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  RUBRICHE AUTORI : Rosarita De Martino : Storia di una chiamata - 7° Capitolo

 

STORIA DI UNA CHIAMATA

 

di Rosarita De Martino

 

 

 

7° Capitolo

 

 

                                "La fede è facile, non credere sarebbe impossibile,

                                        la carità è facile, non amare sarebbe impossibile.

Ma sperare è la cosa più difficile."

 

A. Pronzato

 

VERSO  FIRENZE

 

 

Nell’ 84 continua con serenità e sicurezza il mio impegno di maestra, e la scuola riempie ancora buona parte della mia giornata e della mia vita.

Eppure già comincia ad affacciarsi all’orizzonte del mio spirito un certo disagio interiore dapprima lieve, incerto ancora, ma sempre più continuo e pungente.

Mi fermo, mi guardo dentro e vedo che dal lontano ’80 la comunità di S. Teresa si è molto ampliata ed è diventata un gruppo di famiglie con una tematica e una problematica profonda ma lontana, lontana dal mio personale iter spirituale. Ecco mi manca uno specchio con cui confrontarmi mi mancano i ritiri spirituali di Monte Carmelo animati da P. Mario (che ho rivisto per breve tempo nel viaggio di Lourdes) e ha dato una svolta alla mia visione dell’accettazione del dolore: i sofferenti, infatti, erano inchiodati alle terribili sedie a rotelle con i bulloni della “GIOIA”. Ma ora P. Mario è lontano, mi manca la sua presenza amica, paterna e rassicurante.

E oggi nel caldo giugno dell ’85 la scuola è finita e con essa l’impegno continuo e totalizzante dell’insegnante. Ora uno squillo insistente mi distrae dai miei pensieri, ma chi suona alla porta? Ma no, è solo il telefono che continua a squillare ed io, con voluta lentezza, mi alzo e subito la fresca voce di Maria C. annuncia: «Come stai? la sai già la buona notizia? Tutti noi abbiamo bisogno di un confronto comunitario, di una pausa di respiro e così abbiamo deciso di andare in Toscana nella casa di accoglienza dei padri Carmelitani a Campiglione. Sto scrivendo l’elenco dei partecipanti e so che verrai, tanto nel mese di agosto, sei in ferie! Dimenticavo di dirti che verrà anche Renato, il nostro futuro sacerdote!

Insieme a P. Vincenzo ti aspettiamo sabato per il nostro incontro settimanale per definire il programma estivo. CIAO TI ABBRACCIO».

Poso il ricevitore del telefono e ripenso a Renato, ma certo, è il giovane ragazzo dai riccioluti capelli neri, dagli occhi vividi e dalle mani di artista, ha modellato infatti un Cristo di fine fattura da un informe blocco di creta.

Questa inattesa notizia solleva il mio spirito e guardo interessata il mio voluminoso diario che andrà in valigia insieme al tris di penne colorate.

                                           

 

E Agosto arriva caldo di sole, ma fresco di nuovi progetti, di nuove speranze, il cuore vola e il treno sbuffa nella stazione di Catania oh! pof, pof che bello! .E’ il treno scattante come la vita! E il cuore canta e Antonella ride divertita perché non riesce ad entrare nella sua cuccetta con il suo enorme pancione, mentre il marito Aurelio la guarda preoccupato e Gianni avanza un sospetto « Come mai? Sono due gemelli? »

Ora il treno è già arrivato a Messina, ma è ancora buio e non riuscirò a intravedere i monti del mio paesello situato in terra calabra , che io con amaro dolore, ho lasciato nel 1962 per venire a Catania.

Rientro, delusa mi sdraio, la manovra è finita, il rullio cessa e diventa un gradito dondolio e pian piano gli occhi si chiudono e comincia il sogno.

Improvvisamente non è più sera,  è giorno, anzi è uno splendido giorno di primavera e nel sole, Lisa, in grembiule nero e collettino di fine merletto, canta con intonata voce: «Ah Lazzarella comme sì a me mi piaci sempre cchiù…ti sta sempre più stritta a camicetta a fiori blu…». La guardo  in silenzio sacro, ma la sorpresa non è finita, anzi! Dietro di lei con la sua tipica espressione sognante, con la cartella di cuoio zeppa di libri e d’appunti, con il nero grembiule, il collettino bianco e in più un colorato cinturino verde, avanza una ragazza che ha spalmata sul volto la crema della gioia.

