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RELIGIONE : opere sacre : Certosa di San Lorenzo , in Padula

 

CERTOSA DI SAN LORENZO

PADULA   (SA)

 

 

La costruzione della Certosa di San Lorenzo in Padula, che faceva parte della provincia cartusiana "Sancti Brunonis", fu voluta e finanziata a partire dai 1306 da Tommaso Sanseverino, conte di Marsico e signore dei Vallo di Diano, sotto la supervisione organizzativa dei Priore della Certosa di Trisulti (Frosinone),  

Tommaso aveva acquistato, in precedenza, dall'Abbazia di Montevergine un'antica grància già dedicata a San Lorenzo, costituendo il nucleo originario su cui realizzare il cenobio. Diverse furono le ragioni che spinsero il Conte ad una tale realizzazione: accanto alle motivazioni ufficiali di ordine religioso e devozionale, di sicuro ve ne furono altre di prestigio e di convenienza. Certamente determinante fu la comune origine francese dell'ordine monacale e degli Angioini, sicché i regnanti non poterono non gradire l’appoggio dato a quell'ordine, aristocratico e colto, tant'è che, dopo qualche tempo, Tommaso Sanseverino fu nominato connestabile dei Regno da Carlo II lo Zoppo. Altra ragione fu certamente dettata dalla necessità di bonificare dalle paludi le proprietà nel Vallo di Diano; d'altro canto, nel Medioevo, spesso furono proprio le grandi organizzazioni monastiche ad occuparsi di questo servizio e un gruppo come quello certosino si prestava bene anche a questo scopo. Un intreccio di motivazioni diplomatiche e pratiche, quindi, portò la famiglia Sanseverino ad interessarsi in particolare di questo ordine tanto da proteggerlo almeno fino all'inizio dei sedicesimo secolo.  

Dell'impianto più antico restano in Certosa pochi elementi: tra questi si ricordano lo splendido portone della chiesa datato al 1374 e le volte a crociera della chiesa stessa. A partire dal Concilio di Trento (metà dei XVI sec.) furono avviate le grandi opere di ampliamento che modificarono radicalmente l'antica struttura trecentesca. In quegli anni, tra l'altro, furono iniziati anche i lavori che porteranno, molto più tardi, alla realizzazione dei Chiostro grande e dello scalone ellittico. Gli ultimi interventi si registrano nel XVIII sec., cui risalgono la costruzione dei Refettorio e le decorazioni a stucco di diversi ambienti. 

L'impianto costruttivo delle certose è sempre uguale in qualsiasi paese esse siano state costruite, poiché deriva dalla rigida applicazione della regola. Al di là, quindi, della grandiosità, della bellezza e della ricchezza di ogni singola struttura, l'impianto iconografico rimane sempre inalterato. Gli ambienti delle certose si dividono in "casa bassa" e "casa alta": nella prima rientrano i luoghi di lavoro (depositi, granai, stalle, lavanderie, ecc.), la seconda, invece, è la zona di residenza dei padri, il regno dei silenzio e della più stretta clausura. Questa netta divisione rispecchia in pieno le esigenze di un gruppo monastico composto sia da padri di clausura che da conversi, monaci questi ultimi a tutti gli effetti, ma che volontariamente non prendono il voto di clausura per occuparsi delle varie attività produttive e dei servizi. Alla fine dei 1700 può dirsi conclusa l'epoca felice vissuta da questo complesso perchè, durante il "periodo francese" e precisamente all'inizio dei 1807, la Certosa di San Lorenzo fu soppressa ed i monaci costretti ad abbandonarla. Tutto il tesoro d'arte, tele, ori, statue, argenti, ecc., che i monaci avevano acquisito nei secoli precedenti, fu portato via, compresi i testi della ricchissima biblioteca, e disperso.

Alla fine dei periodo napoleonico, i certosini rientrarono nella loro Casa senza più il peso ed il potere avuti in precedenza. Rimasero a Padula fino al 1866 quando lasciarono definitivamente la Certosa, dichiarata nel 1882 monumento nazionale. Nonostante ciò essa cadde per molti anni nell'oblio e nell'abbandono, utilizzata finanche come campo di prigionia nelle due guerre mondiali.    

