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  RUBRICHE AUTORI   : L'annuncio missionario della Liguria al mondo: alcuni missionari esemplari dell'epoca contemporanea , di Stefano Armellin

 

L'ANNUNCIO MISSIONARIO DELLA LIGURIA AL MONDO. Alcuni Missionari esemplari dell'epoca contemporanea.

 di Stefano Armellin

 

 

Introduzione 

                                

Capitolo Primo:

Breve profilo di missionari della diocesi di Albenga-Imperia 

1.1     L’ annuncio della Parola nello sviluppo missionario della  diocesi di Albenga - Imperia 

1.2     Alcuni missionari della diocesi di Albenga-Imperia 

1.2.1. Mons. Giuseppe Valerga 

1.2.2. Don Antonio Belloni 

1.2.3  Mons. Giovanni Vincenzo Bracco  

1.2.4  Don Angelo Bianco 

1.2.5  Mons. Lino Richero Panizza  

 

Capitolo Secondo:

Don Antonio Isoleri missionario a Philadelphia (1870-1926)

1.1       Don Isoleri: da Villanova a Philadelphia  

1.1.1    Il pastore nella chiesa di Santa Maria Maddalena de Pazzi 

1.1.2    Don Isoleri uomo di cultura: le sue pubblicazioni  

         

Conclusione   

Bibliografia  

 

 

 

Introduzione

 

 

            “ Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato “ ( Gv 17,21 ).

            I confini di questa tesi sono circoscritti ai nomi dei missionari che vengono descritti. Sono pochi, ma sufficienti per aprire orizzonti vastissimi perchè la storia della salvezza passa anche attraverso di loro.

            Spiegare in cosa consiste il disegno divino della salvezza dell’uomo è compito anche della loro missione. Come dice Padre Ottavio Raimondo[1]: “ Non dimentichiamo quanto si afferma nella Redemptoris Missio, che nessuno può dire di essere cristiano se non ha un cuore missionario, se cioè non mette l’annuncio in primo piano, l’annuncio verso coloro che non hanno mai ricevuto la buona novella”. I missionari, nonostante la diversità delle loro personalità, parlano con una voce sola insieme a quella dei loro cooperatori.

            La cooperazione missionaria è la chiave di volta per il successo stesso della missione, in particolare nelle zone del mondo più deboli, dove, fatalmente, il processo per l’autonomia sociale delle nuove giovani chiese si rivela più lungo.

            Perciò i missionari, partendo e distaccandosi dal luogo di origine,  in molti casi in maniera definitiva, si aggregano a una nuova comunità per comunicare l’annuncio evangelico e partecipare con i suoi membri a un’esperienza cristiana, fondata sui sacramenti e nella carità. Si fanno comunque garanti di una nuova fede verso la quale spingono con una convinzione e un consenso spontaneo, senza del quale non ci può essere l’inculturazione della fede. Paolo VI a Kampala ricorda che le culture sono molte e la fede deve essere inculturata, altrimenti rimane superficiale e incapace di cambiare alcunché.

            Questi sono i punti irrinunciabili di ogni autentica opera di evangelizzazione. I missionari sanno apprezzare i risultati della comunità che devono servire per orientarla verso il bene, sanno coordinarla per perfezionare ogni proposta utile al raggiungimento del senso pieno della verità. Non sono dispersivi perché hanno lo sguardo costantemente centrato su Cristo.

            Come Dio è sceso verso l’uomo, così i missionari si chinano sulle comunità loro affidate, e più si abbassano - fino a vivere nell’umiltà -, maggiori sono i risultati che ottengono. La Chiesa è strutturalmente legata alla Parola e al suo annuncio, oggi applicato con i documenti del Vaticano II, che esprimono il magistero della Chiesa d’oggi. Se dimentichiamo che la Chiesa è luce dei popoli, se dimentichiamo il valore delle conferenze episcopali e che la Chiesa universale non è la somma delle Chiese particolari; se non vogliamo accettare che la Chiesa sia al servizio del Regno, se releghiamo come secondarie queste realtà, vanifichiamo il Concilio Vaticano II e tutta la lunga storia della Chiesa Cattolica.

               Tre dei sei missionari che descrivo in questa tesi sono Vescovi.

Tutti sono uomini in prima linea. Si confrontano direttamente con le ricchezze e i valori di un popolo, ma anche con le sue povertà e le ingiustizie che portano indigenza ed emarginazione.

            Quando giungono a destinazione, i missionari favoriscono l’integrazione sociale delle persone povere, degli orfani, delle vedove, degli anziani, dei malati. Questo lavoro prezioso viene svolto trascurando preoccupazioni meramente sociologiche: ciò che muove la loro azione è lo spirito delle Beatitudini.

                Come ha detto Benedetto XVI nella sua omelia al Convegno ecclesiale di Verona 2006,  “ Il contenuto del  - kerygma – dell’annuncio, che costituisce la sostanza dell’intero messaggio evangelico, è Cristo, il Figlio di Dio fatto Uomo, morto e risuscitato per noi “.

              Oggi la missione è un terreno straordinariamente ricco di possibilità. La sfida è rappresentata ancora una volta dalla capacità di parlare alle genti, in una prospettiva rivolta all’incremento della disponibilità di convivere con la diversità.

            In questo studio si sottolinea l’importanza per l’umanità di un’equa distribuzione delle risorse, nel contesto di un mondo unito, rispettoso della dignità della persona.

         Un mondo unito alla presenza di Dio: questa è la bellissima aspirazione di ogni missionario che spende la sua vita affinché non vada perduta l’unità della Chiesa universale.

            Il secolo appena trascorso ha assistito ad una vera e propria accelerazione della storia: quanti cambiamenti si sono verificati, cambiamenti che hanno profondamente mutato l’orizzonte sociale, educativo, culturale di tutti i continenti!

            Gestire questo cambiamento epocale con  intelligenza e amore  è l’aspirazione della quinta conferenza [2] dei Vescovi latinoamericani che si terrà al Santuario della Aparecida dal 13 al 31 maggio 2007.

            Nel colloquio avuto con Mons. Panizza, Egli ha sottolineato più volte l’importanza di un obiettivo che metta in primo piano la scuola come centro di formazione della personalità, capace di trasmettere valori, all’interno di una coscienza mondiale rinnovata in profondità.

            Le grandi impalcature istituzionali e gli organismi internazionali che hanno cercato di vincere la povertà su grande scala non hanno prodotto risultati soddisfacenti. Sempre Mons. Panizza  ricorda che in Perù non si nota ancor oggi nessuna inversione di tendenza per quanto riguarda la povertà cronica.

            Questa tesi non intende discutere le problematiche anche drammatiche del mondo, stando sul ciglio del baratro del nostro fallimento collettivo.

              Semplicemente, queste figure di Sacerdoti dimostrano che un reale cambiamento è possibile se si innesca un processo educativo che renda capaci le persone di accogliere la loro situazione esistenziale, la  loro condizione di poveri: a questo proposito la figura di Don Belloni, l’Abuliatama, il Padre degli orfani, è paradigmatica ed esemplare.

           

          I missionari inventano sovente nuove soluzioni organizzative perché la stessa necessità li costringe a farlo: se Mons. Bracco fosse rimasto in Liguria, probabilmente non avrebbe ideato un regolamento canonico che si dimostra valido ancora oggi.

            Don Bianco in Costa d’Avorio affronta la conoscenza della lingua locale prima di riuscire ad impostare una catechesi efficace. Egli, fra quelli descritti in questa tesi, è il missionario che incontra le popolazioni allo stato più primitivo e lontano dalla nostra cultura occidentale.

         Don Angelo si confronta con questa umanità nuova con delicatezza, da ospite discreto e attento agli usi e costumi locali. Nella sua antropologia pastorale sviluppa un cristianesimo adatto alla persona che ha davanti in quel momento.

            Nell’immaginario collettivo l’Africa è associata ai missionari che aiutano i bambini indigenti che soffrono e muoiono per la fame. Quest’immagine è fuorviante perché coglie solo un aspetto della realtà, non coglie l’insieme della predicazione missionaria e non rende giustizia alla dignità, alla forza, alla ricchezza del continente africano.

          La vera missione è la comunicazione di un senso per vivere, è l’amore vero al singolo in tutte le sue dimensioni, è l’annuncio di una salvezza che raggiunge prima di tutto il missionario stesso. La raggiunge e la consegna alla gente, alle comunità e alle famiglie nella consapevolezza che Cristo è il centro e la ragione profonda della vita. Egli è il Verbo di Dio e il sacramento che salva e infonde speranza al mondo, sempre più attento al mistero e alle realtà dello spirito.

            “Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: - Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.  Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni,

battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo , insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo –  “ ( Mt  28, 17-20 ) .

       

 

 

 

Capitolo Primo

 

Breve profilo di missionari della diocesi 

di Albenga-Imperia

 

 

1.1           L’annuncio della Parola nello sviluppo missionario della diocesi di Albenga-Imperia

 

     La dimensione missionaria è sicuramente uno dei tratti fondamentali del Cristianesimo. Essa è inserita nella struttura stessa della vita di Cristo che ha donato la Sua vita per la salvezza di ogni uomo.

     Sin dall’inizio del suo percorso, la Chiesa non ha posto limiti spaziali alla missione e ha subito messo l’evangelizzazione al centro del suo operato: 

 

             “ Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero (2 Tm 4,2-5) “.

 

   Nella sua storia bimillenaria, la comunità ecclesiale ha mantenuto vivo il desiderio di annunciare la salvezza e di raggiungere con questo annuncio tutti i popoli: i primi cristiani avevano piena consapevolezza di essere i depositari di una ricchezza che non poteva essere trattenuta nella propria interiorità. La fede è stata da subito avvertita come un dono da comunicare a tutti, anche attraverso una testimonianza di vita e la pratica instancabile della carità.

       La diocesi di Albenga-Imperia si inserisce in questa dinamica missionaria, esprimendo con una attenzione costante l’esigenza di essere presenza divina nel mondo: “Il cosiddetto rientro o “rimpatrio” delle missioni nella missione della Chiesa, il confluire della missiologia nell’ecclesiologia e l’inserimento di entrambe nel disegno trinitario di salvezza, hanno dato un respiro nuovo alla stessa attività missionaria, concepita non già come un compito ai margini della chiesa, ma inserito nel cuore della sua vita, quale impegno fondamentale di tutto il Popolo di Dio”.[3]

      Le linee guida della missione a livello diocesano vengono tracciate dal Vescovo nell’annuale messaggio di ottobre, scritto in occasione della Giornata Missionaria Mondiale.

     L’apostolato missionario non intende gli inviati in missione come delegati della comunità, bensì come inviati di Cristo stesso, chiamati ad annunciare il Vangelo per rendere la Chiesa presenza visibile ovunque e per portare a tutti la Verità: “La missione di Cristo e dunque la missione della sua Chiesa è necessaria per la salvezza del mondo”.[4]

     Ancor oggi ci sono popolazioni che non conoscono Cristo, che non hanno ancora incontrato la pienezza di vita e la luce che nascono da questo incontro. E’ necessaria, dunque, una nuova Parola che liberi ogni uomo dalla lontananza da Dio e anche da pratiche di vita a volte lesive dei diritti umani:”Quando compie la sua missione di annunciare il Vangelo, [la Chiesa] attesta all’uomo, in nome di Cristo, la sua dignità e la sua vocazione alla comunione delle persone”.[5]

     Lo stesso insegnamento sociale della Chiesa nasce alla luce della Parola di Dio e del Magistero autentico, grazie alla presenza dei cristiani nel mondo.

     La caratteristica precipua del missionario è quella di lasciare fisicamente, e in certi casi per sempre, la diocesi di partenza, per andare a seminare la Parola su un terreno completamente nuovo, a volte ostile. Egli lascia tutto per amore di Gesù, incontrando inevitabilmente numerosi ostacoli culturali, linguistici, sociali: a volte si imbatte nell’ostilità di chi non lo conosce e talvolta è chiamato a rendere la sua testimonianza di fede anche attraverso il martirio.

    L’attività missionaria diocesana intende rendere evidente la presenza della croce in ogni autentica esperienza evangelizzatrice. Tuttavia questo cammino, spesso irto di difficoltà di ogni genere, porta con sé gioia autentica e una pienezza di vita che attrae inevitabilmente anche l’umanità più lontana da Cristo.

     Come in tutte le diocesi, anche in quella di Albenga-Imperia opera un Ufficio Missionario che ha il compito di monitorare e sostenere questo aspetto fondamentale per la vita della nostra Chiesa. L’ufficio è il principale punto di riferimento per la conoscenza, la cooperazione missionaria e per il coordinamento di eventuali progetti comuni; svolge attività di animazione e di sensibilizzazione missionaria presso le parrocchie. Raccoglie informazioni su tutti i gruppi missionari parrocchiali e laici presenti in diocesi. Continua cioè quel tipo di attività missionaria, che nel dopoguerra, ha svolto con passione e sacrificio Don Angelo Ferrari, celebrato Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, che per molto tempo, ogni anno visitava tutte le parrocchie della diocesi, anche le più piccole, per sensibilizzare allo spirito missionario i fedeli con la preghiera e la richiesta di nuove vocazioni.

     La Giornata Missionaria Mondiale rappresenta il momento culminante di questo aiuto reciproco: tutte le comunità della  diocesi pregano e offrono un sostegno economico affinché sia sempre possibile l’annuncio e i missionari, con la loro testimonianza di fede integralmente e profondamente vissuta, aiutano tutti i fedeli a riprendere le ragioni della loro fede e del loro appartenere a Cristo.

     Non mancano associazioni di sostegno all’opera missionaria con lo scopo di annunciare il messaggio evangelico attraverso la testimonianza caritativa e il sostegno anche materiale a famiglie, comunità e persone.4

     L’Ufficio missionario diocesano svolge inoltre una funzione di rapporto con i sacerdoti che svolgono attualmente il loro ministero in terra di missione. Si tratta di due presbiteri, ambedue appartenenti ai missionari Fidei donum: Don Adelio Gariboldi, che svolge attività pastorale in Cile, nella parrocchia di San Saturnino, a Santiago. E Don Giuseppe Cressano, operante invece in Perù, a Lima. Originari della diocesi di Albenga – Imperia sono pure il Vescovo di Carabayllo – Lima, in Perù, Mons. Lino Panizza Richero, appartenente, però, alla famiglia religiosa dei Padri Cappuccini e Padre Ottavio Raimondo, operante attualmente a Bologna, alla direzione dell’Editrice Missionaria Italiana.             

