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RELIGIONE : vita cristiana : Testimoni di speranza nella città , di Giorgio Campanini

 

TESTIMONI DI SPERANZA NELLA CITTA'

di Giorgio Campanini

 


 

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi… sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”. Così il famoso esordio della costituzione pastorale “Gaudium et spes”. Il Convegno ecclesiale di Verona vuole essere, in qualche modo, una rivisitazione ed una riattualizzazione della fondamentale intuizione dei Padri conciliari. Si tratta di essere testimoni della speranza cristiana nella città, condividendo sino in fondo le sue problematiche, facendosi carico delle sue aspirazioni e delle sue paure, dei suoi punti di forza e delle sue aree di debolezza.

È appunto a questa riflessione di insieme che sollecita il documento preparatorio al convegno ecclesiale di Verona, “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. A partire da esso saranno proposte alcune essenziali riflessioni che in un primo momento affronteranno il problema della crisi di speranza nel nostro tempo ed in un secondo momento cercheranno di individuare alcuni possibili “luoghi della speranza” all’interno dei quali i credenti e soprattutto i fedeli laici possano essere autentici testimoni di Cristo Risorto.

 

 

I – Eclissi e ritorno della speranza nel nostro tempo

 

Gli scenari del mondo in questa fase di avvio del terzo millennio non sembrano particolarmente aperti alla speranza. Senza indulgere a facili e sterili catastrofismi, si deve riconoscere che non sono pochi i segnali che manifestano una accentuata paura nel futuro e che sembrano indulgere al pessimismo piuttosto che all’ottimismo.         

 

- Si devono innanzitutto riconoscere i limiti, sempre più evidenti, dello sviluppo tecnologico, che appare sempre più come processo involutivo che alla fine divora se stesso. Gli ultimi tre secoli hanno consentito, grazie allo sviluppo della scienza e della tecnica, immensi progressi materiali (dal prolungamento della durata e della stessa qualità della vita all’acquisizione di risorse economiche impensabili in altre stagioni dell’umanità). Ci si domanda tuttavia, sempre più frequentemente, se alla fine gli uomini di oggi siano veramente più felici e realizzati: si affaccia ricorrentemente il pericolo di un’auto-distruzione dell’umanità per effetto della minaccia atomica; si esprimono motivate preoccupazioni circa l’irreversibile deterioramento dell’ambiente fisico; si constatano le crescenti manifestazioni di disagio della civiltà urbana, dalle malattie mentali alla delinquenza, alla tossicodipendenza. Gli uomini e le donne di oggi appaiono nello stesso tempo più sani e più ricchi da una parte, più indifesi e più insicuri da un’altra parte.

 

- Concorre a determinare questi diffusi stati d’animo il radicarsi di processi di secolarizzazione che da circa tre secoli a questa parte hanno invaso l’area dell’Occidente e stanno ormai lambendo altre parti del mondo. La speranza religiosa che ha a lungo sorretto l’Occidente si è trasformata in speranza puramente umana, ma proprio per questo ha dovuto riconoscere sempre più chiaramente i propri limiti. Nel momento in cui ha riposto tutte le sue attese e le sue aspettative sul progresso tecnologico e materiale, rifiutando la vita ultraterrena e chiudendo l’uomo nel solo orizzonte terreno, la secolarizzazione ha fortemente ridotto gli spazi della speranza. Si è affermato che è possibile vivere “Etsi Deus non daretur”, come se Dio non vi fosse; ma questo mondo senza Dio rischia di diventare invivibile.

 

- Opera nella medesima direzione l’ormai evidente e manifesta crisi delle utopie, dall’ideologia di una scienza onnipotente al sogno di una società giusta in cui il male fosse definitivamente estirpato grazie al rovesciamento dei rapporti di potere e di proprietà, nella prospettiva di un marxismo che, nella sua realizzazione storica, ha avuto esiti diametralmente opposti a quelli che si era ripromesso.

 

- Non concorre ad alimentare la speranza, infine, il clima di paura e di insicurezza determinato dalla minaccia, e in parte dalla realtà, del terrorismo, sullo sfondo di un rapporto fra l’occidente e le altre aree del mondo che sta diventando sempre più, potenzialmente, conflittuale. Senza evocare schematiche ipotesi di “scontri di civiltà” o la minaccia incombente di nuove “crociate”, sia in una direzione che nell’altra, non vi è dubbio che gli attuali scenari del mondo rivelino drammatiche e profonde tensioni delle quali non appare vicino, né facile, il superamento.