Bisogna aspettare i primi anni '60 per assistere all'inizio di lavori di ristrutturazione, voluti dalla Cassa per il Mezzogiorno, ma il definitivo impulso alle opere di restauro e di recupero è stato dato dalla Soprintendenza per i B.A.A.A.S. di Salerno a cui il monumento è stato affidato dal giugno 1982 e che ha profuso ogni energia intellettuale ed economica per riportare il cenobio al suo antico splendore e per la sua valorizzazione e rifunzionalizzazione.

 

LA CORTE ESTERNA

 E’ costituita da un grande cortile rettangolare intorno al quale erano ospitate buona parte delle attività produttive, utili per la sussistenza stessa della comunità. Qui erano situate le stalle, i depositi, la lavanderia, i granai, i forni, le cantine ed il frantoio. Sulla sinistra, entrando nella code, c'era la Spezieria, i cui preparati, nati per provvedere ai bisogni interni dei religiosi, in cambio di modeste elemosine erano disponibili anche per il pubblico laico e, a seguire, gli alloggi dei monaci conversi, che qui svolgevano la maggior parte delle loro attività. Era questa la "casa bassa" che rappresentava il trait d'union tra la Certosa ed il mondo esterno sul quale incise profondamente sia socialmente che economicamente. Per molti secoli la Certosa, infatti, fu l'unico centro di raccolta di manodopera specializzata e non; basti ricordare che nel 1771 in essa si registrava la presenza di ben 195 lavoratori, di cui un centinaio erano salariati.

A sera il portone del cortile chiudeva e l’ingresso veniva protetto dagli armigeri rintanati in una torre della cinta muraria.

Dalla parte opposta a quella dell'ingresso appare la Facciata, di impostazione tardo manierista, il cui Portone poteva essere varcato da pochissimi. Sull'originaria veste cinquecentesca, realizzata in pietra locale e rigidamente scandita dall'ordine dorico delle colonne binate, essa fu arricchita in epoca barocca con statue e pinnacoli: ai lati dell'ingresso le figure in pietra di San Paolo e San Pietro, San Bruno e San Lorenzo agii estremi. Sul fastigio, sotto la scritta "Fefix coefi porta", è scolpita una data, 1723, anno in cui verosimilmente terminarono i lavori.

Nella seconda metà del XIX sec., il torrente Fabbricato, che scorreva proprio davanti alla Certosa, straripò e la Corte esterna fu invasa da enormi quantità di materiali di detrito, che coprirono l'originale pavimentazione in Pietre che caratterizzava il cortile. Di recente questo materiale è stato asportato, restituendo alla luce l'antico acciottolato fino ad allora ricoperto da due metri di terriccio.

 

IL CHIOSTRO DELLA FORESTERIA 

La vita claustrale imposta dalla regola riservava ai monaci la completa solitudine e scarsissimi contatti con il mondo esterno. L'ospitalità in Certosa era, quindi, riservata a pochissimi eletti: tra questi, e comunque in casi eccezionali, religiosi e nobili illustri. Le stanze della Foresteria si trovano al piano superiore del chiostro, dove è situata anche una cappella dedicata a Sant'Anna, ricca di stucchi dorati di epoca settecentesca. il chiostro, tardomanierista, è composto da un portico con fontana al centro e da un loggiato dal quale si eleva la torre dell'orologio. La loggia attira la massima attenzione ricca com'è di pitture seicentesche: vedute su boschi, paesaggi, scene di vita agreste, riconducibili alla pittura paesaggista napoletana dei primo '600 e ad uno dei massimi esponenti di quella corrente pittorica, Domenico Gargiulo. Sul portico si affacciano una cappella,  detta della Madonna dei Morti, e l'ingresso alla Chiesa di San Lorenzo.

