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  RUBRICHE AUTORI : Rosarita De Martino : Storia di una chiamata - 11° Capitolo

 

STORIA DI UNA CHIAMATA

 

di Rosarita De Martino

 

 

 

11° Capitolo

  

 

 

" ...Nessuno andò ieri, né va oggi, né andrà domani a Dio

 per la stessa strada che percorro io,

per ognuno riserva un nuovo raggio di luce il sole...

                                                           (Leon Felipe)

  

 

 

Il nuovo anno si affaccia all’ orizzonte della storia ricco di promesse e proprio oggi, primo gennaio, del 1992, la voce nota di padre  Egidio spiega il significato della parola “auguri”.

Dicendo la frase buon anno ci proponiamo di metterci tutta la nostra buona volontà per collaborare alla felice realizzazione dell’ augurio appena fatto con le labbra e noi ci impegniamo nel rendere possibile l’augurio appena formulato.

Sorrido fra me, e penso che sono tantissime le persone alle quali faccio gli auguri,come  posso ,essere presente per tutti e per ciascuno?

… “Ma ancora abbiamo dimenticato di   fare gli auguri a una persona speciale che deve esserci cara: noi stessi!

Vi invito a mettervi davanti lo specchio   e a ripetervi sorridendo “auguri di

pace insieme passeremo un anno sereno perché ci accettiamo.”

 

 

ORA DI ADORAZIONE SAN CRISTOFORO - 2 GENNAIO 1992

 

Sono seduta, inginocchiata con il cuore, e contemplo questo mistero di amore, questa tua “pazzia “ per noi.

E prendi  Corpo  tramite  le mani di un uomo peccatore come tutti, tramite la voce di un uomo frastornato da mille altre allettanti e suadenti voci .

Grande è  il mistero del sacerdozio.

Poco fa padre Egidio ha celebrato con me  e per me   il sacramento della riconciliazione.

Ripetendo le sole parole capaci di dare speranza: “Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

La risonanza è ancora fresca nel mio cuore. “Fermati Rosarita guarda con fiducia la vita segui lo Stupendo compagno di viaggio che tu hai “

Per me è sempre nuova la riscoperta del tuo amore, o Gesù.

Sentirsi conosciuti e amati da Dio è il dono più grande per ciascuno di noi,

l’unico problema è quello di poterlo scoprire in tempo, in tempo opportuno

per “godere “ tale scoperta e  Tu mi hai donato tale divina possibilità.

Ti amo anche io. Ti basta il mio  Sì?

Ora l’eco del canto arriva alle mie orecchie: “Quanta sete nel mio cuore

solo in Dio si spegnerà, se la strada si fa scura spero in Lui mi guiderà”.

 

Ora divino silenzio mi avvolge complice di serenità .

 

 

SAN CRISTOFORO 13/3/1992

 

Lettera aperta a Te meraviglioso amico Gesù.

Affranto, stanco è l’animo mio ho toccato il  fondo della solitudine, dell’ angoscia, della paura, dell’egoismo, e pensavo di trovare anche i tuoi “rimbrotti” ma, strano, ho trovato solo il tuo Amore!

Meraviglia sempre nuova per me!

Tu mi mantieni sempre viva dentro e mi dici (tramite la voce paterna e fraterna) del tuo sacerdote parole di speranza e di gioia.

L’eco risuona fresco di grazia, dentro di me: “Non è grave cadere: è molto più grave restare a terra e non avere più la voglia di rialzarsi”.

Stai in piedi Rosarita io ti darò la forza necessaria giorno per giorno, non agitarti a vuoto, ma abbandonati al mio Amore anche quando non lo capisci perché  Io, il Signore, saprò riempire il tuo cuore di pace, prendi dal mio pozzo l’acqua per la tua sete, lo sai la mia acqua è bastata alla samaritana tu usa il secchio della pazienza e offrila generosamente ai tuoi fratelli, alla chiesa tutta: più ne darai agli altri più ne avrai tu.

Coraggio, su, io Gesù perdono le tue meschinità perché ti amo.”

 

Le lacrime che bagnano ora il mio viso hanno un sapore nuovo, sono diventate un tuo dono e già nel mio cuore rinasce il sorriso.

Non permettere o Gesù che io mi smarrisca nei cupi sentieri dell’angoscia

incontrollabile e incontrollata.

Dammi di vivere ogni giorno in novità  di vita e di speranza .

Mi inginocchio ora per ricevere il perdono sacramentale e la pace, insieme ad una  gioia pacata, penetrano lentamente in tutto il mio essere, ricreato nuovo dal Tuo Amore .

Staremo ancora insieme nel nostro ritiro comunitario domenica prossima.

 

Io ho tante cose da dirti ancora e Tu?

 

 

LA MORTE DI MIA MADRE

15  marzo 1992

 

Sei grande Signore perché mi hai rafforzato nella fede nel colloquio di venerdì per offrirmi oggi ,domenica  mattina , la forza di confrontarmi da sola con il mistero della Morte che di colpo mi  porta  via mia madre che  si abbandona fra le mie braccia mentre, in questa splendida giornata marzolina, fuori pulsa già la vita. Sono le ore otto, la mia comunità di San Cristoforo si sta preparando per  il ritiro.

Ora lei è la figlia  ed io sono la mamma  la sostengo con una forza non mia la

chiamo dolcemente, prendo la tovaglia, le sollevo piano la testa la guardo allibita  e  sento tutto il fardello della solitudine  amara di figlia  unica, perché mia sorella Rina, sposata da due anni, vive a Mestre.

Grido la mia angoscia, socchiudo la porta di ingresso e subito arrivano i miei vicini che  sollevano la sedia e delicatamente appoggiano mia madre sul letto, mi sento come sdoppiata, io devo pensare a tutto sono madre e figlia insieme, al telefono chiamo Rosalia, mia  amica da sempre, insieme  abbiamo condiviso i campi di lavoro del 70 e il viaggio ad Assisi,  e viene subito, mi abbraccia con forza e lucida, premurosa, consapevole  della tragedia già avvenuta, mi dice di avvisare mia sorella Rina,  per comunicarle la morte di mia madre.  Ma la sua decisione mi angoscia perché continuo a sperare che fosse solo un malessere risolvibile con una corsa all’ ospedale.

Rassegnata mi accingo a telefonare a mia sorella Rina,  d’ istinto lei intuisce qualcosa di triste perchè mi invita a passarle la mamma al telefono e sentendo il mio diniego mi ricopre con un fascio luminoso di affetto.

 

E passano lente le ore, i vicini entrano altri escono  e  un raggio di sole filtra dal balcone socchiuso,  ma no è un piccolo   biancore saltellante e, nello stupore generale dei pochi presenti, appare una colomba candida che si ferma mi guarda con i suoi occhi a spillo e vola via . Mi è sembrata una mia visione ma la saggia signora Maria dice : “E’ l’ anima di sua mamma che viene a salutarla”.

E ora Signore mi fermo in preghiera e affido mia madre alla Tua misericordia, dai a lei tutte le gioie che non ha saputo  più vivere dopo la morte di mio padre  ed io Ti chiedo perdono perchè spesso ho sentito il peso delle sue richieste, delle sue “pretese”.

La mamma mi voleva solo per sé,  ma io non ho saputo esserlo mai, forse non potevo perché anche tu Signore mi  volevi  per Te con un Amore Geloso.

Vivo questo momento come in un sogno fra l’accettazione e la ribellione interiore per la tragedia che ha colpito me e specie Rina che si trova lontano da noi.

Ora sempre più vicino sento un brusio e percepisco delle voci note: sono arrivati i fratelli di  san Cristoforo, da poco è finito il ritiro comunitario.