Mi vedo e mi riconosco; sono io: sono felice, sono nell’Istituto magistrale di Locri, non ho ancora 18 anni!

Sono partita, come ogni giorno, dal mio paesello, alle sei del mattino e con me ci sono: Noretta, Erminia, Emilio e Vanni.

Ora piano Lisa brunetta e simpatica mi si accosta e salendo le scale, continua a dedicarmi sottovoce il mio canto preferito: «Nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù, con te».

Siamo già arrivate nella nostra spaziosa aula, la III C che dà sul giardinetto. Alzo la mano per salutare Rosetta alla quale sono ideologicamente molto legata e quando facciamo le nostre ripetizioni o gare di italiano e filosofia lei si gira di botto e le sue deliziose trecce, legate con nastri di seta colorata, le danno un’aria sognante proprio da bambina. Pasqualina detta da noi “Lina” ha già aperto il suo quadernone (vi si può notare la sua grafia, piccola e metodica) ordinato e non mancano schemi e formule matematiche, materia in cui lei eccelle!

Nell’angolo vicino alla grande finestra che dà sul giardinetto, c’è seduta Marianna e i lunghi boccoli neri lucenti formano come una corona sul suo collo di cigno e poi si appoggiano sul suo seno turgido e prosperoso insieme.

Ma non riesco a guardare e salutare le altre ragazze perché il bidello annuncia: « Sta entrando il professore di italiano ». Tutte noi, in un unico scatto, ci alziamo in silenzio e lui sorridente ci fa segno di sederci e poi con alta competenza inizia a leggere i Sepolcri. Ascolto.

« e l’arca di Colui che nuovo OLIMPO, alzò in Roma a’ Celesti, e di chi vide sotto l’etereo padiglione rotarsi più mondi e il Sole irradiarli immoto». E spazio beata nel mondo della poesia a me congeniale, ma ecco che ad un tratto vicino al professore ora volteggiano ( usciti da dove?!) due strani personaggi e attenta guardo. Il primo è quasi vecchio ma possente ancora e infatti sostiene con vigorose braccia, una grandissima costruzione quasi cilindrica, finemente lavorata e con un improvviso tuffo al cuore la riconosco: è la cupola di SAN PIETRO e insieme riconosco lui, il grande scultore: MICHELANGELO! Ma non distinguo bene la foggia dei suoi vestiti perché è ricoperto da una fine, impalpabile polvere di marmo. Il secondo personaggio non è meno strano del primo, infatti indossa una casacca nera e ha un’ enorme colletto inamidato.

Ha un viso crucciato, tiene in mano un bastone di ferro! Ma no guardo meglio è un cannocchiale e sento che mormora fra i dentiEppur si muove!” Purtroppo la chiesa non ha saputo riconoscere la grande teoria della terra che gira intorno al sole e così GALILEO è ancora deluso e io con lui! Ma Mirella, con i bianchi occhiali che le danno un’aria di professoressa, non si è accorta di niente e tranquilla prende appunti, qui seduta accanto a me. Sto zitta per ora e la bella, calda voce del professore Ferraro continua a declamare nel silenzio generale:

« Te beata gridai, per le felici auree pregne di vita e pe’ lavacri che da’ suoi gioghi a te versa Appennino.

E tu per prima Firenze, udivi il Carme, che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco >>.

Dalla finestra spalancata della classe arriva a me il richiamo acuto della campagna, unito all’odore tipico della giovinezza. Il sole è tiepido qui fuori, la brezza scompiglia i miei lisci capelli e d’incanto scende verso di me, un uccello colorato e si ferma ai miei piedi. Sicura e lieta lo guardo e aumenta dentro di me il bisogno di volare, ma certo per lungo tempo sono stata un’aquila e mi credevo un pollo!. D’istinto slancio le mani  verso l’uccello che sembra capire il mio desiderio e mi viene incontro, ecco non ha paura di me e neppure io provo paura; allungo le mani e riesco ad accarezzare con tenerezza una parte delle sue infinite ali. « Come sono morbide, sembra di toccare un cuscino di seta! ». Con sicurezza aspetto che si posi qui accanto a me e con nuova, improvvisa disinvoltura lo cavalco e volo in alto e Firenze appare nello splendore dei suoi palazzi, delle sue piazze! Dalla piazza di San Lorenzo arriva in alto fino a me, il brusio, no il vocio, del mercato e nelle lunghe ceste fanno mostra di sé le tenere verdure, i frutti carnosi, doni della fertile campagna fiorentina!