     Questi missionari, pur lontani fisicamente, sono il cuore stesso della nostra Chiesa locale: “Con l’obiettivo di dilatare gli spazi della comunione, - si legge sulle Costituzioni del Sinodo diocesano di Albenga-Imperia, - la Chiesa si fa pienamente e attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli alla libertà e alla pace di Cristo, rendendo libera e sicura la possibilità di partecipare pienamente al suo mistero.” 5

 

 

 

1.2        Alcuni missionari della diocesi di Albenga-Imperia

 

         Assai cospicuo è il numero dei missionari scaturiti all’interno della diocesi di Albenga-Imperia, nel XIX e XX secolo. In questo capitolo tratteggiamo una breve immagine di sei missionari che hanno lasciato un segno nel territorio dove hanno operato. Mi rivolgo in particolare ai Vescovi Giuseppe Valerga, Giovanni Vincenzo Bracco, ambedue Patriarchi di Gerusalemme, e Lino Richero Panizza, attuale Vescovo di Carabayllo, a Lima: tre sono invece sacerdoti; ma anch’essi hanno contribuito in modo significativo alla vita missionaria, diventando punti di riferimento nel territorio, dove hanno seminato. Don Antonio Belloni si distingue per le sue capacità di formazione, Don Angelo Bianco per l’adattamento con cui interpreta la Parola di Dio, Don Antonio Isoleri per aver scoperto nella valenza culturale uno strumento efficace di evangelizzazione. Tutti non hanno esitato a mettersi in gioco per consegnare Cristo, speranza del mondo e salvatore di tutta l’umanità, anche di quella parte più infelice e alle prese con la povertà e i bisogni di tutti i giorni. 

 

 

1.2.1   Mons. Giuseppe Valerga

 

       La famiglia Valerga si  trasferisce verso il 1780 da  Varazze a Loano e lì nasce, il 9 aprile 1813, Giuseppe, settimo di diciotto figli. Muore a Gerusalemme nel 1872, a 59 anni. La sua è una vita preziosa per la Chiesa Cattolica: egli diviene - a soli trentaquattro anni - il primo Patriarca Latino di Gerusalemme. Come ricorda il Vescovo di Albenga-Imperia Mons. Mario Oliveri, nella presentazione del libro a lui dedicato, esiste uno straordinario rapporto fra il Patriarcato e la Diocesi :

 

        “…Ne sono fiero e felice, come Vescovo di questa Chiesa Ingauna che ha donato alla Chiesa di Gerusalemme i primi due Patriarchi (il secondo è mons. Bracco) e principali artefici del ristabilimento e la riorganizzazione della piena presenza della Chiesa cattolica nella Terra Santa, dopo circa sei secoli di custodia tenace dei Luoghi Santi da parte dei benemeriti figli di San Francesco. Chiesa albenganese che offrì pure, in quegli stessi anni, i degnissimi Sacerdoti Don Antonio Belloni, fondatore dell’orfanotrofio di Betlemme e Don Felice Valerga, nipote del Patriarca e suo segretario fino alla morte “. [6]

         Valerga cresce dunque, a Loano, in Liguria. La famiglia numerosa, avendo mezzi limitati, confida nella carità di una signora di Finalborgo per l’avvio agli studi del figlio Giuseppe nel collegio di quella città. In seguito il giovane viene accolto nel Seminario di Albenga, che allora prevedeva due categorie di studenti: quella di coloro i quali potevano permettersi il pagamento della retta completa e quella dei seminaristi che potevano corrispondere solo una parte della retta: il Valerga appartiene a quest’ultima classe, penalizzata alla mensa, troppo frugale. A causa di questo trattamento, Giuseppe esprime le sue rimostranze al Vescovo (Mons. Vincenzo Piattoni, 1831-1839) che lo espelle per un anno. Possiamo immaginare il suo sconforto, tanto più grande quanto più la vocazione è autentica.      

     Continua da solo gli studi e matura la vocazione missionaria. Non vuole tornare nel Seminario di Albenga e chiede al Vescovo la possibilità di continuare la preparazione a Roma. La richiesta è accolta, ma le difficoltà – soprattutto quelle di natura economica - non mancano.

Alla “Sapienza” consegue un doppio dottorato in teologia e in diritto, dimostrando una forte predisposizione agli studi e una capacità retorica non comune. Si iscrive  anche ai corsi di lingue orientali e dimostra di possedere una spiccata inclinazione per lo studio dell’ebraico.

   Il 17 dicembre 1836, a ventitré anni, viene ordinato Sacerdote. Entra in  “Propaganda Fide ” per il disbrigo di documenti arabi, greci e latini. Un viaggio in Calabria come segretario di Mons. Mussabili lo illumina 7, e gli fa comprendere l’importanza dell’esperienza diretta sul campo, che non poteva essere sostituita dalla sola preparazione culturale. Dimostra senso pratico e i suoi superiori non tardano ad esaudire la sua richiesta di essere inviato nelle missioni estere. Nel 1841, a 28 anni, parte per la Siria. Un nuovo annuncio missionario raggiunge il Medio Oriente.

       Dal 1842 al 1847 diventa il braccio destro di Mons. Trioche a Mossul (oggi Al-Musil) e individua nella chiesa di Mar Ishaya il luogo centrale adatto per un Seminario. Da vero missionario non dimentica che per progredire nella missione è necessario seminare se si vuole un giorno raccogliere i frutti dal nuovo terreno.

       Il 27 dicembre 1843 scriveva alla Congregazione di “Propaganda Fide”:

 

“ Quando ho abbandonato i miei interessi e la mia famiglia, per farmi missionario, non ho cercato altro che mettermi in condizione di disprezzare tutte le speranze con cui il mondo – anche ecclesiastico- può blandire gli sciocchi che lo seguono (…)”.[8]

     

         Don Valerga, figlio di un capomastro, si conferma abile costruttore. Ripara, ingrandisce e costruisce nuove chiese: lavoro materiale importante, ma secondario di fronte alle urgenze pastorali alle quali  indirizza tutte le sue preghiere. Si dedica alla Chiesa di Caldea con passione: come Vicario Generale acquisisce negli anni la capacità di vedere il vero volto dell’Oriente, della sua gente, dei loro usi e costumi.      

        Valerga si trova a vivere in un periodo assai delicato per la Chiesa Cattolica, costretta a convivere fra istanze missionarie e quindi mondiali, all’interno di un Regno temporale obsoleto, in un Italia risorgimentale alla conquista di una sua prima unità politica.

        Mazzini chiede a Pio IX, l’8 settembre 1847: “ Unificate l’Italia, la patria vostra…Diteci: - l’Unità d’Italia deve essere un fatto del secolo XIX- e basterà: opereremo per Voi…”.

        Alcuni mesi prima i Cardinali in assemblea generale decidono il ripristino della sede patriarcale di Gerusalemme. 9

         Don Valerga giunge in Italia a fine luglio senza sapere nulla di preciso. Ha con sé il rapporto da ultimare sulla situazione della chiesa Caldea. Pensa agli anni passati in Siria, Mesopotamia e Persia. Al suo impegno indefesso per annunciare il Vangelo. Il 16 maggio 1847, viene designato nuovo Patriarca Latino di Gerusalemme  e convocato lo stesso giorno a Roma senza essere informato sulla sua nomina. Il Cardinale Potenza Acton lo qualificava:

 

“ eccellentissimo soggetto (…) uomo di perfetta probità e di grande zelo apostolico, versatissimo nelle scienze sacre e nelle lingue orientali, con una conoscenza profonda delle missioni di oriente e degli usi della corte romana; dotato di prudenza a tutta prova, unita ad uno spirito conciliante, ha già meritato dalla S. Congregazione i più grandi elogi e gode del più alto credito in tutto l’oriente”.[10]

 

      In un primo incontro con Pio IX, Don Valerga tiene solo una conversazione informativa sulla missione svolta in Medio Oriente. Il Santo Padre lo invita a ritornare in udienza a Roma dopo la visita alla madre.

       Valerga parte per Loano ai primi di settembre,  sosta a Genova per trovare i fratelli carmelitani : Padre Carlo Giacinto e Padre Leonardo di San Giuseppe. Insieme tornano a casa. I pochi giorni trascorsi in famiglia servono a Valerga per un meritato riposo. Questi sono i momenti in cui la memoria fa presente il passato e il tempo assume una dimensione diversa dal consueto.

         La vita adulta, attraversando i luoghi nei quali è cresciuta, assorbe ancora notizie e informazioni preziose dagli eventi che sono stati. Niente va perduto definitivamente, ed è in questi momenti che si coglie il senso del Tutto. Come crediamo sia capitato al Patriarca Valerga che il 10 ottobre riceve la consacrazione episcopale. Il giorno dopo la prima lettera è per la mamma:

 

         “Roma, 11 ottobre 1847. Carissima Mamma, ho una consolazione da darvi, che deve essere più cara al vostro cuore di quella, assai vana, alla quale forse vi siete abbandonata, venendo a sapere la promozione di vostro figlio. Ieri, giorno in cui ebbi la grazia singolare di essere consacrato per le mani stesse del Sommo  Pontefice nella sua cappella del Quirinale, dopo il banchetto regale al quale si degnò di ammettermi, ebbi il piacere di essere ricevuto in udienza particolare da Sua Santità. Gli chiesi per voi e per tutta la famiglia una speciale benedizione. Il Santo Padre ve la concesse nei termini più benevoli e aggiunse: - che la nostra benedizione possa essere un conforto per vostra madre, affinché passi in riposo e tranquillità gli anni di vita che le restano-. Vedete dunque che non siete stata dimenticata (…), il Santo Padre mi farà dono di tutti i paramenti pontificali e dell’argenteria della cappella di cui si serviva quando era Cardinale. Così potrò portare alla mia Chiesa di Gerusalemme la più bella reliquia che possa desiderare un Vescovo”. 11

 

        In un clima politico internazionale particolarmente acceso, l’impegno del nuovo Patriarca è quello di sorvolare sopra gli affari della politica. Egli parte per la Terra Santa a gennaio di un anno particolarmente intenso per il Papato. L’insurrezione di Palermo costringe Pio IX e Ferdinando II a concedere la Costituzione.

      Il Valerga, con un prete, un domestico e pochi mezzi, giunge a destinazione. L’accoglienza a Gerusalemme il 17 gennaio 1848 è calorosa e sfarzosa. Vi partecipano più di seicento persone di differenti culti. Davanti a questa folla e con i piedi ben saldi sul cuore della terra promessa, egli avrà pensato a quanta storia era concentrata lì, nella città santa. Storia alla quale lui stesso aggiunge un contributo assai significativo. Il nuovo apostolato non può iniziare meglio. Certo, le difficoltà non mancano: i Francescani della Custodia perdono dei privilegi e un monopolio durato cinque secoli. E anche i primi decreti di Valerga verso una più oculata amministrazione della Custodia cadono nel vuoto. Soprattutto i Francescani spagnoli, all’ombra del re di Spagna, non vogliono sentire ragioni. Si pensi che una soluzione parziale del delicato problema arriverà solo nel periodo 1912-1915.

         Al Patriarca non resta che seminare in modo nuovo. Per comprendere bene la mentalità di una popolazione indigena, i loro pensieri, i progetti, i desideri e le aspirazioni legittime, è fondamentale parlare e comprendere la loro lingua. Un nuovo clero di madre lingua, cresciuto in quella Terra Santa, da quella popolazione, per Valerga non è solo una priorità amministrativa, ma il centro del suo stesso annuncio. Tale annuncio non è disgiunto dalla necessaria apertura ai Sacerdoti di tutte le razze, in unione profondissima di spirito, per rappresentare la vera religione universale profeticamente destinata all’incontro di tutti i popoli del mondo a Gerusalemme[12]. All’inizio del IV secolo l’imperatore Costantino fece di questa città la città santa cristiana, erigendo la Basilica del Santo Sepolcro dove Valerga celebrò, a porte chiuse, il 2 febbraio, la messa pontificale davanti alla Tomba  Santa.

        Ci pensò il Pascià a stemperare la tensione con gli ortodossi che avevano chiesto le porte chiuse. Organizzò un incontro con i tre Patriarchi, latino, greco e armeno, che in apparenza riuscì bene. I conflitti non mancarono, anche interni: ci fu un caso di calunnia sul suo operato, lettere di denuncia senza fondamento che incredibilmente trovarono credito presso la Congregazione romana, nonostante le regolari, precise e minuziose relazioni che il Patriarca inviava. Dovette (con i mezzi di allora) recarsi a Roma per fare tacere questi sospetti, in un anno, il 1848, tutt’altro che tranquillo per l’Italia e il Papato. Pio IX non perde i contatti sui fatti che riguardavano la Chiesa universale, Valerga è il suo uomo di fiducia e merita attenzione e protezione da parte della Sede Apostolica. In udienza da Pio IX, Valerga si dimostra pronto a rinunciare all’incarico appena ricevuto, ma il Papa lo incoraggia. Il Patriarca allora manifesta i suoi progetti dando prova di lungimiranza. Pensa alla Francia e si trova in viaggio per Parigi, diretto al Seminario delle Missioni Estere. Allora tutti viaggi si svolgevano con la diligenza pubblica trainata da cavalli, oppure via mare quando il tragitto lo consentiva. Sempre in contatto con la famiglia, passa dunque, ancora una volta, per Genova e, a Loano, dalla mamma che aveva problemi di salute.

       Fin dall’inizio del suo patriarcato, che durò venticinque anni, Valerga viaggiò in prima persona per mantenere e creare nuovi contatti operativi utili alla sua missione in Terra Santa. Possiamo dire che il viaggio rappresentò in concreto la dimensione della sua predicazione, del suo annuncio. Fece lo stesso anche San Paolo, con la differenza che qui si trattava di riportare nuovo vigore all’epicentro stesso della fede cristiana. Servivano mezzi di ogni tipo, non solo economici. La sua stessa autorità di Patriarca sarebbe stata poca cosa se non ci fosse stata la sua personalità autentica. La sua capacità di generare consenso. Il suo viaggio in Francia si rivelò un autentico successo. Parlò ai seminaristi con il preciso intento di generare vocazioni fresche e forti per la Terra Santa, vocazioni missionarie.

       Interessantissimo per il nostro studio l’appello per la Terra Santa, lanciato da Valerga il 1 gennaio 1850 sul giornale Monde Catholique.[13] Questo testo ci dà la misura dell’impegno del Vescovo, della sua premura e cura pastorale verso la missione che gli era stata affidata ad appena trentasette anni. L’anno del rientro a Roma di Pio IX non poteva iniziare meglio, il Papa si schierò a favore di questo appello con una lettera circolare del 16 marzo 1850 inviata ai suoi rappresentanti in Europa.

