ARTCUREL: Arte, Cultura e Religione

 (Art , Culture and Religion)

   www.artcurel.it   ---  info@artcurel.it   ---   prima pagina                                                            

RELIGIONE : la Bibbia : Incontro alla Bibbia , di Roberto Biferali

 

 

 

 

INCONTRO ALLA BIBBIA

 

Roberto Biferali

 

 

ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE

“ Veritas in caritate ”

Diocesi di Civitavecchia – Tarquinia

CIVITAVECCHIA 2007

 

 

  

" Il presente lavoro non si soffermerà ad indicare soltanto l’origine e il contenuto della Bibbia ma sarà volto a mettere in primo piano la Parola di Dio, dove il centro è Cristo e la Sua Chiesa. Il titolo che ho scelto per questo lavoro sta proprio ad indicare che oggi si debba adeguatamente ritornare alla BIBBIA, e mettere in pratica “LA PAROLA”, affinché essa si diffonda e sia glorificata."  Roberto Biferali.

 

 

 

Introduzione alla Sacra Scrittura

 

“Rimani fedele a quello che hai imparato e di cui sei pienamente convinto, perché non solo sai bene da chi l’hai appreso, ma anche perché sin da fanciullo tu hai conosciuto le Sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura  è ispirata da Dio e utile per l’insegnamento, per convincere, per correggere, per formare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia formato perfetto quale dev’essere e pronto per ogni opera buona." (1)

La Bibbia non è un libro, antico e difficile: è la raccolta di tanti libri (46+27) diversi per autori, per generi e per intenzione, scritti a distanza di secoli gli uni dagli altri. E’ una raccolta meravigliosa. Quasi tutti i libri, anche quando sono di carattere dichiaratamente storico, legislativo, poetico, sapenziale o profetico, alternano parti in prosa a parti in poesia, mettono sullo stesso piano miti, leggende e fatti storici, interrompono il racconto con riflessioni filosofiche o raccolte di leggi: e sovente ripetono lo stesso fatto, a volte con parole quasi identiche, a volte in modo totalmente diverso. Lo stile della Bibbia è tanto variegato perché essa non racconta la storia del popolo di Israele, ma rievoca il suo rapporto con Dio. E’ la Storia della Parola di Dio.

Quando l’invisibile Dio irrompe nella vita delle sue creature , provoca dei grandi scompigli, prima che sul piano ideale, su quello delle sensazioni, delle emozioni. Nel libro dell’Esodo, quando Dio si manifesta sul Sinai, il popolo vede i tuoni e sente i lampi! Ne viene uno scompiglio anche nella sintassi e nei tempi verbali, che richiama l’attenzione di chi legge. Il lettore deve allora tenersi pronto all’interpretazione. Che a volte gli è offerta dall’autore in modo evidente, infatti interrompe il corso della narrazione; ma più spesso , quando è affidata unicamente al linguaggio adottato per riferire i fatti, diventa compito suo.

Il canone cattolico presenta i libri biblici nell’ordine seguito dai padri della chiesa dividendoli in quattro grandi categorie: Pentateuco, Libri storici, Libri sapienziali e poetici, Libri profetici. E’ un ordine basato su criteri che oggi ci sfuggono, che non tiene conto né dell’epoca in cui i libri furono scritti, né del susseguirsi degli eventi che narrano.

“La cosa che fa più paura nella Bibbia è il suo protagonista, l’invisibile Dio di Israele che, come ben sanno quanti non hanno mai aperto il Libro, è tremendo e minaccia, maledice, punisce. Per arginare questa paura del Creatore non resta che leggere attentamente i brani che lo presentano all’opera: quando ferma il sole per permettere una strage ma anche quando si fa sarto per proteggere il corpo nudo di Adamo e di Eva oppure si divide, se così si può dire, per restare con i poveri in terra di Giudea mentre segue la classe dirigente nell’esilio di Babilonia. E ascoltarlo: quando minaccia sfracelli ma anche quando accetta di discutere con Abramo sul destino di Sòdoma oppure premia Giobbe per il coraggio con cui lo ha accusato. Allora si scopre che a questo Dio dal nome impronunciabile sta a cuore la giustizia. In nome della giustizia benedice e consola. Per un’equa valutazione storica delle stragi inaudite che il popolo di Israele compie in alcuni libri su comando di Dio, basta non scordare che furono scritti da uomini inermi, umiliati dall’esilio, che cercavano conforto nella magnificazione di una forza e di un potere mai esistiti. (2)

“La Bibbia è il libro del futuro dell’Europa e anche del mondo intero. Abbiamo tutti bisogno di riportarci alle radici bibliche, che sono poi quelle dell’umanità e nelle quali sono contenute le premesse per un futuro di accettazione e comprensione del diverso e insieme di stimolo comune e condiviso ad andare più oltre nel cercare ciò che è vero, giusto e buono per ciascuno di noi e per tutti. Ho sempre auspicato soprattutto che si imparasse a pregare a partire dalle pagine bibliche. Capisco che questo cammino è ovviamente un cammino personale, che non può essere fatto da un libro scritto. Ma un libro può essere uno stimolo per aiutare prima a riflettere e poi per passare a poco a poco dalla riflessione a qualcosa di più interiore e di più personale. Perché dentro e dietro la Bibbia non c’è soltanto un libro che dice qualcosa a qualcuno, ma c’è Qualcuno che lancia appelli misteriosi”. (3)

“Ricordo di aver letto nella prefazione di un libro di Carlo Carretto:  Una delle fortune più grandi che mi sono capitate nella vita è stata senza dubbio la scoperta della Bibbia che ho fatto verso i venti anni. …La Bibbia non mi ha mai deluso. Ho trovato in essa ciò di cui la mia anima aveva bisogno, tappa dopo tappa. Mi ha accompagnato nello sviluppo della fede, dal periodo entusiasta e ardente della giovinezza alla prova del deserto, quando nell’aridità più dolorosa ogni aiuto esterno viene meno e l’anima è contorta e sbattuta come un fuscello dalla tempesta dello Spirito. Fu l’unico libro che portai sempre con me e che desidero sia messo dai miei fratelli sul mio petto accanto al crocifisso e al rosario quando scenderò nella tomba. (Ciò che conta è amare, A.V.E.).

Ennesima testimonianza di una persona che crede. Anche questo è uno dei “segni dei tempi”. (4)

Dai rapidi cambiamenti del mondo moderno, l’uomo è chiamato a rivedere i fondamenti della propria fede, a cercare di comprendere il proprio destino. Nonostante i suoi meravigliosi progressi, l’uomo si rende conto che essi non esprimono il tutto che egli sente in se stesso, che il suo animo aspira a qualcosa di più sublime. Di qui il bisogno, a volte inconfessato, della conoscenza di Dio, dell’unico Essere Assoluto, non condizionato dai mutamenti della natura, dai progressi dell’uomo, dai cambiamenti della storia. Di qui il bisogno della conoscenza e dello studio di quel libro che ci parla di Dio, in cui Dio stesso si rivela. Infatti “ con la divina rivelazione il Concilio Vaticano II ci dice che Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, per renderli partecipi di quei beni divini che trascendono la comprensione della mente umana” ( DV, 6 ).

Nella Bibbia Dio si fa Parola: rivela se stesso come prima si era rivelato nella creazione e manifesta all’uomo tutto il piano di misericordia e di amore che dai secoli eterni tiene riservato per lui ( DV , 13 ).

Dio, nella Sacra Scrittura, entra prepotentemente nella storia dell’uomo, incapace di guidare se stesso sulla via della vera felicità, lo prende, lo istruisce, lo conduce e più non lo lascerà finchè abbia raggiunto il suo eterno , felice destino.

La Bibbia è la Storia della Salvezza, la storia dell’intervento di Dio nella vita e nello sviluppo dell’uomo, per sottrarlo all’infelice destino verso cui era incamminato e riportarlo alla sublimità di figlio di Dio, cui fin dalla sua creazione lo aveva destinato, alla salvezza finale nel Regno di Cristo.

“Tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità " (5) : allo sviluppo di questo piano mira tutta l’azione divina. Dio inizia con l’inserimento dell’uomo nella sua comunione mediante la comunicazione della propria vita; dopo il peccato promette il Redentore; si sceglie un popolo che fa depositario della rivelazione e delle promesse, lo istruisce progressivamente attraverso l’invio di suoi speciali portavoce: i Profeti; lo santifica e lo forma per sé stesso e gli manifesta a poco a poco il suo mistero. Quando questo popolo, attraverso esperienze varie, lunghe e dolorose, giunge a maturazione, la realizzazione della Storia della Salvezza avviene con l’Incarnazione dello stesso Figlio Unigenito di Dio, nel seno della Vergine Maria.

Il Verbo di Dio fatto uomo, chiamato Gesù, diventa l’Autore della Salvezza e inaugura la Nuova Alleanza nel suo sangue sparso per la Redenzione dell’Uomo. Tutta la Sacra Scrittura è centrata sul Mistero di Cristo: l’Antico Testamento lo prepara, il Nuovo Testamento lo proclama e l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo (San Girolamo). La lettura della Bibbia deve essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’Uomo. Tutto parte da Dio e ritorna a Dio. E’il grande protagonista”. Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose: a lui la gloria nei secoli ”(Rm 11,36).”Una lampada su un sentiero buio, la pioggia che scende dal cielo su un terreno arido e stepposo, una spada che penetra nella carne: è con questi tre simboli che la parola di Dio si autodefinisce nella Bibbia, che deve , quindi, trasformarsi in   lampada, in acqua viva, in spada. Ma perché avvenga questo è necessario che si attui uno dei motti cari a chi si impegna alla conoscenza e alla diffusione della Bibbia: “Non basta possedere la Bibbia, bisogna anche leggerla; non basta leggere la Bibbia, bisogna anche comprenderla e meditarla; non basta comprendere e meditare la Bibbia, bisogna anche viverla”. (6)

 

 

 

CAPITOLO I

 

Origine e contenuti

 

La Bibbia degli ebrei e dei cristiani

 

 

1.1. Bibbia

La Bibbia è un insieme di composizioni letterarie, scritte in diverse lingue: ebraico, aramaico o greco. Uniti formano un insieme di libretti. Nella Bibbia cattolica se ne contano 73: 46 libri per l'Antico Testamento e 27 per il Nuovo Testamento. Sono la "biblioteca" dei cristiani. La prima parte, quella che noi chiamiamo Antico Testamento, lo è anche per gli Ebrei. Con questa parola indichiamo il libro della nostra fede, perché in esso sappiamo essere contenuta la parola di Dio.

 

1.2. Antico e Nuovo Testamento

La Bibbia è suddivisa in due parti, di ampiezza differente. La prima, più estesa, è detta Antico Testamento; la seconda Nuovo Testamento.  Il termine "testamento" non va preso nel senso più comune di volontà ultime di una persona, dietro, infatti, c'è la parola ebraica berît, che significa promessa di un qualche dono da parte di Dio e, al tempo stesso, impegno di osservare la sua legge da parte dell'uomo. Dio e l'uomo s'impegnano reciprocamente e affermano di appartenersi l'un l'altro, diventano amici e intimi. Fanno alleanza. Ecco perché noi parliamo di antica e nuova "alleanza" come di antico e nuovo "testamento". I due termini in pratica si equivalgono. L'antica alleanza riguarda quel rapporto religioso che Dio stabilì con un popolo, Israele; la nuova invece è lo stesso rapporto esteso, in Gesù, a tutti i popoli, di cui la Chiesa è segno. Si può quindi anche dire che l'unica alleanza è stata resa nuova in Gesù. I cristiani vedono una profonda unità tra le due alleanze, in quanto la prima è annuncio, promessa e preparazione della seconda. Per questo conservano e venerano nella Bibbia sia i testi sacri del popolo ebraico sia i propri, come l'unico libro che contiene l'unica parola di Dio e l'unica salvezza in essa annunziata e attuata. A usare per prima la denominazione di "antica" e "nuova" alleanza è la Bibbia stessa. Lo fa a riguardo di Noè e della nuova umanità che esce dal diluvio (cf. Gen 6,18; 9,8-17), e poi di Abramo e del popolo che da lui prende vita (cf. Gen 15,18; 17,1-9). L'alleanza tra Dio e Israele venne sancita al Sinai da Mosè con il rito del sangue (cf. Es 24,3-8). Israele più volte disattese queste condizioni, venendo meno all'alleanza. Ed ecco che il profeta Geremia prevede un tempo in cui Dio sancirà un'alleanza "nuova" con Israele, un'alleanza di perdono, di responsabilità e di interiorità(cf. Ger 31,31-34).A questa alleanza nuova fa esplicito riferimento Gesù nell'ultima cena, quando offre da bere ai suoi discepoli dicendo: "questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi" (Lc22,20). Come Mosè aveva sancito l'alleanza tra Dio e Israele al Sinai versando il sangue delle vittime, così ora Gesù nel suo sangue, che sta per essere versato sulla croce, dà compimento all'alleanza annunziata da Geremia, quella che unisce Dio e la comunità dei discepoli che vengono a formare il definitivo popolo di Dio, l'"Israele di Dio", come dirà Paolo (Gal 6,16). I cristiani si guardano bene dal pensare che l'antica alleanza sia abolita. Essa mantiene tutt'oggi per Israele il suo valore e fa parte dell'unica storia della salvezza, attraverso la quale Dio, mediante Mosè e in Gesù, ha chiamato e chiama Israele e i cristiani a legarsi a lui, a farsi segno e strumento di salvezza per tutti gli uomini. Per questo, da parte di alcuni, si preferisce chiamare la Bibbia degli Ebrei, il "primo" testamento o la "prima" alleanza (cf. Eb 8,7), a sottolineare così sia la priorità temporale rispetto alla "nuova" sia la permanente validità per gli Ebrei di ogni tempo e la sua validità relativa per i cristiani (cf. Dei Verbum, 14-16).

 

1.3. Tanâk

Per un ebreo non esiste la parola "Bibbia" né, com'è ovvio, Antico Testamento, ma semplicemente la Tanâk. Questa parola è una sigla, composta dalla prima lettera di tre parole: Toràh, Neviìm, Ketuvìm, con l'aggiunta di una doppia "a".

La Toràh è ciò che noi chiamiamo Pentateuco e comprende i libri di Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. La parola racchiude una grande ricchezza di significato per un ebreo. Toràh può essere tradotto da più termini: "legge", ma anche "ammaestramento", "indicazione", istruzione", ecc. Nella Toràh l'ebreo trova tutto ciò che è chiamato a essere: la sua identità religiosa (popolo di

JHWH), storica (popolo con una terra propria), sociale (comunità di fratelli). La Toràh è pertanto la carta d'identità e la carta costituzionale dell'ebreo religioso. Rimanervi fedeli è per lui ragione di vita o di morte. La Toràh tradotta nella vita è la sua "giustizia" o santità di vita: è titolo di riconoscimento, è il premio nel regno che JHWH nel suo giorno darà a Israele. Per un ebreo la Toràh è la rivelazione definitiva di Dio. Non c'è per lui parola più alta e quindi autoritativa della Toràh. Da ciò si comprende quanto sia difficile per un ebreo accettare un'ulteriore e definitiva parola di Dio come quella che, per noi cristiani, viene all'umanità attraverso Gesù.

A fianco della Toràh, ma con un valore minore, gli Ebrei pongono i Neviìm. Noi traduciamo questa parola con "profeti", gli uomini dello Spirito e i portatori di una parola. La parola per un ebreo può

essere una promessa che è portata a compimento, quindi un evento. In questo senso sono profeti coloro che hanno attuato le promesse di Dio: Giosuè, i giudici, Samuele e gli altri profeti dell'epoca della monarchia, le cui imprese troviamo rispettivamente in Giosuè, Giudici, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re. La Tanàk li chiama "profeti anteriori".

"Profeti posteriori" sono invece quei libri che siamo soliti designare semplicemente come "libri profetici", i testi cioè che raccolgono la predicazione di quegli uomini che rivolgevano la parola di Dio al popolo, in vista della conversione dai peccati commessi contro la Toràh o della salvezza prossima ad attuarsi nella storia.

I restanti libri della Tanàk vengono chiamati dagli Ebrei Ketuvìm, cioè "scritti" e comprendono testi di diversa natura: poetici, sapienziali, storici, apocalittici.

Dalle tre collezioni sono esclusi sette libri: Tobia, Giuditta, 1 e 2 Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc. La tradizione ebraica, risalente al primo secolo d.C., non ritiene di poterli annoverare nella Tanàk. L'elenco riconosciuto dalla Chiesa cattolica si rifà invece ad una tradizione che li includeva, attestata nella versione greca dell'Antico Testamento detta dei Settanta (LXX), che fu approntata in ambiente ebraico ellenistico, ad Alessandria d'Egitto, a partire dal terzo secolo a.C.

 

1.3.1  La Bibbia ebraica

Toràh (Legge)

Genesi (All'inizio); Esodo (Questi sono i nomi), Levitico (E JHWH chiamò Mosè), Numeri (Nel deserto), Deuteronomio (Queste sono le parole).

Profeti

Profeti anteriori: Giosuè, Giudici, Samuele (1 e 2 uniti), Re (1 e 2 uniti).

Profeti posteriori: Isaia, Geremia, Ezechiele, I dodici profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia).

Scritti

Salmi (o Inni), Giobbe, Proverbi, Rut, Cantico dei cantici, Qoèlet, Lamentazioni, Ester, Daniele, Esdra-Neemia (uniti), Cronache (1 e 2 uniti).

 

 

2. Com'è nata la Bibbia

 

L'insieme dei libri contenuti nella Bibbia, è l'opera lenta e progressiva di un intero millennio. L'Israele antico e la Chiesa delle origini vi hanno riflesso la fede delle successive stagioni della loro esistenza storica. Capita infatti, all'individuo come ad un popolo o a una comunità, di vivere prima e poi di scrivere, ricordando e ripensando quello che si è vissuto. I libri biblici sono la "memoria" dell'Israele antico e della Chiesa del primo secolo. È opportuno iniziare ad accostare la Bibbia dal punto di vista storico. Questo ci permetterà di cogliere il progressivo formarsi del materiale letterario biblico e, cosa ancora più importante, di comprendere come la testimonianza viva nella storia d'Israele e della Chiesa.

 

2.1. L'Antico Testamento tra storia e letteratura

Le gesta d'Israele cominciano a distinguersi come storia di un gruppo particolare all'epoca di Abramo (tra il XIX e il XVIII sec. a.C.). Dalle regioni dell'alta Siria, in risposta alla chiamata di Dio, egli venne con il suo clan verso una terra lungo la costa del Mediterraneo, che i suoi discendenti avrebbero conosciuto come terra di Canaan e che poi, più tardi, all'epoca dell'impero romano, fu chiamata Palestina.

 

2.2. Le tradizioni orali

Gli avvenimenti riguardanti Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, cominciano a prendere corpo in forma di tradizioni orali. Alla sera, fuori della tenda, i figli ascoltano dalla bocca del padre le vicende degli antenati. Lo stile è popolare, diretto e vivo. L'ispirazione è religiosa e si fonda su alcuni semplici concetti: Dio è presente nella storia umana e ha un rapporto personale con i patriarchi; Abramo è l'"amico di Dio"; Dio è il "Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe".

