ARTCUREL: Arte, Cultura e Religione

 (Art , Culture and Religion)

   www.artcurel.it   ---  info@artcurel.it   ---   prima pagina                                                                   

  RUBRICHE AUTORI :  P. Felice Artuso : la Passione - Croce di Cristo e la Sua rappresentazione simbolica  

 

IL CINEMA E LA PASSIONE DEL SIGNORE

di P. Felice Artuso 

 

                      

 

L’arte cinematografica è un meraviglioso strumento di comunicazione visiva, sonora e movimentata. Nata in Francia nel 1895, è perfezionata e diffusa con rapidità in ogni nazione. Essa ha caratteristiche popolari, didattiche, pubblicitarie, documentarie, spettacolari, ricreative e provocatorie. Aggrega ordinariamente il pubblico per settori d’interesse culturale, scientifico, sociale, etico e religioso. Esercita sulle platee un’influenza maggiore di qualsiasi tipo di dibattito o di studio letterario. Suscita, infatti, emozioni, persuasioni, reazioni e aneliti, riscontrabili specialmente nelle consistenti e attive discussioni dei cineforum. Prodotto eminentemente commerciale, prima muto con sequenze in bianco e nero, in seguito fonetico e a colori, raggiunge in breve tempo livelli tecnici imprevisti. Riconosciuto il suo alto valore storico e artistico, nel 1959 Giovanni XXIII inaugura la Filmoteca Vaticana, nella quale sono archiviate le filmine sull’attività della Chiesa. La prima pellicola risale al 1896 e mostra Leone XIII, che benedice una cinepresa. Nel 1980 l’UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization) riconosce che l’arte cinematografica è un bene della nostra epoca, che l’umanità deve produrre e conservare.
Fin dagli inizi della cinematografia, mossi dal desiderio di acculturare, educare, catechizzare e proporre al popolo modelli di vita, alcuni registi realizzano pellicole d’ispirazione religiosa, Ripresentano secondo una propria visione gli episodi principali della storia biblica, determinata dalla presenza incessante, nascosta, attiva e liberante di Dio. Creano pure delle fiction cinematografiche o televisive su personaggi divenuti famosi per la loro fede coraggiosa, tenace, illuminante ed esemplare. Elaborano delle scene, che educano gli spettatori ad apprezzare la bellezza evangelica, a prendere in seria considerazione la dignità umana e ad interrogarsi sui problemi della vita e della morte, della gioia e del dolore, della salvezza e della dannazione eterna. Talora effettuano anche dei cortometraggi sul culto ordinario della Chiesa, sulle devozioni popolari e sulle festività eccezionali. Filmano dei raduni di fede, che hanno un valore documentario fondamentale.
Nei primi cortometraggi in bianco e nero, oggi patrimonio d’archivio, alcuni registi girano scene sul senso della vita e della passione del Signore. Nel 1899 i fratelli parigini, Luigi ed Augusto Lumière, riprendono immagini della sacra rappresentazione di Oberammergau, località in Monaco di Baviera, ed ottengono un imprevisto interesse popolare. In seguito i cineasti di Holliywood, scoprendo che Gesù fu un personaggio popolare e affascinante, intuiscono che la gente desidera vederlo e sentirlo parlare, per incrementare le proprie nozioni sulla sua vita. Certi di ottenere un consistente profitto economico, producono sulla sua persona dei film spettacolari e piacevoli. Appassionato sostenitore dei nuovi mezzi di comunicazione e di evangelizzazione, don Giacomo Alberione istituisce in Italia la “Parva Film”, specializzata nella produzione e nella distribuzione della cinematografia religiosa. Nel complesso in soli cento anni i registi di varie nazioni realizzano circa 150 pellicole su Gesù. Improntano i loro fotogrammi, ispirandosi al suo ambiente, ai costumi di quell’epoca e alla personale interpretazione dei racconti evangelici. Scelgono le immagini dei loro film, togliendole dalle migliori opere dell’arte religiosa e dalle sacre rappresentazioni medievali. Evidenziano solitamente la povertà, la laboriosità, il messaggio d’amore, la determinazione, la solitudine, l’incomprensione, il rifiuto, la sofferenza, la morte di croce e la risurrezione di Gesù. Danno inoltre uno spiccato rilievo ad alcune apparizioni del Signore, benché abbiamo grosse difficoltà a rappresentarle. Tramite la pubblicità dei cartelloni o di altri strumenti informativi ottengono un’alta percentuale di spettatori, desiderosi di vedere il sacro e di farne un’autentica esperienza. Come succede per tutti i film impegnativi fomentano schieramenti interpretativi opposti: approvazioni e polemiche, apprezzamenti e contestazioni. Contribuiscono tuttavia ad avvicinare milioni di spettatori a Gesù, il Figlio di Dio e di Maria vergine. Incrementano in loro una conoscenza più approfondita del suo annuncio evangelico e li aiutano a formarsi un’idea attendibile della sua vita di giudeo carismatico e praticante. Li orientano pure a superare le sensazioni di cupezza quotidiana, a soccorrere i più sofferenti, ad abbandonare l’indifferenza religiosa e ad iniziare un continuo percorso di conversione e di elevazione interiore.