       L’attualità in Liguria delle missioni fondate da Valerga si può constatare a Varazze, dove, grazie all’impegno del Parroco di Sant’Ambrogio, si è realizzato un gemellaggio con Beit-Giala, località a tre chilometri da Betlemme e a nove da Gerusalemme. C’è uno scambio di visite fra le reciproche autorità, e un soggiorno a Varazze del Rettore del Seminario, e, per la diocesi di Albenga – Imperia, nel secondo novecento si conoscono invece i numerosi pellegrinaggi operati in Terra Santa dal Vicario generale, Mons. Nicola Palmarini, che frequentemente s’incontrò con il Patriarca di Gerusalemme  intessendo una serie di colloqui e visite.

       Le tensioni vissute nel 1853 con gli ortodossi e i musulmani che sfociarono in circoscritti ma pericolosi combattimenti, si riproposero su vasta scala nel XX secolo e all’inizio del XXI. Allora come oggi, molti civili innocenti versano il loro sangue, come Gesù Cristo, sulla Terra Santa.

      La prima missione a Beit-Giala, grazie alla caparbietà del Patriarca, aprì la strada per la fondazione di altre missioni. Le costruzioni di partenza necessarie a Beit Giala furono in primo luogo la chiesa, e in seguito una scuola e il Seminario patriarcale, che per due anni ebbe come Rettore Padre Leonardo, fratello del Patriarca. “Il Morétain fu il grande capomastro e il corpo delle opere murarie, una volta terminato, costituì il complesso architettonico più imponente di tutta la  Palestina”.14

       Nel Patriarcato il clero segue l’esempio virtuoso del suo Vescovo che impone una rigorosa disciplina, non concedendo spazi all’ozio, e regolando tutta la giornata per il bene della missione.15 Nel 1857 il Seminario di Gerusalemme si trasferisce per ragioni di spazio a Beit-Giala. Mentre il nuovo Rettore del Seminario diventa Don Abdallah Comandari, nel nuovo corpo insegnanti figura Don Antonio Belloni 16 e Don Vincenzo Bracco, futuro successore di Valerga. 17

         Oltre alle nuove missioni da seguire,18 vengono fondate nuove istituzioni idonee a sostenere la missione del Patriarca (dal 1858 nominato Delegato Apostolico per la Siria e il Libano) : le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, l’Ospedale di Gerusalemme, la scuola a Betlemme, le religiose di Nostra Signora di Nazaret, le religiose di Nostra Signora di Sion, l’Ecce Homo e San Giovanni in Montana, la casa di Don Belloni, l’Abuliatama, il  padre degli orfani.19

       E’ senza dubbio qualcosa di prodigioso vedere fiorire negli anni, in virtù dell’azione spirituale impressa dal Patriarca a una popolazione eterogenea, una simile varietà di iniziative che, se non ebbero successo subito, l’ottennero negli anni. Ad esempio, quando Valerga , dopo la nomina a Patriarca, volle riorganizzare l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro, dovette attendere il 24 gennaio 1868, allorchè Pio IX pubblicò la lettera apostolica Cum multa sapienter. L’anno prima Valerga si sottopose ad un tour europeo per ottenere il riconoscimento internazionale dell’Ordine, sostando brevemente a Firenze, Vienna, Monaco di Baviera, Bruxelles, Parigi, Madrid.

        Per l’Ordine riuscì a creare millequattrocentodiciassette cavalieri di venti nazionalità diverse.

        Possiamo constatare così la forza e l’autenticità dell’annuncio patriarcale e riconoscere a Valerga un cattolicesimo d’avanguardia, al quale però faceva difetto l’assenza nell’Ordine della donna. Rimediò Pio IX con una raccomandazione alla contessa inglese di origine russa, Lady Mary Francio Lomax, che divenne il 15 aprile 1871 la prima Dama nell’Ordine.

        Il Concilio Vaticano I prende forma nel 1866 e la Commissione per le Chiese Orientali, creata da Pio IX nel 1867, vede protagonista Valerga che nel 1868 parte per Roma con una relazione dal titolo emblematico: Piani di studio per l’ammiglioramento delle Chiese e missioni orientali. Due sono gli interventi di Valerga al Concilio. In quello del 31 maggio 1870 dà valida prova di una solida preparazione storica,20 argomentando con passione contro il gallicanesimo a sostegno della infallibilità del Papa. Il suo intervento magistrale scuote i Padri conciliari e la sua eco sulla stampa provoca reazioni opposte.

        Con tatto diplomatico, nell’intervento del 20 giugno, smorza i toni verso la Chiesa francese, consapevole dell’importanza di raggiungere il consenso e l’unità d’intenti, senza provocare l’accensione di una polemica.

        Purtroppo, la forzata sospensione dei lavori conciliari impedisce al nostro Patriarca di condurre a compimento i propositi della sua relazione. Che rimangono però validi negli anni seguenti.

       Dopo ventidue mesi di assenza, il Valerga torna a Gerusalemme e si dirige a Beit-Giala   per un ritiro di due settimane nel Seminario.21 Avverte l’esigenza di meditare in solitudine sugli eventi trascorsi e su quelli che  avrebbero determinato il futuro della sua missione. Infatti sta per essere ultimata la costruzione della Concattedrale, la cui inaugurazione e consacrazione è fissata per l’11 febbraio 1872.

       Il Patriarcato, con tutte le sue strutture, nelle quali agiscono molte persone, si  mette in movimento. I contributi dall’Europa non si fanno attendere,22 tutto è pronto.

       Per la cerimonia del grande giorno “il Patriarca era assistito da tre Vescovi : Mons. Bracco, suo ausiliare, Mons. Athanasios, Arcivescovo melchita di Tiro e mons. Zaccaria da Catignano, Vescovo di Mardin, e inoltre dal Rev.mo P.Dilani, Custode di Terra Santa”.23

       Il lungo giorno del Patriarca, nel suo anno decisivo, rappresenta l’ennesimo successo.  Innovativo fino all’ultimo, il 2 giugno 1872 riesce ad organizzare per la prima volta a Gerusalemme la processione del SS. Sacramento per il Corpus Domini. L’autorità e il prestigio del Patriarca sono al culmine: passa con il Santissimo fra due ali di folla comprendente greci, armeni, siriani, musulmani e monaci ortodossi. Centoquattordici anni dopo, Giovanni Paolo II convocherà ad Assisi il profetico “Incontro interreligioso di preghiera per la pace”, con i rappresentanti di dodici grandi religioni. Assisi è sicuramente un grande centro spirituale, ma non è  “il centro”, non è Gerusalemme. Valerga è consapevole di ciò e non vuole perdere un attimo della sua vita, giunta ormai quasi alla fine.

     Parte ancora, questa volta per visitare l’antica Sidone (Saida).

     Centotrentaquattro anni dopo Samir Khalil Samir scriverà su Avvenire del 3 ottobre 2006: “Gerusalemme è il punto nevralgico e più delicato che i due Stati desiderano legittimamente assumere come capitale. Si deve dunque costituire una Commissione internazionale che comprenda Israele e Palestina, per garantire la sicurezza, la libertà di movimento e il rispetto delle frontiere internazionali all’interno della città; ma anche la sacralità, la salvaguardia e l’accessibilità dei Luoghi Santi che sono patrimonio universale e devono essere protetti da accordi internazionali”.24

       Di ritorno da Saida, a cavallo, il Patriarca recita il Rosario ad alta voce, mentre progetta di ripartire da Beirut per Damasco, questa volta in diligenza. Arriva “davanti alla porta della chiesa” dove “ stavano tre Vescovi in abiti solenni: Macario Haddad, ausiliare del Patriarca melchita assente, Mons. Basilios Hajjar, Vescovo melchita dell’Hauran, e l’Arcivescovo siro di Damasco “.25 Non trascura nemmeno in questa occasione l’importanza della cappa magna, che trasmette al rito la massima solennità, di concerto con il grande apparato liturgico-sacramentale allora in uso.

       Torna a Gerusalemme attraverso lo Hauran, il Legiah, la Transgiordania con una breve sosta alla missione di Salt.26 Percorsi massacranti, ma non casuali : “ Nelle intenzioni di Mons. Valerga questo viaggio di ricognizione attraverso il nord della Transgiordania doveva avviare il lavoro di evangelizzazione. I fatti successivi giustificheranno pienamente questi piani e queste speranze: la missione di Ermemin sarà fondata nel 1873, quella di Fuheis nel 1874, quelle di Agilun e di Anjara nel 1876 e quelle di Hosson nel 1885 ”.27

              Il 13 novembre 1872, celebra la Messa di fronte alla montagna della Quarantena che ricorda il digiuno di Gesù Cristo, e arriva in serata al patriarcato dove viene accolto dai confratelli riuniti per una assemblea, primo fra tutti quel che sarebbe diventato il suo successore, Mons. Giovanni Vincenzo Bracco.

       A quest’uomo forte restavano ormai pochi giorni prima del suo viaggio eterno e, considerando tutte le attività del 1872, sembra che inconsapevolmente Valerga abbia voluto prendere la rincorsa, per gettarsi meglio nelle braccia del Cielo.

        Il 24 novembre fu costretto a mettersi a letto. Dopo due giorni peggiorò. Si rese conto con la lucidità che  sempre lo contraddistinse, d’essere giunto alle ultime ore. Mons. Bracco gli fu costantemente vicino. Per un momento sembrò recuperare un po’ di vigore, e i quattro medici che lo circondavano, pregarono anch’essi con tutto il Patriarcato abbracciato al suo Patriarca, sperando in un miracolo. Il miracolo non si fece attendere . Giuseppe pronunciò le sue ultime parole: “ Sì, il Crocifisso, nient’altro, nient’altro! ” e spirò.

        Era il 2 dicembre 1872. A pochi metri dal Golgota il Patriarca riuscì finalmente a saldare la sua vita con quella di Gesù Cristo.

     Un breve passo tratto dal suo testamento ci restituisce la grandezza di questo missionario ligure cosmopolita:

 

“ Domando umilmente perdono a tutti coloro che ho potuto, nel corso della mia vita, offendere con parole o atti in qualunque modo. E io, di tutto cuore, ho perdonato, perdono e intendo perdonare, nel momento della morte, a tutti coloro che, in qualsiasi forma, m’avessero danneggiato, offeso o calunniato per qualunque azione della mia vita pubblica o privata ”.28

      

        L’immane sforzo legato alla missione, protrattosi per venticinque anni, rimane scolpito nel tempo, a conferma del suo non essersi mai allontanato dalla Verità ultima che è Gesù Cristo Nostro Signore.       

 

 

 

1.2.2                Don Antonio Belloni

 

          Antonio Domenico Belloni nasce, il 20 agosto 1831, a Imperia Borgo Sant’Agata  e muore a settantadue anni, il 9 agosto 1903, a Betlemme.

           Durante il ginnasio che frequenta dagli Scolopi, matura la vocazione al sacerdozio ed entra nel Seminario Diocesano di Albenga, dove resta  per quattro anni.

           Nel 1855 entra nel nuovo Seminario delle Missioni Estere a Genova, intitolato al Marchese Antonio Brignole Sale.

          Antonio, durante gli anni di studio, viene subito notato per la serietà di vita e l’attenzione caritatevole verso il prossimo. Lo nominano assistente dei chierici e loro insegnante di scienze. Il 13 dicembre 1857, a ventisei anni, è ordinato Sacerdote.

           In quel periodo la migrazione italiana verso gli Stati Uniti era consistente: Antonio rimane colpito da questo fenomeno che vede nella sua prospettiva di futuro missionario, ed inizia a studiare l’inglese. Egli avrebbe forse desiderato spendere le proprie energie per l’evangelizzazione del Nuovo Mondo, ma la Sacra Congregazione di Propaganda Fide pensa di assegnarlo al Patriarcato Latino di Gerusalemme. Parte per la Terra Santa a ventotto anni, il 22 aprile 1859. Il distacco è reso assai difficile a causa della resistenza della famiglia, che con molta fatica gli permette infine di seguire la sua vocazione missionaria. Al suo arrivo in Terra Santa il Patriarca Valerga lo accoglie  calorosamente e lo inserisce nel seminario di Beit Giala come professore di Filosofia e Sacra Scrittura.

           Anche per Antonio, come per tutti i grandi fondatori, c’è una data di riferimento ben precisa, ed è il 2 gennaio 1863: quel giorno un ragazzo di dodici anni di Beit Giala, di nome Issa Safari, si presenta nel giardino del Seminario. Issa è orfano di madre, è un adolescente povero e vestito di stracci, con il padre cieco. Questo ragazzo nella sua estrema povertà offre il suo aiuto per i lavoretti che Don Antonio sta portando avanti. Il Sacerdote coglie in Issa un segno di Dio: il ragazzo possiede un corpo sano, una voce in grado di chiedere e una energia in grado di dare. Da questo incontro apparentemente casuale scatta l’illuminazione. Da questo punto umano assolutamente privo di rilevanza e visibilità, nascosto fra la polvere che egli stesso solleva, Don Belloni scorge la possibilità di un’azione rinnovata, un nuovo modo di svolgere il suo compito di missionario. Issa cammina a piedi nudi, su strade lontane dai centri che contano, vicinissimo a Betlemme: l’evidenza della precarietà di un’adolescenza abbandonata a se stessa fa nascere il cuore autentico della missione di Don Antonio, che da quel momento diventa l’Abuliatama, il Padre degli orfani.29

           Issa innesca in Belloni un processo creativo che lo porta alla fondazione del primo Orfanotrofio Cattolico della Palestina.

           In anticipo sull’enciclica Rerum novarum di Leone XIII 30, dove si afferma  che  l’uomo ha diritto a un giusto salario, sufficiente a “mantenere se stesso e la sua famiglia” (RN 35),31 Don Antonio si trova ad affrontare i problemi legati alla povertà, dovendo rispondere in prima persona ed in tempi assai ristretti a quel bisogno che si è manifestato attraverso quel giovane.

           Belloni  accoglie Issa, lo lascia fare quel che è in grado di fare, e in questo modo infonde fiducia in un cuore disilluso e solo. Poi si rende conto di alcuni bisogni pratici: il cibo, le scarpe e un vestito dignitoso, per rendere evidente una dignità che già in sé Issa possiede e che va alimentata con il giusto insegnamento culturale e religioso.

            Il bene si propaga, si diffonde inesorabilmente. L’aiuto pratico dato ad Issa produce nel villaggio un fermento pieno di speranza. Molti ragazzi si trovano nella stessa condizione e le famiglie, poverissime, non erano in grado di sostenerli. Tutti costoro si rivolgono a Belloni, che può contare fin da subito sul sostegno del Rettore del Seminario, Don Giovanni Vincenzo Bracco, e su quello del Patriarca Valerga, che lo nomina, nel 1864, Canonico del Santo Sepolcro.