Sollecita mi alzo e abbraccio con lo sguardo tutti quelli che vedo prima della curva della scala ecco la famiglia Platania: Giovanni ,Maria, Gilda, Annamaria e dietro di loro padre Egidio, Cettina, Giovanna, Grazia, Antonella, Concita.

Con fine intuito sacerdotale, padre Egidio si avvicina per primo mi abbraccia in silenzio, poi prende le mie mani fra le sue e recita il salmo: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato ma il Signore mi ha raccolto” mi guarda intensamente, comprendo e ripeto piano con il cuore ancora in tumulto: Amen.

Mi chiamano perché nello studio il telefono squilla insistente alzo la cornetta e sento la voce di mia sorella Rina che sta venendo da Mestre.

Ho  preso l’aereo proprio di corsa - dice.

Fin da piccola la corsa è stata la sua specialità e d’incanto la rivedo bambina.

Ora indossa il suo vestitino rosso a puntini bianchi adorno di collettino merlettato, ha appena tre anni e  come affascinata guarda l’uscio spalancato del grande portone di legno intarsiato che qualcuno dei vicini ha dimenticato di chiudere.

D’istinto cerco di fermarla, ma Rinuccia già vola libera e felice nella strada   io,  più grande di lei di ben  cinque anni, ho l’incarico di sorvegliarla.

Mia madre con la folta treccia bionda che porta a forma  di corona ,arriva trafelata e mi ordina :”Svelta, corri dietro di lei  raggiungila  la strada è pericolosa  perché certamente Rinuccia  è diretta alla stazione dove papà ha l’ufficio di maresciallo”.  Il tono eccitato della voce di mia madre ottiene solo l’ effetto di bloccarmi, del resto io, al contrario di Rinuccia, sono lenta nella corsa ma subito trovo un rapido rimedio, e con la mia voce tonante chiamo a raccolta i nostri compagni di giochi tutti più grandi di noi, capeggiati da Pietro che mi è  caro .

Mia sorella Rinuccia  corre, corre trafelata e nella corsa non poggia i piedi e  tiene  le braccia aperte per aumentare la velocità .

Per fortuna  i primi quattro ragazzi la raggiungono rapidamente, la prendono al volo e io  da lontano, al sicuro sul marciapiede, l’aspetto insieme   ad  Adriana.

Il nostro gruppo si è sparpagliato  ma la missione è raggiunta perché io, fin da piccola, ho amici accanto a me, anche se arrivo sempre ultima nella corsa. 

Ora sento vicina la voce di  Rinuccia che  strilla: “Voglio andare da papà lasciatemi”  ma i ragazzi la tengono ferma, si dirigono verso di me, sopportano i calci che  lei distribuisce in modo equo, mi guardano interdetti mentre mia sorella cerca di svincolarsi adirata. 

I ragazzi, capeggiati da Pietro, orgogliosi del salvataggio, la consegnano a mia madre che vedendola sana e salva pensa bene di abbracciarla, e   io faccio fatica a distinguere i due volti cari uniti nella gioia e la lunga treccia bionda di mia madre si confonde con i boccoli dorati di  mia sorella   e il caldo sole  della mia prima infanzia mi riscalda il cuore qui a Villa Literno in Campania.

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La visione scompare e mi ritrovo in chiesa per il rito funebre, accanto a me

c’è mia sorella Rina con suo marito e dall’ altro lato ci sono tutti i miei meravigliosi  alunni della V “C” di cui io vado fiera.

 

Poco prima della preghiera dei fedeli, Marilena si stacca dal gruppo, si avvicina e mi stringe la mano come solo lei sa fare e mi sussurra piano:  “Maestra vai a pregare per tua mamma noi, quali tuoi figli, lo vogliamo.”

Mi alzo e, sostenuta da una forza non mia, raggiungo l’altare : ora chiara e sicura si eleva la mia voce nella chiesa di San Luigi.

 

Stamattina mia sorella Rina mi aiuta preparare la valigia perché mi ha invitato  a passare alcuni giorni nella sua casa di Mestre e poi passerò la mia prima pasqua da orfana a Roma nella casa di accoglienza di Paola cara sorella conosciuta a Catania nei gruppi ecclesiali di felice memoria.

E sono di ritorno, sul treno Mestre – Roma, e ho una sensazione di paura. In tutta fretta Caterina mi aiuta a salire le valigie e poi scende. Io resto sola, avvolta in un nero vestito che bene esprime la sensazione di vuoto che provo dentro e la nebbia avvolge le care figure di Rina e Salvo e le sottrae al mio sguardo .

E il treno parte. Le lacrime scendono libere, si confondono con la nebbia che continua intensa fino a  Padova.

Ma l’arrivo nel mio scompartimento del piccolo e pestifero Piero riesce a distrarmi e rimandare indietro le lacrime che ancora scendono incontrollate sul mio viso smunto.

Ma Tu Signore finalmente intervieni tramite la signora Chiara che comprende la situazione e si premura di parlarmi  di suo fratello che lavora in parrocchia e proprio per poco non è diventato prete.

Si parla dei dolci napoletani che ho gustato nella mia infanzia, mi rassereno e il piccolo Piero mi ripete per la centesima volta, la poesia di Pasqua.

Sto per arrivare a Roma e il marito della signora Chiara prende la mia valigia  e mi accompagna all’ uscita mentre il treno si ferma e io con lo sguardo cerco Paola.

Eccola è già fornita di carrello mi fa larghi gesti con il giornale e mi corre incontro. Come sento caldo il suo abbraccio!

Decisa  mi guida verso la stazione della metropolitana e si china ad accarezzare un bimbetto in braccio alla madre che è una barbona che lei conosce, la guardo stupita.

Non commento il  suo gesto, ma mi commuove .

All’ uscita dalla stazione Paola prende la macchina che guida con decisione nelle caotiche vie romane.

Stiamo camminando veloci, ora la macchina rallenta e, nascosto tra acacie e platani, si intravede un cancello di ferro.

Paola sorride vedendo la mia meraviglia nel trovare uno spazio di  verde nel cuore di Roma.

 

Al centro del salone trovo un rustico camino e subito noto una porticina in legno grezzo con nere borchie di ferro e, lasciata in un angolo la valigia, entro e ritrovo, come per incanto, “l’ atmosfera di allora dei campi di lavoro” infatti ci sono i sacchi di  iuta, i panchetti rustici e, attraverso la finestrella aperta, si sente chiaro il  canto degli uccelli..

Tu Gesù stai nascosto nel tabernacolo e io mi ritrovo a Vizzini: ecco Paola, Aurora, Marilena  e, in fondo, padre Antonio. Lo chiamo ma la visione scompare.

Ti saluto Gesù e subito sento il tuo benvenuto e mi basta.

Ed ecco  dalla lunga scalinata di pietra mi appare il mondo in tutta la sua vitalità.

Ecco una bionda donna con azzurro-verdi occhi ladri, con in testa una tovaglia di spugna, messa a mo’ di turbante per asciugare i biondi lunghi capelli, mostra orgogliosa e sicura l’enorme pancione: è stupenda nella sua sfolgorante maternità .Ora si affretta a farmi festa secondo lo stile che regna in questa fraternità sui generis.

Entro in cucina e vedo due brunissime ragazze palestinesi con bellissimi e scuri occhi che stanno gustando un enorme piatto di fagioli e possono mangiare solo frutta e legumi secondo le rigide regole del corano.

Come vedi,  o Signore, questa è una casa di accoglienza dove l’ecumenismo è di casa.

