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Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| RELIGIONE : teologia simbolica : Il linguaggio simbolico nell'arte cristiana |
Il linguaggio simbolico nell'arte cristiana
a cura di Maria Cristina Ricciardo
Nell’arte figurativa, con particolare riguardo al
formarsi e al tramandarsi delle immagini, è universalmente diffuso il
procedimento di significare determinate cose mediante la rappresentazione di
cose diverse, vale a dire mediante il simbolo, termine greco che in
origine significava "accostamento". Quale che sia la definizione e
l’applicazione di questo concetto nel campo filosofico, religioso, letterario,
esso presuppone comunque una sostituzione di segni e perciò ha un fondamento
originario nel campo del visibile, che è quello dell’immaginazione e della
espressione dell’arte. Ovviamente nella rappresentazione simbolica esiste, tra
figura significante e cosa significata, un rapporto concettuale immediato e
diretto, che implica una loro rispondenza automatica, reversibile e, quasi, una
loro identificazione: questo spiega i profondi legami della simbologia con
l’immaginazione religiosa e spiega anche perché il nostro lavoro abbia
privilegiato quello religioso tra i vari aspetti culturali.
In una sfera intellettualmente più elaborata, s’incontrano rappresentazioni
allusive che hanno una loro compiuta autonomia figurativa rispetto alla realtà
concreta o all’idea astratta cui esse si riferiscono (come può essere, ad
esempio, una determinata immagine femminile per significare la pace, una virtù,
ecc.): in questi casi si usa il termine di allegoria che, sempre dal
greco, vuol dire "discorso per un altro". Pur nella loro sostanziale
differenza, il simbolo e l’allegoria appaiono talvolta non facilmente
distinguibili nella storia dell’arte e delle iconografie artistiche, e sono di
fatto spesso confusi o identificati fra loro. Pertanto possono essere studiati
unitariamente per ciò che concerne i problemi teorici e la storia del pensiero
critico.
E’ evidente che tanto il simbolo quanto
l’allegoria, per le loro stesse definizioni concettuali generali, sono semplici
modi di espressione che in sé non hanno un valore estetico.
Il simbolo, infatti, consiste nella presentazione di un segno o di una immagine
(significante) che fa riferimento ad una realtà (significato) che è diversa
dall’immagine stessa, ma che finisce per identificarsi con essa. Il simbolo si
presenta dunque come una connessione naturale ed ha carattere quasi magico, di
valore assoluto ed esclusivo, di unicità riassuntiva; fa quindi parte di un
patrimonio di nozioni generali usato nell’espressione artistica. In questa
incisione, ad esempio, il segno, il significante, assume il
significato di una cosa reale, la figura umana, diversa dal segno stesso,
che è una sorta di semplificazione e di sintesi.

Incisione rupestre, Val Camonica, V Millennio a.C.
Nell’allegoria, invece, il significante, la figura femminile, e il significato, la pace, sono sempre distinti e tra di loro non c’è riferimento diretto; tale riferimento si istituisce piuttosto per una intenzionale trasposizione di significati. Proprio perché è fondamentalmente una translatio, fin dall’antico l’allegoria è stata spesso associata alla metafora, anzi considerata come uno sviluppo discorsivo di questa: nell’allegoria la cosa espressa (significato) non solo vale concettualmente più dell’immagine che la esprime (significante), e che viene posta su un piano inferiore, strumentale.

A. Lorenzetti,Allegoria della pace, Siena XIV secolo
IL LINGUAGGIO SIMBOLICO NEL CRISTIANESIMO
Il simbolismo e
l’allegorismo dell’arte paleocristiana derivano direttamente dall’esempio e
dalle immagini poetiche delle Sacre Scritture e dei Vangeli. La necessità di una
base concettuale e culturale più estesa si fa però sentire assai presto, sia per
il progressivo rifiuto dei valori naturalistici della rappresentazione
figurativa, troppo legata al mondo pagano, sia anche in concomitanza della lotta
contro le eresie, che favorì la formazione di un’iconografia teologicamente
ortodossa. Tale base concettuale è data non da trattati specifici, ma piuttosto
da vari testi filosofici e letterari, dai quali le arti figurative derivano in
notevole misura repertori tematici e procedimenti di simbolizzazione e di
allegorizzazione.