            Ma non basta. I bisogni sono urgentissimi. Aumentando il numero dei ragazzi, aumentano di conseguenza le spese che anche in regime di economia sono quotidiane. L’orfanotrofio non è un’ attività commerciale: esso si sostenta con la preghiera e con la generosità dei benefattori. Quest’ultima, però, sembra mancare, almeno per un certo periodo.

     Ormai trasferito a Betlemme con i suoi orfanelli, Belloni tocca con mano, abbracciandola come San Francesco, la povertà estrema: “ Figliuoli miei, io non ho più in mano un solo centesimo per mantenervi. Mi reco a Gerusalemme. Se non mi vedrete tornare, domani ritornerete alle vostre case, finchè la Provvidenza non provveda altrimenti”.32 Se questo dramma si verifica all’interno di una organizzazione ecclesiastica, vuol dire che tutto il Patriarcato Latino vive in uno stato di crisi. La povertà dell’orfanotrofio è solo lo specchio fedele di una indigenza generale ben più estesa.

            La risposta cristiana alla povertà non è filantropica ma cristiana , confida pienamente nella Divina Provvidenza e non nei calcoli, spesso poco lungimiranti, degli uomini. E infatti: “ Mentre era al Santo Sepolcro a versare la piena del suo dolore dinanzi al Signore, gli vengono a dire che è arrivato un assegno di seicento franchi da un benefattore sconosciuto. Con questa somma il Canonico può fare le spese più urgenti ed evitare il rinvio (a casa) dei suoi orfani “.33 Questo aiuto non esclude la difficoltà costante dell’opera che Belloni porta avanti, costretto a superare umiliazioni e lacrime sovente accompagnate da calunnie gratuite. Diffamazioni e contrasti che sono frutto dell’invidia, anche ecclesiastica, verso qualcosa di buono che cresce e si sta affermando per il bene comune.

            Sono indubbie le assonanze fra l’opera educativa di Don Antonio Belloni e quella di San Giovanni Bosco. Nell’opera di Betlemme Don Antonio “aprì corsi regolari di studi elementari e reparti di calzoleria, falegnameria, sartoria e legatoria. Per animare la vita di questi giovani organizzò pure una banda musicale, la prima in Palestina.(…) Aprì pure una scuola esterna, una scuola serale per giovani operai e un circolo giovanile (…)”.34 Notiamo subito una profonda simpatia con il metodo educativo-preventivo salesiano. L’ Orfanotrofio è simile all’Oratorio35 di Valdocco dove Don Bosco accoglie i primi giovani indigenti di quella che sarebbe diventata la Famiglia Salesiana.

          Il 26 aprile 1874, Belloni fonda i Fratelli della Sacra Famiglia e, lo stesso anno, durante un viaggio in Europa alla ricerca di benefattori per l’ Orfanotrofio, viene invitato da Pio IX ad incontrarsi con Don Bosco che sta portando avanti da anni la sua missione educativa con energie non comuni. I due si parlano a lungo. Per i giovani della Terra Santa servono educatori competenti e motivati, missionari con la vocazione di seguire i giovani nella crescita.

           I mezzi materiali da soli non sono sufficienti. La giusta formazione può avvenire solo nell’incontro fra un educatore e un missionario. Anche Don Bosco è impegnato nell’organizzazione delle  prime fondazioni, e deve far fronte a difficoltà di ogni genere. Don Belloni deve pazientare ancora per un po’, poi l’intesa di fondo con i Salesiani si crea. La comunione d’intenti si afferma in virtù dell’amore per Gesù Cristo rivolto ai giovani di tutto il mondo. In primo luogo coloro che si trovano in stato di bisogno. Entrambi non sopportano di vedere sciupata una sola anima, sentono nel più profondo del cuore l’esigenza di affrontare tutte le difficoltà che sorgono da ogni nuova adozione. La visione di Don Bosco, poi, è così universale che con la mente abbraccia tutti i bisognosi del mondo e in pratica cerca proprio di ottenere questo risultato. Entrambi vogliono l’equità sociale, la giustizia economica36 per tutti, ma soprattutto desiderano attuare il Vangelo della carità di Cristo.

            Il 31 gennaio 1888, Don Bosco muore e l’anno dopo, il 19 giugno, a soli cinquantaquattro anni, decede il Patriarca Vincenzo Bracco, uno dei maggiori sostenitori dell’opera di Don Belloni.

           Nel 1890, la Sacra Famiglia, l’Istituto fondato da Belloni per la tutela dell’infanzia abbandonata e indigente, è finalmente aggregata alla Congregazione Salesiana. L’8 ottobre 1891, l’anno nel quale Papa Leone XIII pubblica l’Enciclica Rerum novarum, arrivano a Betlemme i primi Salesiani e le prime Figlie di Maria Ausiliatrice.

           A sessantadue anni, il 7 luglio del 1893, Don Belloni prende i voti nella Congregazione Salesiana, diventando così l’autentico “figlio” di Don Bosco.

           Don Michele Rua ( 1837 – 1910 ) il primo successore di Don Bosco, visita nel 1895 le Opere della Palestina, riconoscendo in Belloni il “ Don Bosco della Terra Santa “: grazie a lui, infatti, la grande Famiglia Salesiana entra in Medio Oriente e si costituisce in Ispettoria nel 1902 con il nome di “Gesù Adolescente”.37 Il miracolo è avvenuto. L’innesto fra due sante visioni, fra due sante fondazioni è riuscito. Non ci sarebbe stato rigetto, ma solo un crescente sgorgare di attività, di creatività, di preghiera e di canto.

           Cito come esempio quel che accadde a Beitgemal, piccolo villaggio acquistato grazie alla generosa donazione del Marchese John Patrick de Bute,38 luogo in cui giacquero fino al 415 le spoglie di Santo Stefano Protomartire, in seguito trasferite a Gerusalemme.

            Beitgemal si trova a trenta chilometri da Gerusalemme e questa località ospita i resti del Servo di Dio Simaàn Srugi, accolto a undici anni da Belloni a Betlemme. Questa persona diventa l’esempio del laico salesiano della casa di Beitgemal, dedicandosi soprattutto all’ambulatorio come infermiere e al mulino come mugnaio. Quotidianamente al servizio della povera gente, non fa distinzione fra cristiani ebrei e musulmani, serve tutti con generosità. Non riceve compensi e  il suo impegno è gratuito, di giorno e di notte.

         Belloni  spende tutta la sua vita di missionario. Sempre in Palestina costruisce la Chiesa del Sacro Cuore, e fino all’ultimo lavora a Betlemme, dove ancora nel 1901, ingrandisce i locali, fa costruire il campanile e innalza la bella chiesa di Maria Ausiliatrice, l’ultima opera, che resta il sigillo a una vita interamente dedicata al bene dell’orfano. Rinuncia alla possibilità di diventare Patriarca Latino di Gerusalemme e primo successore di Mons. Valerga, per dedicarsi completamente alla causa dell’Orfanotrofio Cattolico.39 Ed è in questa fondazione che va letta la sua anima di pastore: il suo cuore è costantemente rivolto ai giovani salvati dall’indigenza, che vivono una vita migliore, grazie all’incontro con  lui, l’Abuliatama . Dal 1903, il suo corpo riposa nella cripta della Chiesa del Sacro Cuore, in Betlemme, dove il 12 settembre 1870, scrive al Direttore delle Missioni Cattoliche queste parole:

 

      “Già da lungo tempo le promisi di parlarle della grande miseria che abbiamo quest’anno in Palestina. Ma che vuole ? L’uomo propone ed  Iddio dispone !(…) Ben oltre dieci mesi erano trascorsi senza acque considerevoli (…). Il cielo poi sembrava rimaner sordo al digiuno ed alle preghiere dei cristiani; (…) I giovani e coloro che non hanno legami emigrarono in paesi lontani. Coloro poi che per vecchiaia o per altri motivi non potevano fuggire camparono per alcuni mesi una vita stentata vendendo quel poco che avevano ad un vilissimo prezzo, e presentemente si trovano in un’estrema miseria. Cercano moneta ad imprestito anche con l’interesse annuo del 70 e 80%, e non ne trovano !Più; già da qualche tempo il commercio qui è nullo, e per mancanza d’acqua sono sospese quasi tutte le costruzioni, per il chè molti abitanti di Betlemme, di Gerusalemme e dei paesi limitrofi sono senza lavoro e senza pane ”.40

 

            Dagli scritti di Don Belloni emerge la pressante necessità di mezzi per mantenere le fondazioni. Abbiamo già messo in evidenza questo aspetto, comune a tante opere cristiane.

            L’organismo della fondazione poggia, si sviluppa e cresce grazie alla vocazione del fondatore. Belloni fonda l’Orfanotrofio Cattolico per amore di Dio. Il Luogo Santo dove sorgeranno gli orfanotrofi è lo stesso suolo calpestato da Gesù Cristo nella sua vita terrena. Luogo sul quale sono presenti altri riti religiosi, che Belloni considera con spirito ecumenico. In seguito, ogni Istituto, che riceve un sostegno economico ha la possibilità non solo di superare le emergenze ma di creare alcune attività produttive in grado di fornire i giusti mezzi alla sopravvivenza41 dell’Istituto. In primo luogo per le persone che, ospitate nell’Orfanotrofio da bambini, lì sono cresciute, hanno imparato a pregare, a studiare e ad apprendere un mestiere. E’ l’apprendistato tanto caro a Don Bosco per far sì che i suoi giovani giungano presto all’autonomia e alla realizzazione personale, sempre in una prospettiva di fede.

            Il Salesiano Belloni non è un filantropo, ma un cristiano, un sacerdote cristiano.

            La stessa ricerca del denaro, i viaggi fatti a questo scopo, diventano un mezzo di apostolato e di ri-evangelizzazione missionaria. Non sono una scusa per tornare alla sorgente, bensì un ri-portare la fede in Europa dalla sua fonte diretta, la Terra Santa.

            La missione è un cantiere sempre aperto, una Cattedrale spirituale per annunciare Cristo Risorto a quanti ancora non lo conoscono e per ricordarlo a coloro che lo hanno dimenticato. Belloni  insegna a realizzare tutto ciò in spirito di carità e umiltà. “Dio è Amore” ( 1Gv 4,16 ) e la carità è quella cantata da San Paolo: “Se anche parlo le lingue degli uomini e degli angeli ma non ho la carità, sono un bronzo sonante o un cembalo squillante” (1Cor 13,1 ).

            Oggi, l’Opera Salesiana “Gesù Bambino” a Betlemme, comprende  una Scuola tecnica con i Corsi di Formazione Professionale, l’Oratorio e il Centro Giovanile, l’Associazione Maria Ausiliatrice, gli Scouts, la Banda e il centro artistico Salesiano, il forno, la panetteria e il Museo dei Presepi. Questa sorgente di amore affronta quotidianamente i problemi più svariati, ma si mantiene ed allarga costantemente i suoi orizzonti in virtù della sua capacità di generare nel prossimo l’amore di Dio. Continua cioè nei secoli lo spirito missionario e la testimonianza di Don Antonio Belloni, l’Abuliatama della Terra Santa e speranza di molte persone.       

 

 

 

1.2.3          Mons. Giovanni Vincenzo Bracco

 

 Nasce a Torrazza di Imperia il 14 settembre 1835, proprio il giorno della Esaltazione della Santa Croce. Questa festa ha avuto origine dalla consacrazione della Basilica del Santo Sepolcro nel 355.

            Muore a Gerusalemme il 19 giugno 1889.

            Mons. Bracco è il terzo componente della triade diocesana di Albenga – Imperia che opera nelle missioni in Terra Santa, e lo troviamo impegnato ad approfondire l’attività pastorale nel Patriarcato.

            Tutti e tre, giovanissimi, ricoprono cariche di alta responsabilità. Valerga, a ventisette anni, già Rettore a Beit-Giala, dimostra di conoscere il valore prioritario della persona valorizzando le capacità intrinseche di ogni seminarista e di ogni docente. In Don Belloni, si riscontra una bellissima comunione d’intenti e la stessa preoccupazione educativa che muove – negli stessi anni – San Giovanni Bosco. In entrambi il fine è una educazione compiuta e permanente del giovane, alla luce della fede.

            Decisamente in anticipo sui tempi, Bracco  risolve complessi problemi di gestione del Seminario prima e del Patriarcato di Gerusalemme in seguito.42 Dimostra che l’innovazione nasce ad ogni livello e anche in assenza di mezzi adeguati, se c’è la capacità di risolvere situazioni anche rischiose con la creatività di tutti e partendo da una fede comune.

            Mons. Bracco dà fiducia al prossimo ed ottiene il consenso per creare un circolo virtuoso, basato sull’apprendimento delle soluzioni necessarie al vivere quotidiano. Il suo stile di vita è  esempio per tutti coloro che lo incontrano, e la sua testimonianza è quella di un uomo autenticamente cristiano.

            Bracco cresce a Torrazza in una famiglia modestissima. Don Francesco Barla è il suo maestro elementare, e un altro suo parente, Don Andrea Bracco, è il suo primo maestro di latino. La sua casa si trova a cinque chilometri da Porto Maurizio, arroccata sulla ripida costa ligure. Per frequentare il Ginnasio e successivamente il Liceo, Bracco scende e risale a piedi il sentiero, ogni giorno e in ogni stagione, e il suo pasto frugale è composto molto spesso da un solo  pezzo di pane.

            Il Seminario Vescovile di Albenga, fondato pochi anni dopo la conclusione del Concilio di Trento, il 21 aprile 1569, offre ospitalità al giovane Giovanni Bracco che vi si presenta il 10 ottobre 1854.

 La formazione del giovane seminarista è completata a Genova presso il Collegio Brignole-Sale. Lì Bracco frequenta Don Belloni, e i due diventano amici. Belloni arriva in Terra Santa nel 1859; Bracco l’anno seguente. Entrambi giovanissimi, corrispondono pienamente ai loro compiti, colmi di responsabilità. Bracco si costruisce una disciplina personale e severa, che rispetta per tutta la vita, dando esempio di coerenza e rettitudine. Già da seminarista rivela quelle doti che ancora oggi permettono di indicarlo come esempio della Chiesa missionaria: la devozione quotidiana al Santissimo Sacramento, e la prudenza verso tutte le questioni umane, in particolare, nei giudizi e nelle valutazioni. E’ infatti consapevole che un errore di valutazione sulla condotta altrui può causare danni irreparabili.