I discendenti di Giacobbe, cui si ricollegano le future tribù d'Israele, si stabiliscono per un lungo periodo in Egitto, nel delta del Nilo. Per più di quattro secoli si perdono le loro tracce. Dopo di allora la storia riprende con l'"esodo", cioè con la liberazione dall'Egitto, alla fine del secolo XIII. In circostanze tragiche e provvidenziali insieme, Mosè guida il gruppo israelita attraverso il deserto fino al Sinai, dove esso vive un'esperienza decisiva: il Dio che si era rivelato a Mosè come JHWH, stabilisce un'alleanza con Israele, che diventa così "il popolo di Dio". A Mosè venivano attribuiti dalla tradizione i primi cinque libri della Bibbia. Lo studio critico di questi testi ha dimostrato che la loro redazione è molto posteriore. Mosè, però, è tutt' altro che estraneo ad essi: rimane il fondatore dello "jahwismo", cioè della religione degli Ebrei,  l'organizzatore di Israele alle sue origini mediante la prima fondamentale legislazione. Il periodo successivo, dall'ingresso nella terra di Canaan all'avvento della monarchia (XII-XI sec. a.C.), rimane assai oscuro.Intorno agli antichi santuari cananei, riconvertiti al culto jahwista, si tramandano racconti di interminabili guerriglie con le popolazioni cananee e filistee e del progressivo emergere della presenza e del potere degli Israeliti. I libri di Giosuè e dei Giudici si incaricano successivamente di raccogliere questi racconti, il primo in un quadro più idealizzato e semplificato di una "conquista" unitaria sotto la guida di Giosuè, il secondo nella prospettiva, più vicina alla realtà, di una lenta penetrazione delle singole tribù nel territorio di Canaan, sotto la guida di varie figure carismatiche, i "giudici", in un alternarsi di fedeltà e infedeltà a Dio. Negli stessi ambienti dei santuari, ad opera dei leviti, si va sviluppando anche la legislazione che applica ai molteplici casi della vita la legge fondamentale ricevuta al Sinai. Lentamente si delinea un'organizzazione centrale delle dodici tribù, divise in due gruppi (quelle del nord attorno ad Efraim e al sud la tribù di Giuda), sotto la guida di un re. Samuele, profeta e ultimo giudice, unge come re Saul, che lascia però un ricordo tragico e infelice. Davide (1010-970 a.C. circa), succedendogli, riesce a condurre Israele alla piena indipendenza e alla sovranità su un vasto territorio. Israele ha anche una capitale, Gerusalemme. Il successivo regno di Salomone (970-931 a.C.) dona a Israele il tempio, centro della vita religiosa, e ne favorisce la crescita culturale.

 

2.3. Le prime composizioni letterarie

In questo periodo la letteratura biblica entra in una fase decisiva. Mentre la legge perfeziona, attualizzandole, le sue formulazioni, l'anima poetica degli Ebrei si esprime in canti epici e religiosi. La composizione dei testi di preghiera, che andranno a formare il libro dei Salmi, riceve impulso dallo stesso Davide e terminerà solo nel I sec. a.C. Alla maniera dei sapienti d'Egitto, gli scribi della corte reale si esercitano nel comporre massime e sentenze. La parte centrale del libro dei Proverbi (Pr 10-29) è di questo periodo. Verso la fine del X sec. a.C. si redigono pagine molto belle sugli inizi della monarchia. La storia di Davide e Salomone formerà la maggior parte dei due libri di Samuele e l'inizio del primo libro dei Re. Israele, divenuto uno stato, crea i suoi annalisti e i suoi archivi, a cui attingeranno storici e commentatori nei secoli seguenti. In Giudea, in questo stesso periodo, secondo molti studiosi, sulla base di più antiche tradizioni orali, si comincerebbe a tessere una storia sacra, che, partendo dalla creazione, attraverso la storia dei patriarchi e poi quella dell'esodo dall'Egitto, arriva fino alla morte di Mosè. Gli studiosi definiscono questa tradizione "jahwista", perché chiama Dio con il nome di JHWH fin dalle narrazioni sulle origini dell'umanità. Il suo racconto è ora confluito nei libri di Genesi, Esodo e Numeri. Un secolo più tardi, ad opera di altri autori anch'essi ignoti, un'altra tradizione - che gli studiosi definiscono "elohista" perché chiama Dio con il nome comune di Elohim fino alla rivelazione del nome di JHWH fatta a Mosè - avrebbe raccolto analogamente le antiche narrazioni sui patriarchi e sull'esodo che si erano andate formando tra le tribù del nord. Anche il suo racconto è rintracciabile nei libri di Genesi, Esodo e Numeri. Alla morte di Salomone il regno va in rovina. Israele si divide in due stati, spesso nemici tra loro. Al nord si sviluppa il regno d'Israele, con Samaria capitale; durerà poco più di due secoli (932-722 a.C.). Al sud il regno di Giuda, la cui capitale è Gerusalemme, resta in mano alla dinastia di Davide; resisterà per altri centoquaranta anni circa, fino al 587 a.C.

  

2.4. La parola e l'azione dei profeti

Gli studiosi si chiedono se l'idolatria sia una contaminazione tipica dell'epoca dei regni divisi, oppure la fede in JHWH come unico Dio non sia invece la lenta e faticosa conquista proprio di questo periodo della storia del popolo ebraico. Qualunque sia la risposta a tale interrogativo, questi secoli sono dominati dalla figura dei profeti, che dedicano la loro vita a JHWH e alla sua parola: araldi di Dio, del suo patto, nonché difensori dell'uomo oppresso dalle crescenti ingiustizie di una società in sviluppo. Essi insegnano a Israele come riconoscere la presenza e l'azione di Dio negli avvenimenti antichi e contemporanei, perché si senta e viva come "popolo di Dio", responsabile di una missione universale. La loro voce risuona autorevole e vigorosa nella letteratura biblica.Elia ed Eliseo (IX sec. a.C.) predicano nel regno del nord, suscitando profonda impressione anche per la loro potenza taumaturgica. Parole e gesti di questi due profeti si leggono nel primo e nel secondo libro dei Re (1 Re 17 - 2 Re 13). A partire dal secolo VIII fino all'esilio babilonese molti sono i profeti la cui predicazione è raccolta in un libro ("profeti scrittori"). Al nord abbiamo Amos e Osea. Nel regno di Giuda i più importanti sono Isaia (Is 1-40) e Geremia, e con loro Michea, Sofonia, Naum e Abacuc. I profeti pronunziano oralmente i loro oracoli. Alcuni di questi vengono messi per iscritto da loro stessi; ma, in genere, gli attuali libri dei profeti sono opera di discepoli o di redattori, che raccolsero successivamente gli oracoli del maestro. Nel corso del secolo VII si fissa la redazione scritta della parte centrale del Deuteronomio (Dt 12-26), che ripresenta la legge divina sulla base di antiche tradizioni e insieme della dottrina dei sapienti e della teologia predicata dai profeti. Al centro di questa opera sta il concetto di alleanza: dono gratuito di Dio e insieme appello pressante da attuare quotidianamente nella vita. La fedeltà a Dio e alla sua alleanza comporta per Israele la salvezza, l'infedeltà porta invece alla rovina culminante nell'esilio. Antiche tradizioni orali e scritte, estratti di archivi vengono utilizzati, ripensati e organizzati alla luce di questa teologia: nasce così l'"opera deuteronomista", una storia del popolo d'Israele dall'ingresso in Canaan alla fine dei regni divisi, comprendente i libri di Giosuè, dei Giudici, il primo e il secondo libro di Samuele, il primo e il secondo libro dei Re. A tale complesso di libri la tradizione ebraica ha dato il titolo di "profeti anteriori" e i fatti della storia vi vengono presentati come interventi di Dio, segni della sua presenza che giudica e salva. Il regno del nord era già scomparso ad opera degli Assiri nel 721 a.C., con l'occupazione di Samaria, le deportazioni e l'installazione di gente straniera nel suo territorio. Per il regno di Giuda la catastrofe si attua in due tempi: un primo assedio di Gerusalemme e una prima deportazione nel 597 a.C., poi la distruzione della città dieci anni dopo e una nuova deportazione, mentre il paese viene annesso all'impero babilonese. La situazione appare umanamente irreparabile. Per risorgere occorre una conversione profonda: è quanto viene proposto al popolo di Dio nei cinquanta anni di esilio e poi al ritorno nel paese.

 

2.5. L'attività letteraria dell'esilio e del dopo esilio

L'esilio babilonese è un momento fondamentale per la storia della composizione della Bibbia. Durante l'esilio, infatti, l'"opera deuteronomista" raggiunge la sua definitiva redazione. Anche i circoli sacerdotali sviluppano la loro rimeditazione del passato, riscrivendo la storia dalla creazione fino alla morte di Mosè (gli studiosi chiamano questa tradizione "sacerdotale"), sulla base degli antichi dati, ma inseriti in una cronologia convenzionale (le genealogie) nel quadro teologico delle tre alleanze (di Noè, Abramo e Mosè). Anche queste narrazioni andranno a confluire in Genesi, Esodo e Numeri. Gli stessi circoli sacerdotali raccolgono inoltre una mole ingente di leggi e costumi, corrispondenti all'intero libro del Levitico. Durante l'esilio sorgono altri profeti. Ezechiele, che aveva preannunziato la fine imminente di Gerusalemme, avvenuta la catastrofe, ridà speranza al resto del popolo esiliato. Il profeta, che si è soliti chiamare "Secondo Isaia" (Deutero-Isaia), cioè l'autore dei cap. 40-55 del libro di Isaia, scrive i suoi poemi poco prima dell'editto con cui il re persiano Ciro nell'anno 538 a.C. permette il rientro in patria dei deportati. Egli canta con accenti di entusiasmo la prospettiva del ritorno, il nuovo esodo d'Israele, da Babilonia a Gerusalemme. Di questo autore anonimo sono celebri i canti del "Servo di JHWH", in cui sembra essere adombrata la missione stessa d'Israele, ma anche la figura misteriosa di un personaggio inviato da Dio per salvare i fratelli con il proprio sacrificio. Della fine dell'esilio sono le Lamentazioni, dette di Geremia: canti accorati che evocano il dolore, il pentimento e l'umiltà d'Israele dinanzi alle rovine di Gerusalemme. Il ritorno a Gerusalemme apre un periodo di estrema difficoltà. Nei libri di Esdra e Neemia viene descritta la difficile opera di restaurazione sociale, politica e religiosa svolta dagli stessi Neemia ed Esdra e prima ancora dal governatore Zorobabele e dal sommo sacerdote Giosia. La loro azione è sostenuta dai profeti Aggeo, Zaccaria, Abdia, e dal cosiddetto "Terzo Isaia", il profeta cui fanno riferimento i cap. 56-66 del libro di Isaia. Una vera indipendenza politica non tornerà mai. Israele resterà sempre sotto qualche dominio straniero, sia pure benevolo. Per la propria vita e la propria vocazione Israele dovrà trovare altre basi, diverse dalle strutture politiche: non potrà essere altro che una "comunità religiosa". È una svolta nella storia d'Israele. Gli studiosi sono soliti usare il termine di "giudaismo" per indicare le caratteristiche fondamentali della vita religiosa e politica del popolo a partire da questa epoca. È questo il tempo in cui si forma la maggior parte dei libri della Bibbia. Probabilmente già durante il V sec. a.C., con la fusione delle quattro tradizioni già esistenti ("jahwista", "elohista", "deuteronomica", "sacerdotale"), tenendo come base il tracciato storico della tradizione sacerdotale, un redattore o un insieme di redattori danno vita all'attuale Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio). Questa ricostruzione della formazione del Pentateuco e l'identificazione stessa delle tradizioni che vi confluiscono è ovviamente un'ipotesi, continuamente discussa e precisata dagli studiosi. Alla fine dello stesso V sec. a.C. comincia la redazione di quella che gli studiosi chiamano "opera del cronista". Essa comprende il primo e il secondo libro delle Cronache e viene ad includere i libri di Esdra e di Neemia, abbracciando l'intera storia, dalla creazione alla ricostruzione del tempio e alla restaurazione religiosa dopo il ritorno dall'esilio, in un grande affresco, che ha al suo centro la santificazione del popolo mediante il culto. Parallelamente alle grandi sintesi storiche si sviluppa un'altra letteratura, quella sapienziale. Le raccolte dei Proverbi e dei Salmi vanno completandosi attorno agli antichi nuclei. Ancora in questo periodo dovrebbero aver visto la luce il libro di Giobbe, un grande dialogo poetico sull'uomo di fronte al mistero della giustizia di Dio, e una mirabile raccolta di canti d'amore, il Cantico dei Cantici. Sorge anche un nuovo genere letterario detto midrash: libera utilizzazione delle tradizioni e dei dati della storia con l'intento di edificare, istruire, aiutare a vivere in tempi tornati difficili. Ad esso si ispirano i libri di Tobia, Ester, Giuditta, forse anche Rut. L'annuncio profetico si fa ancora udire nel V sec. a.C. con Malachia e Gioele e poi nel secolo IV con due profeti sconosciuti, la cui predicazione è testimoniata nei cap. 9-14 del libro di Zaccaria (li si chiama solitamente "Secondo" e "Terzo Zaccaria"). Sempre alla fine del V sec. a.C. si colloca il racconto di Giona, una riflessione sulla vocazione di Israele in mezzo alle nazioni. Poi, la voce della profezia tace. E Israele si lamenta della sua assenza: "Non vediamo più le nostre insegne, non ci sono più profeti e tra di noi nessuno sa fino a quando" (Sal 74,9).Con il tramonto del regime persiano, si apre l'epoca dell'ellenismo. Il re della Siria Antioco IV Epifane profana il tempio di Gerusalemme e scatena una violenta persecuzione religiosa, cui si oppone la riscossa dei Maccabei (167-135 a.C.). Testimoni di questa epoca eroica per la fede d'Israele sono il primo e il secondo libro dei Maccabei.Il tempo della crisi è anche terreno propizio per lo sviluppo della letteratura apocalittica, che vuole leggere in profondità le prospettive della storia. Ne è esempio il libro di Daniele, che, nella seconda parte (Dn 7-12), annunzia, mediante visioni, il trionfo di Dio sui nemici del suo popolo. Ma questi anni vedono ancora all'opera, con trattati, saggi e poemi, le correnti sapienziali, tra riflessioni che contestano le risposte della saggezza tradizionale, come nel Qoèlet (o Ecclesiaste), e l'esaltazione della sapienza divina come guida della vita e della storia dell'uomo, come nel Siracide (o Ecclesiastico) e nella Sapienza, l'ultimo libro dell'Antico Testamento, scritto verso l'anno 50 a.C.

 

2.6. Il Nuovo Testamento tra storia e letteratura

Il Nuovo Testamento si apre con un annuncio di tipo profetico: "La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,2). Giovanni è l'ultimo profeta dell'Antico Testamento, mandato a preparare la via del Signore e a rendere testimonianza alla parola di Dio che si è fatta carne. Siamo negli anni 28-30 dell'era che si è soliti chiamare cristiana.

 

 

2.7. Da Gesù alla predicazione dei discepoli

Ricevuto il battesimo per mano di Giovanni, Gesù di Nazaret dà inizio alla sua missione pubblica di Messia Salvatore. Egli agisce e parla con un'autorità mai conosciuta in un profeta. Le parole che pronuncia e i gesti che compie impressionano le folle. Fa numerosi miracoli e perdona i peccatori. Pone i suoi ascoltatori di fronte alle esigenze più radicali del rapporto con Dio e con i fratelli. Pur in continuità con la rivelazione fatta ad Israele, apre lo spirito dei discepoli alla novità che si manifesta nella sua persona e impegna la loro vita per la costruzione del regno di Dio. Gesù muore verso l'anno 30, rifiutato e condannato dai capi del popolo; egli stesso lo aveva annunziato nel suo insegnamento. Aveva annunziato anche che sarebbe risorto da morte. La risurrezione conferma agli occhi dei discepoli credenti la verità delle sue parole e della sua missione, quale inviato di Dio e Messia d'Israele. Illuminati dalla risurrezione di Gesù e dal dono del suo Spirito nella Pentecoste, i discepoli proclamano con coraggio la loro fede: Gesù non è soltanto il Cristo, ma è anche l'unico Signore e Salvatore, il Figlio di Dio fatto uomo. Molti giudei credono nel Cristo Gesù e la Chiesa cresce rapidamente. Gran parte, però, del popolo d'Israele rimane al di fuori di questo movimento nato dal suo seno, anzi spesso vi si oppone. Ma il vangelo cammina e arriva ben oltre i confini della Palestina. L'apostolo Paolo lo porta nei centri del mondo greco-romano, e con lui tanti altri missionari, ma anche semplici credenti. La predicazione degli apostoli e degli evangelizzatori agli inizi è soltanto orale. Le Scritture, per loro e per i primi cristiani, come già per Gesù, sono quelle d'Israele, quello che verrà poi chiamato l'Antico Testamento.

 

2.8. Gli scritti cristiani

Non tardano, però, ad apparire scritti cristiani, testimonianze della tradizione viva, che anima la Chiesa sotto l'azione dello Spirito di Cristo. I primi testi sono di Paolo, che scrive alcune lettere alle diverse comunità da lui fondate e con le quali resta così in contatto. Tra gli anni 50 e 60 d.C. si colloca una prima serie di lettere: la prima e la seconda ai Tessalonicesi, la prima e la seconda ai Corinzi, quella ai Filippesi (che però alcuni studiosi preferiscono porre tra il 61 e il 63 d.C.), la lettera ai Galati e quella ai Romani. Dal 61 al 63 d.C., Paolo, prigioniero a Roma, scrive le lettere ai Colossesi, a Filemone, agli Efesini (Colossesi ed Efesini da diversi studiosi sono ritenute opera della tradizione paolina più che dello stesso apostolo e sarebbero pertanto posteriori alla sua morte).Un'altra serie di lettere viene indirizzata non più a comunità, ma a persone singole, cioè a pastori d'anime. Di qui il titolo di "lettere pastorali" che viene dato alla prima e seconda lettera a Timoteo e alla lettera a Tito. Queste lettere appartengono quasi sicuramente alla tradizione paolina  e riflettono la situazione ecclesiale tipica della fine del I sec. d.C., assai dopo gli anni 66-67, in cui si pensa si debba collocare la morte di Paolo. La lettera agli Ebrei non sembra aver legami diretti con la tradizione paolina e precede di poco la distruzione di Gerusalemme ad opera dei Romani, avvenuta nel 70 d.C. Sviluppando la tesi dell'universale mediazione sacerdotale del Cristo, essa rincuora i cristiani di origine ebraica tentati di apostasia. La redazione definitiva dei primi tre Vangeli (Marco, Matteo, Luca) segna un altro periodo letterario, che secondo l'opinione della maggioranza degli studiosi va dal 65 all'80 d.C. circa. La Chiesa, largamente diffusa nel mondo allora conosciuto, si allontana dall'epoca della sua fondazione e ha bisogno di riferimenti essenziali, affinché la figura, il messaggio e il mistero di Cristo non si attenuino o non siano travisati a causa del tempo, della dispersione, delle nuove correnti, dei problemi dovuti a un'epoca differente. Si tratta non tanto di fissarsi nel passato, quanto di custodire il volto vivo, reale di Gesù e il grande ardore della Pentecoste. Dei tre vangeli detti "sinottici", quello di Marco è ritenuto il più antico, almeno nella sua redazione finale. Si pensa sia stato composto prima del 70 d.C. Il vangelo di Matteo è invece posteriore a questo anno. Anche "l'opera lucana", che comprende il terzo vangelo e gli Atti degli apostoli, è composta probabilmente intorno all'80 d.C. Altri scritti degli apostoli vengono detti "lettere cattoliche", cioè universali, perché si tratta di scritti non indirizzati a comunità determinate: sono la lettera di Giacomo e quella di Giuda, la prima e la seconda lettera di Pietro, la prima, la seconda e la terza lettera di Giovanni. Questi testi portano tutti la firma di grandi personaggi delle origini cristiane, ma gli studiosi divergono sia nell’'attribuzione di alcune di esse che nella loro datazione. La comunità cristiana che vi si riflette è infatti già consolidata; il suo più importante problema è non lasciarsi andare all'abitudine, non cedere alla rilassatezza, non perdere il senso dell'essenziale per abbandonarsi a idee inconsistenti. Per la maggioranza dei casi si può ritenere che ci si trovi sul finire del primo secolo. L'"opera giovannea", che comprende anche le tre lettere che portano il nome dell'apostolo, chiude la collezione degli scritti neotestamentari, sempre intorno alla fine del I sec. d.C. Il vangelo di Giovanni, in cui si riflette la predicazione dell'apostolo, ma anche l'opera della tradizione che da lui è nata, è probabilmente tra gli ultimi scritti in ordine di tempo del Nuovo Testamento. L'Apocalisse gli è forse anteriore di qualche anno. L'autore di questo ultimo libro si presenta ai suoi lettori come Giovanni loro "fratello e compagno nella tribolazione" (Ap 1,9). Gli studiosi dubitano che si possa identificare questo Giovanni con l'apostolo, per diversità linguistiche e di impianto teologico fra la sua opera e il quarto vangelo. Non mancano però affinità con esso e con la prima lettera di Giovanni. La matrice d'ispirazione è dunque giovannea. Scritta nell'ambiente vicino all'apostolo, penetrata dal suo insegnamento, l'Apocalisse è uno scritto che si rivolge a iniziati, con un linguaggio misterioso, per una interpretazione delle vicende storiche di cui sono protagonisti.

