia, Nuovo Dizionario di Liturgia, edizioni San Paolo 1988

 

Nocent A., Celebrare Gesù Cristo. L’anno liturgico, IV vol, Cittadella editrice 1977

 

Rossi de Gasperis F., Sacerdozio di Gesù e laicità del Nuovo Testamento, articolo.

 

Scchillebeeckx E., Cristo sacramento dell’incontro con Dio, Edizioni Paoline 1987

 

Valenziano C., Arte per la Liturgia, Atti Conv. Apostolato Liturgico PDDM, Ariccia 1991

 

 

 


 

Fonte : www.clerus.org