           La sua persona comunica una profonda e sincera dolcezza verso il prossimo e la fortezza nel resistere a quelle situazioni non allenta la coerenza della vita sacerdotale missionaria , centrata sulla preghiera.

           Ma ciò che impegna la sua condotta sia di Rettore del Seminario, che di Vicario Generale e Vescovo Ausiliare a soli trent’anni, è soprattutto l’umiltà.

          Humilité: Je tacherai d’entretenir en moi un sentiment de profonde humilité: je ne laisserai passer aucune occasion de pratiquer cette virtu “,43 scrive uno dei suoi biografi .

           La carità diventa quindi per Giovanni la regola aurea , tanto che si può definirlo il missionario della regola “incarnata”: infatti sente in sé il dovere di essere un uomo degno di portare il nome di Cristo.

            Nel 1868, è incaricato da Mons. Valerga di occuparsi di un regolamento per il Clero del Patriarcato, che nel 1973 è ancora in vigore. Diventa Patriarca nel 1873 e imprime in questo suo importante incarico quel carattere di ecumenismo, che rende la sua azione estremamente  “moderna” e aperta a  tutte le confessioni presenti nella Terra Santa. Egli non vuole escludere nessuno dalla sua missione, tanto che durante il suo Patriarcato le missioni raddoppiano. Ed è su questo dato che si misura la forza di una fede genuina di cui la sua prima Lettera Pastorale risulta essere testimonianza eloquente.

            Il commento ad alcuni passi di questo testo consente di giungere al cuore dell’annuncio missionario, così come Giovanni Vincenzo Bracco lo intende e lo vive:

           “ La nostra persona era stata elevata  a questo tanto eccelso uffizio da S.S. il Sommo Pontefice Pio IX successore di Pietro e Vicario di Gesù Cristo (…) abbiamo fatto ricorso a Dio, il quale ci ha chiamati, e che è il nostro rifugio e la nostra forza, ed alla sua presenza esponendo la nostra trepidazione, non abbiamo omesso con gemiti e lacrime di umiliar le nostre preghiere, acciò per meriti di Gesù Cristo suo Figlio e Capo di tutti i Pastori ci aiuti e faccia riposare su di noi lo Spirito del Signore, lo Spirito della sapienza e dell’intelligenza, lo Spirito del consiglio e della fortezza, lo Spirito della scienza e della pietà, e ci riempisse dello Spirito del suo timore, col quale vivificanti e rinvigoriti possiamo por mano con fiducia ad un ministero tanto sublime “.44

 

            Bracco parla con sicurezza nel Luogo di Dio, riconosce il Suo disegno, lo accoglie e invoca umilmente i sette doni dello Spirito Santo, chiedendo l’aiuto per la sua missione di Patriarca. Sa infatti che la missione del Vescovo sta innanzi tutto nell’annunciare, senza escludere nessuno, la Parola di Dio e nel portare Cristo per mezzo dei sacramenti, restando fedeli in tutto al Vangelo .

 

           “ E a voi primariamente mi rivolgo, venerabili Fratelli, onore e corona nostra, l’ordine di cui fin dalla primiera istituzione venne appellato senato dei Vescovi. Procurate che, siccome derivate il nome dai sacri canoni, così vi conformiate a quel che essi prescrivono, acciocché siate veramente canonici. Siate solleciti che siccome nell’onore andate avanti agli altri, così tutti gli altri per pietà, gravità di costumi ed osservanza dell’ecclesiastica disciplina sopravanzate. E siccome gli occhi dei fedeli in voi sono rivolti allorquando celebrate le sacre funzioni, adoperatevi con ogni cura ad assistervi con quella fede, con quel fervore che si addice, a compiere con la dovuta attenzione e gravità le sacre cerimonie; acciochè al vedervi, le menti dei fedeli siano portate alla fede e i loro cuori alla pietà e religione, eccitati ed infiammati di amor di Dio ”.45

 

            Qui Bracco raccomanda ai suoi più stretti collaboratori la coerenza di fede e l’esempio, che deve essere canonico, cioè fedele alla regola. L’onore, che i canonici hanno, va, secondo Bracco, guadagnato con la disciplina ecclesiastica.

             La disciplina. Su questa parola fa perno il suo pensiero e la sua condotta.  Il canonico è Magister e si trova in una posizione di alta visibilità. Rappresenta l’istituzione nel suo insieme, non solo se stesso. Perciò le regole che determinano i rapporti intersoggettivi vanno rispettate, pena la perdita di autorevolezza della stessa istituzione.

      La sua preoccupazione di Pastore tiene conto di tutti, il suo sguardo attento abbraccia ogni singola persona, ma soprattutto coloro i quali sono stati chiamati da Dio al Sacerdozio:

 

             “  La medesima esortazione a voi facciamo pure, Sacerdoti tutti, i quali avvegnachè non abbiate cura d’anime, ciò nondimeno adempite con Noi, diversi uffici, secondo la grazia che il Signore compartì a ciascuno per la consumazione dei santi e per l’ufficio del ministero, e dell’edificazione del Corpo di Cristo che è la Chiesa (…) Né posso dimenticare voi, amatissimi Giovani, gaudio e corona Nostra, che nel Nostro Seminario attendete agli studi e percorrete il tirocinio delle virtù ecclesiastiche. (…) Ed ora ecco che non possiamo dirigervi direttamente, ma vi ameremo ancor di più, e avremo maggior sollecitudine pel vostro profitto. Perciò vi prego di considerare, quale grazia vi abbia fatto il Signore, col segregarvi dal suo popolo e accogliervi nel suo Santuario, per innalzarvi al sublime grado del Sacerdozio, farvi partecipi della milizia di Dio, se corrisponderete alla chiamata di Lui ”. 46

 

            Chiede ai suoi sacerdoti una piena collaborazione nel rispetto della specifica vocazione di ciascuno, indicando come obiettivo centrale “l’edificazione del Corpo di Cristo che è la Chiesa”. Sa bene infatti che nella comunità ecclesiale esistono i presupposti per rimanere fedeli al messaggio evangelico.

            Da Rettore del Seminario parla ai giovani con naturalezza, dimostrando comunque la sicurezza del sacerdote maturo. Ai seminaristi non risparmia i giusti rimproveri e da Patriarca, sottolinea con forza l’amplificarsi del suo amore per loro, proprio in virtù della sacralità del ministero.

            La relazione tra Dio e il Sacerdote è un dono, a cui corrispondere quotidianamente perché ogni presbitero ha il compito di trasmettere Cristo alla gente . Non a caso viene definito alter Christus.

            Il popolo avverte che al Patriarca Valerga è succeduto un Patriarca santo. La sua azione missionaria si esprime in tutte le attività e le cariche che gli sono affidate. Anche i numeri lo confermano: come Gran Maestro dell’Ordine Equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro, Bracco crea, in diciassette anni di Patriarcato,  millecentosedici  Cavalieri 47 e cento Dame.

            La sua fama è tale che, nel 1888 durante la visita ad limina a Papa Leone XIII, s’impone alla attenzione, non solo del Santo Padre, ma anche dei presenti, con la sua personalità e le qualità cristiane. Come riporta un testimone dell’epoca :

 

           “ Mi ricordo ancora di quando mi trovai con Mons. Bracco a Roma, che uno dei Monsignori assistenti al papa, mentre si parlava del Patriarca di Gerusalemme e si faceva le meraviglie perché avesse un’udienza così lunga, malgrado il malessere del Santo Padre, disse fra le altre cose queste o consimili parole: Ah! Questo Mons. Bracco è proprio un santo; questa è l’impressione che fa qui in Vaticano: e si, che qui si veggono ogni giorno prelati d’ogni Paese, ma nessuno produce tanta impressione, nessuno impone tanto rispetto, quanto questo Patriarca “.48

 

            A contatto diretto con il Luogo Santo, Bracco mette in pratica la giustizia evangelica con il rigore, che fin da giovane seminarista lo caratterizza.

            Comprende che la natura dell’uomo, anche se contaminata dal peccato, non è completamente perduta. Questo spiega la sua dolcezza nel trattare chiunque, dimostrando un profondo rispetto per tutte le persone di ogni razza e confessione religiosa, in quanto portatrice in sé dell’immagine e della somiglianza di Dio.

            Giovanni Bracco, in quanto Patriarca Latino di Gerusalemme, esprime la coscienza stessa della Chiesa Cattolica. Conosce infatti di essere chiamato a vivere la sua missione proprio nei luoghi che vedono il progressivo disvelarsi al mondo del Figlio di Dio, e il compiersi delle promesse messianiche.

            Gesù è il compimento dell’Antico Testamento. A Gerusalemme si vive questo passaggio decisivo del cristianesimo, nella consapevolezza che lo Spirito è attivo e agisce per il bene della comunità dei credenti diventando comunione.

            Bracco dà molta importanza alla attività dello Spirito, alla fedeltà al Vangelo e all’annuncio che deve essere instancabilmente diffuso fino alla seconda venuta di Gesù. Sotto questo aspetto, egli percepisce con la fede che il Vescovo è diretto successore degli Apostoli e in quanto tale deve eseguire la volontà di Gesù. Ogni Chiesa è in continuità con gli Apostoli e a tutte viene richiesta la comunione fra di loro. Bracco  estende questa comunione nel Luogo santo e sull’esempio di Mons. Valerga e dello stesso Don Belloni, apre alle altre confessioni, per metterle nella condizione, se lo desiderano, di rivedere i loro rapporti con la Chiesa cattolica.

            Segue cioè la regola della chiesa, che mira a rafforzare quotidianamente il senso di appartenenza alla  propria comunità e a quelle vicine in una prospettiva di comunione e di fratellanza. Allora lo sforzo del Patriarca è d’essere esempio per la Chiesa di Cristo nella quale le altre confessioni sono chiamate a vedere il modello di pienezza, per convergere in essa senza imposizioni, anche linguistiche, ma solo in virtù della libera comunione fra i popoli del mondo, e finalmente in rapporto fra di loro. Rapporto che per funzionare esige giustizia e misericordia, diritto e morale.  Non manca infatti occasione di ricordare ai suoi Sacerdoti :

 

           «  Réfléchissez bien que toute notre vie doit ètre uniquement consacrée à la gloire de Dieu et au salut des ames, et que nous aurons un compte terribile à rendre à Dieu, si, par notre négligence, une seule ame venait à se perdre » .49

         

          L’insieme di questi valori spinge il Patriarca a dedicarsi alla stesura di un Catechismo e alla traduzione della Bibbia in arabo. Una ventina sono inoltre le Lettere Pastorali ancor oggi degne di essere ricordate, anche per l’uso di un linguaggio semplice e accessibile a tutti. In riferimento a quella del 26 gennaio 1880, dedicata ad esporre la virtù della carità, il Duvignau riporta  un passo di Bracco che fa eco a quello di San Paolo ( 1Cor 13 ):

 

“la foi la plus grande, le don meme des miracles et des prophéties, les lumières les plus extraordinaire, la justice la plus rigourese, le plus grand désintéressement[…]les sacrifices les plus héroiques et le martyre lui-meme ne servent à rien, s’il n’y a pas la charité50

 

          Bracco torna alla casa del Padre, il 19 giugno 1889, a soli cinquantaquattro anni. Durante i giorni che precedono la sua morte il popolo non cessa di pregare per la guarigione del Patriarca e anche molti musulmani si recano alla moschea per  la stessa ragione.

Egli si abbandona fiduciosamente nell’abbraccio di Dio e dà disposizione perché sia affisso davanti al suo capezzale un grande crocifisso, in modo tale che la sua sofferenza sia espressione del sacrificio di Cristo. Il Patriarca Bracco muore nello stesso modo con cui è vissuto, abbandonandosi cioè completamente alla volontà di Dio ed esprimendo la più profonda riconoscenza per i doni ricevuti.  

 

 

1.2.4                    Don  Angelo  Bianco

 

       Don Angelo Bianco svolge la sua missione in Africa, nella Repubblica della Costa d’Avorio. Nasce ad Andora (Savona), il 26 ottobre 1943 e muore, il 13 gennaio 1982, a Bondoukou.

        Don Bianco è stato per qualche anno giovane curato nella Parrocchia di Diano Marina (Imperia), dove si è fatto apprezzare per le molteplici attività con i giovani, dando prova di una pastorale dinamica e coinvolgente, ancora oggi ricordata con stima e venerazione.

             La sua scomparsa destò una forte commozione, sia presso il popolo africano fra i quali svolgeva il suo apostolato, sia nella comunità ligure. Oggi si ricorda con ammirazione ed affetto l’etnologo, il linguista, ma soprattutto il missionario. I parrocchiani di Diano Marina, che periodicamente veniva a trovare, rappresentano l’altra anima del missionario.

        Don Angelo sentiva l’ambiente diocesano troppo limitato per lo sviluppo della sua intima vocazione: desiderava fare di più, perciò apre ad altri spazi, altri luoghi e altre genti.

       E’ un sacerdote che coglie favorevolmente le innovazioni del Concilio Vaticano II, specialmente le indicazioni proposte dal decreto Ad Gentes.

        Parlano di Don Bianco e delle sue attività africane numerosi articoli, fra i quali uno di sua pubblicazione, edito sulla rivista della Società delle Missioni Africane, intitolato Il Koulango-Abron un figlio della terra, in cui chiarisce la vera ragione della sua missione.51

         “ Non ero venuto in Africa per fare l’etnologo” dichiara  Don Angelo nella presentazione del suo lavoro :

 

  “Quando giunsi a Tanda, nell’ottobre 1970, credetti di dovermi immediatamente avviare sulla strada che i missionari avevano aperto da qualche anno nella regione Koulango-Abron. Un certo stile di rapporti con gli autoctoni –funzionava- abbastanza bene e dava i risultati attesi: conversioni, battesimi e persino qualche esempio di vita cristiana “52

 

        Dagli scritti di Don Bianco si evince la profonda convinzione del missionario che vede la sua opera  non disgiunta dal lavoro dei suoi predecessori. Dopo il primo impatto con un popolo senza storia,  Bianco si rende conto di essere entrato nella profondità di una diversa cultura e modifica le sue opinioni di partenza, consapevole che, “ Se tu coltivi il tuo campo ai bordi di un ruscello, imparerai a conoscere persino il lamento del granchio “ 53.

        Attraverso i proverbi, i racconti, le leggende che ascolta direttamente dal popolo, Don Angelo prende consapevolezza dell’anima non solo di quella zona, ma di tutta la natura africana, nella quale i popoli indigeni sono immersi. Davanti a lui si colloca l’immane problema della evangelizzazione verso coloro che nulla sanno del Cristo. Si tratta di un impegno, decisamente più vasto della sola pastorale in terre già cristiane e di costruire un percorso in grado di portare gli indigeni a riconoscere Cristo come il centro della vita e ad amare la Chiesa come prolungamento del Signore nella storia.