 

 

3. I libri della Bibbia

 

Dopo aver visto la nascita della letteratura biblica all'interno della storia d'Israele e della Chiesa, entriamo ora nel contenuto dei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento.

 

3.1. I libri dell'Antico Testamento

Pur composto da tanti libri, ben quarantasei, l'Antico Testamento può essere riassunto in alcuni blocchi o unità letterarie più grandi.

 

3.1.1  Il Pentateuco

La prima unità letteraria corrisponde alla Toràh della tradizione ebraica. È detta "Pentateuco", che significa insieme di "cinque libri": la Genesi, l'Esodo, il Levitico, i Numeri, il Deuteronomio.

La Genesi parla dell'origine dell'universo e dell'umanità (cf. Gen 1-11) e poi dell'origine della stirpe ebraica, nel legame di alleanza tra Dio e Abramo, il capostipite del popolo, suo figlio Isacco e il figlio di costui Giacobbe, dal quale nascono gli antenati delle dodici tribù che formeranno il futuro Israele (cf. Gen 12-36); l'ultima parte del libro è dedicata alla vicenda di Giuseppe, il penultimo figlio di Giacobbe venduto schiavo e divenuto governatore dell'Egitto e salvatore dei suoi fratelli, che si rifugiano presso di lui in tempo di carestia (cf. Gen 37-50).

Nel libro dell'Esodo è raccontata l'uscita in libertà degli Ebrei dall'Egitto, dove erano caduti in schiavitù. A liberarli è Mosè, sostenuto dalla forza di Dio, che si rivela a lui con il nome di JHWH (cf. Es 1-15). Attraverso il deserto del Sinai, Mosè conduce gli schiavi liberati alla santa montagna (cf. Es 16-18); qui JHWH si rivela in una grandiosa teofania a tutto il popolo, gli dona la sua legge, cioè il decalogo, il codice dell'alleanza; attraverso il rito dell'aspersione del sangue diviene "il Dio d'Israele" e questi "il popolo di JHWH". (cf. Es 19-24; 32-34).

Mosè, poi, su indicazione di Dio, costruisce un santuario portatile, una tenda per la dimora del Signore e come luogo di convegno con lui (cf. Es 25-31; 35-40).

Il libro del Levitico dà soprattutto prescrizioni per una retta celebrazione del culto, che in Israele è celebrato dai sacerdoti appartenenti alla tribù di Levi.

Il libro dei Numeri è così denominato perché si apre con l'elenco delle famiglie appartenenti alle dodici tribù (cf. Nm 1-4). S'interessa anch'esso al culto (cf. Nm 5-10), riassume le tappe nel deserto e accenna alla prima esplorazione della terra di Canaan (cf. Nm 11-14), dà altre leggi (cf. Nm 15-19), narra come Israele giunge a Cades e poi a Moab (cf. Nm 20-25); ulteriori disposizioni legislative chiudono il libro (cf. Nm 26-36).

Il libro del Deuteronomio presenta Mosè che rivolge tre discorsi a Israele, alla vigilia di entrare nella terra che Dio aveva promesso ai padri. Come condizione per possedere e godere la terra promessa raccomanda l'osservanza della legge di Dio, proponendo per la seconda volta il decalogo e il codice. "Deuteronomio" significa appunto "seconda legge", rilettura e ripresentazione della legge già conosciuta dai precedenti libri del Pentateuco. Al termine del libro è narrata la morte di Mosè.

 

3.1.2.  I libri storici

La seconda grande unità va comunemente sotto il nome di "libri storici", perché contiene la storia che va dalla conquista della terra promessa fin quasi alle soglie del Nuovo Testamento. In pratica copre un arco di tempo di circa dodici secoli.

I libri di Giosuè, Giudici e 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re sono detti "storia deuteronomista", perché ispirati alla teologia del Deuteronomio e quindi al mondo dei profeti; 1 e 2 Cronache, Esdra e

Neemia sono invece chiamati "opera del cronista" e sono legati alla lettura della storia tipica degli ambienti sacerdotali.

Il libro di Giosuè parla dell'ingresso d'Israele nella terra di Canaan, delle lotte per il suo possesso, che il popolo sostiene sotto la guida di Giosuè (cf. Gs 13-21), e infine della grande assemblea delle tribù a Sichem, dove Giosuè propone la fede in JHWH come unico Dio nazionale (cf. Gs 22-24).

Il libro dei Giudici racconta difficoltà e scontri con cui devono misurarsi le diverse tribù insediandosi nel paese di Canaan; vi vengono in particolare esaltate le imprese che le liberano dalle oppressioni e dagli assalti delle popolazioni cananee e di popoli venuti dal mare, tra cui i Filistei.

I due libri di Samuele segnano il passaggio dalla condizione di unità delle dodici tribù fondata esclusivamente sulla fede in JHWH, a un'unità più istituzionalizzata mediante la monarchia. Samuele, che è insieme giudice, profeta e sacerdote, unge re Saul, che non riesce però ad imporre la propria autorità sul paese, schiacciato dalla potenza militare dei Filistei (cf. 1 Sam 8-15). In seguito consacra Davide, il cui regno si afferma nell'intero paese e trova continuità nel figlio Salomone (cf. 1 Sam 16 - 1 Re 2). Israele, popolo di JHWH, accoglie il re come luogotenente di Dio: unto da un profeta di JHWH, egli regna nel nome di JHWH. A Davide Dio assicura la sua protezione nel presente e in futuro (cf. 2 Sam 7); la certezza di un regno eterno attraverso i discendenti verrà considerata in seguito come un'alleanza di JHWH con Davide (cf. Sal 89,28-38).

I due libri dei Re contengono le vicende della monarchia in Israele tra la fine del X e gli inizi del VI sec. a.C. La partenza è gloriosa: Salomone costruisce in Gerusalemme, capitale del regno unito, il tempio a JHWH (cf. 1 Re 3-11). La sua condotta religiosa ed economica è però disastrosa. Alla sua morte (932 a.C.) il regno si divide (cf. 1 Re 12). Dieci tribù passano a Geroboamo e costituiscono il "regno d'Israele", che avrà in seguito come capitale Samaria. Conterà più dinastie, sarà spesso in guerra con il regno fratello e cadrà sotto l'occupazione assira (721 a.C.), al termine di una storia durata due secoli (cf. 2 Re 17). Due tribù restano al figlio di Salomone, Roboamo; formano il "regno di Giuda", con capitale Gerusalemme, governato sempre da discendenti di Davide. Finirà poco più di un secolo dopo il regno d'Israele, con l'occupazione babilonese (597 e 587 a.C.) (cf. 2 Re 24-25). Le deportazioni che accompagnano queste disfatte portano il popolo d'Israele fuori della propria terra. In seguito ciò verrà letto come la logica conseguenza dell'infedeltà a JHWH. A più riprese il popolo eletto aveva preferito gli dèi dei popoli cananei al suo Dio, rendendo vano l'impegno assunto al Sinai: con la sua condotta aveva annullato l'alleanza di JHWH.

I due libri delle Cronache ripropongono in prospettiva diversa la storia già narrata dai libri dei Re, a cui premettono un proemio genealogico che va da Adamo alle dodici tribù d'Israele (cf. 1 Cr 1-10). Al centro dell'attenzione di questi libri è il tempio di Gerusalemme: dalle sue origini, attraverso la preparazione che ne fa Davide, alla sua costruzione da parte di Salomone (cf. 1 Cr 11 – 2 Cr 9), alle vicende dell'epoca dei regni divisi (cf. 2 Cr 10-36), cui fa seguito la ricostruzione dopo l'esilio (cf. Esd 7-10; Ne 8-13).

All'attività di due grandi personaggi del ritorno dall'esilio babilonese sono dedicati i libri di Esdra e Neemia, da leggere in continuità con quelli delle Cronache. Da questi quattro libri emerge l'importanza che l'Israele del dopo esilio attribuisce alla presenza di JHWH in mezzo al suo popolo, di cui il tempio è segno e in qualche modo dimora, nonché al culto che in esso si svolge ogni giorno e con particolare solennità nelle grandi feste.

Il libro di Rut, benché posto tra il libro dei Giudici e quelli di Samuele, non fa parte della "storia  deuteronomista" e si presenta piuttosto come una narrazione edificante, una commovente vicenda familiare, che ha come protagoniste due donne, la betlemita Noemi e sua nuora Rut, una straniera di Moab: la fiducia di Rut in Dio e il sostegno che offre alla suocera le meritano di diventare la bisnonna del re Davide.

Racconti edificanti ("midrashim"), e quindi non propriamente storici, sono poi i tre libretti di Tobia, Giuditta ed Ester, che, trattando con grande libertà i dati della storia e della geografia, illustrano la vita di Israele nel tempo dell'esilio e della diaspora. In essi si insegna la fiducia nella presenza provvidenziale e liberante di JHWH per il suo popolo nel bisogno.

Infine, i due libri dei Maccabei contengono l'eco della lotta di quanti tra gli Ebrei vogliono difendere la propria identità di popolo di JHWH al tempo dei tentativi di forzata ellenizzazione da parte dei Seleucidi, i re siriani di Antiochia (II sec. a.C.). È un momento di libertà che dura alcuni decenni, finché anche la Palestina diviene dominio romano (63 a.C.). Si è alla vigilia della nascita di Gesù, che nasce dunque suddito di Roma, probabilmente tra gli anni 7 e 5 prima della nostra era.

 

3.1.3.  I libri poetici e sapienziali

Nelle nostre Bibbie un terzo blocco di libri va sotto il titolo di "libri sapienziali" e comprende Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoèlet, Cantico dei Cantici, Sapienza e Siracide. In realtà due di essi, Salmi e Cantico, sono di genere e contenuto diversi rispetto agli altri cinque propriamente sapienziali. Per "sapienza" qui si intende sia l'elementare buon senso attento alle situazioni della vita e proteso alla sua buona riuscita, sia la ricerca del profondo senso della realtà, che permette di cogliere e vivere le finalità più nobili dell'esistenza.

Il libro dei Proverbi è il più antico tra i testi della letteratura sapienziale. Contiene massime destinate alla formazione culturale e pratica degli scribi del re. Nello stesso tempo esprime la dottrina tradizionale sulla retribuzione: ogni azione ha la giusta sanzione, il bene fatto è remunerato con il premio e il male con il castigo.

Proprio questa dottrina viene messa in crisi nel libro di Giobbe. Giobbe è un giusto prima premiato e poi duramente provato. Nel dialogo con tre suoi amici, che rappresentano le ragioni della sapienza tradizionale, Giobbe sostiene che la sofferenza del giusto costituisce una profonda ingiustizia; i suoi amici al contrario lo considerano un peccatore giustamente punito. A Giobbe non resta che appellarsi a Dio, al quale chiede conto del suo comportamento razionalmente ingiustificabile. Dio interviene non per dare spiegazioni, ma per invitare Giobbe all'umiltà di fronte a un problema che supera la capacità di comprensione dell'uomo. Sulla linea di Giobbe si pone anche il libro di Qoèlet, che evidenzia le molteplici contraddizioni dell'esistenza. La sua critica della sapienza tradizionale, giudicata troppo schematica e ottimista, è più radicale di quella di Giobbe. Pur senza risolvere i numerosi interrogativi che pone, il Qoèlet rimane un credente: da una parte invita ogni uomo a gioire degli aspetti positivi della vita che Dio dona, dall'altra ricorda a tutti che ogni azione sarà giudicata da Dio.

Il libro del Siracide prende nome dal suo autore, un ebreo di Gerusalemme chiamato Gesù figlio di Sirach, un maestro di sapienza. Il libro è una sintesi dell'insegnamento rivolto a un vasto pubblico, piuttosto agiato e colto. La sua sapienza risente molto della tradizione religiosa di Israele, ma è aperta agli stimoli della modernità. La sua preoccupazione maggiore riguarda le virtù fondamentali, la fede per esempio, ma anche l'elemosina. È un rappresentante qualificato dell'epoca giudaico-ellenistica, prima che le due correnti culturali entrassero in conflitto al tempo dei Seleucidi.

Ultimo di questa serie è il libro della Sapienza, scritto in greco da un autore che probabilmente viveva nella comunità giudaica di Alessandria d'Egitto nel I sec. a.C. La sua è la proposta di fede tradizionale fatta all'ebreo della diaspora e offerta al pagano ben disposto. È un testo importante per la dottrina sulla retribuzione del giusto dopo la morte (cf. Sap 1-5), per l'esaltazione dell'autentica sapienza che deriva da Dio (cf. Sap 6-9) e per la riflessione sull'opera della sapienza divina nella storia d'Israele (cf. Sap 10-19).

La Bibbia ha riservato il titolo di Cantico dei Cantici, cioè cantico per eccellenza, a una raccolta di testi poetici dedicati all'amore umano. Quest'ultimo è visto come un valore della creazione (cf. Gen 2,18-24) e pertanto esaltato. Del poema sono protagonisti due innamorati, che si cercano e si smarriscono, per poi ritrovarsi a cantare le gioie dell'amore monogamico. Nella tradizione giudaica

e cristiana il Cantico è stato spesso commentato in senso allegorico, a significare le alterne vicende del rapporto religioso tra Dio e Israele o tra Cristo e la Chiesa, ma anche tra Cristo e il singolo cristiano.

Il libro dei Salmi è una raccolta dei cantici e delle preghiere che Israele ha elevato al suo Dio lungo tutta la sua storia. La tradizione vide in Davide l'iniziatore del genere innico in Israele. Ecco perché l'intera raccolta, pur avendo autori diversi, gli è attribuita. Luogo di nascita dei salmi è il culto, praticato prima nei diversi santuari sparsi nel paese e poi nel tempio di Gerusalemme. La raccolta esprime l'intera gamma dei sentimenti di un popolo verso il suo Dio. Vi si trovano: gli inni di lode a JHWH per le sue opere grandiose, la creazione e la salvezza (cf. Sal 8; 19; 29; 113-118; 136); i canti di ringraziamento sia del singolo sia della comunità per il pericolo scampato (cf. Sal 18; 30; 34...); le suppliche individuali (cf. Sal 3; 5; 6; 7; 22...) e collettive (cf. Sal 74; 80...) in caso di necessità; le confessioni dei peccati e le richieste di perdono (cf. Sal 32; 51...); le istruzioni di tipo sapienziale (cf. Sal l; 112; 127...); i canti del pellegrinaggio al tempio (cf. Sal 15; 24; 84; 95; 120-134); le celebrazioni della regalità di JHWH (cf. Sal 24; 47; 93; 96; 97; 98; 99...); le preghiere per il re (cf. Sal 2; 20; 21; 44; 72; 110...), rilette dopo l'esilio come appelli al futuro regno del Messia. Non mancano salmi che ripropongono la storia passata come riflessione sulla condotta divina e motivo a sperare ulteriormente (cf. Sal 78; 105; 106...). Rispetto al testo originale ebraico, la numerazione dei Salmi nella traduzione greca chiamata dei LXX e nell'antica traduzione latina detta Vulgata è differente, in quanto queste ultime riuniscono in un solo salmo i Sal 9 e 10 e i Sal 114 e 115, mentre dividono in due parti il Sal 116 e il Sal 147. Da ciò deriva che la numerazione del testo greco e latino, che è quella adottata nella liturgia della Chiesa, è diminuita di una unità in confronto all'ebraico.

 

3.1.4.  I libri profetici

L'ultima grande unità dell'Antico Testamento è quella dei "libri profetici". Il profeta è l'uomo di Dio: animato dal suo Spirito, ha una parola da rivolgere al re o a Israele da parte di JHWH. Egli esprime il giudizio di Dio sul loro agire. Se Israele e il re sono stati infedeli agli impegni dell'alleanza, la parola del profeta rivela il loro peccato e preannuncia il castigo; se invece il popolo

ha già scontato la pena, gli annuncia la prossima liberazione. Nelle nostre Bibbie i libri dei profeti sono ordinati sulla base della loro importanza, ed estensione. Perciò abbiamo prima i cosiddetti quattro grandi profeti: Isaia, Geremia (cui fanno seguito il libro delle Lamentazioni, attribuito dalla tradizione a questo profeta, e poi il libro che porta il nome del suo discepolo Baruc), Ezechiele e Daniele (che, però, più che profetico, è un libro apocalittico); poi i dodici cosiddetti "profeti minori": Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia. Dal punto di vista storico, invece, distinguiamo tra profeti dell'epoca monarchica: Amos e Osea per il regno del nord (VIII sec. a.C.), Michea, Isaia (Is 1-39), Geremia, Sofonia, Naum e Abacuc per il regno del sud (VIII-VII sec. a.C.); profeti dell'esilio: Ezechiele e "Secondo Isaia" (Is 40-55) (VI sec. a.C.); profeti del dopo-esilio: Aggeo, Zaccaria (Zc 1-8), "Terzo Isaia" (Is 56-66),Malachia, Abdia, Gioele, Giona, "Secondo Zaccaria" (Zc 9-14) (V-III sec. a.C.). Il libro di Daniele è da porsi verso la fine della prima metà del II sec. a.C.

Amos denuncia le ingiustizie sociali del regno d'Israele in epoca di prosperità economica e di culto sfarzoso. È il profeta della giustizia lesa (cf. Am 5,7-13; 6,1-17). Perciò preannuncia un giorno di JHWH (cf. Am 5,18-20), giorno non di salvezza, ma di punizione per la nazione, colpevole, come le nazioni pagane, di crimini contro l'umanità e la fraternità (cf. Am 2,6-15).

Osea, nello stesso regno del nord, denuncia l'infedeltà d'Israele verso il suo "sposo" JHWH, al quale, come una sposa, si era legato con l'alleanza, ma che ha tradito dandosi agli "amanti", le varie

divinità cananee. Osea è anche il profeta che proclama l'amore misericordioso di Dio, che perdona e reintegra nella sua intimità il popolo infedele.

Isaia è il primo grande profeta del regno di Giuda. La sua predicazione si svolge dal 740 al 700 a.C. Egli è presente in tutti gli aspetti della vita del popolo: quelli politici, come consigliere del re, e quelli religiosi, come denunziatore, al pari di Amos, delle ingiustizie sociali e di un culto senza anima e in stridente contrasto con la vita morale. A tutti propone la fede incrollabile in JHWH, più potente di tutti i nemici e delle potenze ritenute invincibili, come l'Assiria (cf. Is 7,9b; 28,16; 30,15). È il profeta del messianismo regale, attraverso il quale Dio si fa vicino al suo popolo nei momenti difficili (cf. Is 7-12). Il suo stile è tra i più elevati della poesia ebraica e la sua profezia è contenuta nei cap. 1-39 del libro che porta il suo nome.

Contemporaneo di Isaia è Michea, anch'egli denunciatore deciso e forte delle ingiustizie sociali. Preannunzia la distruzione di Samaria e predice la stessa sorte a Gerusalemme, se la sua popolazione non si convertirà. L'invito è accolto dal re Ezechia, che tenta una riforma religiosa.

Un secolo dopo, in Giudea, sono profeti Geremia e Sofonia. Nessuno come Geremia ha unito le vicende personali alle sorti della sua profezia. Carattere mite e, all'inizio della sua missione, giovane

inesperto, deve affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.). Viene accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico. Da qui la forte crisi religiosa e profetica, descritta nelle "confessioni", intrise di un lirismo raro negli scritti biblici (cf. Ger 15,10-21; 20,7-18); e da qui anche la persecuzione da parte dei notabili del popolo. La sua vita, più volte in pericolo, si conclude in Egitto, dove è condotto contro la sua volontà. Il suo messaggio di speranza è imperniato sulla "alleanza nuova" scritta nel cuore d'Israele (cf. Ger 31,31-34).