Dalla parte opposta in ordinata fila, i numerosi turisti stanno per rendere omaggio alle cappelle dei ‘Medici ove si possono ammirare ancora opere famose e dove  anche Michelangelo lasciò l’orma del suo genio.

E il mio viaggio continua ed ora l’uccello, in volo radente, si avvicina sempre di più a Ponte Vecchio, infine plana verso terra e io tranquilla salto giù leggera, felice, serena. Ora l’uccello apre e chiude i grandi occhi più volte in segno di saluto ed io ricambio con i miei occhi ora più grandi e luminosi per la gioia. Sento uno sciabordio, un rumore d’acqua pare e il fiume placido scorre: « Ma è l’Arno ripeto incantata a me stessa.

D’un lampo il sole tramonta, ed ecco lo guardo attonita  c’è buio mi pare, ma no le stelle, in manto d’argento, appaiono chiare e sbarazzine brillano e sembrano vicine vicine. La luna manda riflessi argentati e il paesaggio tutto sembra irreale, proprio come quello di un sogno! dico fra me.

Ora percepisco sempre più un rumore, ma no, è un fischio lungo e acuto che turba il silenzio solenne del paesaggio serale. D’istinto mi proteggo, porto le mani alle orecchie ed ecco mi ritrovo sul treno e qualcuno dice: « Abbiamo da un po’ superato Napoli».

Il sole filtra attraverso il finestrino, mi stiracchio, sorrido fra me perché è rinata la speranza; mi ritrovo fra i fratelli del Rinnovamento di S.Teresa.

Nel treno c’è un fervore di vita, si scambiano i saluti e tutta la carrozza è in festa: siamo tanti proprio tanti e non mancano i bambini delle nuove giovani famiglie.

  Maria, già alzata, mi augura il buongiorno e premurosa, con due thèrmos in mano, chiede: « Caffè o The? » e aprendo il suo borsone ne tira fuori tovagliolini e bicchieri colorati. Inizio a sorseggiare il mio the e Renato si avvicina lesto, e mi porge in silenzio il pacco con i miei biscotti preferiti -conosce bene i miei gusti – pare.

E corre ,corre il nostro treno, divora e supera ponti, paesi, campagne, entra nelle buie gallerie e ben presto ne sbuca fuori vittorioso, contento pare.

Si avvicina ora la campagna del LAZIO che appare in tutta la sua magnificenza di verde, di frutteti, di greggi opulenti.

Laggiù, la città eterna, Roma si intravede e d’incanto con la memoria del cuore mi ritrovo in mezzo ad una folla festosa e canterina, ma certo, tutti noi fratelli del Rinnovamento nello Spirito, oggi siamo convenuti qui in piazza S. Pietro per il nostro raduno nazionale del maggio dell’ 80.

Saremo ricevuti dal Papa nella sala Nervi, siamo già incolonnati  e stiamo per entrare. P. VINCENZO, con il cappellino rosso, apre  la nostra fila, Pippo ci guida con gli occhi attenti, io mi trovo vicino a Renato che indossa il saio carmelitano e mi tiene per mano in segno di fraternità. Dietro di noi seguono: Gianni, Maria, Nello, Giovanna, Aurelio, Francesca, Nando e Nino, Rosamaria e Giovanni. Eccoci siamo dentro, ma che fatica per arrivarci! Prendiamo posto nelle sedie numerate, ma siamo capitati male, ci troviamo alla fine della sala e il Papa passerà soltanto nelle prime file dove ci sono i sofferenti – dicono!

Ma io, come sempre, fervida di idee e nel pieno vigore fisico e mentale, escogito un mio sistema per vedere Giovanni Paolo II.