Così, ad esempio, è certa l’importanza dei testi dei grammatici, nei quali si
istituiva uno stretto rapporto tra studio (spesso arbitrario) delle etimologie e
allegoria: fondamentali, in proposito, furono le
Etymologiae
di Isidoro da Siviglia. Altrettanto importanti e cospicue furono le traduzioni
letterarie in allegorie cristiane degli scritti di poeti e di filosofi greci e
latini.
Ma naturalmente l’interesse maggiore si concentrò sull’interpretazione
allegorica delle Sacre Scritture, già di per sé ricche di passi allegorici e
simbolici, e delle opere dei Padri della Chiesa e dei filosofi cristiani:
attraverso questi scritti si diffuse anche il gusto per la presentazione
parallela di episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento (concordatio
charitatis).
Il filone più fecondo, peraltro, è quello che traduce in allegorie i simboli
paleocristiani e crea immagini allegoriche nuove, atte ad esprimere le idealità
della nuova cultura. Il processo di allegorizzazione, che prevalentemente si
attua mediante la personificazione, si orienta su due distinte direttive: l’una
che tende a dare una presentazione statica delle immagini allegoriche, come nel
caso delle personificazioni delle Virtù; l’altra è quella che raffigura queste
immagini in un contesto narrativo che segue lo schema della contesa tra il Bene
e il Male: ricordiamo in proposito la
Psychomachia di Aurelio Prudenzio
Clemente (384-410), che descrive la lotta della Fede (Cristo) contro i regni di
Sodoma e Gomorra (i Vizi) che tentano Lot (l’Anima umana).
Bisogna anche accennare alla formazione di immagini allegoriche di tipo non
strettamente religioso, come quelle delle Arti del Trivio e del Quadrivio, delle
Arti Liberali e di quelle Meccaniche, già nei testi di Filone Ebreo e di S.
Agostino, poi particolarmente nei poemi carolini di Teodulfo, nei quali si trova
la personificazione allegorica dei segni dello Zodiaco.
Diffusa è anche l’allegorizzazione delle nozioni scientifiche e storiche, che
sono così ricondotte ad una visione generale di carattere moralistico:
ricordiamo il De Natura Rerum,
le Chronicae
e il Liber de Viris Illustribus
di Isidoro da Siviglia; le opere cronologiche e cosmografiche del Venerabile
Beda; il De Universo
di Rabano Mauro, che dà l’avvio ad un genere di trattazioni enciclopediche; a
questo stesso tipo di testi scientifico-allegorici si possono collegare i
"bestiari" dell'epoca romanica.

Unicorno, dal Bestiario latino
Per quanto
riguarda più particolarmente le arti figurative, la consapevolezza del loro
carattere simbolico e allegorico appare costante in tutto il Medioevo, fin da
quando si volle dare una giustificazione teologica alle immagine della divinità
per confutare l’eresia iconoclastica; già Gregorio Magno (Epistulae,
III, IV) e Gregorio Il (in una lettera indirizzata proprio al promotore
dell’iconoclastia, Leone Isaurico) teorizzano il simbolismo e l’allegorismo
dell’arte medievale, enunciando il concetto che l’arte debba "demonstrare
invisibilia per visibilia".
Alla fine del secolo VIII, nei Libri Carolini, si nota un atteggiamento diverso,
che potremmo in certo modo definire laico: la cultura carolingia non intende, in
effetti, negare la qualità simbolico-allegorica delle opere d’arte, bensì dare
loro anche un valore estetico autonomo al di là della pura e semplice funzione
teologico-didattica cui tendevano i processi di allegorizzazione e di
simbolizzazione.
Con questo si ribadiva l’idea di una relativa insufficienza dell’arte, rispetto
alla parola scritta, ad esprimere contenuti concettuali: gli stessi Libri
Carolini raccomandano l’aggiunta di tituli e
superscriptiones
esplicativi delle immagini figurate.
