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  RUBRICHE AUTORI : Carlo Pelliccia :  La Chiesa Cattolica in Giappone

 

RELIGIONI E CULTURE IN DIALOGO :

" IL CORAGGIO DI UN NUOVO UMANESIMO "

di Carlo Pelliccia 



“Pertanto l’incontro tra i popoli non è reso possibile dalla relativizzazione della verità, essa impedisce piuttosto la creazione di legami affidabili, ma dalla scoperta di come ogni conoscenza autentica di verità non possa mai prescindere dall’atto di libertà di ogni uomo”1.

È interessante ritrovarci ancora una volta qui, nella calorosa e ospitale Napoli, città significativa per la sua storia e la sua collocazione nel cuore del Mediterraneo, crocevia di differenti tradizioni culturali e religiose, a parlare di dialogo interconfessionale e di multietnicità. Ricordando il XXI incontro internazionale di Preghiera per la Pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Arcidiocesi di Napoli, è doveroso riportare alla mente di ciascuno di noi l’impegno a cui siamo chiamati a vivere, un impegno che attraversando città in città, trova il suo “epicentro” nell’esortazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II, che aveva rivolto un appello, in quel lontano 1986, a tutti gli uomini di buona volontà: “Continuiamo a vivere lo spirito di Assisi”.

Tanta è stata la commozione e la gioia sperimentata, diverse sono state le iniziative di sensibilizzazione e di divulgazione dell’evento di ottobre, che aveva come scopo la creazione dell’autentico atteggiamento dell’uomo nuovo, di colui che non si lascia incuriosire da qualsiasi forma di violenza, ma che offre quotidianamente se stesso come preziosa risorsa capace di costruire un’umanità pacifica.

“Lo Spirito di Assisi” non vuole uniformare o unificare tutte le religioni in un “unicum religioso”, ma conservare le proprie tradizioni e trovare nel profondo di esse quelle energie di pace e di bene di cui il mondo, e in particolare la nostra città, ha bisogno. Dialogo tra le religioni non significa omogeneità di Dio e dei popoli, bensì eterogeneità, diversità vissuta nel rispetto, nella libertà e nella tolleranza.

Il dià-logos interreligioso apre il cuore alla speranza. Il dialogo non annulla le differenze. Il dialogo arricchisce la vita e scioglie il pessimismo che porta a vedere nell’altro una minaccia. Il dialogo non è illusione dei deboli ma la saggezza dei forti che sanno affidarsi alla forza debole della preghiera, che cambia il mondo e il destino dell’umanità. Il dialogo non indebolisce l’identità di nessuno ma provoca ognuno a vedere il meglio dell’altro. Nulla è mai perduto con il dialogo, tutto è
possibile con il dialogo. Il pluralismo religioso sospinge e invita il credente a una maggiore consapevolezza della propria fede, se vuole essere fedele e se vuole veramente incontrare l’altro. Il dialogo invita tutti altresì a irrobustire quell’amicizia che non separa e non confonde. La conversione al dialogo è conversione alla bellezza, è saper ricucire i rapporti, ricostruire relazioni, anche quelle tragicamente interrotte. È superare la massificazione economica che imprigiona il mondo, che schiaccia la differenza, che emargina chi è diverso e meno dotato. Giorgio La Pira, sindaco di Firenze e servo della Chiesa, affermava che “le religioni non devono alzare muri, ma costruire ponti”2 e in questo ognuno di noi deve sentirsi impegnato in prima linea, deve essere icona di quella “santa inquietudine”, che è pars costruens della nuova umanità.