Faccio un lieve segno a Pippo che cerca di fermarmi, ma invano, perché mettendo « ali al cuore e ali al piede » svicolo nel corridoio laterale e arrivo proprio sotto la prima fila.

Mi fermo emozionata e delusa perché ci sono le transenne, alte per giunta. Sbircio con interesse il volontario del servizio d’ordine e noto che è biondo, di nordica natura e d’istinto dico: « Su fratello aiutami a saltate oltre le transenne, ho bisogno di vedere il Papa da vicino, fammi sedere accanto ai sofferenti in questa fila riservata ». Ma non gli dò il tempo di riflettere, mi alzo sulle punte dei piedi e con forza mi appoggio alle sue atletiche spalle e infine con un felice acrobatico salto in lungo, mi ritrovo nel gruppo dei sofferenti sconosciuti. Noto che alcuni sono già seduti sulle sedie a rotelle altri stanno per farlo assistiti dai loro accompagnatori. Un anziano sacerdote, sostenuto dal suo bastone, ha assistito in silenzio alla scena e non ha criticato il mio ardire, anzi, con giovani occhi limpidi e voce imperiosa mi ordina: «Svelta mettiti  su questa sedia dietro di me attenta sta per arrivare qui la guardia svizzera, non ti fare scoprire

Evviva, faccio appena in tempo, perché il cuore ora mi martella forte. Ho paura, ho paura che qualcuno mi mandi via dal posto a fatica conquistato. La guardia svizzera avanza in un turbinio di giallo e di rosso, avanza, ma sospetta qualcosa? O forse ha visto la scena? Ma no, passa oltre ignara!

Ora assumo un’aria smarrita, giro la mano, la metto con il palmo in su e ritiro le dita, sembra storta e malandata e forse è diventata proprio così! Ora dal lieve mormorio capisco che il Papa sta per passare, eccolo! Bianco vestito, giovane! Ha per ciascuno di noi un sorriso e una carezza. Si avvicina, si ferma dubbioso, mi guarda stupito, forse ha capito qualcosa? E poi, e poi mi guarda ancora e tuttavia mi regala una carezza! poi passa oltre. Subito il mio essere è come percorso da una sensazione bella, bella assai!

In rapidi cerchi di gioia penso al Tevere e al fiume, che abbraccia il mare, affido tutte le mie certezze di fede!

Ma dove sono ora? E perché sento che i miei piedi hanno un appoggio instabile? Ma che cosa è questo rullio continuo? Incerta cerco Renato, ma è qui, affacciato all’altro finestrino del treno e in silenzio mi avvicino e gli stringo forte la mano perché devo trasmettere “l’elettricità” emotiva che mi è ancora rimasta dopo la carezza del Papa!

Si gira, mi guarda sorridendo, ricambia forte la stretta e, meraviglia dice: «Lo so avvicinandoti a Roma stai ancora pensando alla carezza del Papa? Ma è passato tanto tempo dal nostro convegno dell’80.

Stavolta la gioia e la sorpresa mi provocano un nodo alla gola e pacatamente alle mie labbra affiora la lode: «Alleluia al Signore» dico,  Renato in spontanea preghiera ripete piano «Amen

E il treno corre, fatica ancora, lascia la costa, si dirige verso l’interno e in tutta la nostra carrozza il mormorio aumenta perché si devono prendere i bagagli per scendere a Firenze, che in lontananza si intravede. Guardo preoccupata la mia gonfia valigia e par mi dica: « Così, così strapiena come farai a trascinarmi?»

Gianni, dopo aver sceso la sua e quella della moglie Maria, mi dice premuroso: « Tranquilla Rosarita, la tiro giù io! »

« Meno male che ha le ruote» penso fra me. Ma ecco che Renato si offre di trascinare la mia valigia e il suo leggero bagaglio. Nei due vagoni precedenti i bambini parlano eccitati e ognuno trasporta il suo giocattolo preferito.

