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  RUBRICHE AUTORI : Rosarita De Martino : Storia di una chiamata - 6° Capitolo

 

STORIA DI UNA CHIAMATA

 

di Rosarita De Martino

 

 

 

6° Capitolo

 

 

 

Sei mio,

vivo di Te gran Dio,

confusa a TE,

col mio,

offro il tuo stesso amore.

 

                                                                            A. MANZONI, Inni Sacri inediti

 

 

 

 

<<Fammi vivere, o Signore, fammi “rivivere” alla luce del tuo Amore>>.

Così pregavo tornando da Lourdes e quella “speciale” sensazione di pace mi è rimasta dentro per tanto tempo ancora, fino ad oggi, Ottobre del 1984, mentre sono ritornata a scuola con i miei “piccoli”.

Un bel giorno Clara afferma convinta:Maestra, quest’anno sei più bella quando preghi con noi!

Ridendo dico: Clara, non lo vedi? Io sono sempre bella!”. “No risponde caparbiaSei bella solo quando preghi, poi no!”.

Mi chiedo dubbiosa, allora la preghiera ha il potere di rendere belli?! La bellezza interiore si riflette anche sui nostri volti? Così pare se i piccoli ne percepiscono qualche segno!…

Ora i bambini stanno osservando il grande colorato cartellone murale della linea del tempo dell’epoca romana.

Fiorella come sempre si premura di indicare ad Agatella i personaggi e le figure. Poi, interpretando con facilità il linguaggio stentato della compagna, riferisce che i vestiti dei bimbi romani non sono come i nostri, quelli sono più belli!

Osservo ora Agatella: ha gli occhioni chiari e i ricci folti capelli a stento trattenuti da due lunghe trecce bionde e dal colorato cerchietto. E’ bella , molto bella! Peccato che il suo linguaggio sia ancora stentato!

Rifletto e penso che Agatella ora ha sia il mio sostegno, sia quello dei compagni, perché tutti insieme facciamo un’ideale “cordata”. I ragazzi superdotati hanno tempo e spazio per approfondire il sapere, i bambini normodotati procedono sicuri, sotto la mia guida, attenta alle varie possibilità didattiche. Ma già l’eco lontano di qualche rivista scolastica di ispirazione “rivoluzionaria” arriva fin dentro la mia scuola!

I millantatori profeti del progressismo promettono che è finito il tempo “dell’oscurantismo scolastico” e ben presto sparirà la figura del “maestro unico”, bollato con il marchio infame di “tuttologo”. Finalmente ci saranno i saperi specializzati, evviva ci saranno maestri specializzati, ma specializzati in che cosa?

Certamente nella metodica stesura di tabelle, schemi, per arrivare ai saperi specializzati e così avremo l’alunno perfetto, l’alunno ideale, dicono!!

Rido dentro di me e guardo i miei alunni che già sono “ideali”, “speciali” e in più sono veri e reali!

Che fortuna per loro, che fortuna! Hanno ancora la possibilità di essere affidati ad un “maestro unico” che diventa non un vuoto “tuttologo”, bensì una figura di sicuro riferimento!”

Certo, l’insegnante deve amare il suo lavoro e i suoi alunni, deve essere “Maestro” secondo l’affermazione categorica del nostro filosofo idealista Lombardo Radice.

Guardo i componenti del gruppo-classe, e li accetto nella loro diversità fisica, intellettiva, emotiva, ma uguali nelle possibilità offerte loro dalla scuola, tramite la mia mediazione psicologica, didattica, umana.

Gli alunni ora sono riuniti a piccoli gruppi e stanno colorando i diversi fogli che formeranno il cartellone murale, lasciando lo spazio libero per inserire brevi poesie spontanee inventate da loro per il prossimo Natale.

Anche Agatella ha fatto un sua poesia dialettale fra l’approvazione dei compagni: Bambineddu  nicu e beddu…”

Si sente bussare lieve alla porta, è la bidella:Maestra per favore scenda giù un momento, un giovane insiste nel volerla vedere”.

Bimbetti, mi raccomandodico dubbiosa.