Sofonia ripropone temi già noti. In particolare richiama il "giorno di JHWH", di cui aveva parlato Amos, e ne fa un giorno di giudizio e di condanna per tutti i responsabili del peccato d'Israele (cf. Sof 1,2-8; 3,1-8), ma di speranza per gli umili e gli oppressi (cf. Sof 2,1-3; 3,9-20).

Di Naum vanno ricordati soprattutto gli oracoli contro Ninive, l'orgogliosa capitale dell'Assiria, sconvolta e occupata dall'avanzante potenza babilonese (612 a.C.). Il profeta vede in questo evento il giusto giudizio di Dio su uno dei più feroci oppressori d'Israele.

Anche Abacuc vede in Babilonia lo strumento della giustizia di Dio, si salverà soltanto chi è giusto e chi nella fede cerca rifugio in Dio (cf. Ab 2,1-4).

L'esilio babilonese dura dal 587 al 538 a.C. Ai suoi inizi risalgono le Lamentazioni; i cap. 40-55 di Isaia ("Secondo Isaia") sono invece della fine di questo periodo. Tra il 593 e il 571 a.C. si pone

l'opera di Ezechiele.

Le Lamentazioni, impropriamente attribuite a Geremia, sono opera di un autore ignoto, che descrive in termini accorati il lutto della città e degli abitanti di Gerusalemme subito dopo la sua distruzione (cf. Lam 1-4); ma da questi lamenti scaturisce un senso di fiducia incrollabile in Dio e di pentimento profondo dei peccati (cf. Lam 5).

Ezechiele è sacerdote e insieme profeta. Deportato in Babilonia con la prima ondata di esiliati, inizia nel 593 a.C. a predicare la penitenza, ma al tempo stesso preannuncia l'ulteriore castigo che sta per abbattersi su Gerusalemme (cf. Ez 1-24). La seconda parte del libro raccoglie la predicazione del profeta dopo la distruzione della città e la seconda deportazione (587 a.C.). Oltre a proporre oracoli contro le nazioni pagane,(cf. Ez 25-32) un genere comune a tutti i profeti, Ezechiele alimenta la speranza del popolo esiliato (cf. Ez 33-38) e delinea il piano di ricostruzione della futura nazione (cf. Ez 40-48).

Con l'espressione "Secondo Isaia" (o "Deutero-Isaia") si è soliti indicare un profeta anonimo della fine dell'esilio, la cui predicazione è contenuta nei cap. 40-55 del libro di Isaia. Nelle prime vittorie di Ciro re di Persia (550 a.C.) egli intravede la possibilità della liberazione dei suoi compatrioti esiliati. La sua profezia è pertanto un invito alla "consolazione" e alla speranza: JHWH sta per compiere i prodigi di un "nuovo esodo", più portentoso del primo, e farà di Gerusalemme una città più gloriosa della precedente. Il Secondo Isaia è il profeta del monoteismo più rigoroso, della sapienza e della provvidenza insondabili di Dio, dell'universalismo religioso intorno a Gerusalemme. Un posto importante hanno nel libro i quattro carmi del "Servo di JHWH" (cf. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12). Dove i cristiani vedono Gesù di Nazaret: Messia, Figlio dell'uomo e Servo obbediente di Dio.

Nel dopo esilio operano Aggeo, Zaccaria, il Terzo Isaia, Malachia, Abdia, Gioele, il Secondo Zaccaria.

Aggeo è il profeta che incoraggia e sostiene Zorobabele e Giosuè, i responsabili dei giudei rimpatriati, nell'opera di ricostruzione del tempio di Gerusalemme, che viene inaugurato nel 515 a.C., poco più di venti anni dopo il ritorno.

Il profeta Zaccaria (l'autore dei cap. 1-8 del libro che porta il suo nome) è contemporaneo di Aggeo e si batte per gli stessi scopi: la ricostruzione del tempio, la restaurazione delle due istituzioni basilari della nazione, cioè il sacerdozio con Giosuè e la regalità davidica con Zorobabele; questa però non trova accoglienza.

"Terzo Isaia" è denominato il profeta a cui si attribuiscono i cap. 56-66 del libro di Isaia. Alcuni brani di questi capitoli sono però da considerarsi opera del Secondo Isaia (cf. Is 60-62). Di questo profeta, del resto, il Terzo Isaia continua la predicazione nella nuova situazione del dopo-esilio, insistendo sulla gloria di Gerusalemme (cf. Is 65-66).

Malachia significa "mio messaggero" e non è il nome ma la qualifica attribuita all'ignoto autore di questo libretto. Come i profeti preesilici, anch'egli denuncia la mediocrità e la pigrizia dei sacerdoti del tempio ricostruito (cf. Ml 1,6-2,9), e annuncia la venuta del "giorno di JHWH" come giorno di giudizio e di condanna per i peccatori e di salvezza per i giusti (cf. Ml 2,17-3,5; 3,13-21).

È difficile collocare nel tempo il profeta Abdia, forse tra la fine dell'esilio e gli inizi del dopo-esilio. Il suo libretto è di soli 21 versetti e contiene un oracolo contro il popolo di Edom, che aveva approfittato della rovina di Gerusalemme per invadere la Giudea meridionale.

Il libro di Gioele è anch'esso di difficile datazione: gli studiosi si orientano in maggioranza per il tempo del dopo-esilio, tra il V e il IV sec. a.C. Il testo si compone di due parti. Nella prima, al disastro provocato da un'invasione di cavallette nel territorio di Giuda, il profeta reagisce invitando a una liturgia di lutto e di supplica (cf. Gl 1-2). Nella seconda parte, con stile apocalittico, il profeta annunzia il grande giudizio di Dio. (cf. Gl 3-4).

Più che una raccolta di predicazioni profetiche, il libro di Giona è un racconto che ha come tema le disavventure di un profeta disobbediente. Scritto per gli Ebrei del V sec. a.C., il racconto esalta l'amore universale di Dio per tutti i popoli, che egli vuole salvi al pari d'Israele (cf. Gn 4,10-11). Con il Secondo Isaia è uno dei vertici dell'Antico Testamento per quanto riguarda il tema dell'universalismo.

Con "Secondo Zaccaria" si indica la raccolta di testi dei cap. 9-14  del libro di Zaccaria; alcuni distinguono un "Terzo Zaccaria" per i cap. 12-14. Le due raccolte sono di difficile collocazione e interpretazione. Ricchi di reminiscenze, questi testi sono importanti soprattutto per alcuni spunti sull'attesa messianica: rinascita della casa di Davide (cf. Zc 12); attesa di un re-messia umile e pacifico (cf. Zc 9,9-10), misterioso annuncio di un uomo "trafitto" (cf. Zc 12,10).

Il libro di Daniele non contiene la predicazione di un profeta, ma una serie di racconti caratterizzati dallo stile apocalittico, con sogni svelati, visioni e previsioni di un futuro prossimo. Il suo scopo è offrire una visione della storia che dia coraggio e speranza ai giudei al tempo della persecuzione di Antioco IV Epifane (164 a.C.). Il racconto, nella prima parte (cf. Dn 1-6), è imperniato sulla figura di Daniele e dei suoi compagni, che suppone siano vissuti al tempo dell'esilio, più volte messi alla prova ma sempre liberati e vincitori. Nella seconda parte (cf. Dn 7-12) lo stesso Daniele ha visioni e sogni, con i quali descrive, attraverso simboli, il persecutore, la sua azione nefasta, ma anche la sua fine. Questa assicura l'avvento del regno dei santi, simboleggiati da un "figlio di uomo" il cui potere non tramonterà mai (cf. Dn 7,13-14). Il cap. 13 racconta la storia di Susanna calunniata ma vittoriosa.

Per ultimo poniamo il libro di Baruc, che si ritiene composto all'inizio del I sec. a.C., ma è attribuito al segretario-servitore di Geremia. La raccolta presenta un materiale vario: una confessione dei peccati (cf. Bar 1,15-3,8), una meditazione sulla sapienza (cf. Bar 3,9-4,4), un invito alla speranza rivolto a Gerusalemme (cf. Bar 4,5-5,9), una critica all'idolatria attribuita a Geremia (cf. Bar 6).

 

3.2.  I libri del Nuovo Testamento

Possiamo raggruppare i 27 libri del Nuovo Testamento in base al contenuto e al genere letterario. Abbiamo così i "Vangeli" e gli Atti degli Apostoli, libri da inquadrare nel genere storico, ma con evidenti intenzionalità teologiche; le "lettere paoline" e le altre lettere dette "cattoliche", in certo modo collegabili con il genere letterario della corrispondenza; infine un libro del tutto diverso, l'Apocalisse, che alcuni vogliono accostare al genere profetico, ma da considerare più semplicemente un prodotto della letteratura apocalittica analogo al libro di Daniele. Le affinità teologiche permettono, però, anche un'altra articolazione: i "Vangeli sinottici" e il libro degli Atti, la "letteratura paolina", le "altre lettere neotestamentarie", la "letteratura giovannea".

 

3.2.1. I Vangeli sinottici e gli Atti

"Vangelo" viene dal greco e significa "buona (lieta) notizia", annuncio carico di speranza. Nel Nuovo Testamento è riferito a Gesù come portatore dell'annuncio del Regno, ma soprattutto perché il lieto annuncio si attua attraverso la sua azione e la sua stessa persona, in quanto Messia e Figlio di Dio. I predicatori cristiani che annunziarono Gesù morto e risorto, giudice dei vivi e dei morti, intendevano proporre la gioiosa notizia, il vangelo della salvezza per tutti gli uomini (cf. At 2,32-36; 4,10-12). I quattro libretti sono stati attribuiti dalla più antica tradizione a Matteo, Marco, Luca e Giovanni e propongono lo stesso lieto annuncio incentrato su Gesù. Più che biografie o storie del maestro, sono una presentazione di quel che Gesù era stato nella sua vita: Maestro potente in opere e parole, Messia umile, Servo sofferente, Figlio dell'uomo destinato alla morte, ma Giudice glorioso dei vivi e dei morti; il Signore, il Figlio di Dio, il Verbo di Dio preesistente e incarnato.

Dei quattro Vangeli tre sono detti "sinottici": Matteo, Marco e Luca; essi infatti impiegano uno schema sostanzialmente identico, al punto che li si può leggere su colonne parallele "con un solo colpo d'occhio". Lo schema riguarda l'attività di Gesù e prevede: predicazione di Giovanni il Battista; battesimo di Gesù e sua tentazione nel deserto; ministero di Gesù in Galilea; viaggio dalla Galilea verso la Giudea; ministero breve a Gerusalemme, durante il quale è messo a morte, risorge, appare ai suoi, è assunto in cielo. Solo Matteo e Luca hanno premesso a questo schema un'introduzione riguardante il cosiddetto "vangelo dell'infanzia" di Gesù. Pur impiegando uno schema comune, ogni evangelista ha caratteristiche e contenuti propri: tradizioni diverse a cui ha attinto, destinatari mirati cui indirizza il suo scritto.

Marco, considerato in genere il racconto evangelico più antico (anteriore al 70 d.C.), si rivolge a cristiani di origine pagana. Il testo è attraversato da una domanda: Chi è Gesù? Ad essa risponde fin dall'inizio con un'affermazione perentoria: Gesù è il Cristo (Messia) atteso dagli Ebrei e il Figlio di Dio (cf. Mc 1,1). Questa tesi iniziale viene provata nel corso della narrazione, mettendo il lettore a contatto diretto con i gesti compiuti da Gesù, in particolare le molte guarigioni e l'accoglienza dei peccatori, attraverso cui svela progressivamente il mistero della sua persona: Servo sofferente e Figlio di Dio. Marco, più degli altri, è il vangelo del primo annuncio e insieme dell'itinerario del credente per arrivare alla fede piena in Gesù e alla condivisione della sua vita. Marco è il Vangelo della "sequela", del cammino del discepolo dietro e con il Maestro.

Il Vangelo di Matteo è opera di un autore palestinese che scrive per cristiani di origine ebraica intorno all'anno 80 d.C. Egli dà molto spazio alle parole di Gesù, raccogliendole in cinque grandi discorsi: della montagna (cf. Mt 5-7), apostolico (cf. Mt 10), in parabole (cf. Mt 13), comunitario (cf. Mt 18), escatologico (cf. Mt 24-25). Con essi Matteo propone l'insegnamento di Gesù per la vita della comunità cristiana. Il suo è per eccellenza il Vangelo della Chiesa. Più degli altri, insiste sul compimento nella persona di Gesù delle profezie dell'Antico Testamento: non si deve aspettare più il Messia, perché è già venuto ed è Gesù di Nazaret; in lui le promesse fatte a Davide e ad Abramo si compiono (cf. Mt 1,1); la legge e la parola dei profeti in lui trovano pienezza e compimento (cf. Mt 5,17-18), perché con lui si inaugura il regno di Dio. Il Vangelo di Luca si deve a un cristiano di provenienza pagana, un colto ellenista che si rivolge ad ambienti cristiani di cultura

greca. Egli chiama Gesù "il Signore": il titolo che la Chiesa attribuì al Cristo risorto e glorificato, lo stesso che l'Antico Testamento dava a Dio. Luca testimonia soprattutto, con delicata finezza, la misericordia di Dio che si fa uomo per comunicare agli uomini la sua grazia, a cominciare dal perdono (cf. Lc 15). Peculiare è la sua sottolineatura della destinazione universale della salvezza in Cristo. In questa direzione vanno le parole di Simeone (cf. Lc 2,22), la genealogia di Gesù fatta risalire fino ad Adamo (cf. Lc 3,38), l'interesse di Gesù per i non Ebrei, come il samaritano assunto a simbolo dell'amore cristiano (cf. Lc 10,37), l'annuncio che "il perdono dei peccati e la conversione saranno predicati a tutte le genti" (Lc 24,47). A partire da quest'ultima indicazione si sviluppa l'altra opera di Luca, gli Atti degli Apostoli. È la testimonianza di come l'annuncio della salvezza cristiana, partito da Gerusalemme con il dono dello Spirito ai Dodici e agli altri discepoli, raggiunge progressivamente la Samaria, la Siria, l'Asia Minore, la Grecia e infine Roma, centro dell'impero. Attraverso Pietro e Paolo, il mondo giudaico e quello pagano sentono annunzciare Cristo e il suo regno: chi lo accoglie, a qualsiasi razza appartenga, diventa membro del popolo di Dio: la Chiesa. Il Vangelo e gli Atti furono scritti da Luca probabilmente intorno all'anno 80 d.C.

 

3.2.2.  Le lettere paoline

Le lettere paoline nascono e si sviluppano in genere per il bisogno di completare la predicazione orale che Paolo aveva tenuto nelle varie comunità cristiane e come mezzo per risolvere interrogativi e illuminare situazioni nuove determinatesi in esse. Lo stile è immediato. Nella nostra Bibbia si presentano con quest'ordine: Romani; 1 e 2 Corinzi; Galati; Efesini; Filippesi; Colossesi; 1 e 2 Tessalonicesi; 1 e 2 Timoteo; Tito; Filemone. Dal punto di vista storico l'ordine è diverso. Nel corso del secondo viaggio missionario, intorno al 50 d.C., Paolo fonda la Chiesa di Tessalonica. La sua permanenza nella città è brevissima, a causa dell'ostilità dei giudei, così che la formazione dei cristiani rimane incompleta. La 1 Tessalonicesi, scritta da Corinto qualche tempo dopo, richiama l'esperienza della evangelizzazione e vuole chiarire alcuni punti dottrinali o di comportamento, in particolare quelli connessi alla condizione dei morti al momento della "parusìa", cioè dell'avvento del Cristo glorioso.

La 2 Tessalonicesi è più difficile a datarsi e c'è chi giunge a dubitare che possa essere attribuita a Paolo. La lettera si propone di tranquillizzare i cristiani sulla venuta gloriosa del Signore, considerata da loro come imminente (cf. 2 Ts 2), e a spingerli a vivere nell'operosità. Contro la pigrizia di alcuni, Paolo arriva a dire: "Chi non vuol lavorare neppure mangi" (2 Ts 3,10).

Le due lettere ai Corinzi sono scritte da Efeso negli anni 55-56 d.C. A Corinto Paolo è stato un anno e mezzo e vi ha fondato una comunità numerosa e vivace, composta in prevalenza di ex-pagani. Informato dei problemi che agitano la comunità, Paolo risponde con una prima lettera condannando le fazioni sorte tra i cristiani, legate ai vari predicatori (cf. 1 Cor 1,10-4,21); corregge vizi, tra cui un caso di incesto (cf. 1 Cor 5), e disordini, nei comportamenti assembleari (cf. 1 Cor 7-14); chiarisce dubbi circa la risurrezione dei corpi (cf. 1 Cor 15).

Dopo l'invio della prima lettera, scoppia a Corinto una crisi riguardo alla stessa autorità di Paolo. Nella seconda lettera a noi pervenuta, che sembra risultare dalla fusione di più testi inviati in tempi diversi, troviamo perciò una difesa della sua missione di apostolo (cf. 2 Cor 10-13), la preparazione della sua prossima visita (cf. 2 Cor 1-7), indicazioni circa l'organizzazione di una colletta a favore delle comunità cristiane povere della Palestina come segno della comunione tra Chiese sorelle (cf. 2 Cor 8-9).

La lettera ai Filippesi è inviata con molta probabilità da Efeso, sempre negli anni 55-56 d.C., in occasione di una prigionia di Paolo in quella città. I cristiani di Filippi avevano inviato all'apostolo aiuti materiali e questi li ringrazia e approfitta per informarli della sua situazione e del suo stato d'animo: "Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21). Li esorta pure all'unità nell'umiltà, con l'inno all'umiliazione-glorificazione di Cristo (cf. Fil 2,5-11), e li mette in guardia contro gli agitatori (cf. Fil 3,1-4,2).

In questo stesso periodo Paolo scrive la lettera ai Galati, che si può collocare intorno al 57 d.C., inviata da Efeso o dalla Macedonia. È sconvolta la prima comunità di Galazia e Paolo interviene alla sua maniera, con passione e veemenza. Difende la sua autorità di apostolo raccontando la sua vocazione e missione (cf. Gal 1-2); dimostra la sua tesi di fondo, che è anche il "suo" vangelo: si è salvi solo in forza dell'adesione incondizionata, cioè della fede in Cristo, e non per la pratica della legge giudaica (cf. Gal 3-4). Il cristiano è chiamato alla vera libertà, la fede alla carità (cf. Gal 5-6). La più estesa tra le lettere paoline è quella ai Romani, che è anche la più  importante per comprendere il pensiero di Paolo sulla giustificazione del peccatore ad opera di Dio, mediante la redenzione di Cristo e il dono dello Spirito. È questo lo scritto che approfondisce rapporti e differenze tra ebraismo e cristianesimo; nello stesso tempo chiarisce come ogni differenza religiosa, razziale, sessuale, sia superata nella fede in Cristo. La comunità di Roma non è stata fondata da Paolo, tuttavia egli pensa di recarvisi per completare la sua missione. Per questo si fa precedere da questa esposizione sistematica della sua dottrina sulla giustificazione e sulla vita in Cristo e nello Spirito. La lettera ai Romani sembra inviata da Corinto,dove Paolo è per la colletta, verso il 58 d.C. Di lì si porterà a Gerusalemme, per poi passare appunto a Roma. Dalla prigionia romana (61-63 d.C.) Paolo invia un biglietto a Filemone, ricco proprietario che si è fatto cristiano, al quale rimanda un suo antico schiavo, Onèsimo, che egli ha convertito in prigionia. L'apostolo invita il padrone a trattarlo "come un fratello carissimo" e "come se stesso" (Fm 16-17). Seppure senza condannare direttamente l'istituto della schiavitù, Paolo ne cambia l'anima: lo schiavo non è più una cosa, è un fratello. Le lettere che seguono, più che opera di Paolo, vengono considerate  testimonianza della fecondità della tradizione paolina: ispirate alla dottrina dell'apostolo, ne prolungano l'insegnamento nelle nuove situazioni, legate al sorgere di deviazioni dottrinali e alle esigenze di consolidare il patrimonio di fede ricevuto.