Diversi registi italiani hanno prodotto film sulla vita e sull’insegnamento di Gesù, ispirandosi alle conoscenza del mondo ebraico, ai testi evangelici, alla teologia cristiana e alla sacre rappresentazioni, perfezionate nel corso del tempo. Evochiamo i migliori film, realizzati dai nostri italiani: Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964); Il Messia di Roberto Rosellini (1975); Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli (1977); I Giardini dell’Eden di Alessandro d’Alatri (1998). Segnaliamo inoltre che alcuni cineasti hanno prodotto film su Gesù, estranei alla sua storia e completamente fantasiosi. Pensiamo per esempio al film ‘Jesus Christi Superstar’ di Norman Jewison. Questo autore cinematografico presenta appunto un Gesù dalle caratteristiche di un divo moderno, che attrae, incanta, rallegra e diverte la gente. Qualche regista ha dato anche la voce ai crocifissi, venerati nelle chiese parrocchiali. Ricordiamo specialmente il film, tratto dal romanzo di Giovanni Guareschi: Il «Piccolo Mondo». In questa pellicola don Camillo, rozzo parroco di campagna e avversario politico del sindaco Peppone dialoga a tratti con il Crocifisso, posto sull’altare maggiore della chiesa. Negli affettuosi colloqui riceve illuminanti istruzioni e rimproveri dal Crocifisso, ma non si lascia convincere molto dalle sue parole, che gli risvegliano la coscienza della vocazione ministeriale. Ricordiamo infine che dei cineasti hanno ideato e registrato delle Via Crucis, nelle quali hanno intrecciato le sofferenze dell’ultimo percorso di Gesù con il racconto di analoghe esperienze di alcune persone.
Nessun regista ha prodotto un film, concentrandolo unicamente sulla passione del Signore. L’australiano Mel Gibson ha tolto questo vuoto cinematografico, ricostruendo l’ultimo giorno di Gesù, che inizia con l’agonia al Getsemani e termina con la morte di croce. Prima di porsi all’opera egli analizza l’arte sacra e la cinematografia su Gesù. Indaga, studia, pensa e medita per 12 anni. Consulta biblisti, teologi, rabbini ed esperti nella comunicazione di massa. Acquisiti gli elementi necessari, nel 2003 sceglie di rappresentare i patimenti fisici del Signore. Redige il testo, dimostrando una conoscenza precisa dei costumi dell’epoca. Compone lo scritto, che risulta molto fantasioso nelle interpretazioni personali. Lo basa sui quattro Vangeli, sugli Apocrifi, sulle visioni sanguinose di Maria Agreda (1602-1665) e della beata Anna Caterina Emmerick (1774-1824) e sulla drammatica raffigurazione del crocifisso di Mathias Grünewald. Nella pellicola evidenzia molto la teologia dell’espiazione vicaria, prefigurata dal capro impuro, condotto nel deserto e gettato a sfracellarsi in un profondo burrone.
Coinvolge oltre mille persone per realizzare dell’opera. Assegna a Jim Cavieziel, uomo robusto e muscoloso, di impersonare Gesù. Filma le sequenze negli studi romani di Cinecittà e tra le pietre di Matera, dove Pasolini aveva girato il Vangelo secondo Matteo. Adotta lo stile hollywoodiano, che gioca sul contrasto tra il giusto e l’iniquo, l’onesto e il corrotto. Intitola la pellicola: “The Passion of Christ” (La Passione di Cristo). Si preoccupa di mostrare al pubblico le brutalità fisiche che Gesù ha subito nelle ultime ore della sua vita terrena. Lo presenta che da vero ebreo cerca di esternare l’amore di Dio per l’umanità. Infatti, non si lamenta con i suoi crudeli aguzzini, ma tace, patisce, sopporta e sanguina. Negli intervalli o nelle scene da brivido Gbison inserisce una colonna sonora mediorientale e rumori ad effetto emotivo. Sceglie i colori chiaroscuri dell’arte barocca, per suscitare negli spettatori disagio e disgusto. Volendo offrire a tutti la sensazione di trovarsi di fronte ad un dramma in diretta, introduce una novità assoluta nella storia della cinematografia biblica: mostra i personaggi che dialogano nella loro lingua madre. Mescola pertanto gli idiomi antichi: l’aramaico, l’ebraico, il greco e il latino. Essendo incomprensibili al pubblico, concede in seguito di apporre una traduzione scritta.