Maestra non preoccuparti, staremo buoni come se ci fossi tu, e poi io aiuterò Agatellasottolinea Fiorella.

Che collaborazione, che magnifica intesa tra loro e me, sembriamo proprio una comunitàpenso fiera di loro e di me.

Scendo le scale, mi ritrovo nell’atrio e vedo un bel giovane, ha i capelli biondo scuro riccioluti, vivaci occhi castano chiaro con pagliuzze verdi, ma conserva ancora la sua tipica espressione birichina in viso. Mi guarda e mi dice:Maestra, chi sono?”

Francesco R.” rispondo subito e lui meravigliato, ma contento di essere stato riconosciuto dice:Qualche volta sono passato davanti alla scuola, ma oggi proprio non ho resistito alla voglia di vederla e di abbracciarla”.

Sorrido di cuore:Anche se nel tempo ho avuto moltissimi alunni voi siete tutti miei “figli” lo sai, nel mio cuore conservo uno spazio speciale per ognuno di voi anche se ormai siete diventati tanti!”.

La trovo benemi diceproprio bene, sembra che il tempo per lei non sia passato, io ho compiuto diciotto anni e già lavoro, ma mi dica ricorda ancora le mie monellerie?

Ricordo solo il tuo primo giorno di scuola e il tuo modo ostinato di stare abbracciato al tuo zainetto, senza volerlo aprire. La tua mamma tentava di convincerti, ma tu, ostinato e imbronciato resistevi, anzi, lo stringevi con più forza ed io ti guardavo in silenzio e ti sorridevo e tu, alla fine del tuo lungo silenzio, hai alzato gli occhioni e mi hai sorriso; così abbiamo fatto amicizia e mi pare che si sia mantenuta oltre la scuola, perché oggi tu sei qua. Ti ringrazio perché oggi sei venuto a rivedermi e ti faccio gli auguri per il lavoro e per la vita!

E così dicendo mi sollevo un po’ sulla punta dei piedi per abbracciarlo forte.

Rientro in classe, i miei nuovi alunni sono intenti a disegnare in silenzio, qualcuno alza gli occhi e mi guarda.

Orazio e Fiorella (due gemelli) si avvicinano al mio tavolo e piano mi chiedono: Che cosa ti è successo? Stai piangendo?”

“Nodico sono solo commossa, perché è venuto a trovarmi Francesco R., che ora già lavora”.

Anche noi, io e mio fratello Orazio, vedrai, verremo a trovarti e ti porteremo le nostre pagelle sottolinea Fiorella.

E’ qualcosa di magnifico, di unico, il rapporto che io ho “creato” con tutti i miei alunni, rapporto fatto di comprensione, di affetto e di stima reciproca, scambio culturale ed esperienziale e, come ben diceva il presidente del concorso magistrale, ho saputo portare a scuola la carica del mio entusiasmo, coinvolgendo piccoli e … grandi.

Ho intrecciato con i genitori dei miei alunni un “costruttivo dialogo” e infatti ho tempo da “regalare” anche a loro che, all’uscita mi aspettano e spesso mi confidano le loro problematiche, perché mi stimano e mi considerano una loro “amica”.

Maestra, (che bello per me sentire questo appellativo!) lei lo sa, abbiamo già due figli grandicelli, ora ne aspetto improvvisamente un … terzo e vorrei …”.

Non ascolto, la interrompo subito, non voglio ascoltare la parola orrenda e mi affretto a consolarla:Sua figlia Anna è intelligente e bella, coraggio regali al nascituro la possibilità di vivere, vedrà il Signore l’aiuterà! Del resto, siamo già ai primi di Dicembre, in clima di attesa del Natale, così il prossimo anno potremo dire che in via Lazio è nato un bimbo, anzi è venuto al mondo un nuovo Gesù, perché ogni bimbo che nasce è una speranza per il mondo!”.

E così dicendo provo una sensazione nuova di pace e abbraccio forte la signora Maria, che ricambia commossa.

Che strano, penso, si chiama veramente così! Un brivido mi percorre la schiena! Non parlo invece e continuo a sorridere e i bimbi già sciamano nell’ampio cortile della scuola.