La lettera agli Efesini riprende e amplifica il contenuto della lettera ai Colossesi, utilizzando temi presenti nelle lettere di cui siamo certi che sono state scritte da Paolo. Ne viene fuori una nuova sintesi del pensiero paolino, centrata su Cristo, sulla Chiesa e sull'impegno dei cristiani all'interno della comunità ecclesiale, della famiglia e della società.

1 e 2 Timoteo e Tito vengono chiamate "lettere pastorali", in quanto hanno di mira il governo della comunità ecclesiale. Esse si preoccupano di dare direttive sulla organizzazione delle comunità locali e sulla lotta contro i falsi maestri che sconvolgono la loro fede. Da ciò l'impegno a "custodire" il deposito della fede, la sana dottrina, e a formare degni ministri. L'invio di queste lettere a Tito e a Timoteo, discepoli diretti e preziosi di Paolo, intende dare prestigio all'insegnamento che propongono. In 2 Tm 4,6-8 è tracciato, in modo personalizzato e commovente, il "testamento spirituale" dell'apostolo.

 

3.2.3.  Le altre lettere

Le altre lettere neotestamentarie differiscono da quelle paoline almeno per tre motivi: sono indirizzate a più comunità contemporaneamente, non presuppongono problematiche particolari, ma

generali; sono discorsi scritti o trattati piuttosto che lettere.

Le lettere di Giacomo, Giuda e Pietro, insieme alle tre lettere di Giovanni, sono dette tradizionalmente "lettere cattoliche", cioè non dirette ad una singola comunità, ma a tutti i cristiani.

La lettera agli Ebrei è una predica dotta, messa per iscritto e inviata a cristiani di origine ebraica, che si lasciavano prendere dalla nostalgia per il culto fastoso del tempio di Gerusalemme ed erano tentati di disertare le assemblee cristiane per ritornare all'ebraismo. Ad essi l'autore dello scritto, un letterato colto d'Alessandria e buon conoscitore della Bibbia greca, rivolge un caldo invito alla perseveranza nella fede e nella vita cristiana: Mette in evidenza la superiore dignità del Cristo nei confronti degli angeli (cf. Eb 1-2) e la superiore efficacia del sacerdozio di Gesù nei confronti della mediazione di Mosè e del sacerdozio dei leviti dell’antico testamento (cf. Eb 3-7).

Anche la lettera di Giacomo, "fratello di Gesù", cioè suo parente stretto e capo della comunità di Gerusalemme fino al 62 d.C., anno della sua morte, è una sintesi dei suoi discorsi su diversi aspetti

della vita cristiana, specie di comportamento: ascolto e attuazione della Parola (cf. Gc 1,16-26), attenzione fattiva ai poveri (cf. Gc 2,1-13), fede attuata dalle opere (cf. Gc 2,14-26), attenzione ai peccati di lingua (cf. Gc 3,1-12) e alle discordie interne (cf. Gc 4,1-12), avvertimenti ai ricchi (cf. Gc 4,13-5,6), pazienza nell'attesa della venuta del Signore (cf. Gc 5,7-11). Mancano nella lettera indicazioni per definire la datazione, che può essere anteriore all'anno 62, ma anche posteriore ad esso.

La lettera di Giuda, fratello di Giacomo, può non essere dell'apostolo. Affronta infatti una situazione posteriore all'epoca apostolica, tipica degli anni intorno all'80 d. C. Lo scritto mette in guardia da predicatori ambulanti, che si introducono nelle Chiese per corrompervi la fede e i costumi. Questa volta non si tratta di giudeo-cristiani, ma di cristiani di tendenze gnostiche, che tentano di tramutare il cristianesimo in un mito.

Sulle due lettere di Pietro si discute se la prima sia dell'apostolo; l'altra certamente non lo è, ed è da ritenersi invece l'ultimo scritto neotestamentario (tra il 100 e il 125 d.C.). Ambedue le lettere hanno di mira sia fatti esterni alla comunità, cioè la persecuzione che colpisce i cristiani, sia fatti interni, come il turbamento portato dai soliti predicatori itineranti. Ai destinatari della prima lettera l'apostolo manda a dire che la persecuzione fa parte dell'autentica vita cristiana (cf. 1 Pt 3,13-18; 4,12-19; 5,6-11); alle comunità sconvolte dalle eresie (cf. 2 Pt 2,1-3.10-22) l'autore della seconda lettera rivolge l'invito a essere fedeli alla tradizione apostolica (cf. 2 Pt 2,16-18) e alla parola profetica (2 Pt 2,19-21), per essere pronti nel giorno del Signore che non tarda a venire (cf. 2 Pt 3,9-10.14-18).

 

3.2.4.  La letteratura giovannea

La caratteristica più appariscente del quarto Vangelo è la diversità dai Vangeli sinottici. Suppone un teste oculare, tanto alcuni ricordi sono freschi e precisi. Lo schema della "vita pubblica" di Gesù è diverso da quello dei sinottici: questi prevedono un solo viaggio del maestro a Gerusalemme; Giovanni ne ricorda diversi. Il testo attuale suppone una rielaborazione, opera dei discepoli di Giovanni su ricordi, canovacci di discorsi, edizioni precedenti. Il Cristo, da un capo all'altro del Vangelo, è il Risorto, il Signore e Dio, la cui grandezza è evidenziata dai gesti e dai discorsi; al lettore, fin dalle prime battute, è rivolto l'invito a decidersi per lui, ad affidarglisi, a credergli. Tutto il Vangelo è un cammino di gente che alla fine crede in lui o che si rifiuta di farlo. Questo è lo schema: un "prologo" sulla preesistenza di Cristo come Verbo di Dio e sulla sua incarnazione, con cui diviene rivelazione piena del Padre (cf. Gv 1,1-18); il ministero di Gesù, contenuto nel cosiddetto "libro dei segni" (cf. Gv 1,19-12,50); l'"ora" o passione di Gesù e la Pasqua dell'agnello di Dio (cf. Gv 13-20); l'epilogo con le ultime apparizioni ai dodici (cf. Gv 21). Le tre lettere di Giovanni sono la traduzione della fede in Cristo nella vita della comunità.

1 Giovanni è un discorso scritto, una fervida esortazione alla vita cristiana: camminare nella luce attraverso la rottura con il peccato, la pratica dell'amore cristiano e la rottura con il mondo e gli anticristi (cf. 1 Gv 1,5-2,29); vivere da figli di Dio attraverso le stesse condizioni (cf. 1 Gv 3,1-4,6); lasciarsi inondare dall'amore di Dio e vivere nella sua fede (cf. 1 Gv 4,7-5,13).

2 e 3 Giovanni sono brevi biglietti, indirizzati il primo a una Chiesa locale e il secondo a un responsabile di un'altra comunità, per metterli in guardia contro l'insorgere di eresie e il separatismo di alcuni responsabili locali. All'ambito della letteratura giovannea viene ricondotto anche il libro dell'Apocalisse. Seppure scritto in circoli vicini all'apostolo e penetrato del suo insegnamento, il testo per lingua, stile e prospettive teologiche deve attribuirsi ad un diverso autore, che si presenta a noi con il nome di Giovanni. L'Apocalisse è un libro scritto durante una persecuzione dei cristiani (probabilmente sotto l'imperatore Domiziano, cioè verso il 95 d.C.) e serve a dar loro coraggio con la prospettiva della vittoria finale del bene sul male, di Cristo e dei suoi, sui nemici della fede. Per ottenere questo, l'autore si serve di un genere letterario particolare, il genere apocalittico, con l'impiego di molti simboli e visioni tratti dall'Antico Testamento, in specie da Ezechiele e Daniele. Se non se ne tiene conto adeguatamente, la lettura diventa difficile e incomprensibile e si è indotti a interpretazioni astruse e inutili, come pure ad attese preoccupate del futuro. Debitamente decifrati, i simboli parlano invece con estrema chiarezza. Questo libro, come altri testi analoghi del Nuovo Testamento, non intende dare nessuna informazione sulla fine del mondo e sulle sue modalità. Il discorso di fondo che esso sviluppa riguarda piuttosto lo scontro tra le Chiesa e l'impero romano, che pretende di imporre il culto dell'imperatore. La situazione terrena e storica viene trasportata nel mondo celeste e invisibile, e si traduce nella lotta tra l'Agnello immolato, ma in piedi, cioè Cristo morto in croce ma risuscitato e glorificato in cielo, e la Bestia, cioè Satana e il mondo pagano al suo servizio. Tra l'uno e l'altra sono posti i credenti, materialmente perdenti in quanto sono messi a morte, ma vincitori perché testimoni, martiri dell'Agnello, che li conduce nella "Gerusalemme celeste", nel suo regno.

 

 

 

CAPITOLO II

 

 Il messaggio della Bibbia

 

 

Nella Bibbia Dio si rivela come Padre ai suoi figli e conversa con gli esseri umani come con amici, per introdurli alla comunione di sé (cf. Dei Verbum, 2). Dio si manifesta non solo per mezzo delle parole, ma anche attraverso fatti ed eventi che la parola interpreta. Egli infatti rivela se stesso e il suo disegno di salvezza nella storia d'Israele, che giunge al suo vertice con la venuta di Gesù Cristo, "figlio di Davide e figlio di Abramo" (Mt 1,1). Lungo questa storia Dio si manifesta in molti modi e in tempi diversi per mezzo di persone ispirate, ma alla fine parla ai credenti per mezzo del Figlio suo (cf. Eb 1,1-2).Gesù Cristo è la parola vivente per mezzo della quale tutto è stato fatto. È la parola che illumina ogni essere umano. In Gesù, il Figlio unico di Dio, gli uomini riconoscono il volto di Dio e si aprono al dono traboccante del suo amore fedele (cf. Gv 1,1-14). Perciò la Bibbia, che contiene la parola di Dio, si rivolge direttamente ai figli di Israele e ai discepoli di Gesù, ma è destinata ad ogni essere umano chiamato ad entrare nella piena e gioiosa comunione con Dio.

 

1. La salvezza di Dio nell'orizzonte dell'esodo e dell'alleanza

Il nucleo fecondo e unificante della storia della rivelazione di  Dio, consegnata nei testi ispirati della Bibbia, é costituito dall'esperienza dell'esodo e dall'impegno dell'alleanza con Dio. Infatti prima di diventare una raccolta di libri, scritti in tempi diversi e da vari autori, la Bibbia é stata il racconto vivo dell'esperienza di Dio che libera gli oppressi dalla schiavitù dell'Egitto e li introduce nella terra promessa ai padri. Nella celebrazione memoriale della Pasqua, nel contesto del pasto familiare, il padre racconta ai figli la storia della liberazione. Così ogni generazione si sente partecipe dell'evento che sta all'origine della comunità dei credenti. Un'eco del processo di trasmissione, da cui scaturisce il racconto biblico, si conserva nei testi relativi al rito della Pasqua. Quando i figli chiederanno ai loro padri: "Che significa questo atto di culto?", essi sono invitati a rispondere:

"È il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale é passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case" (Es 12, 26-27). La celebrazione della Pasqua ritma il cammino del popolo di Dio. Quando i figli di Israele sotto la guida di Giosuè si accampano a Galgala, al di là del Giordano, celebrano la prima Pasqua nella terra promessa (cf. Gs 5,10-12). La riforma religiosa intrapresa dai re di Gerusalemme Ezechia e Giosia ha il suo sigillo in una rinnovata celebrazione della Pasqua memoriale dell'esodo (cf. 2 Cr 30,1-27; 2 Re 23, 21-23). Anche i rimpatriati dall'esilio confermano la loro speranza nella rinascita della comunità e nella ricostruzione del tempio del Signore con una solenne celebrazione della Pasqua (cf. Esd 6,19-22).

Nel contesto della liturgia del tempio le famiglie che compongono il popolo di Dio vivono l'esperienza fondante dell'esodo. Nella festa annuale del ringraziamento il padre di famiglia si reca al santuario portando le primizie dei frutti della terra e consegnandoli al sacerdote fa la sua professione di fede: "Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese dove scorre latte e miele" (Dt 26,5-9). In questo schema narrativo del "credo" del Deuteronomio si rivive l'esperienza di alleanza. Il processo di liberazione infatti si conclude con l'impegno preso davanti al Signore di vivere nella fedeltà delle "dieci parole". Per mezzo del sacerdote, Dio convoca il suo popolo - "i miei fedeli, che hanno sancito con me l'alleanza" - e gli ricorda l'impegno fondamentale: "Io sono Dio, il tuo Dio" (Sal 50,5.7). A chi si impegna a vivere nel rapporto di alleanza viene rinnovata la promessa di benedizione: "A chi cammina per la retta via, mostrerò la salvezza di Dio" (Sal 50,23). È dunque nell'orizzonte dell’esodo e dell’alleanza che il popolo di Israele vive e continuamente sperimenta la salvezza di Dio.

 

1.1. Dall'esodo al dono della terra

La prima tappa dell'esperienza di salvezza é l'uscita dei figli di Israele dalla condizione di oppressione nella terra d'Egitto. E i testi profetici, riflettono una fede radicata nell'esodo. Il profeta Amos denuncia le forme di ingiustizia e di oppressione dei poveri nella terra, che è dono di Dio per tutti i liberati. "Ascoltate questa parola che il Signore ha detto riguardo a voi, Israeliti, e riguardo a tutta la stirpe che ho fatto uscire dall'Egitto" (Am 3,1; cf. 2,10). Negli stessi anni il profeta Osea si rivolge agli abitanti del regno del nord e con un linguaggio ispirato alle relazioni parentali, rievoca l'evento nel quale si radica il legame di Dio con il suo popolo: "Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio" (Os 11,1).

 

1.2. L'esodo di Mosè

La narrazione biblica dell'esodo dall'Egitto, diventa il modello delle successive esperienze di liberazione da parte di Dio per la salvezza dei credenti. Il momento  cruciale di questa esperienza è l'incontro di Mosè con Dio sulla montagna santa del Sinai, chiamata anche Oreb. Mosè, ricercato a morte dal faraone perché ha ucciso un Egiziano, si rifugia nel deserto di Madian e viene accolto dal sacerdote Ietro. Tra le figlie del sacerdote trova moglie, Zippora, e ha un figlio: Gherson, un nome che evoca la sua condizione: "Sono un emigrato in terra straniera!" (Es 2,22). In questa situazione Dio si manifesta a Mosè per incaricarlo di condurre fuori dall'Egitto i suoi fratelli oppressi. Il primo "esodo" è quello che vive Mosè. Egli nell'incontro con Dio all'Oreb è invitato a passare dall'immagine spettacolare di Dio, a quella della fede. Dio infatti si rivolge a Mosè, che si accosta per vedere "questo grande spettacolo" (Es 3,3) - il fuoco che brucia in mezzo al roveto senza consumarlo - con queste parole: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe" (Es 3,6). Poi gli manifesta il suo progetto di liberazione: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele" (Es 3,7-8). Mosè riceve l'incarico di andare in nome di Dio dal faraone per far uscire gli Israeliti dall'Egitto. Dio si presenta come  il "riscattatore". Egli è come il fratello e amico che è tenuto, in forza del vincolo di sangue, a liberare il consanguineo o amico caduto in schiavitù. Vuole conoscere il "nome" di Dio. La risposta di Dio è un impegno: "Io sarò con te" (Es 3,12). È la promessa dell'incontro dei liberati sulla montagna santa: "Quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte" (Es 3,12). Agli Israeliti infatti Mosè dovrà dire: "Io-Sono, mi ha mandato a voi" (Es  3,14).

 

1.3.  Il cammino di fede del popolo dell'esodo

Incomincia così l'avventura della fede di Mosè. Egli deve educare il popolo oppresso, deve vincere la paura di fronte alla potenza minacciosa del faraone, che rivendica di essere l'unico "Signore" in Egitto e impedisce ai figli di Israele di servire il proprio Dio. I dieci segni che Mosè compie in nome di Dio nella terra d'Egitto servono da una parte a demolire questa falsa immagine del dio faraonico e dall'altra a far riconoscere agli oppressi che solo Dio è il Signore. Questa è la proposta che fa Mosè nella notte del passaggio del "mare delle Canne". Al popolo che grida per la paura perché non vede una via d'uscita - davanti ha il mare e il deserto, alle spalle l'esercito del faraone - Mosè propone la scelta di Dio: "Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi" (Es 14,13). E, dopo il passaggio del mare nella notte sotto l'azione potente e misteriosa di Dio, il narratore biblico dice: "Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè" (Es 14,31).

 

1.4.  Le clausole dell'alleanza

Il cammino della fede prosegue fino all'appuntamento fissato da Dio nel deserto ai piedi del monte Sinai. Il processo di liberazione sfocia nell'alleanza. È ancora il Signore che prende l'iniziativa.

Quando Israele guidato da Mosè arriva ai piedi del monte, Dio lo chiama e lo incarica di presentare al popolo la proposta di alleanza: "Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli... Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa" (Es 19,4-6). La condizione fondamentale per vivere nella libertà donata da Dio mediante l'esodo è "ascoltare" la sua voce, "custodire" la sua alleanza. Il termine biblico "alleanza", in ebraico berith, esprime sia l'impegno sovrano di Dio sia l'impegno di quelli che entrano nell'alleanza. Essi formano il suo popolo, una comunità di liberi e di consacrati. La "voce" di Dio o la sua alleanza si concretizza nella proposta della "dieci parole", il decalogo, che Dio comunica al popolo nel contesto di una imponente teofania sul monte Sinai: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù..." (Es  20,2). Da questa autorevolezza di Dio, come colui che sta all'origine della liberazione, scaturiscono le dieci parole come condizioni per vivere nella libertà. La fedeltà a Dio come unico Signore e la giusta relazione con il prossimo sono i due princìpi nei quali si condensano le clausole dell'alleanza. Essi possono essere trascritti nel linguaggio dell'amore. Il comandamento fondamentale, che diventa professione di fede nella tradizione deuteronomista, dice: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, i1 Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze" ( Dt 6,4-5). Nella tradizione sacerdotale il rapporto di consacrazione a Dio, il "Santo", si coniuga con l'impegno ad attuare giusti rapporti con gli altri. L'invito a superare il rancore e la vendetta nel confronti del fratello, membro dell'alleanza, è formulato così: "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (Lv 19,18).

 

1.5.  La terra dono di Dio

La meta finale del cammino dell'esodo e il compimento delle  benedizioni connesse con l'alleanza è l'ingresso nella terra promessa da Dio ai padri. "Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscattato, lo conducesti con forza alla tua santa dimora... Lo fai entrare e lo pianti sul monte della tua eredità, luogo che per tua sede, Signore, hai preparato" (Es 15,13.17). Per introdurre il popolo nella terra di Canaan, Dio ne scaccia gli abitanti e fa crollare ogni possibile resistenza. Anche se Giosuè, che prende il posto di Mosè, guida i figli di Israele alla conquista della terra, in realtà è Dio stesso che conduce come un combattente vittorioso il suo popolo. Gli fa attraversare come in un nuovo esodo il fiume Giordano, fa crollare le mura delle città fortificate - esemplare è la conquista di Gerico -, sconfigge i re. Perciò il possesso della terra, conquistata e distribuita in nome di Dio, è condizionato alla fedeltà all'alleanza con il Signore. Quando gli Israeliti si dimenticano delle opere del Signore e si mettono a servire altri dèi, essi ricadono nella condizione precedente all'esodo. Sono soggetti alle incursioni dei predoni del deserto, come i Madianiti, oppure sono oppressi dai Filistei. In questa situazione il popolo grida al Signore e invoca la liberazione. Dio suscita un liberatore carismatico, un "giudice", che fa rivivere ancora l'esperienza dell'esodo. Questa altalena di oppressione e liberazione prosegue anche nella storia della monarchia, quando il re prende il posto delle figure carismatiche. Il re, scelto da Dio, è consacrato per liberare il popolo dai suoi nemici (cf. 1 Sam 10,1).Anche il re, come rappresentante di tutto il popolo, sta all'interno della logica dell'alleanza e si impegna ad attuarne le clausole. È dunque la violazione dell'alleanza la vera causa della rovina dei due regni, che si sono costituiti alla morte di Salomone. Prima il regno di Israele al nord e poi quello di Giuda al sud cadono sotto la pressione irresistibile della potenza assira e di quella babilonese. Ma per lo storico della Bibbia la caduta del regno del nord nel 721 ha la sua causa nella rottura del rapporto di alleanza: "Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore loro Dio, che li aveva fatti uscire dal paese d'Egitto, liberandoli dal potere del faraone re d'Egitto; essi avevano temuto altri dèi"  (2 Re 17,7). La ragione profonda della rovina del popolo d'Israele è la sua infedeltà al rapporto di alleanza, condizione per vivere in libertà sulla terra, dono di Dio.