 

Il film inizia con le parole attribuite all’azione del Servo di Dio: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5). Nella sequenza appare Gesù che agonizza e prega nel Getsemani, mentre i tre discepoli prediletti lo osservano a distanza e si urbano assai. Satana avvicina quindi Gesù nella sembianza di una bieca donna, figura della presenza del male. Lo guarda con malignità e perfidia. Per deviarlo dal compimento definitivo della sua missione, gli parla con una voce maschile e gli sferra quest’insidiosa tentazione: «Può un solo uomo portare su di sé tutto il peso dei peccati?». Non ottiene tuttavia alcuna risposta, perché Gesù non dialoga più con lui.
Seguono le orride scene della passione. Giuda Iscariota, che ha indurito il cuore, bacia Gesù, lo segnala ai sequestranti e si separa definitivamente da lui. Infastidito da ragazzi furiosi come spiritelli, impazzisce, si dispera, s’impicca e rimane appeso sopra un ripugnante carcame d’asino. Per difendere Gesù in balia dei nemici, Pietro ferisce il servo, Malco. Gesù tuttavia lo rimprovera, guarisce il servo, si lascia incatenare e condurre nel palazzo dei Sommi Sacerdoti. Durante il tragitto attraversa il torrente Cedron, ma cade dal ponte e vi rimane penzolante e riprende poi il cammino. Nell’abitazione di Anna e di Caifa è sottoposto ad un irritante interrogatorio e ad un odioso linciaggio. Trasferito nel pretorio, è accolto da Pilato che lo esamina, riconosce la sua innocenza, tenta di difenderlo, mandandolo dal frivolo Erode Antipa e barattandolo con il folle Barabba. Ordina quindi che sia flagellato, per soddisfare la pretesa della suggestionata folla.
I soldati eseguono l’ordine del prefetto romano. Flagellano Gesù, contando i colpi che gli infliggono. Lo lacerano su tutto il corpo, senza mai rabbrividire. Non contenti dello scempio, lo dileggiano in diversi modi: l’incoronazione di spine, gli sputi, gli schiaffi, le bastonate, i calci, i pugni ed i ghigni. Egli sopporta la loro violenza con eroico contegno e lancia sguardi d’amore. Le scabrose sequenze s’interrompono con dei brevi e commoventi flashback, rimandi alla vita privata e pubblica di Gesù o di Maria Vergine. Dopo le torture, imbrattato di molto sangue, Gesù ascende al Golgota sotto una pesante croce, mentre i due malfattori, puniti con la stessa pena, non appaino con alcun segno di violenta brutalità. Egli avanza in mezzo alla folla che lo osserva e si scambia un parere sulla sua condanna. Esausto, cade ripetutamente a terra. Con l’aiuto del Cireneo arriva sul Calvario, dove i soldati gli strappano la tunica, lo inchiodano alla croce, tendendo le braccia con delle funi. Sospeso quindi tra cielo e terra, schizza sangue dalle ferite maggiori, agonizza, prega il Padre, rivolge parole di speranza al malfattore convertito e dall’alto plana un corvo che con una beccata strappa un occhio all’altro malfattore.
Gesù sembra uno sconfitto, che muore tra l’alterigia e la boria dei nemici, l’indifferenza e la compiacenza dei soldati, i tuoni e il pianto di Dio Padre, che lascia cadere una lacrima sulla croce. Maria Vergine sconvolta e spruzzata sulla faccia di sangue, assieme alla Maddalena sta unita allo strazio del Figlio. Partecipa al suo amoroso sacrificio e lo guarda con affetto materno. Gibson chiude il film, dando pochi fotogrammi. Mostra brevemente la frattura del tempio, l’acqua zampillante dal costato di Gesù, la deposizione dalla croce, la sepoltura, l’apertura del sepolcro, la pietra ribaltata, i lini sgonfiati, la luce dell’alba e la disfatta di Satana. Gesù risorto quindi appare in piedi, ostentando un’impronta ripulita della crocifissione.