Le ragazze sorridono schiette mostrando dei denti bianchissimi, poi Paola chiama piano: “vieni Eden è arrivata Rosarita”.

Si intravede una bellissima ragazza di razza nera  con crespati capelli tirati all’indietro, sfoggia grandi occhi lucenti, indossa un lungo vestito rosso e giallo e sorride senza parlare  e Paola comunica con lei con uno strano linguaggio fatto di colorita mimica,  di inchini e di sorrisi lievi, di faticoso lavoro quotidiano intessuto di amore fraterno  che riesce a rendere possibile la convivenza, perché  lei è sordomuta.

Ora sono seduta a tavola,  gusto il pollo cucinato con la salsa e i peperoni assaggio la tenera insalata romana e mi sento a casa.

 

 

L’ARRIVO IN PARROCCHIA (POMERIGGIO) 

 

Fraterni e cordiali sono i saluti con i due Giuseppe e con il loro ospite padre Giacomino (giovane prete della Croazia) ricco di gioia.

Paola, con aria misteriosa, mi fa visitare i locali della parrocchia e così arrivo nella   cucina e che vedo? Ecco trovo un piccolo esercito di uomini  e di donne che, in tre grossi fornelli da campo, preparano calde bevande: ettolitri di the,  di  latte, di caffè,  di cioccolato fumante che  travasano, ancora bollente, in bidoni di plastica rossa muniti di rubinetto.

Un secondo gruppo di persone sta già travasando da enorme pentole del riso con le lenticchie e infine dei ragazzini imbottiscono i panini con prosciutto e formaggio.

Padre Giuseppe accoglie tutti, abbraccia altri che arrivano alla spicciolata,e rivolto a me chiede. “Rosarita vuoi venire con noi alla Tiburtina? Portiamo da mangiare ai barboni. Oggi è il turno della nostra parrocchia che si impegna  nella carità.”

Uno sciame tumultuante di pensieri fanno ressa dentro di me.

“Ma guarda in quali guai si va a cacciare costui e par che ci guazzi!” penso con Manzoni.

E ancora rifletto: “Ma non è questo il carisma del nostro istituto, tocca ai vincenziani servire i poveri, a noi semmai tocca solo parlare dei poveri: ecco ricordo, ci sono i poveri di affetto, i poveri di salute, i poveri di Dio, i  poveri di pane, i poveri di giustizia … come vedi Signore sono carente e cito padre Antonio.”

In fondo è più facile è più congeniale anche a me!

Ma, strano, sto diventando riflessiva e non rispondo.

Una ragazza sconosciuta mi chiede indifferente : “Hai preso i piatti di carta?”

Rosanna, la ragazza spastica che abita con Paola, mi dice : “Mi dai il braccio? Vedi tutti si sono dimenticati di me.”

Stavolta sono io ad appoggiarmi a lei come Dante a Virgilio e timorosa inizio questa esperienza.

Salgo in macchina con Rosanna, mentre Paola e Andrea sistemano nel

portabagagli tre bidoni di the .

Si arriva presto ma non vedo nessuno in giro,  i nostri ragazzi, però, stendono sulle panchine le tovaglie di carta e appoggiano i pesantissimi contenitori.

Presto si spande nell’aria l’odore del cibo e piano, dai punti più diversi della stazione, avanza una folla formata da donne, uomini,  e provo un brivido nel vederla così colma di miseria, di apatia, ma più terribile ancora è che ci sono giovani, ragazze belle e desiderabili e perfino ragazzi già allo sbando.

Ora tutti fanno ressa per scegliere la bevanda preferita ed io ,timorosa, mi affretto a sostenere Rosanna, ma lei,furba,si appoggia alla colonna e mi sussurra: “Su coraggio aiuta Paola perché da sola non riesce a dare retta a tutti “

Paola, complice, mi mette in mano un lungo  rotolo di bicchieri  di carta ma non ho il tempo di riflettere perché subito una giovane, calda voce maschile mi chiede:  “E’ caldo il the?”  “Sì” rispondo con un filo di voce e intravedo  una riccia, fluente capigliatura scura, sento il bisogno di guardarlo ma non posso, mi evita.

Dietro di lui comincia la lunga fila  e meccanicamente riempio bicchieri e bicchieri della bionda bevanda ristoratrice. Nella panchina accanto altri fratelli della parrocchia distribuiscono sorrisi e panini imbottiti, molto lontano dalla mia postazione si distribuisce il riso con le lenticchie.

Ora dentro di me è sparita la paura mi sento soddisfatta dell’ esperienza  del piccolo “servizio” che ho prestato prezioso ai tuoi occhi perché condito di tanto amore.

Alcune barbone baciano  e abbracciano Paola che ricambia con semplicità.

Qualcuno tenta di abbracciarmi, ma io  imbarazzata mi sottraggo, ancora ho tante remore dentro di  me !

 

Sono inginocchiata col cuore in fondo alla chiesa perché ho da dirti qualcosa che mi urge dentro in questo giovedì santo.

Sì, lo so, io devo continuare a lottare dentro di me, attorno a me, fuori di me per vivere in pienezza la mia consacrazione, o per meglio dire, per permettere a Te di continuare ad incarnarTi nell’ oggi della storia e oso chiederTi : “Tu Ti fidi di me ?”

Alla fine il tuo Amore riuscirà a guarirmi e a rendermi adulta nella fede?

Ti ascolterò stasera nella messa.

 Aspettavo l’invito di padre Giuseppe per condividere la cena pasquale e poi neanche Paola è con me perché è in servizio fra i sofferenti  e allora con chi spezzerò il pane dell’amicizia?

Sì lo so, ancora non sono libera dentro, ancora aspetto dei gesti che ora mi sembrano solo”formali” e trascuro il tuo gesto per me.

Stasera mi offrirai un pane diverso, dal sapore sconosciuto e così cenerò a casa di Zenia e  di  Giuseppe: una famiglia romana che sa praticare “l’ospitalità” secondo lo stile di “fraternità” che regna qui a San Romano.

 

Sento già la tua vicinanza, o  Inseparabile Amico,  che sempre mi offri nuovi amici.

Grazie o Signore perché stai faticando per educarmi e per farmi capire valori nuovi.

Da poco ho spezzato il pane dell’amicizia e ho consumato una cena fraterna, ora sono ritornata in chiesa dove  ho trovato un angolo tutto per me per parlarTi e per ascoltarti in silenzio orante.

Alzo gli occhi e trovo la tua sorpresa ecco sistemato dietro l’altare l’enorme pannello che stamattina avevo appena intravisto insieme a una grande quantità di grano.

Così pian piano si è formato come un prato che fa da sfondo a una stupenda Croce intrecciata con fiori scarlatti dal nome sconosciuto ma che fin da bambina ho visto a Pasqua.

Sullo sfondo, in lontananza, si intravede Gerusalemme mentre in basso spicca l’azzurro lago di  Tiberiade sulla spiaggia sono visibili, le tue orme o Signore !

Sotto l’ ombra della fresca palma è posata la rete e a terra  fra due pietre, il fuoco brilla acceso, ai bordi del prato spiccano le dodici ciotole con dentro il pane.

Ascolta, o Amore Santo, ne dai un pezzettino anche a me?

Ho tanta fame dentro il cuore:  ho fame di condivisione, di comunione e solo Tu puoi saziare questa mia fame spirituale.

Sì, lo so,  l’ ho saputo da sempre  e così Ti ho cercato e ricercato, in spazi di chiesa.

Ti ho ricercato in una struttura umana, leggi “istituto”, ma proprio perché finalmente  ho trovato Te credevo di trovare anche i fratelli di cordata ma non è stato così per me !