 

 

2. Dalle origini del mondo all'invio del Messia

 

Un arco ideale, che occupa le prime pagine della Genesi,  collega l'esperienza dell'esodo e il racconto delle origini del mondo e dell'umanità. Infatti al tempo dell'esilio, quando si rivive l'esodo come ritorno dalla terra della deportazione e nascita di una nuova comunità, il profeta anonimo incoraggia i deportati in Babilonia, li invita a riscoprire le ragioni della speranza nella fedeltà di Dio, il Signore, il primo e l'ultimo, colui che può mantenere le promesse perché ha creato il mondo e guida la storia: "Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato quegli astri? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e li chiama tutti per nome... Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra" (Is 40,26.28).Il Signore stesso presenta il suo "servo", da lui scelto ed abilitato con il dono dello Spirito per attuare il suo disegno di salvezza. Inizia con la liberazione dei deportati, ma si estende a tutti i popoli, che saranno testimoni della fedeltà di Dio. Il Signore è in grado di attuare quello che promette, perché egli "crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l'alito a quanti camminano su di essa" (Is 42,5).L'esperienza di Dio creatore del mondo e Signore della storia nasce e matura nei campi di prigionia dell'esilio. Qui si intuisce che Dio è in grado di far ripartire la storia, perché egli è il "creatore". Il Signore che ha "creato" e "plasmato" il suo popolo Israele in forza del suo amore fedele, è lo stesso che sta all'origine del mondo e della storia umana. In questo clima nasce la prima pagina della Genesi. La potenza della parola di Dio fa uscire il mondo dal caos e dà ordine e stabilità al cielo, alla terra e al mare (cf. Gen 1,1-2,4a). La parola efficace di Dio trasmette la benedizione della vita agli animali. Dio crea l'essere umano a sua "immagine e somiglianza" e lo incarica di rappresentarlo nel mondo dei viventi. In questo mondo creato dalla parola di Dio non c'è posto per altre immagini di Dio. Lo stesso creatore resta estasiato nel vedere che tutto quello che ha fatto è buono, anzi molto buono, bello e splendido. Ma lo scopo finale di questa contemplazione narrativa dell'opera di Dio creatore è quello di proporre l'imitazione del suo riposo nel giorno da lui benedetto e consacrato: il sabato; la preoccupazione di affermare l'unica signoria di Dio sullo sfondo dei culti idolatrici di Babilonia, va di pari passo con l'esigenza di indicare la ragione profonda dell'osservanza del sabato, segno distintivo della comunità dell'alleanza.

 

2.1.  La storia del male umano e la speranza

In questa ottica entra anche il secondo racconto della creazione, che a prima vista può apparire come un doppione (cf. Gen 2,4b-3,24). In realtà esso fa da sfondo alla storia del giardino dell’ Eden, in cui si svolge il dramma della libertà dell'umanità. Nella scena entrano questi i protagonisti: l'uomo plasmato dalle mani di Dio con la polvere del suolo, ma reso vivente con il suo soffio; la donna plasmata da Dio con la costola dell'uomo e a questi presentata come sua compagna; il serpente, una delle bestie più astute create da Dio. Completano il quadro due alberi, che stanno in mezzo al giardino e rappresentano i desideri più intensi dell'essere umano: l'albero della vita e quello del sapere totale. Dio incarica l'essere umano di coltivare e custodire il giardino, con la possibilità di mangiare da tutti gli alberi, escluso quello della "conoscenza del bene e del male" (Gen 2,17). La scalata al potere, rappresentato dalla conoscenza totale, ha un esito fatale, la morte.È questo lo schema che si ritrova negli antichi racconti simbolici  della Mesopotamia. Il tentativo degli eroi di impossessarsi della sapienza e della vita si scontra con il destino della morte. La proposta che il serpente astuto fa alla coppia primordiale - accedere al potere assoluto di Dio - si infrange contro la realtà del limite umano del dolore e della morte. Ma il credente non si rassegna alla fatalità di un mondo senza vie d'uscita. Al vertice del dramma umano il narratore biblico fa risuonare la promessa di Dio: il discendente della donna schiaccerà la testa al serpente.Come un filo rosso questa promessa, che nutre la speranza, esce con la coppia umana dal giardino dell'Eden e l'accompagna fino al suo compimento. Il peccato del giardino è il prototipo e la fonte di ogni storia successiva di peccato. Lo stesso schema si riproduce nel dramma dei due fratelli, Caino e Abele, rappresentanti delle culture umane in conflitto tra loro (cf. Gen 4,1-24). Anche la storia del diluvio, modellata su analoghi antichi racconti mesopotamici, fa leva sulla violenza dell'umanità che riempie tutta la terra e la fa precipitare nel caos. La parola e la benedizione di Dio fanno ripartire la storia dell'essere umano e di tutti i viventi. Questa storia ha la garanzia della stabilità nell'impegno di Dio: "Ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne" (Gen 9,15). Alla base di questa "alleanza eterna" (Gen 9,16) è la clausola posta da Dio a tutela della vita a partire da quella dell'essere umano creato a immagine di Dio (cf. Gen 9,4-6). Il peccato della torre di Babele assume una connotazione collettiva e politica. È il peccato dei popoli, che non seguono il progetto divino affidato ai discendenti di Noè, dal quale provengono le nazioni, distribuite sulla faccia della terra "ciascuna secondo la propria lingua" (Gen 10,5). Il progetto degli uomini che si riuniscono nella pianura è la costruzione di una torre, la cui cima deve raggiungere il cielo, per farsi un nome e per impedire la loro dispersione sulla faccia della terra (cf. Gen 11,4). Esso riproduce in termini collettivi il peccato primordiale come scalata al potere assoluto. L'intervento di Dio porta allo scoperto l'inconsistenza di questo tentativo e la conseguente dispersione come segno dell'incapacità di comunicare nella diversità delle lingue e delle culture.

 

2.2.  La chiamata e la fede di Abramo

Dal mondo dei popoli dispersi dopo il peccato dell'idolatria politica emerge la figura di Abramo, chiamato da Dio con una promessa che suona alternativa al progetto babelico: "Renderò grande il tuo nome" (Gen 12,2). Anche Abramo deve fare il suo esodo ed entrare nell'impegno di alleanza. Il suo cammino di fede è scandito da questa logica. Abramo è invitato dal Signore a lasciare alle spalle il passato, il possesso e le relazioni che gli danno sicurezza: il suo paese, la sua patria e la casa di suo padre. La parola del Signore gli promette un paese, una discendenza e una benedizione che si estende a "tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3). È questa la risposta di Dio al peccato dei popoli della terra. E Abramo gioca tutto sulla promessa di Dio, perché del suo futuro egli non possiede la minima garanzia. L'itinerario spirituale di Abramo finisce su di un monte, nel territorio di Mòria, dove Dio gli chiede di sacrificargli il figlio, il suo unico figlio, quello che egli ama, Isacco (cf. Gen 22,2). Isacco è il figlio della promessa di Dio, la garanzia del futuro di Abramo, perché senza la discendenza la promessa del possesso della terra e di una benedizione estesa ai popoli resta una parola vuota. La crisi di Abramo è quella del popolo di Israele, che con l'esilio si trova davanti ad un vicolo cieco. Sembra che Dio stesso distrugga il pegno delle sue promesse e il segno della sua fedeltà: il tempio, la dinastia davidica, il dono della terra. La conclusione del dramma di Abramo è la risposta di Dio agli interrogativi umani di fronte allo scandalo del male e della morte. Abramo nella fede radicale in Dio riceve per la seconda volta il dono del figlio. Esso prefigura il superamento della morte, che solo la relazione vitale con Dio rende possibile. Giustamente Paolo di Tarso e l'autore della lettera agli Ebrei vedono in Abramo il prototipo del credente in Dio (cf. Rm 4,17-21; Eb 11,17-19).

 

 

3. Le voci della speranza

 

La storia delle origini del mondo e dell'umanità, di Abramo, padre dei credenti, può essere raccontata come memoria feconda del popolo di Dio, perché in esso sopravvive la speranza. Essa si alimenta alla corrente della tradizione profetica che accompagna l'intero arco della storia biblica. I cosiddetti "profeti scrittori" compaiono verso la fine del secolo VIII e l'inizio del VII, ma il profetismo come esperienza spirituale è presente fin dai primi passi del popolo di Dio. La stessa figura di Abramo viene assimilata negli schemi narrativi della Bibbia a quella del profeta classico e Mosè è presentato nella tradizione deuteronomista come il prototipo del profeta. Per la guida futura del popolo di Dio si attende un profeta simile a Mosè (cf. Dt 18,15-18). Prima dell'istituzione della monarchia le figure carismatiche, che Dio suscita per liberare e guidare il suo popolo, hanno alcuni tratti che le fanno accostare ai profeti. Tra questi si collocano i due profeti popolari, Elia ed Eliseo, che svolgono la loro attività nel regno del nord in un tempo di forti sconvolgimenti religiosi e sociali. Elia si scontra con l'ambiente di corte, influenzato dalla presenza della regina fenicia Gezabele, e rischia la propria vita per difendere e restaurare la fede tradizionale, contro le pratiche idolatriche di matrice cananea. La fede nel Signore dell'esodo è inseparabile dall'attuazione della giustizia, perché Dio è il difensore dei poveri. Elia perciò, in nome di Dio, sfida il re e la regina, che hanno fatto condannare ingiustamente Nabot, per prendersi la sua vigna e allargare il giardino regale. Nella storia del profeta Elia, che si prolunga in quella del suo discepolo Eliseo, si avvertono i segni precorrenti del profetismo classico. La fede in Dio unico Signore è l'antidoto contro ogni forma di ingiustizia. Ma la profezia biblica assume un volto nuovo a partire dal profeta Amos, attivo nel regno di Israele prima della sua catastrofe, la caduta di Samaria nel 721 a.C. Il tratto distintivo del profeta biblico rispetto ad altre forme di esperienza carismatica, è la chiamata o investitura divina. Da questa esperienza iniziale il profeta, come inviato di Dio, attinge forza e ispirazione per la sua coraggiosa denuncia: l'invito caldo alla conversione e l'annuncio della speranza. Anche se cambiano i modelli narrativi dell'esperienza di chiamata da quella interiore di Geremia a quella spettacolare di Ezechiele, resta fermo e costante il suo nucleo di fondo. L'incontro del profeta con Dio diventa il nuovo criterio di valutazione della realtà. Da questo momento il profeta scopre una nuova dimensione della sua vita, assume un ruolo pubblico: quello dell'ambasciatore di Dio che interpella tutti, autorità e popolo, sacerdoti e re.

 

3.1.  Amos

È emblematico al riguardo il caso di Amos, che avverte come una forza irresistibile la chiamata di Dio. Egli paragona la sua esperienza a quella che si prova di fronte al ruggito improvviso del leone nella boscaglia del Giordano. Così il profeta è costretto a parlare in nome di Dio, perché "il Signore non fa alcuna cosa senza aver rivelato il suo consiglio ai suoi servitori, i profeti" (Am 3,7). Sotto l'impulso profetico Amos inizia la sua attività al nord, nel regno di Israele. Si presenta al santuario di Betel e annuncia la morte violenta del re Geroboamo e la rovina del suo regno: "Israele sarà deportato in esilio lontano dalla sua terra" (Am 7,17). Il santuario di Betel è finanziato dalla corte di Geroboamo. Perciò il sacerdote Amasia, soprintendente al santuario, si sente autorizzato a denunziare Amos presso il re. Nello stesso tempo egli affronta Amos e gli ordina di lasciare il santuario del re: se vuole guadagnarsi da vivere, può andare a fare il profeta al suo paese, nel regno di Giuda. Amos allora presenta le sue credenziali come profeta del Signore. Egli non fa parte di nessuna compagnia di profeti estatici e vagabondi, e neppure ha bisogno di fare il profeta per vivere, perché ha il suo lavoro. Ma è costretto a parlare nel nome del Signore perché egli lo ha incaricato (cf. Am 7,10-15).La figura profetica di Amos, oltre che per la sua testimonianza personale, è importante perché inaugura una tradizione che, nelle alterne vicende storiche, si sviluppa fino alle soglie dell'era cristiana. La raccolta dei suoi oracoli, portata nel regno di Giuda dai suoi discepoli, offre anche un modello del linguaggio e dello stile profetico. L'intervento del profeta segue uno schema fisso: la denuncia del peccato come infedeltà al Dio dell'esodo e agli impegni di alleanza, cui fa seguito l'appello alla conversione con il conseguente annuncio del giudizio di rovina o salvezza (cf. Am 2,6-16). Il profeta, alla luce della fede nel Dio dell'esodo, porta allo scoperto nella situazione presente il peccato di idolatria e l'ingiustizia. Per annunciare il nuovo futuro, egli fa leva sulla fedeltà di Dio, che fa ripartire la storia della salvezza.

 

3.2.  Osea, Geremia ed Ezechiele

Ogni profeta porta il suo contributo alla speranza che matura dentro la storia del rapporto di Dio con il suo popolo. Osea, che opera come Amos nel regno del nord prima della sua rovina, mediante le immagini sponsali e parentali ripropone in forma interiore e personalizzata il rapporto di alleanza con Dio. In tale contesto Osea conia il linguaggio della "conoscenza", per esprimere la relazione vitale e dinamica con Dio. Le immagini sponsali di Osea e anche il suo linguaggio della "conoscenza" di Dio vengono ripresi un secolo dopo da Geremia, nel sud del paese. Il profeta di Anatot ricorre a questo lessico per formulare il suo messaggio di speranza al tempo della catastrofe che nel 587 a.C. travolge il regno di Giuda, la città e il tempio di Gerusalemme. In questo clima di crisi delle istituzioni e di ogni certezza umana, egli riprende e riformula l'annuncio di una "nuova" alleanza, fondata sulla legge posta nell'intimo e scritta nel cuore (cf. Ger 31,33). Il nuovo rapporto con Dio è reso possibile dal cambiamento interiore e dal perdono del peccato. Questo motivo della speranza è riproposto nella prigionia babilonese dal profeta Ezechiele. Egli ha seguito le carovane di deportati del 597 a.C. e, prima della caduta di Gerusalemme, si impegna a demolire le false speranze di quanti si illudono sulla incolumità della città in cui Dio ha il suo tempio. Ma, dopo la tragedia che si abbatte sulla città santa e sui suoi abitanti, il profeta incomincia a costruire un nuovo futuro, fondato sulla fedeltà di Dio. Nel suo nome "santo", Dio si impegna a riportare le tribù disperse nella terra di Israele, dopo un bagno purificatore, che eliminerà radicalmente ogni forma di idolatria e ogni residuo di infedeltà. Questo bagno consiste in una nuova effusione dello Spirito di Dio sul popolo di Israele. Dio gli toglierà il cuore indurito e gli darà un cuore nuovo per vivere con fedeltà nell'alleanza (cf. Ez 36,24-27).

 

3.3.  Isaia, la sua tradizione e Daniele

Nello stesso contesto di crisi provocato dall'esilio opera un altro profeta anonimo. I suoi interventi sono raccolti nel libro posto sotto il nome di Isaia. Proprio la tradizione che a lui si richiama è un'ulteriore attestazione della grandezza di questo profeta. Isaia vive nel secolo VIII nella città di Gerusalemme. A partire dalla sua chiamata nel tempio, egli tiene viva la fiamma della speranza nella fedeltà di Dio, il "santo di Israele". Isaia denuncia senza mezze misure l'infedeltà a Dio e ogni forma di ingiustizia, ma nello stesso tempo indica la speranza che assume un duplice volto. Dio, che rimane fedele alle sue promesse, fa ripartire la storia di salvezza da un piccolo "resto". Isaia fa leva sull'antica promessa del profeta Natan circa la perpetuità della casa di Davide, per annunciare la nascita di un discendente davidico che instaurerà un regno di giustizia e di pace. Questo figlio regale porta un nome rappresentativo della fedeltà di Dio: Emmanuel, "Dio-con-noi" (cf. Is 7,10-14; 8,23-9,6; 11,1-9). All'epoca dell'esilio e nel periodo del ritorno e della ricostruzione, nella tradizione di Isaia, la speranza prende un altro volto, quello del "Servo", fedele a Dio e solidale con la comunità. Egli si fa carico delle sue sofferenze per introdurla in un nuovo rapporto con Dio (cf. Is 52,13-53,12). Ne parla il profeta anonimo che definiamo "Secondo Isaia", il cui "libro della consolazione" annuncia il nuovo esodo come profonda restaurazione del popolo e di Gerusalemme, aprendosi alle prospettive dell'universalità della salvezza. L'ultima voce della speranza è ancora quella di un profeta, che con lo pseudonimo di Daniele sostiene la fiducia nel tempo dei martiri del II sec. a.C. Mentre la famiglia dei Maccabei organizza la resistenza armata contro il re Antioco IV Epifane, Daniele anima la resistenza spirituale dei fedeli. Essi possono contare sull'intervento finale decisivo di Dio, che instaurerà il suo regno dopo il giudizio sulle potenze violente e distruttive della storia umana. Il protagonista del giudizio di Dio è uno che, come "Figlio di uomo", rappresentante dei "santi", viene dal mondo di Dio (cf. Dn 7,13-14). L'immagine del "Figlio dell'uomo" è l'ultima espressione di quella speranza che con un termine generale si chiama "messianica" - dal termine ebraico "unto" e cioè "consacrato" -, perché si innesta sulla figura di un re ideale, scelto e incaricato da Dio per attuare il suo regno di giustizia e di pace.

 

 

4. Alla ricerca del senso della vita

 

Se la coscienza profetica è l'anima dell'esperienza biblica, che scopre e vive il rapporto con Dio dentro la storia, la riflessione dei sapienti rappresenta il cuore, che cerca il senso della vita umana nella fortuna e nella disgrazia, nella salute e nella malattia, nella festa della giovinezza e di fronte allo sfacelo della morte. La sapienza biblica è l'arte del vivere bene, in modo giusto e felice, in tutti gli ambiti dell'esistenza. Essa ha la sua radice nel "timore di Dio", ma si alimenta dall’esperienza umana. La sapienza, che nasce e cresce con la vita, si trasmette di padre in figlio e si condensa nei proverbi e nelle sentenze del maestri. Il messaggio dei sapienti della Bibbia può essere incanalato in una duplice direzione: la prima è la ricerca del significato dell'esistenza umana la seconda è la riflessione sull'opera di Dio nel mondo e nella storia umana.

 

4.1.  L'esistenza nel suo  limite

L'acuta coscienza della precarietà di tutte le cose e di ogni esperienza umana fa dire all'anonimo maestro di sapienza che si nasconde dietro il nome di Qoèlet: "Vanità delle vanità... tutto è vanità" (Qo 1,2; 12,8). Questa espressione, che apre e chiude la raccolta delle riflessioni di questo sapiente biblico del III sec. a.C., riassume la sua posizione disincantata e lucida. Egli passa in rassegna le vane iniziative e i diversi progetti per i quali si danno da fare gli uomini - costruzioni, ricchezza, creazioni artistiche - e conclude che tutto è "vanità", un inseguire il vento. Anche la ricerca del sapere delude, perché essa non fa altro che aumentare il dolore. Del resto la sorte finale del saggio e dello stolto è la stessa. Tutti e due finiscono nella morte e chi sa, si domanda Qoèlet, se il soffio vitale dell'essere umano sale in alto o scende in basso come quello delle bestie. Alla fine della sua ricerca egli invita comunque ad accogliere la vita con la sua parte, sia pure precaria, di gioie e soddisfazioni, sapendo che anche questo è dono di Dio (cf. Qo 2,24-25). Questa soluzione realistica di Qoèlet presuppone che l'essere umano stia bene e possa "mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche" (Qo 2,24). Ma che cosa proporre a quanti hanno avuto in sorte solo sofferenze e dolori senza fine? Di questa situazione si fa interprete il libro di Giobbe, che pone la domanda scandalosa:

"Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore?" (Gb 3,20). Giobbe è protagonista del dramma spirituale del giusto colpito da una serie di disgrazie senza senso. La sua prima risposta è quella del credente, che accoglie il bene e il male dalle mani di Dio. Ma su questa immagine tradizionale del Giobbe "paziente", si innesta quella del Giobbe che rimette in discussione il principio della retribuzione - Dio premia i buoni e castiga i malvagi - difeso dai tre amici venuti a consolarlo. Giobbe, partendo dalla sua esperienza, contesta questa spiegazione tradizionale del male umano e non accetta una risposta teorica, che rimanda la soluzione alla giustizia e sapienza di Dio. Egli vuole avere un incontro diretto con Dio, per esporgli la sua causa e avere da lui una risposta. Alla fine Dio si manifesta a Giobbe in tutta la sua potenza di creatore. Allora Giobbe davanti a Dio riconosce il suo limite di creatura e Dio riabilita Giobbe perché ha detto "cose rette" (Gb 42,7). Nella relazione vitale con Dio, il credente può vivere con dignità anche la sua condizione precaria e mortale.