L’abate Sugerio, proprio negli anni in cui attende alla costruzione dell’abbazia
di S. Denis (consacrata nel 1044), pur ritenendo che non ci sia
legame tra la bellezza visibile e quella invisibile, considera tuttavia le
immagini necessarie per la conoscenza delle cose invisibili e quindi finalizzate
a mostrare la sapienza di Dio.
Un atteggiamento diverso, che rifiuta la connessione tra le due bellezze
(visibile ed invisibile) è invece implicito nel pensiero di Bernardo da
Chiaravalle: nella sua famosa invettiva (Apologia
ad Guillelmum, c. 1123), contro
la "deforme bellezza e la bella deformità" delle sculture dei chiostri, afferma
l’autonomia dell’opera d’arte, considerata insufficiente ad esprimere concetti
teologici, ma anche tale da distrarre dalla meditazione su questi, per le sue
qualità formali. Ma ciò, evidentemente, non si riduce ad un rifiuto teologico
dell’arte: piuttosto indica le esigenze di una nuova spiritualità.
Il patrimonio di
simboli è particolarmente ricco sia nell’ambiente giudaico, sia in quello
cristiano; nell’uno e nell’altro, tuttavia, l’identificazione tra segno e
immagine ha ridotto i simboli quasi a livello di geroglifici, togliendo loro
ogni valore e intenzionalità artistica; infatti la criptografia vi ha larga
parte, con vari significati per singole lettere e gruppi di esse, basti pensare
al nome stesso di Cristo.
Il sistema del simbolo era consono alla mentalità giudaica: "Tutte le cose che
dissero i profeti le avvilupparono con parabole e figure" e lo stesso vale per
l’insegnamento evangelico.
L’identità tra segno e immagini si spezza, sia per gli Ebrei che per i
cristiani, quando viene meno la necessità di nascondere la propria fede e,
contemporaneamente, per influsso della cultura ellenistico-romana che tendeva a
dare forma d’arte ad ogni opera figurativa; motivo determinante fu anche la
necessità di ornare i nuovi edifici di culto.
Tutta la cultura e la spiritualità dell’Alto Medioevo riconoscono nel simbolismo
e nell’allegorismo gli schemi espressivi della concezione del mondo terreno e
ultraterreno. Arte, scienza e filosofia sono figlie dello stesso Dio e si
esprimono con parole che, pur avendo un significato diverso, tendono tutte
all’armonia superiore. Malgrado questa unità di fondo, il simbolismo prende
forme diverse: in primo luogo bisogna distinguere il simbolismo dei primi secoli
del Cristianesimo dall’allegorismo romanico e gotico, derivato dal pensiero
della filosofia scolastica.
Il simbolismo paleocristiano esprime infatti qualcosa di naturale e di gioioso,
come se l’Annuncio, la persecuzione e il martirio non fossero che premessa alla
futura felicità.
Proprio per il carattere semplice e idillico del simbolismo paleocristiano ebbe
più fortuna la parabola che l’allegoria vera e propria: la parabola è infatti
legata a un esempio specifico e verosimile (il buon pastore, i vendemmiatori),
mentre l’allegoria si basa su una generalizzazione razionale e intellettuale.
Che si tratti di simboli, di allegorie, di metafore, in ogni caso il patrimonio
iconografico cristiano si forma con l’apporto delle esperienze figurative
provenienti sia dall’oriente che dall’occidente e che affondano le loro radici
in un lontanissimo passato: questo è il motivo per cui il lavoro che segue
ripercorre fin dalla preistoria le testimonianze dell’esigenza dell’uomo ad
esprimere le sue certezze e le sue paure, la sua concezione del mondo e,
soprattutto, la sua religiosità, attraverso il linguaggio dei simboli .
Fonte : http://www.cortonagiovani.it/progettididattici/simboli/prima.htm
Il linguaggio simbolico nell'arte cristiana . Dalle origini al VI secolo .
Progetto a.s. 2002-2003
Coordinatore Prof.ssa Maria Cristina Ricciardo