Il pozzo di Catania, costruito nell’ enorme giardino della fraternità sacerdotale, è invitante c’è perfino il secchio lucente, la lunga corda, sul fondo mi pare di vedere brillare l’acqua, ma, sai ? non sono riuscita a saziare la mia lunga sete di fraternità.

Tu lo sai la fraternità non è una mia idea ma è la testimonianza di potere essere insieme speranza per il mondo di oggi come lo furono i primi discepoli per il mondo di ieri.

Scusa Signore come possiamo comunicare al mondo il tuo Amore  se non sappiamo amarci fra di noi? Se non sappiamo fare una robusta cordata?

Perché qui a  Roma la comunione è possibile e viene espressa in gesti semplici di “fraternità” che a Catania sembrano impossibili ?

Ma guarda, Ti pongo una seconda domanda.

Perdonami, insegnami  a tacere e godere della tua presenza che rendi visibile e tangibile attraverso gli amici che mi poni accanto nel mio lungo e faticoso cammino di liberazione interiore.

Sradica dal mio cuore tutte le illusioni che ho coltivato e dammi la forza interiore di appoggiarmi solo a Te in un continuo, rinnovato vincolo di offerta e di amore.

Faccio mia la preghiera di Francesco :

“O Signore fa che io non cerchi tanto di essere consolato ma di consolare, di essere amato ma di amare, di essere compreso ma di comprendere.”

 

 

SABATO SANTO : LA VEGLIA PASQUALE A SAN ROMANO  (ROMA)

 

Con francescana semplicità accetto l’invito di cenare in canonica con padre Giuseppe, Paola, Lina, Rosanna.

Non provo nessun disagio nel condividere la semplice cena pasquale perché tutti sanno rispettare il doloroso momento che attraverso.

Anche padre Giacomino con la sua ricca umanità e la sua fresca risata  riesce a comunicare con me  e sembra così naturale essere amici anche se membri impegnati dello stesso istituto. Mistero romano! Mistero! Ma a Catania lo stile austero non lo permette.

Sono saporite le pizze condite con l’olio della fraternità

Che sollievo per il cuore stanco e sfiduciato !

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La presenza del piccolo Cristoforo che fra poco riceverà il battesimo,mi rende presente la mia parrocchia di Catania e dà un significato più intenso alla stupenda veglia pasquale.

Tutti si rivolgono in preghiera al piccolo, delizioso bimbo nero e alla sua bella famiglia . Come è grande il tuo Amore, o Padre di tutte le genti!

La messa continua e la pace pian piano entra dentro di me.

“Alleluia” -Ti canto -  e sento commossa di ricevere finalmente i tuoi attesi auguri che arrivano al mio cuore insieme a quelli della mia famiglia di San Cristoforo.

Nel mio ritorno a Catania porto con me la bianca perla della fraternità, che ho  trovato a Roma  e , rivedo con gioia rinnovata, la  “gente” di San Cristoforo e gusto, con gioia rinnovata, l’ enorme   potenziale umano e affettivo che li distingue.

Ma certo la sorpresa più bella mi viene  dalla mia splendida classe: la quinta “C” di cui sono ancora maestra unica, mentre si parla già di sezionare maestra e alunni  in ordinati  moduli  con specializzazioni  di conoscenze.

Arrivo in cortile, tutte le classi sono fuori,  ma la mia non c’è, solo Marilena mi viene incontro, mi guarda,  mi rassicura   e, stringendomi in un caldo abbraccio, mi chiede:  “Sei serena? Hai parlato con Padre Egidio’?  Se vuoi io sono qua per te “

La tratto non da alunna ma di amica e rispondo “Grazie sto bene . Sì ho già  parlato con padre Egidio, che mi ha sostenuto in questo periodo  difficile per me,  ora ritorno più serena al mio lavoro con voi!”  e lei continua “Ho capito, possiamo salire in classe, i bambini ti aspettano”.

E la sua piccola mano stringe forte la mia grande mano e sembriamo madre e figlia e non maestra e alunna . 

Qualche collega perplessa si limita a guardare con disapprovazione ma, per amore di pace, non commenta a voce alta “l’insano” gesto.

Arrivo in classe e al mio posto trovo seduta la gentile direttrice che i miei alunni hanno coinvolto per questo mio “rientro”.

Guardo l’aula, i ragazzi  hanno tolto i cartelloni scolastici  e li  hanno sostituito con lettere cubitali di benvenuto e poesie improvvisate.

Ora la direttrice meravigliata commenta: “La  vogliono proprio bene e vedo che sanno organizzarsi da soli, complimenti   maestra Rosarita sono contenta di averla nella nostra scuola!”

Fiera  rispondo: “Il merito è dei ragazzi perché , con la possibilità di avere una sola maestra, si crea una forte intesa affettiva e culturale fra  l’insegnante e fra gli stessi compagni  di   “cordata”  .

Ogni alunno può impegnarsi al massimo delle sue possibilità in un clima famigliare e culturale   sereno privo di  “competizione”.

Ma il  “ modulo “ distruggerà questo  “miracolo educativo” profetizzo e, nel dirlo, una nube offusca la mia serenità perché, come Cassandra, non sarò creduta .

La mia vita riprende serena  ho ancora tempo per “gustare” questa esperienza educativa che gratifica  sia me sia gli alunni  sia i genitori  per l’entusiasmo che dimostrano i ragazzi nel frequentare la  nostra scuola.

Le mie due “ vocazioni “ la scuola e la “comunità “ si armonizzano e si completano a vicenda.  Alleluia!

Nella parrocchia di San Cristoforo   la gente  sa offrirmi tanta accoglienza perché  possiede una fede sincera, genuina capace di gesti  fraterni.

 

 

LUNEDI DELL’ANGELO SULL’ETNA , Aprile 1992

 

Signore, sei imprevedibile e meraviglioso, troppo grande è il tuo amore per me.

Ecco mi hai invitato, tramite padre Egidio, a fare una gita e mi hai offerto un mare di gioia.

Ma andiamo con ordine: partenza da casa mia.

Sono equipaggiata bene,  ho portato un borsone enorme e nella paura inconscia di gelare di freddo, mi sono trascinata dietro troppe cose insieme alla mia incertezza a parteciparvi.

Siamo stretti in macchina, penso di essere vestita troppo pesante, ma è solo il calore dell’amicizia che riscalda tutto il mio essere.

In macchina ascoltiamo i canti, godiamo il panorama del mare da una parte, quello della montagna dall’ altra.

Mi sembra di vivere un sogno,  ma è bella la mia Sicilia !

Il mio cuore Ti loda e Ti canta il primo grazie della giornata che si annuncia già “meravigliosa.”

Siamo arrivati al primo rifugio dell’ Etna, ecco ora si parte per la funivia.

Io non ci sono mai stata nella mia gioventù, ho sempre rifiutato di andarci e ora ho paura   perché  ho la pressione alta; per me è più prudente aspettare al bar e cerco di formulare  questo pensiero, ma padre Egidio mi ordina di rischiare vincendo me stessa  e, come faccio  nel campo spirituale, gli  obbedisco convinta.

Ora passa la cabina: c’è spazio solo per sei e noi siamo sei!

Si sale, si ride  e Ti   vedo Signore nel volto sereno dei miei fratelli, Ti ammiro nella tua creazione stupenda.

Che spuma di bianco mi acceca gli occhi, che sensazione di pace scende nell’ animo mio!

Padre Egidio premuroso mi chiede.” Hai paura?”