 

4.2.  Sapienza e Rivelazione

In questa prospettiva si rilegge la prima pagina della Genesi e la sapienza prende il posto della parola di Dio, che chiama all'esistenza, dà ordine e splendore a tutte le cose (cf. Pr 8,22-31). Il maestro Gesù ben Sirach, nel II sec. a.C., conclude l'autopresentazione della sapienza con un commento che ne esplicita il significato: "Tutto questo è il libro dell'alleanza del Dio altissimo, la legge che ci ha imposto Mosè, l'eredità delle assemblee di Giacobbe" (Sir 24,22). Questa riflessione sulla sapienza sta ormai alle soglie dell'esperienza cristiana, che riprende alcune espressioni dell'inno del Siracide per trascrivere la fede in Gesù Cristo, la parola creatrice di Dio che diventa carne e pone la sua tenda in mezzo all'umanità.


 

 

 

CAPITOLO III

 

La salvezza di Dio nell'orizzonte del regno e del dono dello spirito

 

 

 

Il messaggio teologico del Nuovo Testamento è più familiare ai lettori cristiani, rispetto a quello dell'Antico Testamento. È anche più essenziale ed unitario, perché gravita attorno ad un unico centro, costituito dalla parola e dall'azione, dalla figura e dal ruolo di Gesù di Nazaret, riconosciuto e proclamato nelle prime comunità cristiane come il Cristo e il Signore, il Figlio di Dio e il Salvatore. Questo messaggio neotestamentario è dato dall'annuncio del regno di Dio fatto da Gesù in opere e parole, dall'esperienza del dono dello Spirito comunicato ai credenti da Gesù risorto e dal cammino nella fedeltà e nella perseveranza delle prime comunità cristiane. Sono i gruppi di credenti battezzati, che hanno accolto il primo annuncio del vangelo e vivono in attesa della loro salvezza.

 

 

1. L’annuncio del regno di Dio ai poveri

 

Gesù inizia la sua attività pubblica nelle regioni della Galilea con un annuncio, che i Vangeli di Marco e di Matteo riassumono nell'espressione: "Il regno di Dio è vicino" (Mc 1,15; cf. Mt 4,1). Il simbolo del "regno di Dio" viene dalla tradizione biblica, ed indica l'azione sovrana di Dio e la sua signoria, che si manifestano nella creazione, nella liberazione del suo popolo e nel trionfo finale della sua giustizia. I destinatari del regno di Dio sono in primo luogo i poveri, perché Dio, come sovrano giusto e fedele ai suoi impegni, si prende cura di chi ha bisogno. Egli, infatti, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto, protegge lo straniero, l'orfano e la vedova (cf. Sal 146,7-9). Sullo sfondo di questa prospettiva biblica, Gesù annuncia, con forza e autorevolezza, che la regalità di Dio si manifesta qui e ora, nei suoi gesti e nelle sue parole. Gesù risana i malati che ricorrono a lui e libera gli ossessi, quanti sono posseduti dagli spiriti malvagi. Accoglie i peccatori e quelli che sono ad essi assimilati, come i pubblicani, che hanno in appalto la riscossione delle tasse. Gesù ridona dignità ai bambini e prende le difese delle donne e degli stranieri. Questi sono i poveri, destinatari dell'azione liberatrice e salvifica di Dio. Infatti Gesù invita i suoi contemporanei a considerare i suoi gesti di guarigione, come segni che il regno di Dio è arrivato (cf. Mt 12,28; Lc 11,20). A chi resta scandalizzato perché egli accoglie i peccatori e mangia con loro, Gesù risponde appellandosi all'agire di Dio, che, come un medico, va a cercare chi sta male (cf. Mc 2,17). Per far capire il modo di agire di Dio, Gesù racconta le parabole. Dio è come un pastore che va alla ricerca dell'unica pecora perduta; è come un padre che accoglie il figlio che torna a casa.

L'annuncio di Gesù, che nei suoi gesti e prese di posizione rende presente il regno di Dio, si riassume in una frase di stile profetico: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio" (Lc 6,20; cf. Mt 5,3). I poveri sono proclamati fortunati e felici, perché Dio li ha scelti come destinatari della sua azione sovrana. Gesù infatti si presenta come il profeta, servo del Signore e consacrato mediante lo Spirito per essere inviato a portare una buona notizia ai poveri (cf. Lc 4,18). Gesù può assicurare i suoi contemporanei che questa promessa di Dio si compie ora nella sua missione a favore dei malati e dei peccatori. Egli ha coscienza di rivelare e portare a compimento il disegno di Dio per la salvezza dell'umanità. Perciò rende lode e benedice Dio, il Padre e creatore dell'universo, perché per mezzo di lui, il Figlio, ha scelto di manifestarsi ai "piccoli" (cf. Mt 11, 25; Lc 10,21).

Per restare fedele ai poveri, Gesù sfida l'ostilità di chi si vede minacciato dalla sua azione e parola liberatrice e alla fine affronta la condanna a morte. Egli li interpreta come l'estremo gesto della sua fedeltà a Dio e di solidarietà con gli uomini. Gesù si presenta come il "Figlio dell'uomo", che condivide senza privilegi la condizione di tutti gli esseri umani, ma nello stesso tempo si fa loro rappresentante presso Dio. Come il servo fedele di Isaia, Gesù è pronto a dare la sua vita come pegno di riscatto per una moltitudine (cf. Mc 10,45). Alla vigilia della sua morte, Gesù dà appuntamento ai suoi discepoli alla mensa del regno di Dio (cf. Mc 14,25). La regalità di Dio passa attraverso il dono che egli fa della propria vita, come estremo atto di fedeltà. Sullo sfondo del gesti di Gesù, delle sue prese di posizione e della sua morte, acquista spessore anche il programma di vita proposto ai discepoli. Gesù rivela con autorevolezza le esigenze profonde della volontà di Dio. Esse si riassumono nell'amore di Dio e del prossimo. Al seguito di Gesù è possibile amare anche il nemico, sul modello del Padre, che dona i suoi beni senza discriminazione. Il progetto di Gesù per i discepoli è uno stile di relazioni contrassegnate da libertà e gratuità. Nel rapporto filiale con Dio Padre i discepoli imparano a perdonare. Nella ricerca del regno di Dio e dell’amore essi sono liberi dalla schiavitù del denaro e del potere e ricevono quello che serve alla vita come dono del Padre. In ultima analisi il progetto di vita per i discepoli si condensa nella loro relazione filiale con Dio Padre, espressa nella preghiera del “Padre nostro".

 

 

2. Il dono dello Spirito e la nascita della Chiesa

 

Gesù sceglie tra i suoi discepoli "dodici" rappresentanti dell'intero Israele, per associarli al suo compito di Messia inviato alle "pecore perdute della casa di Israele" (Mt 10,6). Ad essi rivela il "mistero del regno di Dio" (Mc 4,10), li invia ad annunciarlo come realtà già presente nei suoi segni e gesti di liberazione e li chiama a condividere il suo destino di Messia condannato dagli uomini, ma esaltato da Dio. Per questi discepoli Gesù traccia un programma di vita ideale. Al suo seguito essi intravedono il suo rapporto di fiducia e libertà filiale con il Padre, ma l'esperienza traumatica della condanna a morte di Gesù spazza via le attese messianiche, che essi hanno proiettato su di lui. Solo l'incontro con Gesù, che si manifesta ai discepoli come il Messia risuscitato e glorificato da Dio, fa ripartire il loro cammino. Da questo momento essi scoprono anche il loro compito di inviati nel nome di Gesù, il Signore e il Figlio di Dio, per fare suoi discepoli tutti i popoli (cf. Mt 28,19).

Questa esperienza di incontro dei discepoli con Gesù risorto coincide con la nascita della Chiesa. Alla sua origine sta il dono dello Spirito Santo, promesso dai profeti per il tempo del Messia. La riflessione più esplicita su questa esperienza la offre Luca nel suo secondo libro, in cui ricostruisce la nascita e l'espansione della prima Chiesa. Gesù risorto, prima di separarsi dai suoi discepoli, traccia il programma della loro missione. Essi mediante il dono dello Spirito Santo gli renderanno testimonianza, a partire dal centro della storia di Israele, Gerusalemme, "fino agli estremi confini della terra" (At 1,8).

L'effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste porta a compimento al "cinquantesimo giorno" la Pasqua di liberazione e rende capaci i discepoli di Gesù di proclamare l'azione salvifica di Dio nelle lingue e nelle culture dei popoli. Pietro se ne fa portavoce e, con libertà e forza, davanti ai Giudei di Gerusalemme rende testimonianza a Gesù risorto, crocifisso dagli uomini, ma costituito da Dio "Cristo e Signore" (At 2,36). Quelli che accolgono la parola di Pietro e si fanno battezzare nel nome di Gesù Cristo formano la prima Chiesa di Gerusalemme. Essa è il prototipo della comunità cristiana, in cui i credenti sono impegnati nell'ascolto della Parola, nella comunione dei cuori e dei beni, nella "frazione nel pane", in un clima di preghiera accompagnata da "letizia e semplicità di cuore" (At 2,42-47).

Cresce la comunità dei credenti grazie alla testimonianza degli apostoli a Gerusalemme. Essi si scontrano con le autorità del tempio, che li minacciano e diffidano di parlare nel nome di Gesù. Ma il dono dello Spirito Santo li conferma nell'annuncio libero della parola e lo stesso Spirito suscita Stefano, un ebreo di lingua greca divenuto cristiano, che per primo a Gerusalemme affronta la morte come testimone di Gesù. Al suo posto subentra un altro testimone, Paolo di Tarso. Gesù risorto, che gli appare nelle vicinanze di Damasco, lo incarica di rendergli testimonianza "dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele" (At 9,15). Paolo, assieme a Barnaba e poi con altri collaboratori, porta l'annuncio del vangelo nel mondo e quando arriva a Roma, per rispondere davanti al tribunale dell'imperatore alle accuse dei giudei, il programma tracciato da Gesù risorto è compiuto: nel centro del mondo di allora, Paolo può "annunciare il regno di Dio" e parlare liberamente del Signore Gesù Cristo (At 28,31).

 

 

3. La libertà dello Spirito

 

Il messaggio teologico di Paolo, colui che tra gli apostoli e pastori del Nuovo Testamento ha lasciato la documentazione più ampia sulla propria attività e riflessione, può essere condensato in un'espressione dettata per la Chiesa di Corinto: "Il Signore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà" (2 Cor 3,17). Il Signore, di cui Paolo parla, rileggendo in chiave cristologica un passo dell'Esodo, è Gesù Cristo. Mediante la sua risurrezione dai morti, egli è diventato Spirito "vivificante", capace di comunicare questa forza di vita ai credenti, per renderli conformi alla sua umanità gloriosa (cf. 1 Cor 15,45; Fil 3,21). A sua volta lo Spirito è il dono promesso dai profeti per il tempo messianico e viene comunicato da Dio per modificare i cuori dei credenti e renderli ricettivi al suo amore. Nella lettera ai Romani, Paolo riassume il processo di liberazione attuato da Dio per mezzo di Gesù Cristo a favore dei credenti in questi termini: "La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte" (Rm 8,2).

In questa frase si ritrovano tutti gli elementi della riflessione paolina sull'esperienza cristiana come libertà fondata e alimentata dallo Spirito. La "legge" di fatto coincide con lo Spirito. È quella legge, incisa nei cuori, di cui parla Geremia quando annuncia la nuova alleanza (cf. Ger 31,33; 2 Cor 3,3). Essa corrisponde al dono dello Spirito promesso da Ezechiele capace di rinnovare il cuore, per vivere in un nuovo rapporto con Dio. Questo dono ora viene fatto ai credenti, immersi e innestati mediante il battesimo in Gesù Cristo. Infatti, per mezzo dello Spirito Santo, Dio riversa nel cuore dei credenti il suo amore (cf. Rm 5,5). È quell' amore che Dio ha manifestato e comunicato in modo irreversibile nell'autodonazione del Figlio suo: Gesù Cristo, il quale disinnesca il meccanismo del peccato, che rende l'uomo incapace di compiere le esigenze della legge (cf. Rm 8,3-4).

Dalla stessa fonte viene il progetto di vita per i credenti battezzati che si lasciano guidare dallo Spirito. Il frutto dello Spirito è infatti l'amore, che si esprime in "gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). A sua volta l'amore è il pieno compimento della legge come espressione della volontà di Dio (cf. Rm 13,10). Essa infatti ha la sua sintesi nel comando dell'amore verso il prossimo (cf. Gal 5,14). Perciò Paolo può dire che la fede diventa attiva nell'amore e la libertà cristiana si attua nella carità (cf. Gal 5,6.13). Quella legge che prima della liberazione indicava il limite della condizione umana e provocava il peccato, nella libertà data da Cristo per mezzo del dono dello Spirito, diventa "la legge di Cristo" (Gal 6,2) e si attua nel reciproco sostegno dei credenti nella comunità.

Anche l'esperienza di Paolo trova il suo centro unificante nel dono dello Spirito. Infatti i credenti sono stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, quello di Cristo, che si alimenta ed esprime nell'unico pane eucaristico (cf. 1 Cor 10,17; 12,13). Si tratta di un corpo vivo, che si articola nella pluralità e nella diversità di doni e ministeri, suscitati da Dio e dal Signore per mezzo dell'unico Spirito (cf. 1 Cor 12,4-7). Tra questi ministeri Dio ha disposto che nella Chiesa vi siano quelli dell'annuncio autorevole della Parola (cf. 1 Cor 12,28). Dove il criterio fondamentale per valutare e vivere il proprio dono spirituale è quello dell'amore che anticipa nel tempo la piena comunione con Dio (cf. 1 Cor 13,1-13).

 

 

4. La fedeltà a la speranza dei cristiani

 

La spiritualità cristiana testimoniata negli scritti del Nuovo Testamento è connotata dalla speranza, che nelle prove diventa perseveranza o costanza. Queste attitudini spirituali sono proposte e richieste ai battezzati delle prime comunità cristiane, che si trovano davanti a due sfide. Da una parte, nonostante il dono dello Spirito, che li rende partecipi della vittoria di Gesù sul peccato e sulla morte, essi fanno esperienza della precarietà della condizione umana, che finisce nella morte. Questa realtà è avvertita come un residuo della forza del male, che permane e opera nella storia. Dall'altra, essi si scontrano con il sospetto e l'ostilità di un ambiente che non tollera le minoranze religiose dissidenti o socialmente non integrate.

La speranza cristiana ha il suo fondamento sicuro nell'amore di Dio, rivelato in Gesù Cristo crocifisso e comunicato ai credenti mediante lo Spirito Santo. Essa consente di affrontare con fiducia la prova della morte. Ai cristiani di Tessalonica, che entrano in crisi di fronte alla morte dei loro amici e parenti cristiani, Paolo dice che quelli che mediante la fede sono in comunione con Gesù Cristo sono associati per sempre alla sua vittoria sulla morte. Il modo e il tempo della risurrezione dei morti non hanno nessuna rilevanza rispetto al fatto sicuro della piena comunione di vita dei credenti con il Signore (cf. 1 Ts 4,13-17). Su tale speranza si fonda l'impegno dei cristiani per vivere in modo sereno e coerente la propria fede nell'amore solidale e attivo.

Paolo riprende questo discorso con i cristiani di Corinto, alcuni dei quali sono impressionati dall'esperienza della corruzione dei corpi nella morte e si rifugiano nella speranza di un'immortalità spirituale. A costoro Paolo dichiara apertamente che essi snaturano il contenuto e la forza salvifica del vangelo. Infatti, se i morti non risorgono, neppure Cristo è risorto. Allora la fede cristiana è "vana" (1 Cor 15,14), cioè inefficace, perché non elimina l'effetto del peccato che è la morte.

"Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo solo in questo mondo, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1 Cor 15,19). Paolo quindi riesprime il contenuto essenziale del credo cristiano e afferma che Cristo è  risorto come garanzia e prototipo di tutti quelli che muoiono. Gesù Cristo, a differenza di Adamo, inaugura una nuova umanità, che mediante la risurrezione approda alla vita. Di fronte allo sfacelo e alla corruzione dei corpi nella morte sta la potenza di Dio creatore, che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti e lo ha costituito fonte e modello di vita per tutti quelli che muoiono.

L'altra sfida alla perseveranza dei cristiani è costituita dalle tensioni all'interno delle comunità e soprattutto dallo scontro con l'ambiente ostile. Nella crisi che minaccia la coerenza interna delle Chiese dell'Asia, si riscopre il ruolo di Gesù Cristo, fonte e centro di unità. Egli è il capo del suo corpo che è la Chiesa. In tale ottica la signoria di Gesù Cristo assume una dimensione universale e cosmica (cf. Col 1,18; Ef 1,9-10). Nelle Chiese di Paolo, di fronte alle proposte di percorsi alternativi ispirati alle nuove mode culturali e religiose, si riscopre il valore che la tradizione e il ruolo dei responsabili hanno per la vita coerente e ordinata delle comunità.

In altre comunità, che avvertono la crisi della perseveranza cristiana, si fa appello all'autorità di altri apostoli e discepoli di Gesù. In nome di Giacomo, "servo di Dio e del Signore Gesù Cristo" (Gc 1,1), si propone un progetto di vita cristiana, ispirato alla tradizione sapienziale, in cui si fondono in modo vitale fede e opere. In alcune Chiese dell'Asia si fa sentire in modo più vivo il problema del conflitto con l'ambiente. In nome e con l'autorità di Pietro, apostolo di Gesù Cristo, si aiutano i credenti a riscoprire le ragioni della speranza cristiana, per sostenere uno stile di vita che sconfessi i sospetti degli avversari e, nello stesso tempo, sia una testimonianza credibile della propria fede.

Altri toni assumono la speranza e la proposta di perseveranza per le Chiese di matrice giovannea. In una prima fase lo scontro e il conflitto con l'ambiente esterno, sia ebraico sia pagano, portano ad accentuare il tema dell'unità tra i credenti, fondata sull'amore reciproco. In un secondo momento si verifica una scissione interna alla comunità, connessa con la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. In tale contesto il gruppo, che si richiama alla tradizione del testimone storico di Gesù, pone in risalto il realismo dell'incarnazione della parola di Dio in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, e propone come conseguenza il rinnovato impegno ad attuare l'amore fraterno come espressione della fede cristiana genuina (cf. 1 Gv 3,16; 4,7-16).

