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RELIGIONE : vita cristiana : Amare Gesù significa essere missionari , di Padre Piero Gheddo

 

AMARE GESU' SIGNIFICA ESSERE MISSIONARI

Padre Gheddo di Padre Piero Gheddo

 

" E voi chi dite che io sia ? " (Mt 16,15; Mc 8,29; Lc 9,20)

 

«Chi è per te Gesù Cristo?». Domanda facile e semplice e nello stesso tempo difficile e complessa. Ho avuto da Dio il dono di un'autentica formazione cristiana fin dalla nascita, essendo nato in una famiglia di profonda fede e vita evangelica. La nonna Anna che mi ha educato (ho perso la mamma a cinque anni e il papà nella II Guerra mondiale) diceva sempre: «Tu stai col Signore e il Signore starà con te». Per me e i miei due fratelli, questo è diventato lo slogan della vita. Quando c'era qualche problema, discussione, difficoltà, chiamava noi tre ragazzi accanto a sé, pregavamo e poi la nonna diceva: «Cosa farebbe Gesù in questa circostanza? Cosa direbbe la Madonna?». Citava spesso frasi del Vangelo, ci raccontava episodi della vita di Gesù e di Maria (e degli altri personaggi biblici), facendoci innamorare di loro. Era una donna semi-analfabeta (seconda elementare), ma aveva avuto ed educato undici figli, più noi tre nipoti, con l'intelligenza della fede e del cuore. Io poi sono diventato sacerdote missionario, ho avuto tanti e santi sacerdoti che mi hanno educato e guidato, mi sono anche laureato in Teologia missionaria, ma se ripenso alla mia vita e mi chiedo cosa ha inciso di più nella mia formazione cristiana, ebbene, non ho dubbi: è stata l'educazione datami nell'infanzia e adolescenza dalla nonna Anna.

I miei genitori, Rosetta e Giovanni, che ancora oggi sono ricordati come santi nel mio paese, quando si sono sposati nel 1928 hanno pregato perché almeno uno dei loro figli o figlie consacrasse la sua vita a Gesù Cristo e alla Chiesa. Il Signore ha scelto me, e di questo sono ancora grato a papà e mamma, perché la mia vita è stata piena di gioia, pur nelle prove, tentazioni, sofferenze, e intenso lavoro, che sono il retaggio comune degli uomini.

Da quando, dopo l'ordinazione sacerdotale (nel 1953), ho conosciuto dal mio parroco e dai parenti questa insistente preghiera dei miei genitori, mi sono sentito, senza alcun mio merito, un prescelto, un privilegiato. Ho incominciato a pensare che la mia vita non poteva essere altro che un cammino di ringraziamento e di riconoscenza a Dio, così buono nei miei confronti da avermi scelto fra mille altri.

Nell'immediato dopoguerra, quando l'Italia era distrutta dalla guerra e divisa dall'odio, anche nel mio piccolo paese di Tronzano (Vercelli), c'erano povertà, violenze e vendette. Nelle riunioni dell'Azione cattolica si pregava e si discuteva: ci chiedevamo, tra noi ragazzi, cosa potevamo fare per aiutare la nostra patria a risorgere. Chi diceva che bisognava impegnarsi nel lavoro, chi nella politica, chi negli studi, chi nel fondare famiglie cristiane... Io seguivo quelle discussioni con attenzione e umiltà, ma in cuor mio pensavo: «Come sono felice, Signore, che tu mi hai scelto per essere sacerdote missionario! Questi miei cari fratelli e amici si interrogano, ma io ho già una mia risposta bella, forte, sicura, che mi dà tanta gioia: sarò sacerdote e missionario. Cosa c'è di più bello e indispensabile per vincere questo odio, queste violenze e queste distruzioni, che consacrare la mia vita a Gesù e portarlo agli uomini?».

«Chi è per te Gesù Cristo?». È tutto il mio amore, tutta la mia gioia, l'unico fine a cui cerco di orientare le mie azioni, i miei affetti e pensieri. Non sempre ci riesco, ma a lui ho consacrato la mia piccola vita e in questi anni che Dio mi concede di vivere vorrei diventare sempre più simile al modello divino che il Signore Gesù mi presenta nei Vangeli.