Ma già, è ampia anche la mia aula, adornata con lunghe e robuste tende che la mamma di Corrado, sarta rifinita, ha cucito e il papà di Sebi, munito di fil di ferro, trapano e metro, ha sistemato nelle due larghe finestre.

Non basta, la nostra aula è la più ricca di tutta la scuola, perché il papà di Orazio (falegname provetto) ha ristrutturato (nel suo giorno libero) la vecchia sgangherata cattedra, arricchendola di due cassetti nuovi. Anche l’armadio, che in prima aveva una sola mensola, adesso ne ha di nuove, così i bambini sono più contenti di lasciare a scuola i loro quadernoni colorati.

Tutti i genitori, fin dalla seconda classe, hanno fatto a gara per migliorare l’aspetto dell’aula e sulla cattedra ci sono ogni giorno dei centrini colorati e sulla mia sedia spoglia ora troneggia un cuscino.

Siamo ancora “una famiglia”, una grossa famiglia, pare, e stiamo proprio bene insieme, perché tuttora vivono nella società i valori sani dell’amicizia, o meglio della solidarietà e l’insegnante gode di stima e di fiducia massima.

E arriva la prima festa di Natale, quella scolastica, vissuta con largo anticipo sulla liturgia.

I ragazzi sfilano davanti ad una specie di capanna vuota dove c’è solo la stella; gli angeli, i pastori e Giuseppe sono gli stessi bambini, che indossano i costumi preparati dalle loro mamme, mentre i tre papà presenti usano la telecamera e scattano tantissime foto.

Alleluia, Alleluia, è nato il sovrano Bambino, la notte che già fu sì buia risplende di un astro divino così l’angelo (che è Bruno) declama e Maria (Amalia) furtivamente esce da sotto il manto azzurro il piccolo Gesù (il suo bambolotto!) ma la commozione è sincera e non manca la mia fra le altre.

Ora sul tavolo troneggia il vaso con le rosse stelle di NataleCosì noi saremo lì presenti a casa tua, perché tu hai soltanto la mamma e sei sola!” dicono i bambini inteneriti dalla mia presunta solitudine?!

Ma io penso che andrò alla Messa di mezzanotte a S. Teresa e già ne pregusto la dolcezza con la preghiera regalatami da Concita:

 

E nasci ancora

 

Vorrei lodarti Signore

nei giorni di festa,

cantare il tuo nome,

fra gli uomini senza sorriso,

ogni giorno scrutarti, vegliarti,

adorarti.

O Dio che nasci ancora,

e il mondo tace,

custodisci per sempre in me

un amore grande e semplice,

che possa non stancarsi nel cammino,

ma accrescersi e portare nuovi frutti,

e concedimi, se vuoi,

Signore della vita,

di scorgere il Tuo viso nei miei fratelli

e di servirti ed amarti sempre come nel primo giorno

in cui ci siamo detti

“Sì”

 (Concita Sambataro)

 

 

In questo clima natalizio che già mi avvolge e mi inebria, ripenso per un attimo al mio primo Natale di bambina, lassù nel mio paesello montano, a Canolo, e quello fu il primo “sì”, no il “nostro”  sì …

Con  questi pensieri  scendo le scale della scuola e vado verso la mia macchina posteggiata nel cortile. Apro lo sportello e, oltre al vaso di stelle di Natale, che le mamme avevano già sistemato, vi trovo una bella tovaglia e curiosa, la tiro un poco, cade un colorato cartoncinoSorpresa! Sorpresa! La tovaglia è un regalino di noi mamme, perché anche noi come i nostri figli le vogliamo bene”…

Stavolta mi sorprendo e mi commuovo davvero!

Sono seduta nella mia stanzetta, sto cercando dei libri, quando il suono del telefono  mi fa trasalire. “Ciao, sono Gina, ricorda, domani devi venire, abbiamo fatto l’ultima prova per i nostri mantelli bianchi, che tutti noi della fraternità indosseremo la notte di Natale. Ti aspettiamo, ciao, statti bene!”

E che?!dicoTutti mi aspettano? Anche io aspetto con fresca, infantile impazienza la nascita del Bambinello Gesù!”.