 

- Oltre tutto, i mezzi di comunicazione di massa accentuano a dismisura  questo insieme di fenomeni ed inducono spesso una sorta di “catastrofismo mass-mediale”.

Decine di milioni di madri curano amorosamente i loro bambini, ma nessuno parla di esse; ma quando una di loro uccide il proprio bambino, di queste vicende i teleschermi sono pieni. Milioni di turisti percorrono le strade del mondo, ma quando uno di essi viene rapito o ucciso, inizia il bombardamento mass-mediatico. Si instaura così un clima di paura, di insicurezza, talora una vera e propria sindrome da stato d’assedio che non può non indurre al pessimismo, se non si introducono i necessari correttivi e se non si ritrovano le ragioni della speranza.

 

 

Come avviare una, necessaria, inversione di tendenza?

 

Vi sono state alcune stagioni della storia in cui si è verificata una sorta di talora inconsapevole simpatia, e talora di vera e propria continuità, fra speranza umana e speranza cristiana. Agli inizi del Rinascimento la scoperta dell’uomo, delle sue potenzialità, della sua bellezza non è apparsa in irriducibile contrasto con un messaggio cristiano esso pure incentrato sull’uomo immagine di Dio. All’epoca della rivoluzione francese, nonostante gli eccessi e le aberrazioni dei giacobini, sembrò che gli ideali di libertà, di eguaglianza, di fraternità evocati da quello che fu una sorta di “braccio secolare” dell’Illuminismo, non fossero incompatibili con il Cristianesimo e anzi ne rappresentassero, inconsapevolmente e paradossalmente, una ripresa. Fra Ottocento e Novecento vi furono cristiani o comunque credenti che videro in Gesù Cristo il “primo socialista” e ritennero possibile ricondurre gli ideali del socialismo ai grandi valori dell’Evangelo. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.

 

Oggi, per altro, lo scenario appare profondamente cambiato. La continuità fra speranza umana e speranza cristiana si è in larga misura interrotta ed il messaggio cristiano ha recuperato tutta la sua forza dirompente, tutta la sua radicale alternatività. Non è possibile proporre ed alimentare la speranza cristiana sulle ceneri della speranza umana; ma nemmeno ci si può illudere che una nuova capacità progettuale, una rinnovata fiducia nel futuro, possa quasi naturalmente e spontaneamente riapparire sugli scenari del nostro tempo. Sotto questo aspetto quella che stiamo vivendo è una nuova stagione di radicalità, in cui il messaggio cristiano deve ritrovare per intero la sua capacità propositiva, assumendosi il compito e la responsabilità di andare controcorrente: quanto più sembrano venir meno le speranze umane, soltanto umane, tanto più si aprono gli spazi alla speranza cristiana.

 

Non mancano d’altra parte i segnali di un diffuso, anche se ancora non generalizzato, ripensamento in ordine alla cultura dominante dell’Occidente.

 

Per riprendere le tematiche dianzi affrontate, non vi è dubbio che la presa di coscienza dei limiti della scienza metta in crisi certo acritico scientismo del passato, che ridicolizzava l’idea di “anima umana” solo perché  essa non era aggredibile dal bisturi né osservabile con il microscopio.

Nello stesso tempo, gli esiti estremi della secolarizzazione mettono fortemente in dubbio l’ingenuo assunto secondo il quale un mondo “liberato da Dio” sarebbe stato alla fine più prospero, più libero, più felice. La crisi delle ideologie, con il conseguente abbandono dei miti che avrebbero dovuto essere sostitutivi della religione, riapre alla ricerca di Dio spazi che un tempo le apparivano preclusi.

Ed infine la stessa minaccia del terrorismo sullo sfondo del possibile scontro fra le culture (impropriamente affermato come “scontro fra le religioni”) ripropone con forza un problema che a lungo l’Occidente secolarizzato aveva cercato di rimuovere; il problema, cioè, del ruolo della religione nella società e, dunque, ancora una volta, del rapporto fra la Speranza ultraterrena, propria di tutte le religioni, sotto tutte le latitudini e speranze umane rivelatesi, alla luce dell’esperienza, fragili e deboli.

 

Questi dunque, a grandi linee, gli attuali scenari della storia e del mondo: di un mondo, tuttavia, che non è e non può mai essere abbandonato da Dio e dunque lasciato alla sua disperazione; di un mondo che può e deve ancora essere abitato dalla Speranza, a condizione che vi siano uomini e donne capaci di farsene portatori in una fase storica caratterizzata dal declinare di antiche certezze e dal faticoso emergere di nuove potenzialità. Solo le “doglie del parto” (Rom 8,22) di cui parlava quasi duemila anni fa l’apostolo Paolo, possono risolversi con la morte (e dunque con la disperazione) oppure con la vita e dunque con la speranza. Che queste doglie siano il preludio di una nuova vita: è questo il compito, la responsabilità storica dei cristiani.