Chiedo al Signore di rinnovarmi ogni giorno il gioioso stupore e entusiasmo della prima Messa che ho celebrato, di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che, io, povero peccatore, chiamo sull'altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo all'umanità affamata. Quand'ero seminarista, la nonna Anna poco prima di morire mi ha detto: «Quando tu diventerai sacerdote io non ci sarò più, ma ricordati, in quel giorno tu sarai più importante di Truman e di Stalin, di De Gasperi e di Togliatti, perché chiamerai il Signore ed egli verrà nelle tue mani». Mi chiedo spesso se l'annunzio che faccio di Cristo, con la vita e la parola, è ancora un messaggio di gioia, di quella gioia che l'angelo comunicò ai pastori nella "notte santa":

«Vi annunzio una bella notizia

che darà gioia a tutto il popolo:

oggi, nella città di Davide,

è nato il vostro Salvatore,

il Cristo, il Signore» (Luca 2, 10-11).

Ma la domanda «Chi è per te Gesù Cristo?» non può essere rinchiusa nello spazio ristretto della mia persona. Mi porta a guardare fuori, ai miei fratelli e sorelle del mondo intero. L'amore a Cristo mi porta ad impegnarmi per farlo conoscere e amare da tutti: non posso conoscerlo e amarlo tenendolo per me. Sono diventato missionario del PIME (Pontificio istituto missioni estere) perché ho pensato che la "missio ad gentes" è la forma più avanzata, l'estrema frontiera della fede e della Chiesa, a cui tutti i battezzati sono chiamati e debbono convertirsi.

Il dono della fede, gratuitamente ricevuto da Dio, per mantenerlo forte e vivo, va comunicato agli altri. «La fede si rafforza donandola!» dice il Papa nella Redemptoris Missio (n. 2). Tutta la Chiesa deve convertirsi alla missione universale: «nessun credente in Cristo, nessuna istituzione della Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli» (Redemptoris Missio n. 3).

La nostra fede è spesso concepita come un qualcosa di personale da custodire, non da comunicare. Ho sempre pensato che questo passaggio del Catechismo di Pio X è incompleto: «Perché Dio mi ha creato? - Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo nell'altra in Paradiso...». Manca la missione!

Pochi mesi fa ho tenuto una conversazione ad Arezzo dal titolo: «Gesù, pietra d'inciampo». La missione diventa sempre più difficile perché Gesù Cristo fa problema, imbarazza, scandalizza: «Scandalo per gli ebrei e follia per i pagani» diceva San Paolo (1 Cor. 1,23). La crisi del mondo cristiano è una crisi di fede e di missione, non di spirito religioso: a Milano ci sono cinquemila maghi, indovini, sette orientali, sedi di centri spiritici, cartomanti, facitori di oroscopi. In Italia sonocentocinquantamila (è un dato comunicato al Congresso dei maghi e indovini italiani nel giugno 1996)! Appena si sparge la voce che c'è un'apparizione o un "miracolo" la gente corre in massa. Tutti sentono il bisogno del trascendente dell'Assoluto.

Non è in crisi la religiosità, ma la fede in Cristo, unico Salvatore dell'uomo, dell'umanità. Viviamo in una società non di atei, ma di idolatri. Il Dio fatto uomo in Cristo è stato sostituito dagli idoli: denaro, sesso, carriera, potere, gloria, superstizioni, "religione fai da te".

Il sociologo Franco Garelli conclude una sua indagine dicendo che oggi in Italia «la religione è forte, ma la fede vacilla» ("Forza della religione e debolezza della fede", Il Mulino, 1996). I battezzati nella Chiesa cattolica sono il 95 per cento degli italiani, ma solo «il 30 per cento va in Chiesa tutte le domeniche»; e il 33 per cento di questi "praticanti regolari" che recitano ogni domenica il Credo dove proclamano di aspettare "la vita del mondo che verrà" dichiarano poi che «non si può sapere cosa ci attende dopo la morte».

Ho parlato per due anni tutti i sabato sera alla televisione italiana di Rai Uno (dicembre 1992 - dicembre 1994), spiegando il Vangelo domenicale (si vedano i due volumi "Otto minuti di vangelo in TV" e "Gesù su Rai Uno", Piemme). Un amico giornalista abbastanza noto anche in televisione mi ha scritto: «Tu parli spesso della salvezza in Cristo, ma non ti rendi conto che c'è un abisso tra l'ammirazione per Gesù grande profeta e il credere che egli è Dio. Il suo messaggio di amore e di giustizia è l'unico che può salvare l'umanità dall'egoismo, dall'odio, dalle guerre. Ma non c'è bisogno di credere che Gesù è Dio e obbedire alla Chiesa per voler bene al prossimo. Per cui, se Gesù mi dice di aiutare i poveri, di perdonare le offese, di educare i figli all'onestà e all'amore, mi sta bene, cerco di fare anch'io così. Ma se la Chiesa a nome suo mi impone molti altri precetti e divieti, la grande maggioranza degli italiani, pur battezzati, non la seguono più. Per cui dammi ascolto, parla dell'amore come ispirazione di fondo della nostra vita e avrai ampi consensi, ma lascia perdere che Gesù è Dio e che la Chiesa parla a suo nome: sono concetti discutibili che suscitano divisioni e sentimenti di integrismo in chi crede».