Scendiamo tutti dal treno, ogni famiglia controlla i bagagli, ma fra tutte la più rigonfia è la mia valigia e la guardo perplessa! Ora Padre Vincenzo fa la conta: « Bene siamo tutti presenti, mi raccomando date un occhio ai bambini, a Firenze prenderemo l’autobus per Campiglione, passando per piazzale della Signoria. »

Ora tutti insieme, come piccolo gregge, ci incamminiamo. Ai miei occhi estatici appare la Cattedrale impreziosita da marmi bianchi, rossi e verdi, splendido esempio dell’architettura gotica fiorentina. In alto spicca il Campanile di Giotto di lato il Battistero con la porta del Paradiso. E poi e poi, c’è la cupola del Brunelleschi, che io conoscevo solo dai libri di scuola. Mi fermo e contemplo in silenzio sacro. Brunelleschi, amico  dell’astronomo Toscanelli, dopo i suoi profondi studi matematici e le osservazioni attente agli antichi edifici specialmente al Pantheon di Roma, eresse la prima cupola senza le usuali impalcature.

Ma la mia contemplazione è rotta dall’arrivo eccitato di Nello che, da esperto muratore, mi chiede allibito: « Rosarita, ma Brunelleschi come ha fatto a portare lassù in alto nella cupola tutti quei mattoni rossi?» E non ottenendo alcuna risposta da me continua: « Ma è un genio, è bravo assai, assai!»

Urge camminare pare, ma Nello si gira ancora una volta indietro e lo sento mormorare: « Ma come ha fatto? Certo era il capo dei muratori! » e poi guarda veramente ammirato la bravura manuale dell’artista che ha lasciato a noi e al mondo un’opera eterna e duratura.

Ora ci scambiamo con Renato uno sguardo complice e corriamo entrambi giovani, verso il piazzale della Signoria che si intravede in vicina-lontananza!

Domina la piazza il trecentesco Palazzo Vecchio dall’ardita torre merlata. Sulla destra si trova il Palazzo degli Uffizi e la loggia della Signoria, altro notevole esempio dell’architettura gotica fiorentina. Ma fra tutte le statue che impreziosiscono la piazza vedo, nella pura maestosità del marmo bianco e nella stupenda nudità, il Davide di Michelangelo , che mostra la forza morale e fisica del guerriero vincente. L’occhio riesce a incamerare tanto splendore e provo una “goduria” che ha il sapore metafisico dell’eternità. Ma non sono la sola “a gustare” il piacere estetico, incrocio lo sguardo eloquente di Renato, ma nessuna inutile parola turba l’istante eterno di grazia che stiamo vivendo attraverso l’arte.

Sono ora sull’autobus, stiamo andando a Campiglione  e la campagna toscana appare ricca e verdeggiante. Troverò ancora una volta una risposta ai miei perché nuovi e vecchi?

Arriviamo, e la casa, simile a un robusto merlato castello medievale, ci accoglie immersa fra alti, amici alberi.

Avrò del tempo per interrogarmi, per confrontarmi con i fratelli, per pregare, penso. Tutti ci avviamo verso il grande salone antico che già è aperto, entriamo in frotta. Renato depone la mia grande valigia e subito io, fingendo di cercare qualcosa, mi allontano, ho intravisto infatti una finestra e guardo fuori. Quanti alberi, ma come è rassicurante il profumo del bosco che arriva fin qui! Socchiudo gli occhi inebriata e davanti alla memoria del cuore sfilano altri alberi: quelli secolari di Gambarie del ’68, ora ecco i filari di pere di  Vizzini  dei campi di lavoro! Già i campi di lavoro del ’70!

Ma chi parla? Chi ride con giovane voce nota? È un esile ragazza e sembra che canti! Ma come osa? Tutti dicono che è stonata, ma sembra invece intonata alla sua persona la certezza di vivere in una comunità di fede.

Eccola la Rosarita di allora serena dialoga con il folto giovane gruppo di fratelli lungo i filari e P.  Antonio è la loro guida. Comunità parola sempre cara innervata in tutto il mio essere! Tuttora ricerco tale “dono” riflesso sbiadito della prima comunitá: LA TRINITÁ  

 

ADORAZIONE   10 AGOSTO 1985

…. Gesù, piccolo grande amore, sì eccomi sono qui nella tua piccola chiesetta con la finestra antica spalancata su questo splendido cielo toscano, su questa natura feconda e verdeggiante. Sono sola con te; voglio essere sola non c’è nessuno accanto a me nonostante l’intera comunità  di S.Teresa. Sì mi sto fermando, sono qui accanto a te che stai velato e presente nella piccola Ostia bianca, voglio ancora cercarti, ritrovarti, scoprirti. Rivelati a me nello splendore della Tua luce, nell’orma che tu DIO-PADRE hai dato al creato, nella grande piccolezza del Tuo mistero Eucaristico.