 

LA CHIESA 

Per i monaci certosini essa rappresentava la sede di uno dei rari momenti di vita comunitaria; vi si recavano una volta durante la notte e due volte durante il giorno. Il portone, probabilmente opera di Baboccio da Piperno, racchiuso da un portale in pietra cinquecentesco, è in legno di cedro dei Libano lavorato a formelle inserite in cornici molto aggettanti. A destra in alto, sono raffigurate alcune scene dei martirio di San Lorenzo con in basso la scritta, a lettere gotiche, CARTUSIENSIS ORDINIS. Sulla sinistra invece, vi è la scena dell'Annunciazione e la scritta AVE MARIA GRAZIA PLENA. La Chiesa a navata unica con cinque cappelle sul lato destro è divisa in due zone da una parete. Nella prima, all'ingresso, sedevano i conversi, dalla parte prossima al presbiterio sedevano i padri di clausura che lì arrivavano attraverso un passaggio interno. Due sono anche i cori. Quello dei conversi è composto da ventiquattro stalli; sui dossali compaiono figure di Santi, Vescovi, Martiri e dei quattro Evangelisti, ognuna sormontata da una frase, mentre in basso si notano paesaggi ed architetture. E’ datato al 1507 e firmato, così come si legge in alto a sinistra, dal maestro Giovanni Gallo. Il coro dei padri è datato al 1503 e, di certo, ha subito diversi interventi di rifacimento soprattutto nella trabeazione. E’ com­posto da trentasei stalli con scene tratte dal Nuovo Testamento sui dossali e storie di Martiri sui prospetti inferiori. Splendido il pavimento della zona dei padri, realizzato in cotto e maiolica, databile alla metà dei XVIII sec. L'altare maggiore è in scagliola e madreperla: il gesso, dopo essere stato bollito a temperature molto elevate, veniva fatto asciugare e quindi fissato su lastre di pietra per essere inciso e decorato. In questo caso la scagliola fu arricchita da madreperle e iapislazzuli. L'opera viene attribuita a Giovan Domenico Vinaccia che lo avrebbe realizzato alla fine dei XVII sec.La Chiesa è decorata con stucchi dorati di gusto settecentesco che vanno a sovrapporsi ad una struttura sicuramente  trecentesca.

Di notevole interesse le scene dei Vecchio Testamento dipinte sulla volta dal pittore palermitano Michele Ragolìa. All'interno della decorazione, qui come in altre sale, si notano larghi vuoti: sono cornici dove un tempo erano alloggiate le tele sparite quando, all'inizio dell'800 durante il decennio francese, la Certosa fu soppressa ed i monaci cacciati via. Oggi le uniche tre tele si trovano sulle pareti del presbiterio.

Sono lì perché opere tarde, ordinate dai padri nel 1860 una volta rientrati in Certosa. Sulla destra è raffigurata la mode di San Bruno, a sinistra il martirio di San Lorenzo, al centro San Lorenzo e San Bruno ai piedi della Vergine con Bambino.

La Sacrestia si apre alle spalle dell'altare ed in essa si possono ammirare l'armadio dove i padri riponevano i paramenti, realizzato da alcuni di loro e datato al 1684, e sull'altare con paliotto in scagliola con madreperle, il Ciborio probabilmente dello scultore siciliano Jacopo dei Duca, allievo e collaboratore di Michelangelo Buonarroti.

 

 

 

LA SALA DEL CAPITOLO E LA CAPPELLA DEL TESORO

 Accanto alla serie di suggestive cappelle laterali, sono ambienti della chiesa anche la Sala dei Capitolo e la Cappella dei Tesoro, cui si accede attraverso il piccolo passaggio che i padri utilizzavano per arrivare nell'aula. Al Capitolo, presieduto dal Priore, non partecipavano tutti i monaci: esso si occupava dei problemi della Casa e vigilava sulla vita dei certosini; ogni decisione presa veniva debitamente registrata. La sala rettangolare presenta quattro statue recentemente attribuite a Domenico Lenmico, discepolo di Lorenzo Vaccaro nonché padre certosino, ed è ricca di stucchi settecenteschi. Anche in questo caso le cornici sono prive delle tele; l'unica rimasta si trova di fronte all'ingresso sopra l'altare: sono raffigurati San Bruno e San Lorenzo ai piedi della Vergine coi Bambino. La Cappella dei Tesoro costituiva una sorta di cassaforte dove probabilmente veniva custodito e protetto il ricchissimo arredo della chiesa. Oggi l'enorme armadio che conteneva gli ori, gli argenti, gli avori è desolatamente vuoto. Resta da ammirare una sontuosa decorazione settecentesca all'interno della quale però mancano gli affreschi, andati perduti a causa della forte umidità e dell'incuria nella quale la Certosa è stata in passato lasciata.