Finalmente arriva la Notte Santa e felice mi ritrovo nella bella, monumentale, antica chiesa di Santa Teresa; sono, no, siamo tutti noi quindici riuniti nel salone. I mantelli bianchi, appesi in ordine, con il nome scritto, sono pronti. Io mi accingo a prendere il mio, ci riesco infatti, ma non so chiudere il gancio perché le mani mi tremano e Gina, premurosa, interviene e sistema ogni cosa.

Ora siamo tutti pronti e usciamo dal salone in fila indiana per andare a sederci nel coro. Meno male che fra i fratelli io sono messa al centro, perché da sola non so dove sarei andata a finire!

P: Vincenzo ci aspetta nel coro e ci accoglie uno per uno:Benvenuta Rosarita. Auguri!”. Io ricambio e finalmente mi siedo accanto ai fratelli.

Dentro di me sbocciano pensieri di pace. contemplo il bianco dei  mantelli che sono un simbolo visibile della fraternità alimentata dalla preghiera carmelitana di “timbro” contemplativo.

Ora le note festose del Gloria inondano la grande  chiesa e si diffondono nell’aria.

La gioia dell’attesa mi inonda e così mi ritorna al cuore un Natale lontano, in Calabria, un Natale speciale della mia infanzia che ha dato il via a tutta la mia storia, alla mia stessa chiamata.

Ecco il Bambinello che appare lassù sull’altare, ma io bambina non riesco a vederlo, attorno a me la ressa è grande, cerco di alzarmi sulla punta dei piedini, ma non sono la sola ad avere tale idea, perché Erminia, Annamaria e Noretta, le mie compagne di quinta classe, cercano di fare la stessa cosa, nella piccola grande chiesa di Canolo, lì in Calabria, che profuma di … campagna ed io avida ne respiro la fragranza in questa stupenda Notte Santa.

Mi ritrovo rossa, sia per il caldo, sia per la gioia; ho appoggiato sulla sedia l’elegante cappottino e guardo e riguardo nel taschino ricamato del mio vestitino rosso per cercare il mio biglietto “G 68” che credo vincerà e lo trovo trionfante.

Mia madre è seduta al suo posto, calma e bella nella sua imponenza, sembra una matrona romana con la sua folta e ancora bionda treccia che, sulla sua testa forma una corona rilucente.

Indossa, con eleganza, la sua pelliccia d’Astrakan e sul davanti si intravede la verde camicetta di seta che incornicia ed esalta il suo naturale colorito roseo; sull’ovale delicato del viso spiccano due vivaci occhi di un azzurro chiaro e dai lobi scendono e brillano orecchini d’oro di fine fattura.

Sorridente, ma silenziosa, seduta accanto a lei c’è mia sorella Rinuccia, che indossa un bellissimo cappottino rosa con colorati e originali bottoncini a forma di ciliegia.

Ha riccioluti capelli d’oro, ben pettinati, e due occhioni di un chiaro colore azzurro come il mare, no, come quelli di mia madre a cui tanto somiglia, sia a livello di fisico, sia a livello intellettivo. Misteriosa, ma reale è la speciale intesa che esiste già tra loro due.

Continuo a sentire un odore dolce, che sa d’infanzia, che sa di vita! E’ proprio l’odore del latte, perché, proprio accanto a me, le belle, giovani contadine offrono ai loro poppanti il turgido seno e i piccoli avidi succhiano la bianca, dolce bevanda.

Li guardo e li vedo così strettamente fasciati con lunghissime fasce di cotone (per crescere con le gambe dritte, dicevano!), per l’occasione festiva sfoggiano delle bianche cuffiette di fine seta, ornate con bordi e nastrini rossi per tenere lontano il “malocchio”.

Alla sinistra dell’altare le tante “zie”, prima madri di innumerevoli figli, ora nonne di floridi nipoti, indossano gli antichi costumi della Locride (di greca memoria) che sottolineano i sani valori della civiltà contadina che ha come unica ricchezza il frutto del ventre: i figli.