       Per riuscire in questo nobile intento Bianco, come tutti i missionari, ha a disposizione l’esempio personale di una autentica testimonianza cristiana e un  popolo formatosi dalla migrazione degli Abron:

 

   “sono parenti degli Ashanti e provengono dall’antico villaggio di Doma, situato tra la Costa d’Avorio e l’attuale Ghana. …I guerrieri abron sposarono le donne koulango, impararono la loro lingua, pur conservando la fierezza della loro razza. Ben presto però la superiorità guerriera degli Abron doveva farsi sentire sui Koulango, anarchici e pacifisti “ 54

 

La convivenza  fra questi due popoli funziona, perché entrambi sentono il bisogno di migliorare e di raggiungere una compensazione sociale. Così gli Abron più aggressivi si trasformano

 

    “in agricoltori, adattati alle condizioni di vita, alla lingua, al lavoro e persino a certi aspetti della religione koulango.

      Insuperabili nell’arte di dominare le forze occulte e di preparare i veleni, i Koulango avevano imposto agli occupanti le loro leggi religiose riguardanti la terra.

       Il primo occupante contrae infatti una relazione di ordine religioso con la terra e tutte le sue forze (…) Gli Abron, avendo compreso il carattere sacro e insostituibile di questa autorità, lasciarono ogni onore e ogni onere ai Koulango”55

 

       A differenza del conflitto in Ruanda, negli anni Novanta, fra Tutsi e Hutu, qui si  trova una soluzione per una pacifica convivenza. Bianco entra, attraverso la partecipazione alla vita koulango, all’interno di un mondo di credenze magiche, dove il profondo rapporto fra la terra e il cielo si mescola a quello dei “geni” che potrebbero essere l’equivalente dei nostri folletti. Questi “geni” dagli indigeni sono percepiti come esseri assolutamente reali, dotati di proprietà taumaturgiche:

 

  “ Sono stato spettatore impotente di una –presa di possesso- da parte del feticcio, nel villaggio di Ghimere, nell’aprile 1972. Una giovane catecumena era diventata strana, gridava e fuggiva la mia presenza. (…) Mi raccontarono poi che la nonna della ragazza, attraversando il ruscello, aveva creduto incontrare un genio. Questi le aveva detto che doveva portare a casa una pietra nera e quasi rotonda di quel ruscello. La vecchia l’aveva posta in un vaso di terracotta, avvolta in una rete di corda. Sua nipote doveva essere  legata al feticcio per assicurare la prosperità di tutta la famiglia “ 56

 

       Il ruscello, anche se piccolo, è già un richiamo di vita, l’acqua in Africa è sacra perché è vita. I pesci sono rispettati e, se trovati morti, vengono sepolti.57

 

   “Attualmente, in tutto il paese Koulango-Abron il feticcio dell’acqua più venerato è Tano. Gli Abron hanno idealizzato nel loro ricordo il torrente Tanoè, del loro paese Ashanti “ 58

 

       Affiorano, poco alla volta, nomi diversi, perché generati da linguaggi diversi. La lingua koulango per Bianco non è una barriera, ma una possibilità e uno strumento per mettere a frutto le sue notevoli doti di linguista. Dietro ogni parola c’è una storia, un racconto, una leggenda. Ogni parola è una porta che introduce con discrezione nell’intimo dell’anima, non solo dei popoli, ma della stessa Africa.

       Considerando gli anni settanta in cui Don Angelo vive la sua esperienza missionaria, a buon diritto egli può essere considerato un precursore della attuale catechesi africana.

       Lo spirito degli agricoltori koulango si avvicina a quello dei vecchi contadini liguri, capaci di passare una intera vita senza spostarsi dalle loro fasce di terra tenacemente ricavate dai pendii scoscesi della costa.

Analogamente, il lavoratore della terra africano, per dirla ancora con Don Bianco,  “conosce solo la terra dei suoi antenati, là dove ha messo le radici ad immagine del mondo vegetale. Non ama i campi troppo lontani. Preferisce che il villaggio sia come il centro di un grande cerchio, formato dagli appezzamenti coltivati. Per questo chiama i campi troppo distanti: hini kuri digo, colui che ama il cibo perché per andare così lontano a coltivare, bisogna avere ben fame ! “59

       Il ritmo delle stagioni per un popolo di agricoltori condiziona il ritmo della vita. In prossimità dell’equatore le stagioni non sono quelle vissute da Bianco in Liguria. Tanda è nell’entroterra, manca il mare come riferimento, il cambiamento è radicale. Il missionario si apre a una nuova geografia dello spirito disegnata attraverso le parole che indicano la madre, il padre, il bambino e l’anziano come liane della giungla perché : “Una sola liana non può legare la foresta.”.60 L’unità-ben della famiglia con la terra è fortissima, come il riferirsi quotidianamente alla saggezza del capo-tèsè.

       “Il ben-tèsè deve occuparsi almeno in parte del nutrimento e degli altri bisogni delle famiglie particolari ”.61 Lo sposo deve dimostrare di provvedere attraverso l’uso oculato della terra alla sua nuova e giovane famiglia. Terra sulla quale il tempo viene percepito diversamente che in occidente, terra-madre che alla fine della vita accoglie, conserva e ama, lo spirito degli antenati.

Molto realisticamente Don Bianco si pone il problema di come “tradurre” l’annuncio evangelico nella lingua del popolo che gli è affidato e in una forma mentale radicalmente diversa dall’ambito culturale nel quale è nato il Cristianesimo:

 

       “Se davanti alla mia comunità – osserva infatti il missionario - io traduco l’espressione “Signore Gesù” con bi Tèsè Jésus, mi devo rendere conto che i miei ascoltatori stanno pensando all’anziano della famiglia, al capo che organizza il lavoro e che divide il raccolto, al padrone degli schiavi riscattati, ma in essi non è ancora sorta alcuna idea del Signore Risorto che  “è  ora al di sopra di ogni nome” (Fil. 2.9).

        Mi resta dunque da fare questo passaggio attraverso una catechesi appropriata.

        Le nostre espressioni e la nostra civiltà occidentale stanno confondendo e cancellando una buona parte della loro cultura tradizionale “.62

 

      Qui non si tratta di comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, ma di annunciarlo per la prima volta in un mondo diverso. La conoscenza del simbolismo koulango senza dubbio è avvenuta per Bianco anche attraverso il linguaggio non verbale. Egli decide di utilizzare i proverbi del popolo per la catechesi e di innestare idee simboliche simili alla struttura mentale di accoglienza senza rinunciare alla chiarezza dell’annuncio evangelico. Conosce bene, infatti, che, per essere accolto, non si deve presentare come il salvatore, ma come il servitore.

 

         “Il missionario, anche dopo molti anni di soggiorno in Africa, continua a “passare la notte” da straniero, nei villaggi Koulango-Abron .E’ per questo che non deve erigersi a giudice frettoloso dei loro usi e costumi, ma deve rimanere seminatore della Parola di Dio “. 63

 

       Nella sua catechesi egli dà grande importanza al senso della storia. Non vuole prevaricare sulla memoria della comunità imponendo le figure antiche della storia sacra. Comprende la priorità degli antenati e il loro valore come radice culturale e sacra dei popoli Koulango e Abron  “destinati ad incontrarsi e a fondersi (…).Fin dall’inizio Dio aveva per loro il suo progetto di salvezza ”.64

         Bianco sa essere discreto, riservato. Il suo annuncio può anche disturbare, infastidire, generare una crisi di coscienza collettiva, provocare delle divisioni, tuttavia l’annuncio non  arriva come un urto, soprattutto in coloro che vivono una perfetta comunione con la madre-terra. La sua intuizione è pertanto quella di farsi “seme” di quella terra dove lui è ospite. Lasciandosi immergere nella terra, il missionario fa germogliare la giusta catechesi in armonia con la sua comunità e in sintonia con lo Spirito Santo. “ Cristo, che partecipa alla vita di Dio e alla vita degli uomini nel più alto grado, è l’antenato comune a tutte le razze ”.65 Nasce così la testimonianza che viene ripetuta di villaggio in villaggio in un processo comunicativo ideale.

         Don Angelo ha compiuto la sua missione vivendo nella comunità contadina come uno di loro, raccontando gli atti di Cristo per provocare la sorgente spirituale di un comune atto di fede, e giungere così, con il popolo, a quella comunione celeste già inscritta nella madre-terra ora madre-Chiesa.

         La sua gente l’ha ri-nominato, chiamandolo Kouamè Boroni Hémrigon* per sentirlo così ancora di più uno di loro. Il suo impegno linguistico non è stato vano: il 24 ottobre del 1978,  all’Università di Abidjan, discute la tesi di laurea sulla fonologia della lingua Koulango della regione di Bondoukou e la trascrizione della lingua Koulango, parlata da duecentomila persone è stata ufficialmente riconosciuta dall’Istituto di linguistica della Capitale della Costa d’Avorio.

       La ricerca linguistica di Kouamè è nata dalla precisa esigenza di sentirsi parte del popolo Koulango. Il valore scientifico del suo lavoro  emerge dalla studio sulla tonalità che modifica l’intero senso di una frase.

        Dalla introduzione della sua tesi possiamo ricavare la volontà tenace del missionario di rintracciare le origini del popolo che sta imparando a conoscere:

“…Les Koulango seraient donc arrivés dans la région de bouna il y a six ou sept siècles, après avoir traversé les régions de Dagomba et Gondja (Nord Ghana) et enfin la Volta Noire ".66

       La sua Parrocchia è dispersa in settantacinque villaggi, su una superficie di circa settemila chilometri quadrati, con una popolazione composta da oltre settantacinquemila figli della terra.

Quasi tutto il lavoro dell’importante missione di Bondoukou pesa sulle sue spalle. Il suo apostolato è durato dodici anni, dal 1970 al 1982 ;  il  suo lavoro e quello dei suoi confratelli della Società Missioni Africane rimane.

       I momenti di vuoto affettivo ci sono stati anche per loro ed emergono dalle lettere private che ci raccontano i dubbi, le incertezze e le difficoltà incontrate, il dramma di sentirsi trapiantati.

        Lo stesso ambiente naturale è sovente inospitale. Troppo caldo, troppi insetti, troppa sporcizia nei villaggi; tuttavia il passato non è sepolto, l’amore non muore mai, i ponti spirituali si rinnovano ogni giorno.

        “Purtroppo i nostri piccoli sforzi isolati non trovano incoraggiamento nei programmi di sviluppo ufficiali, siamo proprio i più abbandonati, noi del nord-est. Quando visito i villaggi condivido la loro povertà, ma se dovessi vivere sempre all’africana, non so se riuscirei ” 67.

       Rimangono difficoltà, problemi e molteplici sono le sfide per l’evangelizzazione in Africa. “La prima è senz’altro il dramma della povertà e della miseria, unita al frequente stato di belligeranza o di tirannia che si riscontra nei paesi africani. Ma non si può sottovalutare la tragica frammentazione del mondo cristiano, con la presenza di migliaia di sette e chiese indipendenti sempre più numerose e in concorrenza, e il necessario dialogo con l’Islam e con le altre religioni. L’ecclesiologia cattolica, che ha scelto come centrale la figura della “chiesa-famiglia-di-Dio”, tenta una strada di riconciliazione, di superamento delle divisioni etniche, nella ricerca continua dell’unità, che trova il suo primo fondamento nella comunione con Dio”.68

 

       La morte prematura di Don Angelo non gli ha permesso di continuare un’opera che – già preziosa – avrebbe proseguito in molte altre diramazioni ed esprimendo in molti altri modi quella creatività e quella capacità di tradurre l’annuncio utilizzando le categorie e la cultura delle popolazioni che il missionario intende evangelizzare. Egli muore per un indebolimento fisico, dovuto ad una caduta accidentale, aggravato in seguito da attacchi di febbre gialla, ma l’affetto della sua comunità non muore e vuole che Don Bianco sia seppellito sotto ad un albero proprio davanti alla Chiesa della sua missione, a perenne testimonianza dell’integrazione morale e spirituale che il missionario ha saputo esprimere a maggior gloria di Dio e a perenne servizio a favore dei fratelli africani.

 

 

1.2.5                 Mons. Lino Richero Panizza

 

            Nato a Balestrino (Savona) il 14 gennaio 1944,  Mons. Lino Richero Panizza è il più giovane fra i Vescovi missionari liguri. Intraprende la vita religiosa a undici anni, frequentando i Seminari cappuccini di Quarto dei Mille (Genova), Loano e Finale Ligure. La sua è quindi una vocazione precoce emersa ed accolta con la chiarezza cristallina e la semplicità di un bambino.

            Panizza l’11 settembre 1960, veste l’abito ed emette la professione religiosa il 15 agosto 1965. Completati gli studi filosofici e teologici nel Convento genovese di San Bernardino, riceve l’ordinazione sacerdotale l’1 marzo 1969 a Balestrino, dalle mani di Mons. Piazza Vescovo di Albenga – Imperia. La sua vocazione missionaria non fa  che confermare la predisposizione della Chiesa alla missionarietà, qualità che nasce dal suo essere testimone e che abbraccia pertanto tutto il popolo di Dio, compreso il laicato. Mons. Panizza vive il tempo del Concilio Vaticano II, l’evento più importante della Chiesa Cattolica nel XX secolo.

            Paolo VI è stato molto chiaro già il 29 settembre 1963, quando dice:

 

 “ La Chiesa viene qualificandosi come fermento vivificante e strumento di salvezza del mondo e illustra e corrobora la sua vocazione missionaria, che è quanto dire la sua essenziale destinazione a fare dell’umanità, in qualunque condizioni si trovi, l’oggetto della sua missione evangelizzatrice”.

 

            Panizza chiede ai superiori d’essere inviato in terra di missione. Il 14 dicembre del 1969 riceve il  “Crocifisso Missionario”  dal Cardinale Giuseppe Siri e dopo pochi mesi arriva in Perù 69 a Chorrillos – Lima.70 E’ l’America Latina la terra dove Don Lino eserciterà il proprio ministero, l’America Latina, che fin dal 1955, riunisce tutte le sue conferenze episcopali nazionali nel Consejo Episcopal Latino Americano ( CELAM ).71

            Panizza arriva in Perù due anni dopo l’importante conferenza del CELAM tenuta a Medellin (Colombia) nel 1968, li i vescovi proclamavano:

 

   “L’episcopato latinoamericano non può restare indifferente di fronte alle tremende ingiustizie sociali esistenti in America latina, che mantengono la maggioranza delle nostre popolazioni in una dolorosa povertà, prossima, in moltissimi casi, alla miseria disumana.”72

 

            Seguono Puebla 1979 e Santo Domingo 1992. Panizza è lì. Presente, per promuovere la santità dei fedeli, con il dovere di risollevare dalla povertà le persone che frequentano la chiesa. Fa in modo che il suo annuncio si modelli nel concreto aiuto alla vita delle persone.