 

CHIOSTRO DEL CIMITERO ANTICO E CAPPELLA DEL FONDATORE

 Il Cimitero antico, situato in una zona piuttosto nascosta dei monastero, veniva attraversato dai padri di clausura per raggiungere la chiesa o per far ritorno dopo le funzioni nelle proprie celle; è piccolo perché la sepoltura avveniva senza la bara, quindi i corpi si decomponevano piuttosto velocemente. Sulla fossa veniva messa una croce anonima di legno. Il Chiostro che lo delimita, con al centro una croce in pietra, presenta diversi elementi riconducibili al periodo settecentesco: la balaustra traforata, i capitelli naturalistici, i doccioni a forma di mascheroni, gli stucchi. Questo cimitero cadde in disuso quando i padri decisero di farne costruire uno nuovo nel Chiostro grande.

La Cappella dei Fondatore è collocata in un angolo dei chiostro ed è posteriore di oltre un secolo alla morte di Tommaso Sanseverino avvenuta nel 1324. Vi si possono ammirare l'altare in scagliola e il sarcofago cinquecentesco in pietra dove il fondatore è raffigurato nelle vesti di un guerriero dormiente.

 

LA CUCINA E LE CANTINE  

La cucina è frutto di quella febbrile attività settecentesca che stravolse significativamente gli ambienti dei monastero. Si trattava probabilmente di un refettorio riadattato. Questa ipotesi è supportata anche dalla scoperta, fatta qualche anno fa durante lavori di restauro, di un affresco dei 1600 raffigurante la Deposizione, con il Cristo circondato da monaci certosini. La scena, assolutamente inadatta per una cucina, era stata fatta coprire dagli stessi monaci con una compatta scialbatura. Affreschi un po' offuscati dal tempo e dai fumi della cucina decorano la volta a botte, mentre più in basso mattonelle verdi e gialle, recuperate dallo spoglio di qualche cupola, corrono lungo le pareti. Da ammirare i tavoli di lavoro in pietra e la cappa enorme al di sotto della quale è collocato, sui fuochi utilizzati di solito, l'antico bollitore. E’ noto che nelle cucine sarebbero stati preparati pranzi luculliani in occasione della visita di personaggi importanti a fronte di cibi giornalieri parchi e ripetitivi: sintomatica è la leggendaria frittata di mille uova preparata in onore di Carlo V fermatosi alcuni giorni di ritorno da Tunisi.

I padri certosini consumavano invece il pasto ognuno nella propria cella; la regola proibiva loro la carne, mentre facevano largo consumo di verdure, uova, latte, formaggi e pesce nei periodi di maggiore benessere.

Alle cantine si accede attraverso due Porte situate ai lati della parete dove poggia la cappa. L'unico pezzo originario è costituito dall'enorme torchio la cui costruzione fu avviata alla fine dei 1785 e sulla cui base è stata murata l'epigrafe dedicata al dio pagano Attis proveniente da Co(n)silinum.

 

IL REFETTORIO

 

In questo suggestivo ambiente veniva consumato il pasto comune nei giorni festivi e durante la Quaresima. Massimo era il silenzio, interrotto soltanto dal padre che leggeva una predica tratta dalle Scritture o da sermoni antichi degli stessi padri. E’ una sala costruita nei primi decenni dei XVIII sec. di forma rettangolare. Addossati alle pareti sono i sessantuno stalli in noce, davanti ai quali erano collocati i lunghi tavoli su cui i monaci mangiavano. Oggi questi non ci sono più, così come non ci sono più le tele alloggiate all’interno di una decorazione a stucco di gusto tardobarocco. Resta, però, in fondo alla sala un dipinto ad olio su muro: vi è raffigurata una scena che ben si adattava alle funzioni della sala, le Nozze di Cana ovvero il Miracolo dell'acqua e vino. E’ una pittura ricca di personaggi in abiti settecenteschi, a riproporre l'atmosfera e l'ambiente dell'epoca in cui fu realizzata; datata infatti al 1749, è firmata dal pittore napoletano Alessio D'Elia. Avare sono le notizie sul pulpito sorretto dall'aquila reale al quale si accedeva dalla porta posta su una delle due pareti lunghe, mentre il pavimento in marmi policromi fu posato da maestranze locali in circa sette mesi di paziente lavoro. Tre, infine, sono le porte che danno accesso al Refettorio; i portali, realizzati in pietra di Padula, hanno una decorazione in marmi policromi con motivi piuttosto in voga in quegli anni.