Le donne anziane indossano, su ampie colorate gonne i verdoni Ippuni , che sono camicette cucite e ricamate con lunghe strette piegoline verticali rialzate, che stringendosi poi nella vita sottolineano i loro seni prosperosi.

Ora la voce del “nostro” arciprete ripete:Chi di voi piccoli o grandi ha il numero “G 68” si faccia avanti, il Bambinello stasera vuole andare a casa sua!”.

Subito mi alzo di scatto, per la fretta butto a terra sedia e cappottino, ma Nunziella, la mia catechista, sorride, mi rassicura ed io corro verso l’altare sventolando il biglietto vincente e gridando, col mio tono alto di voce:Ho vinto, ho vinto, ho il biglietto, evviva, evviva, Gesù vuole stare con me!”.

Stella e Maria (le mie amiche grandi) cercano di trattenere un poco questa mia corsa, ma non ci riescono, perché ho ali al cuore e ai piedi.

Arrivo trafelata e l’arciprete, che ben mi conosce, mi dice:Rosarita quest’anno il Bambino Gesù è voluto venire con te, a casa tua, cerca di fargli buona compagnia e così crescerete insieme!”.

Non capisco proprio: Oh bella! come può crescere una statuetta di cera?!” .

Ora poso le mie labbra di bimba sul visino di cera che stranamente si riscalda, e quasi si colora, non dico niente, ammiro la bella camiciola di seta, che la mia catechista Nunziella, rubando le ore al sonno, ha pazientemente ricamato.

Fragoroso e scrosciante è l’applauso, Teresa ripete: Sì, quest’anno il Bambino Gesù è andato a stare con la figlia grande del Maresciallo!”.

Già, il maresciallo, mio padre, ora lo cerco con lo sguardo indagatore e lo trovo: è lì con la sua nera bella uniforme, che sottolinea ed esalta la sua bruna virile bellezza.

Ci somigliamo tanto, specie nel temperamento astratto e poetico e nella fede negli ideali.

Vedendomi correre trafelata verso l’altare, mi avvolge con il suo caldo sguardo protettivo, perché fra me e lui esiste una corrispondenza d’amorosi sensi di foscoliana memoria. Anch’io lo rassicuro usando il nostro speciale linguaggio degli occhi, perché so che non posso abbracciarlo quando è in servizio.

Ora non respiro più l’odore benefico della campagna, bensì quello acuto dell’incenso, mentre una calda voce intona: Tu scendi dalle stelle o Re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo. O Bambino mio divino io ti vedo qui a tremar…

Ma perché tremi?” mi chiedo dubbiosa hai freddo o Bambinello? Aspetta un momento ti ricopro subito.

Sono già al mio posto. e cerco il mio cappottino di bimba, guardo e mi accorgo che è scivolato sulla spalliera. Ora ne tiro svelta un lembo che mi sembra più chiaro, quasi bianco e meravigliata sento una fresca voce femminile: Rosarita mi dici perché tiri il mio mantello? Forse sei scomoda?”.

Così mi parla Francesca, la mia sorella di cammino di Santa Teresa, la guardo stupita e mi ritrovo con tutti i fratelli della fraternità, non sono più una bambina bensì una donna che ha saputo conservare nel tempo la freschezza dell’infanzia ormai lontanissima, nello spazio e nel tempo, ma attuale nel cuore.

Aurelio mi fa cenno di mettermi in fila, perché ci avviamo per ricevere la comunione.

 

 

Eucaristia = Corpo reale di Cristo

Comunità = Corpo reale di Cristo

 

Così dicevamo ai nostri campi di lavoro a Lentini.

 

Ho per parlarti piccole parole,

hai per sedurmi abissi di silenzio

 

Come recita la poesia donatami da Tea...

 

 

 

                                          Rosarita di Gesù

                                                                Gesù di Rosarita      

 

 

 

 

 


 

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* Introduzione

 


 

Fonte : scritti autobiografici di Rosarita De Martino , il Diario "Storia di una chiamata" dell'incontro di Rosarita con Dio sarà pubblicato a capitoli su ARTCUREL.  E-mail (Maria): lilumar@alice.it

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