La pellicola d’ottima qualità tecnica, acquisibile in cassetta o in DVD, non marca la coscienza che Gesù ha di se stesso. Ignora i suoi gesti di perdono incondizionato e l’atto di abbandonarsi nelle mani del Padre. Sottovaluta la responsabilità storica dei crocefissori. Manca di una pedagogia sul senso della vita, della fede e della colpa universale. Il film scuote, turba, angustia ed angoscia. Fomenta contestazione, ribellione, rifiuto e orrore. Nessun cineasta ha avuto il coraggio di rappresentare Gesù così massacrato, deformato e odiato. Non è stato pronunciato un giudizio unitario sulla pellicola. Qualche ebreo ha ritenuto che il film abbia un residuo antisemita. Per smussare quest’opinione, Gibson ha tolto la scena nella quale Caifa grida a Pilato: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!» (Mt 27,25). La maggioranza degli esperti in cinematografia ha escluso che vi sia una dimensione antiebraica. Ha osservato che il film accentua piuttosto la perfidia, la violenza e l’asprezza dei romani. Gli episcopati cattolici hanno espresso una varietà d’opinioni. La conferenza episcopale statunitense ha disapprovato l’eccesso di violenza, tuttavia il card. arcivescovo di Chicago Eugene Geoge ha esortato i cristiani ad andare a vederlo. I vescovi argentini hanno lodato il film, mentre quelli francesi e tedeschi l’hanno disapprovato. La chiesa cattolica scozzese ha invitato il pubblico a guardare la proiezione della pellicola; ugualmente l’arcivescovo Mons. Rosales delle Filippine. La chiesa ortodossa russa lo ha accolto volentieri, dichiarando che mostra Dio, vicino ai sofferenti.
Lanciato da una vasta campagna pubblicitaria, il film parla a tutti gli uomini. Condanna le sevizie, le violenze e le insensibilità umane. Proiettato in parecchie nazioni, anche in Cina e in alcuni paesi islamici, chi lo vede, per soddisfare la sete di novità, d’emozione e d’esperienza sacra, esprime un parere più favorevole che contrario. La maggioranza dei cristiani accetta la crudezza del film, perché esso aiuta a conoscere meglio le sofferenze del Signore e a condividerle con il semplice sguardo. Ammette che la pellicola è stato un affare economico. Sottolinea tuttavia che essa insegna l’umile sopportazione, bandisce la violenza e suscita il desiderio di imitare la bontà di Gesù. Obbietta agli insoddisfatti che nessun film, apprezzato e lodato, sostituisce l’insegnamento della Bibbia, il magistero della Chiesa, gli studi dei teologi e le esperienze dei Santi. Queste fonti sono fondamentali e indispensabili, per arrivare ad una cognizione precisa ed esatta del Vangelo.
Non boicottiamo il filmato, per motivi ideologici o contenutistici. Se ci mostriamo tolleranti alle pellicole morbose, pornografiche, sanguinarie e corrompenti, siamolo ancor più con Gibson per aver provato di darci delle oggettive immagini di un drammatico evento. La pellicola non è certo una scuola di fede, di preghiera, di meditazione e di teologia sull’amore di Dio, ma uno strumento per conoscere un’interpretazione della passione del Signore e dell’enorme violenza nel mondo. Può essere altresì un mezzo per un cineforum, per un percorso educativo e per un approfondimento dei contenuti evangelici.

 




 

 

 

 


 

Fonte : scritti e appunti di Padre Felice Artuso (religioso Passionista) , e-mail: feliceartuso@katamail.com .