            Questa miseria è un male pericolosissimo perché genera i presupposti della emarginazione cronica e, con questa, la facile caduta nel perverso mondo del crimine: traffico di droga, prostituzione, commerci illeciti, oppure, un semplice abbandono di ogni speranza, “ la morte dello spirito”. Il Discorso della montagna (Mt 5,3-11) sovrasta questa miseria. E il missionario diventa allora il mediatore per la salvezza che si deve fare concretezza.

Don Lino lavora a Tingo Maria e in seguito fa il Vice Parroco a Lima – Chama, nella periferia di una metropoli in espansione. Consegue nel 1978 la Licenza in Sacra Teologia alla Facultad de Teologia Pontificia y Civil di Lima. Dopo torna a Chama dove fa il Parroco e dirige il Collegio “Cristo Salvador”.

            Panizza svolge la sua attività di missionario, portando il Vangelo là dove il messaggio cristiano non è mai arrivato e non smette d’essere missionario neanche quando  parla a comunità già battezzate e praticanti la fede cattolica. La ri-evangelizzazione in terre scristianizzate si inserisce a pieno titolo nell’annuncio missionario. Afferma  il Gutiérrez :

 

           “ Non si tratta di inventare una visione della realtà dal principio alla fine e per suo uso privato; è piuttosto necessario partecipare lealmente al modo con cui – nel caso che qui ci interessa – l’uomo latinoamericano si autocomprende e percepisce il proprio divenire storico. A questo fine bisogna mettersi in atteggiamento di ascolto, ma l’ascolto presuppone in primo luogo l’uscita dal mondo meschino in cui si è “.73

 

            L’annuncio è il medesimo, cambia la persona che annuncia e diversa è anche la zona del mondo da evangelizzare, ma non cambia il senso  della Parola di Dio che si rivela al povero, e nel povero trova il suo contenuto, secondo quanto affermano i salmi :

 

           “rende giustizia agli oppressi, / dà il pane agli affamati. / il Signore libera i prigionieri, / il Signore ridona la vista ai ciechi, / il Signore ama i giusti, / il Signore protegge lo straniero, / egli sostiene l’orfano e la vedova, / ma sconvolge le vie degli empi. / ( Sal 146, 7-9 ).

 

            Il compito è assai difficile e problematico in tutti i sensi. La gente è numerosa e i missionari a tempo pieno sono pochi e con l’andar dei tempi, sempre meno. Panizza non si scoraggia e continua con determinazione il suo lavoro missionario. Diventa Consigliere, Segretario e Ministro, all’interno dell’Ordine cappuccino, poi Vice provinciale della Provincia Peruviana. L’allora Arcivescovo di Lima, Cardinale Landazuri Ricketts, lo nomina Consultore diocesano e Vicario per una zona della grande Arcidiocesi. In questi diversi incarichi, egli approfondisce la conoscenza del suo vastissimo gregge. Si fa povero con i poveri, al punto di radicare nella sua povertà le ragioni di una evangelizzazione portatrice dei grandi valori evangelici, fino a diventare davvero pietra di scandalo sull’esempio di Cristo salvatore.

           E’ così che Panizza si rende conto che il Vangelo deve essere provato con le opere. Sensibilizza pertanto gli amici genovesi per ottenere i mezzi idonei alla fondazione del Centro sociale Buen Pastor a Lima – Chorrillos, in grado di fornire un pasto quotidiano alle numerosissime persone bisognose. Attrezza con strutture moderne il locale ospedale e, in molti casi, oltre a potenziare le strutture esistenti, realizza ex-novo parecchi impianti di pubblica utilità. Tutto questo avviene nella disgregata periferia di Lima.

            Non c’è dubbio, Lino Panizza Richero incarna lo spirito di Medellin, Puebla e Santo Domingo, eventi sui quali ancora oggi dobbiamo riflettere, se non altro perchè, producendo documenti che sono la voce di tutti i Vescovi dell’America Latina,74 essi esprimono una autorevolezza superiore a quella del singolo teologo oppure di un piccolo gruppo di studiosi ed essi dicono che “ tutti i diritti umani sono universali, indivisibili, interdipendenti e correlati “.75

            E’ il mondo stesso che nella seconda metà del XX secolo si mette in discussione in ogni continente. La prevalenza cattolica nelle Americhe e, in particolare in quella del sud, porta la Chiesa a prendere atto in primo luogo dello scossone determinato dal progredire della teologia della liberazione.

            Centrale era ed è la questione economica che impedisce alle popolazioni di raggiungere quella dignità auspicata dalle istituzioni mondiali. E il cambiamento economico è conseguenza di un cambiamento politico. I Vescovi dell’America Latina intendono contenere le ingerenze e le pressioni eccessive provenienti dal Nord America, cercando forme diverse di equilibrio sociale.

            In questo delicato clima socio-politico Panizza, il 2 febbraio 1997, diventa Vescovo della diocesi di Carabayllo.76

            Panizza fonda da zero, nel 2000, senza mezzi, e confidando esclusivamente sull’aiuto della Provvidenza l’Università Cattolica  Sedes Sapientia ( oggi frequentata da tremilacinquecento giovani ), in stretta collaborazione con l’Università di Genova, per combattere la povertà con l’educazione, che egli considera il sommo rimedio. L’aspirazione è quella di creare una nuova classe dirigente sensibile a tutti i problemi della persona. Attualmente sono attivi i corsi di Pedagogia ( con specializzazione in Scienze Religiose ) ed Economia. In futuro è prevista l’apertura di un corso di Giurisprudenza e Comunicazione sociale, con particolare attenzione al mondo dei mass-media.77 Panizza dimostra d’essere in grado di percepire tutta questa umana ricchezza che i poveri possiedono schierandosi dalla parte dell’incontro di Puebla e ribadendone con chiarezza le idee. Sottolineando che :

 

            “il compito specifico dell’evangelizzazione consiste nell’ “annunciare Cristo” e invitare le culture non già a rimanere inquadrate in una cornice ecclesiastica, ma ad accogliere per mezzo della fede la signoria spirituale di Cristo, perché fuori della sua verità e della sua grazia non possono raggiungere la loro pienezza “.78

 

             Come Panizza stesso ha potuto constatare, c’è una forza intrinseca nel povero, sfruttato ingiustamente, diffamato, minacciato, esiliato, disoccupato, arrestato, torturato, ucciso,  che nemmeno la morte può fermare. La sola a capire e a diventare segno di speranza di questa necessità è la Chiesa che

 

               “ deve sostenere il popolo nelle sue lotte per il superamento di tutto ciò che lo condanna a restare ai margini della vita: carestie, malattie croniche, analfabetismo, pauperismo, ingiustizia nei rapporti internazionali e specialmente negli scambi commerciali, situazioni di neocolonialismo economico e culturale, talvolta altrettanto crudele quanto l’antico colonialismo politico (…) la povertà non è una tappa transitoria, ma il prodotto di situazioni e strutture economiche, sociali e politiche.79

 

            Panizza vive questa realtà, e la interpreta a suo modo, anche se davanti alla guerra, 80 alla morte ingiusta, le strade percorribili rimangono poche, quando tutto tace e gli esseri umani sono colpiti ingiustamente e, rimangono a terra, sovente privi di sepoltura. Il missionario non può fare altro che appellarsi alla preghiera. Perciò si rivolge alla Madonna di Guadalupe Patrona del Messico e di tutta l’America Latina.

              Mons. Panizza ha mantenuto vivo il rapporto con la propria Chiesa di origine: i viaggi in Europa sono regolari, ritorna spesso nella  diocesi di Albenga-Imperia per sensibilizzare interi gruppi parrocchiali alla missione in Perù. Periodicamente gruppi di fedeli provenienti da varie parrocchie della diocesi organizzano viaggi che rendono estremamente concreta e vicina l’esperienza di questo nostro illustre missionario e permettono la conoscenza di un’autentica esperienza di fede. La condivisione di questa vita missionaria è per tutti coloro che si lasciano coinvolgere una fonte autentica di rigenerazione spirituale. E’ vitale questo rapporto tra il missionario e la sua terra d’origine: è necessario, soprattutto per la nostra Chiesa locale, perché non perda mai la coscienza di essere portatrice – nonostante tutti i limiti umani – della salvezza per ogni uomo.

           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

 

 

Capitolo Secondo

 

Don Antonio Isoleri missionario a Philadelphia (1870-1926)

 

 

1.1         Don Isoleri: da Villanova a Philadelphia

 

Don Antonio Isoleri nasce a Villanova d’Albenga il 16 Febbraio 1845 e arriva come missionario  in America nel 1870. E’ pastore della sua chiesa di Philadelphia per cinquantasei anni consecutivi, fino al 1926. Muore nel 1932. La sua partenza per gli Stati Uniti è quindi una scelta definitiva di vita: egli non torna mai più in Europa. Bastano queste date per inquadrare un personaggio originale, uomo intelligente e colto, scrittore dotato, ma soprattutto missionario autentico.

La sua vita si svolge a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, sviluppandosi nella società avanzata e dinamica, eppure terra di missione, ieri come oggi.

Antonio è il terzogenito di Francesco Isoleri e Geronima Della Valle. La sua è una famiglia di piccoli possidenti, falegnami e agricoltori: il padre ha il diritto di voto1 e viene eletto consigliere comunale nel 1848. All’epoca Villanova, paese agricolo, è diviso in due fazioni : quella dei Navone e quella dei Della Valle .2 Il padre del futuro missionario, Francesco, detto Bardenun, raggiunge un discreto livello economico grazie ad una vita di intenso lavoro :

“Dopo aver coltivato i terreni di diverse congregazioni religiose, ne aveva acquistato la proprietà contraendo debiti, sempre puntualmente onorati con la stipula di polizze con i possidenti del paese.

Olivicoltura, canapa, baco da seta, e allevamento di bestiame erano le attività dell’azienda familiare, portati avanti con diligente operosità “.3

 

Nel corso del XIX secolo la famiglia Isoleri, profondamente radicata nella fede cristiana, dà alla Chiesa la grazia di ben cinque vocazioni sacerdotali: oltre al missionario annoveriamo infatti Fra Giacinto (Giobatta Antonio Isoleri), Fra Angelo da Villanova (Francesco Isoleri), Fra Luigi (Angelo Antonio Isoleri) e l’omonimo Antonio Isoleri, denominato “ il professore “.

Seguendo il memoriale scritto da Francesco Isoleri, veniamo a sapere che egli porta il figlio Antonio ad Albenga affinché prosegua gli studi in un non meglio precisato “ collegio “.4 A Villanova, infatti, la scuola elementare arriva fino alla terza classe. Nel 1856 Antonio, per proseguire gli studi, risiede ad Albenga in una stanza presa in affitto dal padre.5  Negli anni cinquanta egli matura la vocazione che lo porta alla decisione di entrare nel seminario di Albenga: “ 21 agosto 1861: Io e Tognino da monsignore per sapere come ci dobbiamo contenere per mandarlo alla scuola in seminario a fare la filosofia. Monsignore ci da due terzi di posto a gratis “. 6 La soddisfazione del padre è evidente quando annota che  “ mio figlio Tognino è entrato in seminario “ ed “ ha vestito l’abito o sia sottana da seminarista con tutto il resto “.7

La sua preparazione e la vocazione si perfezionano e vengono portate a compimento nel Collegio Brignole – Sale, dove – come afferma Richard Juliani 8 – evidenzia notevoli capacità intellettuali e una brillante preparazione, tanto da essere preso in considerazione per un eventuale incarico di docenza.

Don Antonio decide invece di servire il Signore come missionario.

La sua vita dimostra che egli è una figura di missionario significativa perché, per più di cinquant’anni, guida la comunità di Philadelphia e diviene una figura importante per la predicazione cattolica negli USA.

            Isoleri riesce a creare nella sua missione un luogo di accoglienza per gli immigrati italiani, non sempre ben accolti presso le altre comunità cristiane.

            Nella seconda metà dell’Ottocento l’America del Nord si impone come potenza economica a livello mondiale, e in pochi decenni riesce a battere la tradizionale superiorità economica europea. Questo boom economico determina una forte richiesta di manodopera e il conseguente massiccio afflusso di immigrati: “ Gli americani crearono il concetto di americanizzazione e il termine che lo descrive alla fine del XVIII secolo quando coniarono la parola immigrant.  Avvertivano l’esigenza di trasformare  in  americani i nuovi arrivati che sbarcavano sulle loro coste. 9 Isoleri non è solo un missionario, è una persona che si trova nella condizione degli immigrati. E tale vuole essere per meglio  confortare i suoi connazionali. Nell’Ottocento l’emigrazione dei liguri è soprattutto rivolta alla Francia: questo passaggio in terra francese mantiene un carattere stagionale. Non mancano tuttavia persone che emigrano in America: e per loro, spesso, il trasferimento si rivela definitivo, e quindi più lacerante. La preoccupazione pastorale di Don Isoleri è quindi rivolta a rivendicare l’orgoglio di essere italiani, di ricordare a tutti i connazionali le origini illustri del nostro popolo.

 Nel cuore, dunque, Isoleri rimane italiano , ma di fatto egli diventa un Parroco americano, e anche una espressione forte dell’ America cattolica di quel periodo. “ L’americanizzazione obbligava l’immigrato ad  - adottare gli abiti, gli usi e i costumi generalmente prevalenti qui (…) a sostituire la lingua madre con l’inglese – a – radicare i suoi interessi e i suoi affetti qui – e a entrare – in completa armonia con i nostri ideali e le nostre aspirazioni, e a cooperare con noi per il loro conseguimento “.10

L’americanizzazione 11  è un vincolo fortissimo che comporta notevoli conseguenze nella stessa predicazione del missionario: viene favorita l’acquisizione di usi , costumi, cultura americani a discapito della memoria e della salvaguardia del bagaglio culturale e umano originari. Don Antonio risponde a questo tentativo di perdita di identità con una strenua difesa della tradizione italiana nei suoi valori più qualificanti.