 

CHIOSTRO DEI PROCURATORI

 

Il procuratore, scelto direttamente dal Priore, amministra il patrimonio della Certosa, vigila sul funzionamento della casa, si occupa delle provvigioni e delle elemosine, visita i monaci malati, cura l'educazione dei conversi. Una volta all'anno rende conto dei proprio operato al padre priore coi quale peraltro ha contatti frequenti. Alcune certose, quelle più importanti, avevano più di un procuratore: è il caso dei monastero di Padula che ai possedimenti a Brindisi, Taranto e Napoli aggiunse ben presto anche i feudi di Padula, Montesano e Buonabitacolo (1645).

Il chiostro, collocato lungo l'asse che dall'ingresso conduce al chiostro grande, sul lato sinistro, è composto da un portico al piano terra e da un corridoio finestrato al piano superiore: qui erano gli alloggi dei procuratori, mentre in basso era situato il refettorio dei monaci conversi. Una fontana in pietra con delfino e animali marini si trova al centro dei chiostro. La decorazione è a stucco.

 

LA CELLA DEL PRIORE

 

Ogni certosa è retta da un priore eletto, di solito, a scrutinio segreto dai suoi confratelli per occuparsi dei diversi uffici spirituali e temporali: dà l'estrema unzione ai malati, veglia sul progresso spirituale dei certosini, tiene capitolo nei giorni di festa e, come rappresentante della casa, riceve gli ospiti di riguardo ed accoglie gli artisti che giungono in sede per realizzare le opere ordinate dai monaci. A Padula, la sua autorità varcava le soglie dello stesso monastero: egli, infatti, non potendolo fare di persona, era costretto a nominare un capitano per amministrare la giustizia civile e penale sui territori cadenti sotto la giurisdizione della Certosa. Il i priore, mediatore della vita claustrale e della vita comunitaria, dava conto di tutto il suo operato ogni due anni al Capitolo generale, l'assemblea di tutti i priori che si teneva nella Grande Chartreuse, presso Grenoble.

Alla "cella" dei priore si giunge dopo aver superato un portone che separa la zona delle celle dei padri da tutti gli ambienti sinora descritti. Quel portone rimaneva sempre chiuso e l'unico a poterlo varcare con una certa libertà era proprio il priore. La sua non è in verità una cella come il termine può fare immaginare: si tratta, invece, di un appartamento residenziale di ben dieci stanze, con in più vari locali di servizio, l'archivio, l'accesso diretto alla biblioteca ' un bel giardino con loggia affrescata e la cappella privata. Quest'ultima, dedicata al patrono di Padula, San Michele Arcangelo, presenta all'interno una decorazione a stucco dorato con, sulle pareti, quattro dipinti ad olio rappresentanti alcuni episodi della vita dei Santo, di epoca settecentesca. Sull’altare in marmi policromi, è posta la statua lignea seicentesca dell'Arcangelo. Accanto alla cappella si apre la loggia affrescata che conduce ai giardino, che taglia trasversalmente le celle dei novizi permettendo l'accesso ai priore e, quindi, il controllo sulla loro vita di preghiera. Le scene dipinte da Francesco De Martino da Buonabitacoio (in questo caso paesaggi marini) richiamano molto da vicino le pitture che decorano la loggia della Foresteria.

 

LA BIBLIOTECA  

Essa rappresentava un momento molto importante nella vita di un certosino: assieme alla preghiera e ai lavoro, lo studio non poteva che elevare lo spirito e rafforzare la dottrina. Questa attività, però, doveva essere praticata con moderazione, senza distrarre i padri dalla contemplazione e dalla ricerca di Dio.

Fu dovuta probabilmente a ciò la proibizione, avvenuta nel 1400, dello studio dei diritto e dell'astrologia e, a partire dai 1542, la negazione della lettura delle opere di Erasmo e dell’apprendimento dell’ebraico e dei greco. La Biblioteca custodiva decine di migliaia tra libri, codici miniati, manoscritti, di cui in Certosa resta oggi solo una piccolissima parte, circa duemila volumi. Le prime spoliazioni si ebbero tra il 1811 ed il 1814, quando decine e decine di casse furono spedite nella Biblioteca Reale di Napoli (oggi Biblioteca Nazionale). Altre opere sono state rintracciate nella Certosa di Serra San Bruno in Calabria e nelle Badie di Cava e di Montevergine.