Ora parla o Diletto, in questo divino e armonioso silenzio, il mio arido e inquieto cuore Ti ascolta.

Saprò riconoscere la Tua voce fra le “tante voci” che si inseguono nella mia mente e nel mio cuore assetato di pace e d’amore.

Ma chi risponde a questo mio grido profondo e muto? « Dolce sentire come nel mio cuore ora umilmente sta nascendo amore… » Ma chi canta così dolcemente, chi prega così profondamente? Ma sì, dalla vicina cappella giunge al mio cuore il canto dei ragazzi di Pisa, guidati dai Gesuiti.

È un eco lontano della loro Messa? Ma no, della mia Messa di Lentini..

Sì, un altro cielo io intravedo, un’altra natura: è il campo di lavoro del 1972, ecco sento realmente la voce di  Aurora , capelli al vento, eccola!

Canta, prega, contempla, eccola è lì, splendida di giovinezza e di fede la vedo « ridere  felice!»

Ed io all’apparire della vecchiaia ( segni nel cuore o nel corpo?) posso ritornare alla mia gioventù « nascere ancora, rinascere come Nicodemo? »

Per me è ancora possibile? Te lo chiedo su questo tramonto di giornata, in quest’ora di deserto: in questo momento di rinnovata e angosciante solitudine. Vedi? Sono stanca dentro: ho attraversato strade lunghe, sentieri stretti, strade vuote, strade vuote di te, strade troppo affollate e mi sono perduta nell’anonimato, io soffrivo, ma nessuno mi ha potuto sostenere, nessuno!

Anche la voce pacata di P. Mario è diminuita, non posso sentirla più, è ritornato nella sua comunità di Palermo. Non ho neppure un padre! Mi è rimasto solo un lumicino: il faro interiore della mia coscienza che mi esorta, mi condanna, mi porta “fuori di me”. Forse anche Tu parli ancora, ma sono sorda, non Ti sento più. Fermati! Fermati!

Ma rispondi perché non Ti sei fermato ad aspettarmi sulla Tua e sulla mia strada? Perché? Perché?

Perché vai così di fretta e mi precedi correndo? Corri, corri troppo Gesù, fermati un attimo, fermati, per farmi respirare, ti chiedo solo una pausa di respiro.

Dammi una grazia, un dono Tuo, dopo sì lunga sofferenza: fammi rinascere in acqua e spirito. Lo puoi sono sempre una tua figlia, lo ricordi? Fammi respirare un  attimo in Te. Ecco danni tremendi sono avvenuti pian piano dentro di me, oggi sono stanca, vuota, arida, angosciata.

Sanami dentro, purifica il mio cuore, inebriami del tuo amore.

Al mio ritorno a Catania fammi trovare una casa di preghiera. Aspetto!

CIAO.                                           

 

 

Eccoci abbiamo lasciato Campiglione, siamo già a Firenze, ma è quasi buio e posso dare alla città bella solo un rapido sguardo perché il treno per il ritorno ci aspetta, impaziente, pare. Saliamo e P. Vincenzo attento e premuroso, controlla tutti, poi con responsabilità paterna, si ferma vagone per vagone, regala carezze ai bambini e ringrazia tutti per la collaborazione ricevuta.

Ma in verità tutti noi abbiamo molto collaborato a rinforzare solo la sua pazienza!

Ora P. Vincenzo arriva vicino a me, mi guarda intensamente, mi sorride, ma non dice niente e io non rispondo alla sua muta interrogazione, fingo di non capire e lui va via, prosegue il suo giro augurando un buon viaggio a tutti!

E mi ritrovo già sdraiata nella cuccetta sopra quella di Renato, guardo la luna e attraverso il finestrino socchiuso, la vedo apparire, poi nascondersi fra le nuvole, riapparire di nuovo e penso che i poeti seicenteschi  hanno offeso in modo plateale la luna definendola « la gran frittata » mentre a scuola, il mio professore di musica, rifacendosi alla Norma  di Bellini la chiamava « la Casta diva ».