Il dialogo interconfessionale si oppone ad ogni forma di violenza e all’abuso della religione quale pretesto per la violenza. Noi da veri napoletani, creati con un “cuore di carne”, dobbiamo divenire “pellegrini di pace” e “strumenti di misericordia”, dobbiamo allontanare dalle strade della nostra città qualsiasi forma di violenza e di prepotenza perché il dialogo tra le religioni e tra i popoli si serve di amore, di cooperazione e di sapienza. “Di fronte a un mondo lacerato da conflitti – afferma il Santo Padre Benedetto XVI nel saluto ai Capi delle delegazioni religiose nell’incontro interreligioso – dove talora si giustifica la violenza in nome di Dio, è importante ribadire che mai le religioni possono diventare veicoli di odio; mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza”3. Bisogna, quindi, proclamare con convinzione che: “non c’è guerra santa, ma solo la pace è santa”. “Ogni religione – ha detto Yona Metzeger, Rabbino Capo d’Israele nello stesso incontro – è contraria alla violenza ed ogni religione è contraria al terrore”4.
L’uomo che fa uso della violenza e non del dialogo è un uomo senza amore e senza Dio, è un uomo che si pone come stile di vita quello dell’Homo homini lupus, uomo lupo dell’altro uomo, è l’uomo delle caverne, della fionda e del carro. Così si esprimeva l’ermetico Salvatore Quasimodo: Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,/ con le ali maligne, le meridiane di morte,/ -t’ho visto -dentro il carro di fuoco, alle forche,/ alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,/ con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,/ senza amore, senza Cristo”5.

Insomma rafforzare la cooperazione tra le religioni e le etnie, partendo innanzitutto dalla nostra esperienza diocesana, richiede un impegno forte, che è frutto della charis (la grazia) mediante la preghiera a Dio, Principe supremo della Pace, perché la preghiera è una forza storica che muove i popoli e le nazioni (Papa Giovanni XXIII, 1959), della pistis (fede) che è capace di muovere le montagne e dell’agapé (amore) che è donazione completa di sé all’altro, “perché l’amore è la forza primordiale – scrive Raimon Panikkar promotore del dialogo interreligioso e culturale – che non soltanto muove il cielo, il sole e le stelle, ma anche il cuore di ogni uomo che nasce a questo mondo”6. D’altro canto Saicho, il fondatore del Buddismo Tendai, disse: “La compassione7 ultima è di dimenticare se stessi e di dedicarsi totalmente ai bisogni degli altri”8.

Dall’insieme di queste tre elementi nasce l’unità che sinonimo di pace, comunione e fraternità tra le genti. Il problema del dialogo delle religioni si pone oggi nel contesto di un mondo che, se da un lato si fa sempre più piccolo, divenendo sempre più un unico spazio comune della storia umana, dall’altro è sconvolto da guerre, diviso da tensioni crescenti tra poveri e ricchi e, infine, minacciato dall’abuso del potere della tecnica di intervenire su aspetti essenziali dell’ambiente. “Siamo diversi, sostiene Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio, nel suo libro Convivere -ma non così separati come si vorrebbe far credere con operazioni di isolamento culturale o concreto. Non c’è comunità che possa dirsi omogenea e ‘pura’, se non forzando se stessa e la sua storia o isolandosi bruscamente”9.

L’unità nella diversità è la fonte alla quale anela ogni credente, una caratteristica peculiare dell’individuo in quanto “animale sociale”. Il critico, filosofo e traduttore tedesco Walter Benjiamin in un saggio intitolato Die Aufgabe des Obersetzers (Il compito del traduttore) sostiene che anche da un punto di vista delle lingue si può parlare di unità nella diversità: “Le lingue – dice -non sono fra loro estranee, sono affini in ciò che vogliono dire”10, perché tra loro vi è un intimo rapporto. Le lingue si intersecano tra di loro fino a formare la reine sprache (la lingua pura), la lingua adamica o paradisiaca, la lingua antecedente all’azione babelica (Genesi XI) dell’act of God (atto di Dio).

Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari asseriva che: “Per queste parole siamo nati, per l’unità, per contribuire a realizzarla nel mondo”11 e un insegnamento più grande ci è stato donato proprio da Gesù Cristo. Nella preghiera sacerdotale, così denominata da S. Cirillo di Alessandria, Gesù in Coena Domini, dopo aver lavato i piedi ai discepoli e aver istituito il sacramento dell’Eucarestia, si rivolge ai suoi, consegnando così il testamento spirituale, dicendo: “perché tutti siano uno” (Gv 17, 20), e più avanti ancora: “perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 23).