L'ingresso della Biblioteca è collocato accanto alla cella dei priore; appena varcata la soglia, ci si trova di fronte ad una delle opere più belle dell'intero monumento: si tratta di una scala elicoidale composta da trentotto gradini monolitici che, aprendosi a ventaglio, conducono dolcemente all'antisala della biblioteca. E’ una scala in pietra, raccordata unicamente da un cordolo ricavato negli stessi scalini, culminante in una balaustra anch'essa in pietra. Di autore ignoto, risalirebbe alla metà dei XV sec.

Sulla chiave di volta dei portale che introduce alla sala si può leggere la scritta "Da sapienti occasionem et addetur ei sapientía" (Offri al saggio l'occasione e la sua sapienza crescerà).

Scomparsi i libri, la sala della biblioteca è caratterizzata da tre elementi che si fondono armonicamente quasi a formare un tutt'uno: il pavimento, gli armadi e la grande tela della volta. Il primo, in cotto e maiolica, è attribuito come quello della chiesa a Giuseppe Massa e datato al XVIII sec.; i motivi e i colori prevalenti, giallo e azzurro, ne esaltano la bellezza. Gli armadi in noce, oggi vuoti, erano divisi per materia e sui cartigli, infatti, si legge "Historíci profani", "Poetae", 'PolemicP, "Sanctí patres", ecc. e perfino tibri prohíbíti", armadio questo che conteneva argomenti via via negati allo studio dei monaci. La tela che copre la volta a padiglione è dipinta a tempera e vi sono raffigurate alcune scene allegoriche: l'Aurora coi carro, il Giudizio Universale, la Scienza * L'opera firmata da Giovanni Olivieri è datata al 1763.

 

 

IL CHIOSTRO GRANDE E  LE CELLE DEI PADRI  

Tra le opere monumentali di questa Certosa rientra sicuramente il Chiostro grande, che con i suoi quasi quindicimila metri quadrati di superficie, risulta essere tra i maggiori in Europa.

Misura infatti 104 metri di larghezza per 149 di lunghezza e poggia su 84 pilastri in pietra locale. La costruzione fu avviata nel 1583 rifacendo sostanzialmente un chiostro preesistente. I lavori andarono avanti per quasi due secoli, dai momento che subivano ogni tanto rallentamenti ed interruzioni dovuti a difficoltà economiche e costruttive ma anche al disagio che i padri di clausura erano costretti a subire per la presenza di un cantiere aperto a maestranze esterne. Alcuni,anzi, si ribellarono a Giovanni Battista Manducci, priore dal 1628 ai 1636, il quale, a loro avviso, dedicava troppe risorse alla realizzazione di tale progetto a scapito anche della stessa salute dei monaci. li Capitolo generale di Grenoble in verità assolse il priore ma lo sollevò dall'incarico destinandolo peraltro a funzioni più importanti.

Il Chiostro si sviluppa su due livelli,: in basso il portico con le celie dei padri, in alto la galleria finestrata utilizzata dai monaci per la passeggiata settimanale, il cosiddetto spaziamento, che di solito veniva fatto all'aperto nei giardini personali. Durante questa “uscita" la clausura veniva interrotta ed i padri potevano incontrarsi, comunicare tra loro e pregare insieme.

Su di un lato corto dei chiostro fu costruito il nuovo cimitero che sostituì quello posto tra cucina e refettorio; è racchiuso da una balaustra con alcuni teschi in pietra a ricordarne la funzione. Piuttosto evidente è la somiglianza di questo cimitero con quello della Certosa di San Martino a Napoli, opera quest'ultimo di Cosimo Fanzago. Al centro dei Chiostro è una bella fontana a forma di coppa, realizzata in pietra e datata al 1640.

Poco si sa sugli autori di questa grandiosa realizzazione e, data la durata dei lavori, furono probabilmente diversi gli architetti che se ne occuparono. Uno fu sicuramente Gaetano Barba (1730‑1806) che fu allievo dei Vanvitelli e che per la Certosa progettò la galleria superiore dei chiostro e lo scalone ellittico.