Sorrido guardo in lontananza i paesi, in vicinanza le spumose nuvole che mi avvolgono, e d’incanto dondolo fra le nuvole e sento sul viso un soffio leggero

“Anche se i tuoi peccati fossero come scarlatto io li farò bianchi come la neve!”

 

Apro gli occhi sento ridere e parlare attorno a me!

 

Indosso la doppia giacca,  i guanti e scendo. I miei piedi affondano nella neve alta.

E cerco altre orme le Tue forse?

Ci sono, lo so, lo sento ora mi chiamano per fare la foto.

Che bella famiglia mi hai dato! Eppure gli altri resistono meno di me al freddo pungente. Io do l’ avvio e la mia piccola fraternità mi viene dietro, mi superano ed entrano al bar per consumare la colazione. Subito ne approfitto e cerco di isolarmi per ascoltarTi  un attimo  e per placare il mio cuore che Ti canta, ebbro di gioia, la sua felicità !

Appoggio la fronte alla doppia finestra e vedo  una lunga rete tesa in alto, dai lati partono due anelli, certo avrà una funzione tecnica ma io preferisco cercarvi il significato simbolico a me più congeniale.

Ecco i due grandi anelli che pendono dalla rete sono un appiglio per chi vuole un po’ sollevarsi da terra e io lo voglio, oggi.

Da troppo tempo non posseggo più la capacità di volare libera nel tuo cielo.

Faccio solo dei  goffi tentativi ma non riesco a spiccare il volo e mi fermo  impaurita.

Ma che stupida sono ho la sensazione di essere io sola a cercarTi,  ma oggi mi dici il tuo amore gratuito portandomi sulla montagna, per  liberarmi dalla paura, per farmi assaporare la Tua vicinanza nelle semplici gioie dell’ amicizia fraterna, nei gesti sacri della condivisione.

Ho la strana sensazione che Tu goda nel vedermi così serena e … Perché mi chiami?

 

Ma no è solo Tanina  che mi invita a fare colazione,  ora  gusto il toast croccante e caldo, sorseggio il te, poi insieme ci avviamo verso la stazione della funivia, perché ci attende la discesa e il ritorno a valle. Non  termino di formulare questo pensiero perché,  vicino alla cabina, su un rustico panchetto, brillano delle pietre lucenti che suscitano dentro di me uno strano fascino;  ora  la indico, la compro e il ragazzo dice che la pietra si chiama  azzurrite. Penso alla   lettura del sabato santo :”Ecco io pongo sulla malachite   le tue pietre e sugli  zaffiri le tue fondamenta. Farò  di rubini la tua merlatura, le tue porte saranno di carbonchi, tutta la tua cinta sarà  di pietre preziose     

( Is 54, 5-14 )”

Oggi mi regali gli zaffiri dell’ Etna?

 

L’azzurrite   è una pietra speciale: è formata dal nero cupo e poroso della pietra lavica che,  per uno stupendo processo di trasformazione, viene come ricoperta da cristalli cilindrici di un azzurro intenso (pezzetti di cielo caduti e imprigionati nella terra  riarsa e arida?).

Fa, o Signore, che qualche pezzetto di azzurro  cada ora nell’arido terreno dell’ anima mia e vi resti per sempre.

Prendiamo posto nella cabina per godere insieme il tragitto della discesa.

Calco bene gli occhiali e comincio la mia adorazione silenziosa.

Padre Egidio comprende subito la mia esigenza, rispetta il mio silenzio adorante.

Ora intravedo in lontananza  i paesi sfumati dal velo della nebbia e baciati dal sole lontano.

La cabina corre su un soffice tappeto bianco che ricopre la montagna che sprigiona una forza potente e misteriosa e mostra una bellezza  superba.

Ora fra il bianco accecante, appare il tipico color nero delle rocce secolari mentre da  qualche buca profonda fa capolino il colore rossiccio della lava  ricoperta da un trasparente velo di neve

Che spettacolo di grandezza mi offri, o Signore!

Rapida cerco di mettere una mano sul cuore perché è come impazzito dalla gioia.

Padre Egidio, seduto accanto a me, sorride, mi guarda e intona con la sua calda melodica voce : “Lui mi ha dato i cieli da guardare e tanta gioia dentro il cuore, quando un dì con lui sarem nella sua casa abiterem, nella sua casa tutta d’or con tanta gioia dentro il cuor …”

Signore Ti grido perché mi ripeti oggi il canto della mia gioventù, il canto del mio primo indimenticabile incontro – scontro con Te avvenuto proprio qui nel campeggio sull’ Etna?

Perché  continui ad amarmi ancora?

Tante sono state  le mie infedeltà, tante sono state le mie paure, ma Tu Padre di Misericordia, dimentichi e mi offri la Tua fedeltà.

Nella lettura della notte di pasqua mi hai detto: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero non si allontanerebbe da te il mio affetto.”

E lo vedo oggi, lo vedo con i miei occhi mortali, con il mio corpo che possiede ancora un giovane cuore.

Ora alla calda voce di padre Egidio   fa eco Agata e, miracolo,  anche io canto non sono più stonata!

Ma il mio è un canto del cuore perché nessun suono esce dalle mie labbra.

Padre Egidio con la sua attenzione sacerdotale riesce a farmi vivere e a farmi

gustare un momento di alta preghiera, di pura e intensa contemplazione.

Ora la gioia si espande dentro di me in lievi cerchi  e penetra in tutte le cellule del mio essere scacciando la paura e il dubbio.

Grazie di questa nuova guarigione interiore. E dovevo arrivare di nuovo fin quassù per averla!

Il tuo amore, reso visibile attraverso l’amore della mia comunità, mi ha guarito dentro finalmente!

Scendiamo e controllo la tasca del giaccone c’è ancora l’azzurrite e insieme ci avviamo ai monti “Silvestri” ma come soffia il vento uuuii uhia.

 

Rifaccio così il cammino di ventitré  anni fa. Per me è un pellegrinaggio! Insieme costeggiamo un pezzo di monte, poi padre Egidio ordina la ritirata:

“Su presto torniamo al rifugio, togliamoci calzettoni e giacconi perché ora andremo a Milo.” Io riesco a isolarmi ancora una volta, rallento il passo faccio passare avanti gli altri e mi fermo ai piedi del monte, ecco devo salutare una persona importante che vedo solo io,  l’ho lasciata ventisei anni fa, la rivedo, con la memoria del cuore, eccola è in posa per la foto porta uno strano capello marrone, indossa una colorata maglietta molto leggera: è il mese di luglio e il sole picchia forte e il cuore è in festa .

La vedo ridere, è  felice.

Ma certo,  è sana, è giovane, è innamorata da poco, da troppo poco Ti ha conosciuto quale amico, fratello, sposo (forse).

 

Non lo sa ancora la Rosarita di  allora: è ricca di entusiasmo, altre persone la circondano, altri affetti sicuri la circondano e la sostengono (papà, mamma,  Caterina).

Ma altre battaglie l’attendono, momenti di cocenti delusioni, momenti di buio totale  ma non lo sa la Rosarita di allora, lo sa la   Rosarita di oggi .

Miracolo nuovo dopo ventisette anni:  la Rosarita di oggi sa ancora lottare con se stessa, sa ancora sperare, contro ogni speranza, sa ancora amare, sa ancora ringraziare.

Ecco il mio grande grazie perché quando le forze mi stavano venendo meno mi hai messo accanto i fratelli di oggi e il mio piccolo -  grande padre e  fratello Egidio che mi ha accolto nel suo cuore sacerdotale e mi ha fatto camminare spedita verso di Te,  o mio Signore, nonostante la mia zavorra che mi impediva di spiccare il volo .