La via del dialogo è, dunque, motore di una nuova umanità. L’incontro con le altre religioni e le altre culture genera il coraggio di un nuovo umanesimo, dà origine al nuovo Adamo: una creatura che risplende di particolare luce e di originale bellezza, perché è dotata di mitezza, il suo cuore è colmo di bontà, ha un’armatura fatta di amicizia e si nutre di pace e di amore verso gli altri.
Allora la scelta del dialogo per noi cattolici partenopei non è legata ad un periodo o ad una tattica: è uno dei modi di vivere la propria missione in mezzo alle genti. È il cammino di una piccola parte della Chiesa di Roma che comunica il Vangelo con serietà, sforzandosi di viverlo e metterlo in pratica. “Una comunità cristiana – scriveva Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio – sa che il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa”12 .

Attualmente come comunità civile, sociale e cristiana, in linea con la nostra diocesi che si sta attivando per mettere su una sede di Forum permanente di dialogo interreligioso, “una casa dell’ONU delle religioni”, stiamo preparando un progetto interreligioso e interculturale, intitolato: “Dialogo tra le religioni per la fraternità tra i popoli: continuiamo a vivere lo spirito di Assisi”, che vede come prodotto finale l’incontro tra giovani cattolici, musulmani, ebrei e rumeni ortodossi, in un’ottica di scambio e di crescita umana, educativa, culturale e spirituale.

Concludo, riportando le parole del nostro Cardinale Arcivescovo Crescenzio Sepe, le parole che ha pronunciato nel discorso finale del XXI Meeting internazionale, che richiedono l’impegno da parte di tutti noi ad assumere la responsabilità di sani cristiani e il dovere di veri uomini: “Oggi, dunque, c’impegniamo a ipotizzare e realizzare una struttura permanente del dialogo interreligioso e interculturale, tale da aprire le porte di Napoli, alla differenza degli uomini e, la differenza degli uomini, alla ricchezza di Napoli. Abbiamo nel cuore un unico desiderio: vorremmo che Napoli diventasse la capitale mediterranea del dialogo. Questo è il nostro sogno!”13 .
 

 

 

 

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1 P. Martinelli, “Spiritualità, Europa e incontro tra i popoli”, Francescana, Roma 2007, p. 22.

2 A. Bedini, “Giorgio La Pira tra Italia e mondo”, Metodo, n. 19, giugno 2003.
3 Benedetto XVI, “Saluto ai Capi delle delegazioni che partecipano all’Incontro Internazionale della Pace”, Ianuarius,
Napoli, ottobre 2007, p. 1241.
4 Ibidem, p. 1289.
5 S.Quasimodo, “Uomo del mio tempo”, Giorno da giorno, Tutte le poesie, Milano, Mondadori 1972, p. 137.

6 R. Panikkar e G. Ravasi, Le parole di Paolo, Milano, San Paolo 2007, p. 24.
7 Compassioni in giapponese si esprime con il termine jihi, usato anche nelle lingue occidentali per indicare sentimenti
come la compartecipazione alle sofferenze altrui, la pietà o la commiserazione, virtù principale tanto cara al buddhismo
Mahayana
8 P. Poupard et al., “Buddhismo”, Dizionario delle religioni, Milano, Mondadori 2007, pp. 238-239.
9 A. Riccardi, Convivere, Bari, Laterza 2006, p. 62.

10 W. Benjiamin, “Die Aufgabe des Obersetzers“, La teoria della traduzione nella storia, a cura di Siri Nergaard,
Milano, Bompiani 1993, p. 225.
11 Cfr. C. Lubich, in C. Busquet, “Dialogo interreligioso e Focolari: semi di pace e di fraternità”, Missione oggi,
febbraio 2006. 
12 Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, circa la permanente validità del mandato missionario, Roma, 12 luglio 1990.
13 C. Sepe, “Discorso di chiusura all’Incontro internazionale di Pace”, Ianuarius, op. cit., p. 1307.

 

 


 

Fonte : scritti e appunti del dott. Carlo Pelliccia , e-mail: shomei@libero.it  .