Già, il mio professore di musica, lo rivedo di botto: è bassino, di età indefinibile, con pesanti occhiali di tartaruga, con i folti capelli già abbastanza brizzolati e ora lo vedo e lo ascolto, mentre, suonando il violino, intona con calda voce, una canzone di sua invenzione: « Chimera nei  sogni miei mi appari tu, bella ti vedo ancor come in quel dì sempre nei sogni miei con te vivrò è stato un sogno che non scorderò…»  

E tutte noi ragazze diciottenni voliamo leggere sull’ali della musica!

L’incanto si rompe presto perché suona la campana della scuola e tutte, usciamo in ordinata fila e sui grembiuli neri e i collettini bianchi merlettati, le cartelle colorate fanno un piacevole contrasto.

 

Ricerco con lo sguardo Noretta, Erminia, Emilio, Annamaria li chiamo e insieme ci avviamo verso via G. Mazzini per prendere il nostro autobus che ci riporterà paziente ai nostri monti, baciati dalla fiumara! E tutto canta di gioia dentro di me!

E l’auto corre come il mio cuore, abbiamo già lasciato la marina e sta per apparire in lontananza la fertile campagna calabrese ed ecco già si intravede “la fiumara” con i suoi ciottoli a forma di confetti. Poso lo sguardo sull’acqua che, anche da lontano , appare limpidissima ed ecco vedo una bimba di circa nove anni che indossa un lindo vestitino guarnito da due enormi tasche.

Ma che fa? – mi chiedo –

Ecco saltella sicura da un lato all’altro su delle pietre levigate e scivolose, verdeggianti di erba, ma non ha paura, non cade, anzi!

La guardo con più attenzione e mi sembra proprio di conoscerla e d’altronde, accanto a lei, con le belle, giovani gambe tuffate interamente dentro “la fiumara”, Teresa, la domestica della caserma, sbatte vigorosamente le ruvide lenzuola dopo averle strofinate con il nostro casalingo sapone ricco di grassi, soda, erbe selvatiche, antica ricetta delle donne della Locride!                    

Ma ancora più meraviglia desta in me la bimba: è accaldata dalla gioia perché, guardando l’acqua poco profonda, ha trovato un pesciolino guizzante. Ma non lo prende si accontenta di raccogliere e mettere in tasca, ancora bagnati, i bei sassolini colorati con striature d’oro e ogni volta che ne prende uno lancia piccoli gridolini di gioia! E immerge sempre più i bei piedini nell’acqua frizzante e fredda del fiume. Provo un brivido, pur essendo sull’auto e premurosa la chiamo « Rosarita, Rosarituccia » ma non mi vede, neppure mi sente immersa nel trasparente fiume dell’infanzia. E Teresa (ancora molto giovane ) la guarda complice ma non la rimprovera e poi a mia madre dirà solo: « A Signurì, ha fattu a brava ». Ma a un certo punto una brusca frenata mi scuote e un confuso scalpiccio arriva a me, il papà di Erminia il nostro autista dice: « Su presto scendete tutti, devo cambiare una ruota! » scendiamo in ordine e Noretta passandomi accanto mormora:  <<Troveremo la pasta scotta a casa! >>

Già la mia casa, la mia casa sui monti!

Mio padre, ancora nel suo ufficio di maresciallo, si affaccia sul lungo balcone per vedere l’autobus che sbuffando in salita, sta per arrivare.

Mia madre ha già steso sul lungo tavolo la tovaglia fiorata e accaldata sta per scodellare il mio piatto preferito: gli spaghetti alla Norma. Mia sorella Rinuccia sembra sfogliare un libro, ma i suoi azzurri occhi si rispecchiano in quelli limpidi di mia madre!

 

 

 

 

 

 


 

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Fonte : scritti autobiografici di Rosarita De Martino , il Diario "Storia di una chiamata" dell'incontro di Rosarita con Dio sarà pubblicato a capitoli su ARTCUREL.  E-mail (Maria): lilumar@alice.it

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