Nel nostro tempo l'identità cristiana è molto debole. Abbiamo attraversato una lunga stagione in cui il Cristianesimo sembrava ridotto ad una morale. I "valori evangelici" sono apprezzati da tutti (pace, giustizia, solidarietà, amore) ma la fede in Cristo, la conversione e l'imitazione di Cristo non hanno senso. Si vuole staccare il messaggio dal messaggero: pace, giustizia, amore, sì, ma l'annunzio che solo Cristo salva l'uomo è considerato "integrismo".

La salvezza è stata secolarizzata. Il Cristianesimo è spesso ridotto ad una specie di "religione dell'umanità" (come volevano gli illuministi del Settecento), la Chiesa intesa come società filantropica e di riferimento morale. Oggi non è in crisi la Chiesa come istituzione. Non c'è pericolo che la Chiesa scompaia: non solo per la promessa di Gesù, ma perché, nel nostro mondo secolarizzato, essa non è più combattuta: anzi è esaltata come strumento di pace sociale, come richiamo all'etica, come assistenza ai poveri, ai marginali, ai drogati, ai popoli del "terzo mondo".

La Chiesa pilastro della società capitalistica avanzata, non perché predica Gesù unico Salvatore dell'uomo, ma perché pone rimedio, con i suoi preti, suore, volontari, istituzioni caritative, ai disastri delle "strutture di peccato" nelle quali siamo tutti immersi. Insomma, si tenta di ridurre il cristianesimo ad un sistema morale e consolatorio dell'uomo alienato dal capitalismo e dal materialismo, passando dal messaggero al messaggio: cioè da Gesù Figlio di Dio, unico Salvatore dell'uomo, ai "valori morali" che sarebbero comuni a tutti. La gente ha fame e sete di Dio e noi le diamo il "discorso dei valori", che in un discorso di fede ha senso solo se centrato sulla persona di Cristo.

In Cina, visitando il seminario della diocesi di Sheqi, ho incontrato una ventina di giovani e uomini che studiano da sacerdoti, senza libri, senza biblioteca, quasi senza insegnanti. Due soli sacerdoti dirigono il seminario: il Vescovo stesso e il parroco della cattedrale e factotum della diocesi. Ho chiesto al Vescovo, che è stato venti e più anni in carcere, com'è possibile formarli alle scienze sacre e mi ha risposto: «Noi qui formiamo uomini appassionati di Cristo e forse martiri per la fede».

«Chi è per te Gesù Cristo?». Ecco una bella domanda da porre a tutti coloro che si proclamano cristiani. La fede non è solo un fatto intellettuale staccato dall'esistenza quotidiana, ma amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. Il Papa lo dice con chiarezza: la missione è comunicazione di un'esperienza , per cui «il vero missionario è il santo» (Redemptoris Missio, n. 90). Chi vive veramente il vangelo vale di più, per la missione e la nuova evangelizzazione, di tutti i piani pastorali e i documenti e i comitati, perché «il Santo è il Vangelo vissuto oggi», come ha detto il Card. Carlo Maria Martini.

Studiando bene le lettere di due Servi di Dio, Marcello Candia e Clemente Vismara, di cui è in corso la Causa di canonizzazione (ne sono il Postulatore), mi sono convinto di questo: la mediocrità della nostra vita, che a volte ci rende tristi e scontenti, scoraggiati e pessimisti, non viene da difficili condizioni esterne, da scarsa cultura o salute o successo; viene dalla nostra poca comunione con Dio, dal fatto che la nostra fede è debole e limitata al piano intellettuale: non ci riscalda, non ci dà forza né gioia nelle avversità. Candia e Vismara, pur avendo avuto vite difficili con molte sofferenze, incomprensioni, difficoltà malattie, erano sempre pieni di gioia perché conoscevano bene e amavano profondamente il Signore.

Dobbiamo essere innamorati di Gesù! San Paolo diceva di essere stato «afferrato da Cristo Gesù» (Filippesi, 3, 12): «Mihi vivere Christus est», per me vivere è Cristo. E aggiungeva: «Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l'ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo» (Filippesi 3, 7-8). Gli esegeti hanno contato nelle lettere di San Paolo 164 volte l'espressione: "in Christo", cioè la vita in Cristo. «Chi è il missionario?» hanno chiesto una volta a Madre Teresa, che ha risposto: «È quel cristiano talmente innamorato di Gesù Cristo, da non desiderare altro che di farlo conoscere e amare».

 


 

 


 

Fonte :  www.vatican.va