 

 

 

II – I LUOGHI DELLA SPERANZA – Il cristiano nella società

 

Se questo è il contesto nel quale la Chiesa che è in Italia opera, quali sono le modalità e soprattutto i luoghi, attraverso i quali e nei quali i cristiani possono essere portatori di speranza?

 

Il documento preparatorio del convegno di Verona indica cinque fondamentali aree della testimonianza cristiana e, insieme, altrettanti LUOGHI DELLA SPERANZA. Sono, precisamente, la vita affettiva; il lavoro e la festa; le situazioni di debolezza e di emarginazione; il mondo della comunicazione sociale (e, in questo stesso ambito, la cultura e la scuola) ed infine l’ambito di esercizio della cittadinanza.

 

Si tratta di un ventaglio assai vasto di possibilità e di potenzialità, che è di fatto impossibile approfondire in misura ragionevole nell’ambito di una sola relazione e la cui analisi richiederebbe oltretutto competenze specifiche (non a caso, a quanto risulta, a Verona saranno previste cinque specifiche relazioni, facenti riferimento a ciascuna di queste tematiche).

 

Da parte mia, sia per la consapevolezza dei miei limiti, sia per ragioni di tempo, vorrei soffermarmi sull’esercizio della CITTADINANZA. Si tratta, indubbiamente, di uno sguardo limitato e parziale; ma, fortunatamente, data la distanza che ci separa dal convegno di Verona, non mancheranno in futuro le occasioni sia per approfondire le tematiche oggi affrontate, sia per soffermarsi su altre problematiche che qui non è stato possibile analizzare. D’altra parte la questione della “cittadinanza” e cioè quella della presenza dei credenti alla vita della società civile, appare di grande rilievo ai fini dell’individuazione delle modalità di rapportarsi, da parte dei cristiani e della stessa Chiesa istituzionale, con gli uomini del nostro tempo.

 

Fondamentale campo di impegno dei credenti è quello della società civile e della comunità politica. Importanti indicazioni al riguardo sono provenute anche dalla recente enciclica di Benedetto XVI “Deus Caritas est”, in particolare là dove, sottolineando lo stretto legame che intercorre fra l’esercizio della carità e l’impegno per l’attuazione della giustizia (che non si escludono affatto, ma, al contrario, sono fra loro complementari), ha posto in evidenza le responsabilità della politica in vista dell’attuazione di una società giusta (n.28) e, in questa prospettiva, ha sottolineato l’importanza della Dottrina sociale della Chiesa ed ha affidato ai fedeli laici il compito di operare per la costruzione di una società giusta. “Come cittadini dello Stato – afferma fra l’altro l’enciclica – essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica… Missione dei fedeli laici è pertanto di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità”, esercitando in questo modo una vera e propria “carità sociale” (n.29).

 

Dietro questo impegno nella società sta necessariamente l’apertura alla speranza: alla speranza di una società migliore, più giusta, più libera. Se la politica fosse condannata all’autoreferenzialità, se il potere fosse strutturalmente abbandonato al Maligno, se fosse impossibile praticare la politica ed avere le “mani pure”, allora l’impegno dei cristiani non avrebbe più senso.

 

Il legame che la “Deus caritas est” stabilisce fra la carità e la giustizia sembra implicitamente mirato a denunziare uno scollamento che si sta frequentemente manifestando all’interno di una comunità cristiana, come quella italiana, delusa e per certi aspetti frustrata dal brusco ed inglorioso tramonto di quella forza politica, la Democrazia Cristiana, cui non soltanto i credenti, ma lo stesso magistero pontificio ed episcopale avevano a lungo guardato con manifesta simpatia, forse caricando il partito di un insieme di attese di rinnovamento e di cambiamento che solo in parte, nello specifico contesto italiano, avrebbero potuto essere soddisfatte e la cui mancata realizzazione – insieme ad un grave deterioramento del costume politico – sta alla base della crisi degli anni ’90.

 

Dietro il forte impegno del laicato italiano nell’ambito del sociale – e soprattutto del volontariato – e il parallelo disimpegno nel campo della politica sta appunto questa dicotomia fra impegno nella carità e impegno per la giustizia che Benedetto XVI ha voluto denunziare.