I monaci certosini vivevano la gran parte della propria giornata all'interno della propria cella dedicandosi alla preghiera, al raccoglimento, allo studio e alla meditazione nella continua ricerca di Dio. Le celle sono generalmente confortevoli ed ospitali: un corridoio immediatamente dopo l'ingresso, due stanze di cui una con camino, una loggia coperta e un orticello alla cui cura dedicare le prime ore dei pomeriggio. Accanto ad ogni porta di ingresso, un piccolo vano ospitava la ruota della clausura, girando la quale si ritirava il pasto e quant'altro consegnato dai conversi. Nella Certosa di San Lorenzo si contano oggi ventiquattro celle, mentre originariamente erano ventisei, alcune delle quali costituite da più di due locali, collocate lungo tre lati dei chiostro stesso.

 

LO SCALONE ELLITTICO

  L'ultima opera che i padri riuscirono ad ordinare e a vedere realizzata prima delle soppressioni francesi. Si tratta di uno scalone ellittico a doppia rampa, che unisce i due livelli dei chiostro grande. un'opera di straordinaria grandiosità che, aldilà della funzione pratica cui era ed è tuttora destinata, si giustificava come un maestoso elemento scenografico illuminato dai suoi sette grandi finestroni che spaziavano sul paesaggio circostante, fin quasi ad appropriarsene ed a fondersi con esso. Lo scalone si rifà ai modi sanfeliciani e vanvitelliani ed è, come già detto, firmato da Gaetano Barba; permette l'accesso alla passeggiata coperta, nei cui quattro bracci sono attualmente allestiti gli spazi espositivi delle opere d'arte restaurate nei laboratori presenti in Certosa, opere provenienti principalmente dai paesi terremotati dei Salernitano e dell'irpinia che hanno trovato solo a Padula gli ambienti adatti agli interventi a cui devono essere sottoposti.

 

IL GRANDE GIARDINO DELLA CLAUSURA  

L'aspetto attuale dei giardino non corrisponde che in minima parte alla sistemazione settecentesca, soprattutto a causa degli interventi effettuati durante le due guerre mondiali per la costruzione dei ricove­ri dei prigionieri. D'altro canto negli anni Cinquanta l'Amministrazione provinciale tentò una sistemazione dei "parco" con la creazione di alcuni viali a siepi sul modello dei giardino all'italiana, creando, altresì, un vivaio per la crescita in loco delle piante da mettere a dimora nello stesso e realizzando un viale di cipressi. Studi recenti hanno permesso di ipotizzare una diversa sistemazione funzionale dello spazio dei grande giardino (il "desertum", confine invalicabile tra la vita spirituale

della clausura e il mondo esterno). Lungo il muro di cinta, infatti, sono stati rinvenuti e restaurati i fondali muniti di sedili che chiudevano un sistema di viali tra loro ortogonali percorsi dai monaci nella preghiera. Tali viali andavano a formare una serie di grandi aree rettangolari, che per dimensioni e forma si avvicinano a quelle dei chiostro grande. Certo è che un viale parte dal cancello dei giardino del Priore, un altro giunge allo scalone, un altro ancora raggiunge la piccola cappella dedicata a San Rocco, le cui decorazioni a stucco sono datate al 1801, mentre quello "dei cipressi" ne costituisce l'asse principale. Il grande giardino della clausura presentava in origine, nella zona in lieve pendio che si sviluppa verso Padula dopo lo scalone ellittico, un uliveto.

Accanto a quest'area oggi coltivata a foraggere si possono ammirare i resti di un viale acciottolato di collegamento con la Cappella della Maddalena, costruita a ridosso dei muro di cinta, e i piloni dell'antico acquedotto che portava l'acqua al mulino e ai frantoio.

Il "desertum", infine, si collegava con un vialone rettilineo acciot­tolato al monumento settecentesco di San Brunone, in località Vascella, realizzando un asse prospettico di grande suggestione che, attraverso i portoni dell'ingresso e della clausura e un braccio del chiostro grande, si concludeva nello scalone ellittico.  

 

 

 

 

 


 

FONTE :  http://www.comune.padula.sa.it/davedere/certosa/certosa.htm