Saluto il mio  “Oreb”  e mi sento chiamare. “Dove sei stata’’? mi chiede padre Egidio, io rapida  eludo la domanda sfilo il primo giaccone e in silenzio mi avvio verso la macchina, giro gli occhi verso il mio Oreb, ci riesco  a stento perché in macchina siamo stretti.

Abbiamo lasciato la strada arida dell’Etna che tanta impressione mi ha fatto nella salita e mi ha procurato una sensazione di paura inconscia.

Sono sereni i canti in macchina e il mio cuore può vivere in libertà questi momenti preziosi di grazia.

Com’ è cambiato il paesaggio! Ora siamo nel pieno della giornata e presto una sosta ci attende.

Siamo arrivati al monte Pomiciaro, ma come sono chiare e fresche le tracce dell’ ultima colata lavica! La terra è nera fino in profondità e qua e là  si vede un tenue colore rosso mattone . Signore ti sento vicino e arriva fino a me  la voce di padre Egidio che spiega e illustra la posizione geografica.

Ma che cosa è l’ombra lucente che a tratti si vede ?

Padre Egidio sta spiegando che è il sole che si riflette sul nero accecante e sembra come l’ombra di un grande albero ma sai io penso che è l’ombra  del tuo Spirito .

Padre Egidio, passandomi accanto, mi sorride perché ha capito che sto pregando .

La macchina procede sicura e il cuore canta canzoni nuove. Paterna e fraterna è la compagnia . Il mio essere è più sereno,  anche il paesaggio è più sereno perché stiamo lasciando la terra nera arida e brulla della pietra lavica e costeggiamo castagneti secolari.

Siamo già arrivati: ecco la casa ospitale. Ora tutti ci impegniamo a preparare il pranzo.

Decidiamo di uscire il tavolo nella terrazza per godere il panorama stupendo.

Ecco si intravedono in lontananza i monti di Taormina, e proprio da vicino si gode la visione di Giarre .

Ma che sapore speciale hanno i cibi preparati da noi: la pasta con la salsa, il pesce arrostito, i carciofi, l’insalata verde e non manca il dolce agnellino ricoperto di glassa bianca.

Si ride sereni e tanto mi diverto. Più tardi ci sarà la preghiera comunitaria.

 

Fermiamo la macchina e ci addentriamo  nel bosco alla ricerca di una “altura erbosa”

Ma per me è difficile questo cammino fatto di piccole scivolose discese  e di ripide salite.

Padre Egidio ha già intravisto un luogo adatto e, da buon pastore apre la  fila.

Ma tante sofferenze hanno lasciato il segno, non sono più agile come una volta, quando seguivo e superavo nelle salite un altro pastore 

Ma la  mia gioia è intatta dentro di me forse ora è più profonda perché purificata dal primo istintivo, giovanile entusiasmo, ora la gioia si è come radicata nelle fibre del mio essere infatti cambiano i luoghi, le persone, i sacerdoti,  ma Tu sei sempre fedele a Te stesso e mi dai sempre nuove sorelle e fratelli.

 

Grazie!

 

Cettina affettuosa sorveglia i miei passi, padre Egidio di lontano mi guarda e quasi si diverte a vedermi procedere con tanta cautela.

Ecco finalmente prendiamo posto nella piccola erbosa altura e mentre prima

abbiamo condiviso il pane dell’amicizia, ora ci prepariamo a condividere il pane della tua Parola.

Mi sistemo serena sotto un grande spoglio albero di ciliegio che mostra per ora solo i lisci, bianchi rami  con i primi segni di vita le gemme.

Il ciliegio fiorirà.

Provo una sensazione di sicurezza e di protezione perché Tu Signore mi hai aspettato sotto alberi speciali, sempre.

Per la mia conversione Tu, o Signore,  mi hai aspettato nei boschi secolari di Gambarie.

I pini  sono le colonne immaginarie del grande tempio consacrato che ha come volta il cielo di Dio, nell’ oggi  storico della mia conversione: il 25 Aprile del ‘68.

A Vizzini mi attendono i lunghi filari di pere,  nei campi di lavoro del  ‘70.

Ma poi è arrivato il triste momento del disincanto e Tu mi hai guidato nell’oasi del sorriso dei padri gesuiti e mi hai aspettato sotto un altro albero stavolta di carrubo, mentre in lontananza pascolavano placide le mucche e Tu mi hai parlato e sono ritornata alle mie origini,  nei gruppi ecclesiali guidati da padre  Antonio.

E negli esercizi spirituali  del ‘90, tenuti da padre Antonio, mi hai aspettato sotto il grande pino argentato di Lamezia  .

Ora ritorno nel presente e insieme noi sei, piccola fraternità nascente,  recitiamo i vespri del giorno .

“Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso” -

recita con voce modulata il mio piccolo- grande fratello Egidio

Poi legge il vangelo di Matteo (cap. 28) dove Gesù affida alle donne il compito di annunciare ai discepoli  la sua Risurrezione .

E tanto mi commuove questo Tuo gesto, o Signore, giro gli occhi e accanto a me brilla di santa gioia il volto di padre Egidio, perché si rende conto che si sta incontrando con te unico Signore della sua vita.

Ora ognuno di noi esprime, a voce alta, la propria riflessione.

                                                                                                                                                                                                                                             

La sensazione di benessere pieno passa ancora in tutta la mia persona e il mio cuore, ora in silenzio adorante,Ti guarda nella tua creazione e nei volti dei fratelli .

Ci attende ora la discesa verso il bosco e ci armiamo tutti di bastoni e in coro cantiamo: “Vogliamo prendere il bosco ! Bum, bum!”

Il coro termina, ma non la gioia, e sicura mi lancio in una corsa liberatoria  senza paura sono  tornata giovane  e le pere di Vizzini  occhieggiano dai filari verdeggianti di speranza.

Ma non vedo le cassette ripiene, mi curvo fra i filari e il mio cappello cade a terra. In lontananza intravedo un piccolo  gruppo    che mi viene incontro  subito lo riconosco  e sento  la voce nota di padre Egidio che dice: “Ma perché  ti sei allontanata da noi, Rosarita?

Ti sei incantata nel bosco o hai parlato con gli alberi?

Ti hanno detto che  vi ritorneremo ?”

Non rispondo, lo guardo senza parlare  e mi regala il suo azzurro sorriso di cielo .

 

 

C’ERA UNA VOLTA LA... SCUOLA

 

E maggio arriva, la vita a scuola  diventa più intensa di impegni, di lavori,  di gioia.

Ognuno dei ragazzi sta preparando la tesina per gli esami di quinta classe,quasi tutti hanno rifiutato il mio aiuto perché vogliono farmi una  “sorpresa”.

E, senza volerlo, mi vengono in mente, le parole di DEVAOU, pedagogista francese:

“Il nostro trionfo consiste nel vedere che non hanno più bisogno di noi!”

Ma per me significa che dovrò lasciarli e ricomincerò il ciclo, certo, avrò i bambini di prima classe, ma il pensiero, che finora mi ha consolato, mi crea un senso di insofferenza perché ci sarà il modulo con schematici orari, con pesanti “rientri”.

Finirà la libertà di insegnamento e inizierà la schiavitù delle regole: il bambino non deve essere formato, secondo il personalismo di Maritain, capace di relazionarsi  con gli altri ma dovrà acquisire un sapere specializzato, dovrà essere  competente nell’uso del  computer, dovrà imparare l’ inglese, lingua di uso mondiale e di valore universale per la forte valenza economica e politica.

Poesia , arte, creatività  diventano parole vuote di significato perché  l’uomo vale in quanto produce.