Nelle Chiese dell'Asia che fanno capo a Efeso, si fa sentire il conflitto con il potere politico, che impone il culto imperiale. Per ridare fiducia e speranza ai cristiani di quelle Chiese, dove si vive l'esperienza del martirio, un profeta, che si richiama all'autorità di Giovanni, rilegge la storia della salvezza in chiave apocalittica. Dio, per mezzo di Gesù Cristo, rivela il senso e l'esito dello scontro tra il potere idolatrico e i martiri. Essi hanno già vinto, perché sono associati al trionfo dell'Agnello ucciso, ma ora vivo, l'unico che è in grado di svelare e attuare il disegno salvifico di Dio (cf. Ap 5,l-14). Perciò il profeta esorta i destinatari della sua lettera-testimonianza ad affrontare la prigionia e la morte, perché "in questo sta la costanza e la fede dei santi" (Ap 13, 10). Questa proposta di resistenza ad oltranza ha senso solo sullo sfondo della vittoria di Dio, per mezzo del Figlio dell' uomo, sul male e sulla morte che imperversano nella storia. L'ultima parola, infatti, è quella che interpreta la visione di "un nuovo cielo e una nuova terra" (Ap 21,1). Essi fanno da sfondo alla città-sposa dell'Agnello, che viene dal mondo di Dio: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5). I credenti che ascoltano questa parola profetica di speranza rispondono con l'invocazione: "Vieni, Signore Gesù!" (Ap 22,20).

Un rapporto di continuità salda insieme la prima e la nuova creazione, il primo esodo e la Pasqua di risurrezione di Gesù, che prelude a quella finale. Non si tratta solo di un raffronto simmetrico tra le diverse esperienze religiose che si distribuiscono lungo il corso della storia biblica. Sullo sfondo sta la fedeltà di Dio creatore del mondo e Signore dell'universo, il quale dà orientamento e sbocco salvifico agli eventi della storia umana. Per i credenti in Gesù Cristo, Figlio di Dio e Signore, questa fedeltà di Dio prende un volto umano, quello del crocifisso sul Golgota, che si fa carico del male e della morte umana per offrire a tutti una via di liberazione e salvezza. È dono comunicato da Dio per mezzo di Gesù Cristo risorto a tutta l'umanità. È anticipazione e pegno di quella pienezza di vita che sta oltre la frontiera della morte.

Al termine di questo cammino fatto per incontrare la BIBBIA che testimonia ed attua l’incontro gioioso del Padre  con i suoi figli (cf. DEI VERBUM, 21), mi sembra utile riassumere i principali risultati: è necessario conoscere e percorrere la stessa via su cui Dio ci viene incontro. È la Chiesa che ci propone un percorso, ci indica i passi giusti da fare; ci ricorda che esso è fatto di Conoscenza, Preghiera, Esperienza; ci suggerisce Vie, Forme, Luoghi e Modi in cui questo incontro può avvenire.

Scopo dell’incontro con il testo Sacro è rafforzare la fede, la preghiera, la vita dei credenti e il conseguimento di questi obiettivi non è né istintivo né automatico, dipende sempre e solo da noi, soprattutto da una corretta comprensione del testo.

 

 

 

Conclusioni

 

In conclusione, con questo lavoro spero di aver offerto un quadro panoramico, uno sguardo d’insieme sufficientemente completo e di aver offerto un aiuto auspicando che i Cristiani “ tornino con rinnovato interesse alla BIBBIA” (Tertio Millennio Adveniente, 40). Chi legge la BIBBIA e non la vive è da essa stessa chiamato stolto e bollato come uno che tenta di illudere se stesso: “chi ascolta la mia parola e non la mette in pratica è simile ad un uomo stolto che costruisce la sua casa sulla sabbia” (Mt. 7,26).

“Siate di coloro che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi” (Gc 1.22).

“Il seme della parola deve trovare il terreno che porti il frutto che da essa il seminatore si aspetta: il seminatore semina la parola………quelli che ricevono il suo seme su un terreno buono,sono coloro che ascoltano la parola, l’accolgono e portano frutto nella misura chi del 30, chi del 60, chi del 100” (Mc. 4,14.20).

“Insomma riscoprire un cammino di coraggio, di condivisione, di gioia” ( Ne 8,12).

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

APPENDICE

 

Questioni di morale della vita fisica: aborto, eutanasia, ingegneria genetica

 

Il valore e l’inviolabilità  della vita umana sono i temi con i quali desidero chiudere il  periodo di studi presso l’Istituto di Scienze Religiose della nostra Diocesi . Sono stati anni di studio e riflessioni che mi hanno aperto la mente e il cuore “……. ad una maggiore pienezza di vita, andando ben oltre le dimensioni dell’esistenza terrena, poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio”. Queste le solenni ed autorevoli invocazioni, su specifiche questioni morali, con le quali il Santo Padre Giovanni Paolo II nel 1995 esordiva nella sua undicesima enciclica “Evangelium Vitae” (il Vangelo della Vita), indirizzata a tutte le persone di “buona volontà” e dedicata alle attuali minacce alla vita umana. Un documento, non di morale sessuale e neppure di etica individuale, ma un testo di grande rilevanza per la morale sociale, la “nuova frontiera della questione sociale”, che si colloca nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa, inaugurato dall’enciclica “Rerum Novarum “(1891) di Leone XIII, dove il principio di sussidiarietà è un fondamentale principio di libertà e di democrazia, cardine della nostra concezione dello Stato. L’enciclica offre una breve storia dei passaggi biblici che condannano la soppressione della vita, prendendo direttamente in esame azioni specifiche, tra cui l’aborto, che viene definito, citando Tertulliano “ un omicidio anticipato per impedire a qualcuno di nascere” (EV 61) e l’eutanasia, che Giovanni Paolo II chiama “preoccupante perversione della pietà” (EV 66). Poi analizza fattori sociali e culturali, sottolineando l’importanza di una società costruita attorno alla famiglia, piuttosto che al desiderio di una sempre maggiore efficienza  e facendosi carico dei più poveri e dei malati. Nella sua enciclica più importante per quanto riguarda la proclamazione e salvaguardia della dignità della persona umana, ci propone una “nuova cultura della vita” contrapponendola a quella che lui stesso definisce “cultura della morte”. Un atteggiamento questo che oggi conquista un numero sempre maggiore di persone nella quotidianità della vita, considerandola come punto di partenza per una svolta culturale al servizio di una più giusta città dell’uomo e della donna. Oggi questo annuncio si fa particolarmente urgente per l’impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole ed indifesa. Alle antiche dolorose piaghe della miseria, della fame, delle malattie, delle guerre, se ne aggiungono altre dalle modalità inedite e dalle dimensioni inquietanti (EV 3).  Purtroppo questo inquietante panorama, lontano dal restringersi, si va sempre più dilatando. Con il progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla dignità dell’essere umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito, suscitando gravi preoccupazioni. Larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale, pretendendone non solo l’impunità, ma perfino l’autorizzazione da parte dello Stato, per praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie. Tutto questo provoca un profondo cambiamento nel modo di considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. Acconsentire a non punire o addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche è insieme sintomo preoccupante e causa di un grave crollo morale. Scelte un tempo da tutti considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano pian piano socialmente rispettabili. La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più a realizzare questi atti, contraddicendo sé stessa e avvilendo la dignità di quanti la esercitano. Così i gravi problemi demografici che pesano su tanti popoli della terra, si trovano davanti a soluzioni false ed illusorie, in contrasto con la “verità, il bene delle persone e delle nazioni”. Allora la nostra coscienza, soffocata, non distingue più “il bene dal male”; diventa sempre più insensibile a questi delitti e favorisce la trasformazione di quanto è umanamente endemico in epidemico. La gravità morale dell’aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un “omicidio”. Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, quanto di più “innocente” in assoluto si possa pensare. E’ debole, inerme, totalmente affidato alla protezione di chi lo porta in grembo. Eppure, talvolta, è proprio lei a decidere e a chiederne la soppressione. E’ vero che la scelta abortiva riveste carattere drammatico e doloroso, ma la decisione di disfarsi del frutto del concepimento molte volte viene presa per ragioni egoistiche e di comodo, per salvaguardare alcuni beni, come la salute o un livello dignitoso di vita per gli altri familiari. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di vita tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia, queste ed altre ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente. Alcuni tentano di giustificare l’aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fino ad un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana. In realtà dal momento in cui l’ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un essere umano nuovo che si sviluppa per conto proprio. Il giudizio sull’aborto: l’embrione è una persona! Il feto che sta dentro la pancia della mamma è una persona! Chi nega questo è talmente anestetizzato da non riuscire più ad accorgersi della mostruosità del nostro tempo e del modo! È UN OMICIDIO , UN CRIMINE !!!.

“Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Gen. 4,10)

“Ogni volta che l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me” (Mt. 25,40)

“E’ necessario aiutare tutte le persone a prendere coscienza del male intrinseco del crimine dell’aborto, che , attentando contro la vita umana al suo inizio, è anche un’aggressione contro la società stessa” (Benedetto XVI, Osservatore Romano, 4-12-2005)

“L’aborto è il più grande distruttore della pace, perché se una madre può uccidere il suo stesso figlio, cosa impedisce che io uccida te e che tu uccida me? Non c’è più nessun ostacolo. Noi combattiamo l’aborto con l’adozione. Se una madre non vuole il suo bambino, lo dia a me, perché io lo amo” (Beata Madre Teresa di Calcutta)

“Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi” (Sal. 139/138, 16) .

Aborto, eutanasia, manipolazione genetica, coloro che promulgano leggi contrarie all’essere umano, sono espressioni del “terrorismo dal volto umano”(Mons. Angelo Amato, Seminario mondiale dei Cappellani Cattolici,Roma 2007.) che accanto a quello abominevole dei kamikaze, manifestano la presenza del “male” nella società. Leggendo i giornali o utilizzando internet , la tv, la radio, ogni giorno assistiamo ad un film perverso sul male, che viene girato in ogni parte del mondo con sceneggiature sempre nuove e crudeli. A questa razione giornaliera di male si aggiunge quello che, paradossalmente, viene presentato come bene, come espressione del progresso dell’umanità: cliniche abortiste, autentici mattatoi di esseri umani, laboratori dove si fabbrica la Ru 486, la cosiddetta pillola del giorno dopo, parlamenti delle cosiddette nazioni civili dove si promulgano leggi contrarie all’essere umano, sette sataniche che praticano un vero e proprio culto sacrilego del male. E’ un terrorismo quotidiano e ripugnante, che viene subdolamente propagandato dai mezzi di comunicazione sociale, manipolando ad arte il linguaggio tradizionale, con espressioni che nascondono la tragica realtà dei fatti, come quando l’aborto viene chiamato “ interruzione volontaria della gravidanza e non uccisione di un essere umano indifeso” o quando l’eutanasia viene chiamata più blandamente “morte con dignità”. Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che giudicano ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo.

Il diritto alla vita, presupposto necessario di ogni diritto costituzionale, deve essere la meta di un percorso culturale che conduca l’uomo, inteso non solo quale entità fisica ma in modo complessivo come insieme di idee, spirito e coscienza, al centro dell’ordinamento giuridico. Un itinerario ben conosciuto dal diritto canonico (la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge), mentre è ancora agli inizi negli ordinamenti laici che affondano le loro radici in una concezione che antepone lo Stato all’individuo. Intorno a questi ordinamenti ruota ancora molta confusione circa la definizione stessa del diritto alla vita. Per alcuni esso va inteso non in senso pieno ma parziale, supponendo  diverse forme di qualità della vita e riferendosi solo a quelle vite che vale la pena di vivere. Oppure viene concepito come diritto sulla vita, in modo da considerare legittime le forme di eutanasia, in quanto espressioni anch’esse del diritto alla vita. In ogni caso non si può fare a meno di intenderlo nella sua accezione primaria, per cui deve innanzitutto essere concepito in senso fisico. La pienezza della vita è un riconoscimento preciso del diritto di vivere dal primo inizio fino al suo termine. E’ espressione dell’amore di Dio per ognuno dei suoi figli e bisogna riaffermare la sacralità naturale della vita, e che, in molti strati dell’opinione pubblica, cresca una nuova sensibilità. I  comandamenti di Dio e tra questi soprattutto quelli che configurano precetti morali negativi, quello del non uccidere, rappresentano tappe necessarie affinché la legislazione civile costituisca  e garantisca i diritti fondamentali dell’uomo.

L’umanità, purtroppo, sta rivelando di avere, soprattutto nel vasto campo delle manipolazioni genetiche, una scarsa capacità di controllo sul progresso scientifico. Il XXI sec., infatti, nasce sotto il segno di una nuova e grande rivoluzione maturata nelle ricerche scientifiche sulla vita umana negli ultimi trenta anni: la rivoluzione biotecnologia. L’enorme progresso delle conoscenze scientifiche nel campo della biologia e più specificamente nella genetica, non è solo un fatto scientifico che interessi ad un ridotto gruppo di specialisti, ma è diventato ormai un travolgente fenomeno sociale, etico, giuridico ed anche politico e di opinione pubblica. Ovunque si parla di procreazione umana in laboratorio, del genoma umano e delle sue possibili manipolazioni, di ingegneria genetica, di clonazione di animali e perfino di persone, di sperimentazione scientifica con embrioni umani a scopi terapeutici. L’importanza di questa realtà ci pone grossi problemi sul futuro della vita, della dignità dell’uomo e dell’intera umanità. Si è creato uno spartiacque tra coloro che riconoscono nel rispetto per la dignità della persona e della vita umana, fin dal suo concepimento, il criterio fondante della bioetica e del biodiritto; e quelli che invece , guidati solo da valori commerciali, pretendono di vedere nella libera ricerca il criterio ultimo e sufficiente per giustificare eticamente e legalmente gli esperimenti sull’essere umano, specie nelle prime tappe della sua esistenza. Sono convinto che il bene dell’uomo e la nobiltà della ricerca scientifica devono  esigere che ogni esperimento biologico sull’uomo stesso, rispetti i valori connessi alla dignità umana, da considerare sempre fine a sé stessa e mai strumento o cosa. Giovanni Paolo II ha detto  che l’umanità possiede oggi strumenti di inaudita potenza, può fare di questo mondo un giardino o ridurlo ad un ammasso di macerie. Ha acquistato straordinarie capacità di intervento sulle sorgenti della vita, può usarle per il bene o può cedere all’orgoglio miope di una scienza che non accetta confini, fino a calpestare il rispetto dovuto ad ogni essere umano. Oggi come mai nel passato, l’umanità è ad un bivio. E’ questa la più grande sfida che la rivoluzione biotecnologia, con le sue straordinarie capacità, rivolge non solo alla coscienza dei biologi, ma anche alla responsabilità dei giuristi, dei legislatori e degli uomini di governo. Bisogna fare in modo che questo progresso scientifico venga usato per il bene e nel rispetto dovuto ad ogni essere umano. Rispetti e tuteli la vita umana e la dignità dell’uomo in tutte le sue tappe esistenziali. E’ una esigenza di carattere universale perché è basata sulla realtà della natura umana, che è uguale per tutti, e dei suoi inalienabili diritti, che pongono giusti limiti e al tempo stesso aprono ampie prospettive al lodevole sviluppo della genetica e della biotecnologia. Egli diceva anche che non bisogna lasciarsi affascinare dal mito del progresso: la bontà morale si misura sul bene autentico che procura all’uomo sia nel corpo che nello spirito. Le barbarie registrate, fino ai giorni nostri, nei confronti della dignità umana, hanno portato l’ONU, a soli tre anni dalla sua costituzione, a formulare quella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che rimane una delle più alte espressioni della coscienza umana nel nostro tempo.

Questo dialogo costruttivo appare forse oggi più difficile che nel passato , considerando la deriva relativista  e positivista dell’etica e del diritto. L’uomo è visto sdoppiato: c’è chi lo considera soggetto inalienabile, titolare di diritti e chi oggetto, cioè parte della natura fisico-biologica sulla quale mette le mani la scienza. Bisogna evitare che la biotecnologia, con le sue straordinarie capacità di intervento sulle sorgenti della vita, ceda all’orgoglio miope di una scienza che non accetta confini e impegnarsi tutti lealmente a difendere nei vari livelli dell’umana convivenza, la struttura morale della libertà, nel nostro caso la struttura morale della libertà scientifica, attraverso la necessaria comprensione e tutela della verità sull’uomo. L’unico essere vivente la cui dignità di persona, sin dal momento del suo concepimento, comporta l’esigenza morale erga omnes di essere trattato come soggetto titolare di diritti inalienabili e indisponibili e non solo come semplice oggetto di ricerca scientifica. La ricerca scientifica a beneficio dell’uomo quando è rivolta a perseguire il rimedio alle malattie, al sollievo della sofferenza, alla soluzione dei problemi dovuti all’insufficienza alimentare e al migliore utilizzo delle risorse della terra, rappresenta una speranza per l’umanità, confidata al genio ed al lavoro degli scienziati. E’ necessario che la scienza biomedica mantenga e rafforzi il suo legame con il bene vero dell’uomo e della società. E’ necessario coltivare, come ricorda il Santo Padre nell’ enciclica Evangelium Vitae (EV 83), uno sguardo contemplativo sull’uomo stesso e sul mondo, nella visione creazionale della realtà e nel contesto della solidarietà tra la scienza, il bene della persona e della società. E’ lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla  responsabilità . E’ lo sguardo di chi non pretende di impossessarsi della realtà, ma l’accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la Sua immagine vivente .        

                              

 

 

 


 

 

INDICE GENERALE

 

INTRODUZIONE

 

CAPITOLO I: ORIGINE E CONTENUTI

La Bibbia degli ebrei e dei cristiani

Bibbia

Antico e Nuovo Testamento

Tanak

1.3.1 La Bibbia ebraica

Come è  nata la Bibbia

2.1. L’Antico Testamento tra storia e letteratura

2.2. Le tradizioni orali

2.3. Le prime composizioni letterarie

2.4. La parola e l’azione dei profeti

2.5. L’attività letteraria dell’esilio e del dopo esilio

2.6. Il Nuovo Testamento tra storia e letteratura

2.7. Da Gesù alla predicazione dei discepoli

2.8. Gli scritti cristiani

 

I Libri della Bibbia

3.1. I libri dell’Antico Testamento

3.1.1. Il pentateuco

3.1.2. I libri storici

3.1.3. I libri poetici e sapienziali

3.1.4. I libri profetici

3.2. I libri del Nuovo Testamento

3.2.1. I Vangeli sinottici e gli Atti

3.2.2. Le lettere paoline

3.2.3. Le altre lettere

3.2.4. La letteratura giovannea

 

CAPITOLO II :  IL MESSAGGIO DELLA BIBBIA

La salvezza di Dio nell’orizzonte dell’esodo e dell’alleanza

Dall’esodo al dono della terra

L’esodo di Mosè

Il cammino di fede del popolo dell’esodo

Le clausole dell’alleanza

La terra dono di Dio

Dalle origini del mondo all’invio del Messia

2.1 La storia del male umano e la speranza

2.2 La chiamata e la fede di Abramo 

Le voci della speranza

3.1 Amos

3.2 Osea, Geremia, Ezechiele

3.3 Isaia, Daniele

Alla ricerca del senso della vita

4.1 L’esistenza nel suo limite

4.2 Sapienza e Rivelazione

 

CAPITOLO III :  LA SALVEZZA DI DIO NELL’ORIZZONTE DEL REGNO E IL DONO DELLO SPIRITO

L’annuncio del regno di Dio ai poveri

Il dono dello Spirito e la nascita della Chiesa

La libertà  dello Spirito

La fedeltà e la speranza dei cristiani

CONCLUSIONE

 

APPENDICE

 

 

 



Note:

 

(1) - Cfr. 2 Tm 3,14-17

(2) - Cfr. S.GIACOMONI,La Nuova Bibbia Salani,ed. Adriano Salani Editore Srl, Milano 2004, pp. 7-9

(3) - Ibidem, 6

(4) - Cfr. F. PASQUERO,Presentazione alla prima edizione della SACRA BIBBIA,ed. Paoline,Roma 1968,p.7

(5) - Cfr. 1 Tm 2, 4-5

(6) - Cfr.G.RAVASI,La Bibbia di Gerusalemme,ed.Dehoniane Bologna,Sedicesima Edizione,Luglio 1999,p.5

 

 

 

 


 

Fonte : si ringrazia l'Autore Roberto Biferali  che ha cortesemente inviato alla Redazione di Artcurel il testo "Incontro alla Bibbia" .

Note biografiche : Roberto Biferali è nato a Civitavecchia il 17-07-1960 e nel 2008 ha conseguito il Magistero in Scienze religiose presso l'Istituto di Scienze Religiose della Diocesi Civitavecchia-Tarquinia. E-mail:  roberto_biferali@fastwebnet.it .