 

Per quali vie contrastare questa tendenza e recuperare la speranza – la “piccola”, ma non irrilevante speranza – della politica?

 

- Una prima linea di riflessione passa attraverso la critica di quello che, già nel primo Ottocento, Antonio Rosmini chiamava il “perfettismo” e cioè il sogno di realizzare una società perfetta grazie all’apporto di una classe politica a sua volta perfetta. Se questo si attende dalla politica, la delusione è inevitabile, anche perché la storia sta lì ad indicarci a quali esiti aberranti siano pervenuti i regimi politici – dai puritani della Nuova Inghilterra ai giacobini di Robespierre, ai fanatici seguaci di Hitler o di Stalin – che hanno teorizzato e praticato, il duro rigore della “ortodossia” e conseguentemente emarginato, o eliminato, i dissenzienti. Senza nulla concedere al relativismo etico, ciò che occorre alla comunità cristiana è un “sano relativismo” nei confronti della politica: nella consapevolezza che, sino a quando si esigerà una politica perfetta e, al suo interno, politici cristiani perfetti, altra prospettiva non vi sarà che quella delle catacombe.

 

- Una seconda linea di riflessione, ma in questo caso anche di azione, passa attraverso una cultura delle vocazioni che non prescinda anche dalla politica. Ci si preoccupa e giustamente, di una comunità cristiana che, in molti luoghi, non riesce più ad esprimere autentiche e mature vocazioni al sacerdozio ed alla vita religiosa e, giustamente, si celebrano apposite “giornate vocazionali”. A quando una giornata di preghiera e magari anche una raccolta di fondi, per le vocazioni alla politica e cioè per richiamare i credenti al dovere della loro partecipazione alla vita della città e per apprestare adeguate strutture formative, a partire da una rinnovata attenzione, anche sul piano della catechesi, alle tematiche della giustizia sociale e dunque anche della politica?

 

- Una terza possibile linea di azione è quella che riguarda la stessa comunità cristiana come indiretto luogo di formazione alla politica in quanto educatrice alla corresponsabilità, al dialogo, all’impegno. Una Chiesa tutta appiattita sul ministero presbiterale e poco attenta ai ministeri laicali; una Chiesa in cui vi è da una parte chi comanda e dall’altra chi esegue; una Chiesa in cui soltanto alcuni parlano e altri passivamente ascoltano chiude inevitabilmente, al di là della sua esplicita intenzionalità, spazi all’inventività, alla partecipazione, alla progettualità e dunque alla speranza. Questa virtù cristiana non può essere consegnata soltanto nelle mani di qualcuno, ma deve essere di tutti, perché l’intero popolo di Dio è chiamato a farsi portatore di speranza nella comunità degli uomini.

 

 

Di qui alcune specifiche indicazioni operative.

 

- In primo luogo occorre investire di più nell’ambito della formazione sociale, sia nella vita ordinaria della comunità cristiana (dalla catechesi all’omelia), sia nella sollecitazione dell’impegno di volontariato, sia attraverso appositi momenti di specifica formazione alle problematiche della società, senza dimenticare mai che dote fondamentale di chi intende porsi a servizio degli altri nella vita pubblica è la competenza.

 

- In secondo luogo è necessario valorizzare al massimo il ruolo dei fedeli laici nei vari organismi partecipativi, primi fra tutti i Consigli pastorali diocesano e parrocchiali, per fare di essi dei luoghi di libero e aperto dibattito e dunque di formazione al dialogo e, in generale, alla democrazia: e ciò non perché la Chiesa sia di per sé una “società democratica” (così non è, perché la sua autorità deriva da Dio e non dagli uomini) ma perché vi sono regole comuni a tutte le società e non si può educare all’esercizio della democrazia se non si rispettano alcuni fondamentali criteri, primo fra tutti quello della responsabile compartecipazione alle decisioni.

 

- Infine, perché le vocazioni alla politica sorgano e maturino, occorre nella comunità cristiana una costante educazione al discernimento: virtù insieme ecclesiale e civile, perché dire discernimento significa capacità di leggere e decifrare le situazioni ed individuare la via migliore per la soluzione dei problemi (ciò che vale tanto nella Chiesa quanto nella società politica).