Mi fermo e rifletto: la poesia produce solo speranza!

 

Gli esami arrivano, le colleghe che sono nella commissione esprimono la loro ammirazione per l’ approfondimento  storico, per le conoscenze scientifiche e matematiche e soprattutto per  la maturità culturale, umana e religiosa  dei ragazzi perché alcuni,hanno tralasciato le poesie studiate e hanno preferito presentare poesie di loro produzione a tema religioso e sociale. 

E ,questo  nostro successo scolastico  è   la prova concreta  della validità della  “maestra  unica”  che qualche  rivista progressista  ha già bollato con l’appellativo di “tuttologa”, perché precisavano che nessuna persona può conoscere  tutto il sapere ma io ribatto che una maestra, degna di questo nome sacro,  può  suscitare il sapere  considerando i ragazzi  “non vasi da riempire ma focolai da accendere”.

Evviva, io l’ ho fatto, pare.

Il rapporto instaurato con la classe resterà per la vita.

Ora sul mio tavolo brilla un fiore  di cartoncino e subito riconosco la fantasia di Rubinia e la sua creatività .

Curiosa lo apro e  dentro,  sovrapposti a scalare, ci sono 25 petali con i nomi dei ragazzi e ognuno ha scritto qualcosa , vedo ma non leggo per ora, lo farò a casa.

Io regalo a ogni alunno un’ immaginetta  personalizzata  e cerco di nascondere la commozione.

Marilena mi sussurra “e non sentirti sola perché tu sarai nei nostri cuori, la maestra non si può dimenticare”  e neanche gli alunni, penso io.

Mario, come sempre,  aspetta per portarmi la borsa fino in cortile.

Poi mi fa una calda raccomandazione:  “So che pensi di comprarti la macchina nuova, attenta, non comprare la prima serie perché spesso è difettosa , aspetta un poco, quando la serie  sarà sicura te lo farò sapere io, verrò di persona” - e continua- “non farti  imbrogliare!”

 

E’ questo il suo modo di ringraziarmi !

 

Ma già arriva settembre, e con esso il giorno temuto e atteso del collegio dei docenti riunito in seduta plenaria .

Guido con la solita prudenza ma il cuore non vola, mi devo rassegnare ad accettare il pesante cambiamento, il lavoro di insegnante vivificato da straordinario afflato umano sarà un  pantano insidioso di carte,  progetti e il bambino sarà stritolato, giudicato dalle nuove prove oggettive definite inoltre minuziosamente dalla programmazione settimanale ma , ma come si fa  a programmare l’amore ? - mi chiedo perplessa .

Ecco un'altra parola chiave si fa strada: “interdisciplinarietà”, cioè collegamento fra il sapere.

Amaramente sorrido perché io, nel mio ruolo di maestra unica, creavo forse senza saperlo, attimo per attimo, il collegamento fra le materie usando anche la lezione occasionale .

Anzi ricordo l’assenza forzata di Gianluca che rivediamo a scuola dopo una settimana con il viso ancora tumefatto e il polso ingessato in seguito a una brutta caduta dalla bicicletta avvenuta nelle vicinanze del panificio dei genitori.

I compagni, dopo la calorosa accoglienza per il suo rientro, hanno preparato un cartellone con relativo disegno e si è parlato di educazione civica e stradale, del sistema scheletrico, della solidarietà, del servizio sanitario.

Ora stringo fra le mani due fogli con l’elenco delle due sezioni A e B e ogni foglio contiene, oltre i nomi degli alunni  anche i nomi degli insegnanti catalogati per materia.

Pina( italiano- educazione fisica)

Nuccia (matematica-scienze )

Rosarita (storia- geografia- studi sociali - educazione musicale - religione)

E posso ancora insegnare religione perché ho il titolo specifico ! Evviva !

Ma questa prima istintiva sensazione lascia il posto a un dubbio che mi assale insidioso e improvviso.

La direttrice infatti, nel collegio dei docenti precisa che anche l’insegnante  di religione dovrà muoversi con prudenza tenendo presente la nuova valenza storica della materia.

La religione cattolica dovrà confrontarsi con le altre religioni e soprattutto dovrà escludere  l’aspetto dottrinale che sarà relegato … nelle sacrestie.

Gesù viene considerato alla stregua di un personaggio storico come Cesare o Napoleone (che hanno affrontato le guerre), mentre il Maestro  Gesù si è limitato solo a  predicare l’amore e la fraternità, che proprio oggi sono idee fuori moda !

Già coi programmi dell’ ‘85  la scuola  intendeva  educare istruendo e riduceva tutto il percorso della conoscenza alla sola acquisizione di “competenze” e poco si preoccupava di educare la “persona”, un essere unico e irrepetibile e cosi decadevano  i valori   della solidarietà ,della tolleranza reciproca  ma io, usando la libertà didattica e il mio fine intuito educativo , sono riuscita a tenere lontano   lo spauracchio  della “competizione”,   nel mio ruolo splendido di “maestra unica” sono stata per le famiglie e gli alunni un sicuro riferimento.

Oggi so che è finito un periodo scolastico  speciale, gioioso sia per me sia per i ragazzi ora inizierà un altro modo di vivere la scuola perché troppe figure si alterneranno con orari diversi, e perfino con valori esistenziali diversi e questa alternanza inneggia al “pluralismo”.

E tutti in coro esultano per questo “svecchiamento” che purtroppo colpirà i bambini più  deboli affettivamente e culturalmente  perché mancheranno di un riferimento costante.

E oggi 14 settembre, arrivo  in anticipo e parcheggio nel cortile  di quella che per venti anni è stata la mia scuola, mentre oggi, grazie ai moduli, mi ritrovo in una vera “agenzia   lavorativa” e infatti,  le classi parallele hanno bisogno di  più insegnanti !

E’ questa l’unica positività pratica per aumentare la possibilità di lavoro che inizia  già a scarseggiare.

Nessuno dei pedagogisti sospetta che presto verranno meno i valori della solidarietà, del rispetto reciproco,  inghiottito dalla bramosia della “carriera” e dalla corsa sfrenata per dividere la magra cifra “dell’incentivazione” .

Nei miei venti anni di maestra unica sono stata sempre incentivata solo dalla stima dei genitori e dalla gioia dei ragazzi.

Salgo le scale ed entro, insieme a Pina, nell’aula 16 e stiamo insieme per due ore (si chiama  “compresenza”), oggi sembra superflua ma poi servirà per le future supplenze interne .

I bambini di prima classe sono teneri, spauriti ma stavolta non ho preparato nulla per loro, solo il mio cuore, ma non può servire anzi dovrò muovermi con prudenza nella gabbia dorata del  team  che mi allontanerà sempre più dai bambini e mi avvicinerà sempre più a test di inchieste, di verifiche oggettive che invaderanno il mondo scolastico.

Noi insegnanti non dobbiamo lavorare con bulloni o macchinari, ma abbiamo dinanzi delle persone che devono essere indirizzate con delicatezza, con pazienza, con amore prima verso i valori e dopo verso conoscenze scolastiche essenziali alla vita.

Passate le due ore entro nell’ altra classe e vedo altri bambini impauriti, confusi stavolta sono in compresenza con  Nuccia e mi sento più tranquilla perché anche lei  ha fatto l’esperienza esaltante di maestra unica, lavorando nell’ aula accanto alla mia.  Lei, vedendomi triste,  mi sorride.

Poi, esortandomi , dice  “Rosarita, dobbiamo adattarci al nuovo lavoro sarà pesante per noi e specialmente per i bambini, lo sappiamo noi due, ma dobbiamo mostrare entusiasmo per non farci reputare  “conservatori e tradizionalisti”. “ Amen ” ripeto e poi aggiungo con padre Dante “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”.

Ora bussano alla porta, entra Valeria che, fresca di concorso appena superato, sventola un foglio. “ E’ una nuova circolare?” - chiedo.

“Ma no” - risponde convinta dell’ utilità - “è una   “griglia” che ogni insegnante dovrà riempire” . Ora gli alunni saranno divisi in gruppi: A-B- C secondo il  livello intellettivo  di ciascuno.

   

E la griglia, con questo ambizioso progetto, entra di diritto nel nuovo travolgente iter … educativo .

 E  cerco di adattarmi, con sofferenza al nuovo lavoro,  che  mi allontana  dal mio modo di insegnare  e mi fa rientrare nel ruolo  di impiegata in un mare di circolari e di scartoffie.

Cammino sempre con l ‘agenda dell’ orario che  Nuccia,  con mentalità matematica, ha  saputo fare quadrare. Arrivo in  cortile, ma  nessuno dei ragazzi mi viene incontro  e salgo le scale con un senso di vuoto dentro di me.

Entrati in classe,  dopo aver posato le cartelle ai posti che l’insegnante d’italiano ha stabilito, i bambini si alzano in piedi  meccanicamente per il saluto e rispondo con un cenno del capo perché penso che cosi sono “professionale”. Una bimba, azzurri occhi di cielo, mi guarda interdetta e dice : “Con noi hai due ore ”. Guardo l’elenco e grazie alla piantina topografica, preparata dalla funzione- obiettivo, conosco  il suo nome: Jennifer .

 E anche io  apro la borsa professionale  e tiro fuori le  prove d’ingresso   che Nuccia sollecita ha preparato per me e per lei .

Ora sono a casa, sto selezionando le schede per formulare la  “griglia ” è una sterile  fatica mentale per me capace di capire la capacità globale di ogni bambino sin dal primo sguardo amico! Ma oggi i bambini non si guardano, le schede parlano al loro posto !

 

 E continua il lavoro. Arriva febbraio del ‘93 e si registra una notevole assenza di insegnanti, che fa  traballare la selezione fatta attraverso  la griglia,  perché le insegnanti , nell’ orario della compresenza, sono costrette a fare supplenza nelle altre classi quando le colleghe  sono assenti per malattia 

Ma non tutto è perduto, i pochi, vecchi, tarlati   armadi non riescono più a contenere l’enorme cumulo di schede,  di cartine topografiche, di piantine dell’ aula  e  cosi qualche topo, desideroso di impadronirsi del nuovo      “sapere”,   commuovendosi, lascia i suoi escrementi sulle “ sudate carte ” .

 

Qualche insegnante di buon senso suggerisce di rendere la scuola più vivibile rimodernando l ‘arredamento  scolastico,  ma questa è un’ utopia certo perché il comune, addetto all’arredamento scolastico, è in deficit.

Allora gli animi (specie quelli dei genitori ) si riscaldano e si ottiene una ”disinfestazione” che durerà tre giorni per la gioia dei ragazzi che  ancora si affannano a  distinguere le domande vere da quelle false .

Ma i ragazzi, da soli hanno capito  che, oggettivamente parlando, la scuola  è   una fatica  priva di gratificazioni  immediate,  anzi !  Così i ragazzi “difficili”  diventano sempre più  “difficili” perché non respirano amore e accoglienza , anche i compagni sono impegnati a formulare schedari, a vivere la competizione e a trattare,  con il dovuto disprezzo, il ragazzo più lento che ha bisogno di   recupero.   E nascono i famigerati gruppi di “livello “ e fra tutti questi   livelliio ho perduto il mio “ livello d’amore ”!!

E  arriva settembre del nuovo anno  e comincio ad accettare con meno stress il mio lavoro.

Ora ho imparato a memoria le entrate e le uscite delle due classi e, infatti cinque minuti prima del cambio dell’ora mi trovo già pronta, i bambini, orario alle mani, preparano già lo schedario per le nuove discipline.

Nel nostro collegio  dei docenti solo in ventisette siamo state maestre uniche e non possiamo parlare per ora, perché ci hanno già catalogate come  “nostalgici di potere”

e come “tuttologhe” .

E la  direttrice assume il nome di dirigente e come  tale è vivamente interessate ai progetti che porteranno, alla nuova azienda  educativa  che conserva ancora il nome di scuola, lauti incentivi  economici e tutti possiamo parteciparvi in orario extra – scolastico basta solo trovare gli alunni disposti a frequentare le attività proposte e inoltre ci sarà la possibilità di fare carriera.

Ma la carriera non mi interessa proprio, mi sta a cuore solo suscitare l’interesse degli alunni verso il sapere.

E ci provo, anzi ricomincio a provarci, con la mia solita passione risorta dalle ceneri delle carte.

Nella nostra prima riunione, fatta per classi parallele, ritrovo Francesca, che essendo stata maestra unica, ha vissuto un’esperienza culturale e affettiva molto simile alla mia e così la nostra programmazione settimanale si arricchisce della finalità chiave: bisogna  privilegiare il rapporto educativo, bisogna valorizzare l’alunno al di là della minuziosa stesura cartacea.

E l’ultimo dubbio mi assale: si vuole verificare il livello di  “competenze” raggiunto, e forse si può usando un metro quantitativo, ma come si potrà mai verificare la stima reciproca, l’intesa metafisica, il rapporto interpersonale  che nasce fra il maestro  e l’alunno ? Non certo con il modulo né con gli schedari  programmati.

 

Ma una grossa nube si prospetta anche nel cielo limpido della comunità: presto padre Egidio partirà per Roma per conseguire una specializzazione in Sacra  Scrittura. Anche la chiesa pensa di fare  “specializzare” i suoi figli migliori?! E poi non serve lui è già  “specializzato” nel donare amore e accoglienza  alla sua gente generosa di san Cristoforo .

La parola “specializzazione”  acquista sempre più  un amaro sapore sinonimo di allontanamento, di distacco, di anonimato , di competizione .

Mi chiedo, a che cosa servirà, nella fatica del vivere, conoscere quante volte si trovano i verbi greci nelle pagine della Bibbia oppure quante volte Gesù ha incontrato i farisei nella sua vita terrena ?

Ma non sarebbe più utile capire perché è così difficile vivere da fratelli ?

 

 

E stasera mi ritrovo a San  Cristoforo per partecipare alla messa di ringraziamento per la partenza di padre Egidio per Roma, la chiesa è colma di amici, l’altare profuma di fiori, e nel silenzio generale la sua voce risuona chiara,   imponente, sicura:

“il Signore mi ha mandato fra voi, ora a lui piace mandarmi lontano per approfondire i miei studi,  vi prego di continuare con gioia il lavoro che insieme abbiamo cominciato, la mia preghiera vi seguirà sempre.”

Alla fine della messa tutti si alzano per salutarlo, io non ci riesco: mi bruciano dentro domande esistenziali che sembrano senza spiegazione razionale.

Certo “ il cuore ha le sue ragioni che la ragione non intende ”( Pascal )

 

 

 

 

 

 

 


 

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* Introduzione

 


 

Fonte : scritti autobiografici di Rosarita De Martino , il Diario "Storia di una chiamata" dell'incontro di Rosarita con Dio sarà pubblicato a capitoli su ARTCUREL.  E-mail (Maria): lilumar@alice.it

Chi è interessato può inviare un commento a Rosarita De Martino al seguente indirizzo e-mail (Maria): lilumar@alice.it