 

 

Tutto ciò non implica un’indebita sopravvalutazione della politica, perché non è dalla politica che viene la salvezza, ma assumere coscienza delle responsabilità che la comunità cristiana in generale e i fedeli laici in particolare hanno nei confronti della storia: essa non è mai semplicemente “storia profana”, fatta soltanto dagli uomini, ma è anche e sempre, storia sacra. Da quando Dio si è fatto uomo e dunque si è fatto storia, non è più una storia degli uomini che non sia anche “storia di Dio”. È, questa, una delle grandi lezioni del Vaticano II. Nessun appiattimento sulle vicende della storia, dunque, ma una costante e simpatica attenzione alla storia, perché è in essa che si costruisce, o non si costruisce, il regno di Dio.

Il terreno della politica è lo spazio, umile ed accidentato, di questa costruzione; ma è lì che i cristiani – senza mai identificare la Chiesa con una determinata struttura sociale e tanto meno con l’uno o l’altro partito – sono chiamati a rendere la loro testimonianza: facendo, essi sì, come laici disposti a pagare in prima persona, le loro scelte di campo. Equidistanza dalla politica dei partiti non può mai significare, per la Chiesa, distacco dai problemi della politica, che sono i problemi di tutti gli uomini. Spetta ai fedeli laici, con il loro impegno responsabile e senza rivendicare primogeniture ecclesiali, evitare questo distacco.

 

 

 

CONCLUSIONE – I nuovi segni della speranza

 

Nonostante le ombre che l’attraversano, non mancano in questa fase iniziale del terzo millennio i segni della speranza. Permangono minacce (ed anche drammatiche realtà) di guerra, ma la cultura della pace, la consapevolezza che le armi non risolvono alcun problema, prende piede in vaste componenti dell’umanità. Restano drammatiche divaricazioni nello sviluppo e nell’accesso ai beni della terra, ma queste distanze, in passato acriticamente subite, appaiono intollerabili ed inaccettabili ad un numero sempre maggiore di uomini e di donne. Persistono aree di presuntuoso scientismo, ma filoni consistenti del pensiero e della ricerca scientifica riscoprono i limiti di una ragione abbandonata a se stessa e sono alla ricerca di più sicuri punti di riferimento. Non mancano manifestazioni di esasperata conflittualità della politica ma con il consolidarsi dell’Unione europea vengono superate antiche contrapposizioni fra gli Stati nazionali ed anche sul piano interno non hanno più risonanza gli antiche appelli al terrorismo, alla violenza, alla guerra civile.

 

Non vi è dubbio che la crisi delle antiche certezze stia determinando, soprattutto in componenti non marginali delle nuove generazioni, un diffuso scetticismo, una fuga nell’immediatezza del quotidiano, la tendenza ad accantonare o ad abbandonare per sempre ogni serio impegno per il futuro. Rischia così di venir meno quella attitudine progettuale che rappresenta lo stesso fondamento umano della speranza e che è l’humus naturale sul quale può crescere (e mancando il quale sfiorisce) la stessa Speranza cristiana.

 

Di fronte ad una società diffusamente secolarizzata, che sostituisce alla speranza la previsione, la programmazione, la probabilità statistica (o, in direzione opposta, la caduta della fede nel futuro), spetta ai cristiani essere operosi testimoni di valori che non passano. Si tratta di disboscare impietosamente le “piccole speranze” per aprire un varco all’irruzione della “grande speranza”, l’unica che dia pienezza di significato al vivere dell’uomo.

 

Non è necessario, per questo, teorizzare il “sonno della ragione”, come se soltanto rinunziando a pensare fosse ancora possibile sperare, ma piuttosto di fare appello ad una più ampia e comprensiva ragione, che abbraccia l’intelligenza e il cuore, della quale i mistici e i poeti hanno colto il senso più lucidamente di quanto a volte abbiano fatto i filosofi e gli scienziati. Come ha scritto una volta di poeta Charles Péguy, la virtù della Speranza è una “piccola sorella” quasi soffocata e sempre sovrastata dalle grandi sorelle (la fede e la carità sul piano teologico ma la ragione e l’efficienza sul piano umano…). Quasi invisibile e apparentemente trascinata a rimorchio dalle sorelle maggiori, in realtà è la “piccola speranza” che le sorregge e le guida:

“la Fede vede solo quello che è  e Lei vede ciò che sarà;

la Carità non ama se non ciò che è e Lei, Lei ama ciò che sarà”.

 

È di questa piccola-grande Speranza che i cristiani sono chiamati ad essere testimoni in ogni tempo e della quale, come credibili testimoni, devono sapere “dare ragione”, coniugando le “ragioni di Dio” con le “ragioni dell’uomo”.

 

 

 

 


 

Fonte : la Redazione ringrazia il prof. ing. Francesco Tortorella che ha gentilmente segnalato la relazione del prof. Giorgio Campanini ad ARTCUREL.