            C’è un testo di Don Isoleri che serve per comprendere quanto sia stato duro il passaggio da Villanova a Philadelphia: L’ Addio del Missionario.12 Sintetico e determinato, Antonio non dice arrivederci al mondo che sta per lasciare. Scrive semplicemente addio con grande chiarezza e lucidità rendendo onore ai martiri cristiani e riconoscendo la sottomissione alla Sede Apostolica, secondo il vero spirito missionario che si rivolge a Roma con cuore fedele :

 

            “ Giacchè non mi fu dato di baciare il tuo suolo, o Roma, che tanti martiri han fatto del loro sangue vermiglio: - giacchè non mi fu dato, o Sommo Pio ( IX ) di prostrarmi ai tuoi piedi, è ben giusto che dell’alma tua Città e da Te io cominci per dare l’ADDIO.

            Come a Te pagana tutto l’orbe inchinassi e pagò il suo tributo con quanto avea di più prezioso; - così, o Roma Cristiana, a Te presto s’inchini tutto l’orbe fatto cristiano ! Addio, alma ed eterna Città! Dall’estremo occidente a Te mi rivolgerò finchè avrò vita, dicendo: Sii benedetta, novella Sionne, e tuoi siano sempre i palpiti del cuore mio !    

            E Tu, Angelo del Vaticano, Pontefice venerando, che stai come torre ferma che non crolla giammai la cima per avvicendar di furiose procelle; - benedici all’ultimo degli Apostoli, che va per cooperare anche a costo della vita al compimento di quella grande profezia: Fiet unum ovile et unus pastor ! Io mirava alla Cina; e Tu m’additasti gli Stati Uniti. Tu parlasti: ed io parto. Ma benedici a me ed a Philadelphia ! Benedici soprattutto a quella porzione di vigna che io dovrò coltivare. Da te benedetta, essa non fia sterile, né ingrata alle mie fatiche, ai miei sudori. 13

   

         Una delle caratteristiche missionarie di Don Isoleri è dunque la venerazione per il Santo Padre, al quale chiede  la benedizione con senso di umiltà, mettendo la sua vita a disposizione della missione, consapevole di appartenere ad un disegno divino. Lo prova l’obbedienza, che lo porta, nonostante aspirasse ad andare in Cina, nella città di Philadelphia.

            Philadelphia si trova in USA nello stato della Pennsylvania, uno stato storico, insieme al Delaware e al New Jersey, i primi nel 1787 a fare parte dell’Unione. E’ oggi uno dei maggiori porti fluviali del mondo.

            Fu fondata nel 1682 dal quacchero inglese William Penn. E’ stata la più importante delle colonie inglesi del Nord America. Lì c’è stato il primo Congresso continentale ed è stato dato il via alla guerra d’indipendenza.

         

           A Philadelphia è stato stampato il primo periodico americano (1741); lì fu edificata la prima biblioteca (1760); uscì a Philadelphia il primo quotidiano (1784); lì si trova la zecca più antica degli USA (1793); è stata capitale nazionale per un decennio fino al 1800; il Museum of Art fu fondato nel 1875, quando il missionario Don Antonio Isoleri era già attivo nella sua Chiesa di Philadelphia da cinque anni e quindi partecipò nel 1876 alla grande esposizione per il centenario della dichiarazione d’indipendenza, testo sacro della democrazia americana. A Philadelphia si trova il più famoso gruppo di edifici storici degli USA, e, oggi i suoi sobborghi tendono a congiungersi con quelli di New York e Baltimore, configurando la città all’interno di quella che urbanisticamente viene chiamata, una megalopoli in espansione.

             In questa città, egli vive una dimensione profetica e missionaria, tesa a esprimere le verità cattoliche, fra le quali l’universale riconoscimento del Pontefice come suprema autorità della Chiesa. La sua è l’espressione di una totale dedizione alla Chiesa Cattolica nella persona del Pontefice, ai piedi del quale devono prostrarsi tutti i popoli della Terra. Perciò l’annuncio cristiano di Isoleri è perfettamente in linea con quello del magistero della Chiesa, che lo spinge a vedere nel Vescovo di Roma il protagonista perché il mondo possa ottenere pace e felicità “che si travaglia indarno a cercar fuori il grembo della Cattolica Romana Chiesa “.14

           Antonio Isoleri segue la sua vocazione e parte da Villanova per Philadelphia. Il viaggio realizza il suo modo di essere uomo e cristiano. Per questo motivo cura nei dettagli il testo dell’Addio, che traccia anche il suo percorso spirituale: egli va incontro a Dio nella consapevolezza che è con la grazia divina che si caratterizza la sua missione completata da una forte spiritualità. Vissuta in una profonda testimonianza, che non dimentica i grandi eventi della Chiesa del tempo, quale l’inizio del Concilio Vaticano I, per il quale non lesina una fervente preghiera.

            Nella lettera dell’Addio a Villanova, Isoleri dimostra di sapere ciò che lascia. Sa che al passato sostituisce l’avvenire della fede. I suoi propositi, in Europa così saldi e sicuri, dovranno fare i conti con un ambiente radicalmente nuovo e diverso, al quale adattarsi e, qualche volta, anche subire . Si rende pertanto conto che l’attività missionaria non è per pochi concittadini ma per l’intera umanità, se non altro perché la testimonianza cristiana, in quanto espressione della Parola  di Dio, acquista dimensioni universali. Così ogni missionario diventa segno dell’amore divino, la testimonianza vivente di quanto la fede profondamente vissuta possa divenire fermento di vita nuova.

            In fondo le domande che Isoleri si pone, in quanto missionario in partenza per l’America, sono le stesse di sempre: che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa posso sperare? chi è l’uomo?

A questi interrogativi risponde con la decisione ferma ed irrevocabile di consacrarsi a Cristo e di  servire la Chiesa. E’ con il gesto missionario che ogni sacerdote indica la strada maestra della testimonianza e dell’annuncio evangelico; perciò Don  Isoleri risponde a una chiamata divina che non conosce confini territoriali, pur ribadendo l’attaccamento al suo territorio. Giungono persino a definirlo “più italiano che cattolico”:

 

            Ma è la voce di Dio che mi chiama; e della sua non v’è voce più forte. Io parto, Italia mia ! Non sarò io l’indegno e rinnegato dei tuoi figli che ti abbandona per odio e livore; né di Te più si rammenta che per maledirti. Oh ! se la carità non mi chiudesse le labbra, vorrei dir con veemenza: Sia lui maledetto, chi a Te maledice, o Patria diletta; perché maledicendo a Te, maledice alla Madre sua, ed al Vicario di Cristo che in Te risiede.15

 

            Nella lettera dell’Addio non mancano accenni sui rapporti fra il missionario e gli affetti familiari. La riconoscenza del figlio non dimentica l’origine da un padre e da una madre, da genitori che devono sopportare più di tutti l’addio definitivo del missionario. La loro sofferenza è tuttavia mitigata dalla consapevolezza di aver educato un vero apostolo, di aver dato alla Chiesa un nuovo pastore:        

 

 E voi, miei carissimi Genitori, ricevete da vostro figlio il Missionario un estremo amplesso ed un bacio. Ah ! se l’età ed il dolore vi toglieran colla vita la speme di più rivedermi quaggiù, itene in pace cogli antenati vostri. L’angiolo vostro custode avrà numerate le vostre lacrime e colle mie preci l’avrà porte all’Altissimo in calice dorato. E l’Altissimo sempre ricco in misericordia, ve le cangerà in una preziosa collana di gemme. Egli, sì Egli, ( come io nel prego ogni dì ) vi compenserà delle notti vegliate accanto alla mia cuna, dei frusti di pane toltivi di bocca per dare a me, dei giorni infuocati od algenti per me passati nei campi, dei sacrifizj d’ogni maniera che v’imponeste per mantenermi agli studj.

            Ei già vi concesse di vedermi a celebrar l’incruento Sacrificio; ma per quanto fu da voi, non un semplice Sacerdote, bensì avete allevato in me un apostolo. E’ per questo che il paradiso non vi può mancare. Addio dunque, o carissimi ! Tergete le ciglia…lassù ci rivedremo, ci abbracceremmo per non separarci mai più. Addio ! Addio ! Padre, Madre, Addio ! 16

     

A Philadelphia Isoleri troverà nuovi amici e nuove persone care, mentre in Patria i legami di carne si chiudono definitivamente. Si conserva invece, attraverso il legame fortissimo che rende tutto sacro, anche il distacco e l’addio. Restano inoltre i ricordi, quelli della fanciullezza e della formazione giovanile. Per Isoleri rimane la memoria di Villanova,17 dei luoghi che hanno fatto da sfondo alla sua preparazione culturale e religiosa, e particolarmente Albenga, dove ha studiato da giovane; Savona, la città dove è ordinato sacerdote; e – più avanti – Genova, dove matura la sua vocazione missionaria.

            Ma resta pure la trepidazione di essere a Philadelphia, testimone di Cristo Risorto, nella parrocchia guidata in comunione al Vescovo, resta la pastorale futura, tesa a formare catechisti, dirigere e promuovere iniziative di ordine materiale e spirituale, in una terra considerata al centro del mondo moderno, un mondo che conosce sperequazioni e ingiustizie di ogni sorta.

Forte di una solida tradizione, Don Isoleri porta nel nuovo mondo il senso ultimo e vero della predicazione cristiana, fondata sulla fede, nell’abbandono in Dio, che assicura la salvezza.

            Con l’annuncio del Vangelo di Cristo a Philadelphia, Isoleri continua a mantenere vivo il ponte spirituale con l’Europa.

           

            Don Isoleri parte da Genova il 25 novembre 1869, e da quel momento non rivedrà più la costa ligure. Giunge a New York il 29 dicembre 1869. Arriva a Philadelphia in Pennsylvania il 5 gennaio 1870, dove inizia la sua opera di missionario che lo vede difensore dei poveri ed in particolare dei bambini che cerca di togliere dalla strada e inserire in un cammino di crescita umana e spirituale.18

 

 

 

1.1.1                  Il pastore nella Chiesa di Santa Maria Maddalena de Pazzi

 

La Chiesa di Santa Maria Maddalena de Pazzi – appartenente all’Arcidiocesi di Philadelphia - è stata la prima Chiesa eretta espressamente per i cattolici italiani, ma non la prima chiesa cattolica in America. Ce ne furono altre, precedenti, erette per gli altri cattolici inglesi, francesi residenti negli USA .

        Fondata da Don Gaetano Mariani, precedono Isoleri alla guida della parrocchia i Padri Sorrentini, Cicaterri, Giacomo e Giuseppe Rolando.

 Durante la direzione della missione italiana a Philadelphia, Don Isoleri occasionalmente si recò presso altre comunità cattoliche della Città  ed in altre parti della Pennsylvania o del New Jersey per la sua attività di predicatore. Numerose volte venne invitato in occasioni particolari perché conosciuto ed apprezzato dai cattolici di quelle zone. Nonostante ciò, la vita e l’apostolato di Don Isoleri si diressero principalmente alla cura della sua parrocchia. Esercitò il suo ministero a Philadelphia  per tutta la vita, ma non dimenticò mai le sue origini liguri: questa regione venne sempre ricordata da lui come “un pezzetto di Paradiso”. Inalterato è poi il suo patriottismo per l’Italia.

            Recentemente la parrocchia nella quale Don Isoleri esercitò il suo ministero è stata chiusa. Il processo di secolarizzazione in atto ormai da decenni all’interno della nostra civiltà occidentale trova negli Stati Uniti il suo acme. Giovanni Paolo II nella sua visita pastorale negli USA, il 3 ottobre 1979, ha fatto un discorso ai seminaristi di Philadelphia ricordando loro i punti essenziali del sacerdozio: “ La vostra unione con Gesù di Nazaret non potrà mai essere e non sarà mai un ostacolo a comprendere e a rispondere ai bisogni del mondo. E finalmente nella conoscenza di Cristo non solamente scoprirete e comprenderete i limiti della sapienza umana e delle soluzioni umane ai bisogni dell’umanità, ma sperimenterete anche il potere di Gesù e il valore della ragione umana e dello sforzo umano quando sono presi dalla forza di Gesù “.19

A Philadelphia il missionario Isoleri battezzò bambini e adulti, accolse  moltissimi amici e benefattori, creò molteplici attività portate avanti con i suoi parrocchiani. A tutti costoro egli dedicò un libro : Pati, non mori ! .20

            La prima Chiesa venne costruita nel 1852 e i lavori terminarono nel 1857. Philadelphia tra il 1860 e il 1914 passò da seicentocinquantamila  a un milione e mezzo di residenti. Fu quindi necessario ampliare il luogo di culto per la comunità italiana che va rapidamente aumentando.          

             I lavori della posa della prima pietra del nuovo edificio avvennero il 14 ottobre 1883, tredici anni dopo l’arrivo di Isoleri a Philadelphia. L’evento fu descritto nei dettagli dall’Eco d’Italia, edizione di New York, il 16 ottobre dello stesso anno. A ben vedere, questa nuova Chiesa italiana nella società americana, è come una nave nella tempesta delle trasformazioni sociali in atto.

 

            “Negli anni ottanta giunsero cinque milioni e mezzo di immigrati, negli anni novanta quattro; si creò così un’eccedenza di manodopera che manteneva bassi i salari. Gli immigrati erano più malleabili e inermi dei lavoratori nati negli Stati Uniti; erano culturalmente spaesati, in conflitto fra loro e quindi utili per far fallire gli scioperi. Spesso lavoravano anche i loro figli, aggravando il problema dell’eccesso di forza lavoro e della disoccupazione; nel 1880 i bambini sotto i sedici anni che lavoravano negli Stati Uniti erano un milione e centodiciottomila ( uno su sei ). Le immigrate diventavano domestiche, prostitute, casalinghe, operaie di fabbrica, e talvolta ribelli – Proprio -   nel 1883 si tenne a Pittsburgh un congresso anarchico, che emanò un manifesto: - Tutte le leggi sono dirette contro i lavoratori […]. I lavoratori non possono quindi attendersi aiuto da nessun partito capitalistico nella loro lotta contro il sistema. Devono realizzare la propria liberazione con le proprie mani -. Il manifesto rivendicava – diritti uguali per tutti, senza distinzione di sesso o razza - , e riprendeva il Manifesto del partito comunista : - Proletari di tutti i paesi, unitevi ! Non avete nulla da perdere fuorché le vostre catene. E avete un mondo da guadagnare – “.21

 

 Isoleri, ottenuta la benedizione di Leone XIII, inizia i lavori della nuova chiesa, che durano otto anni e finalmente, il 28 giugno 1891 la chiesa può essere aperta. La cerimonia di consacrazione fu imponente e la partecipazione all’evento  notevole. Il parroco Isoleri può essere fiero di questo risultato, che in fondo consacra la sua stessa missione.

            La Messa Pontificale fu celebrata dal Vescovo di Newark,  Mons. Wigger.  Il Vescovo tenne il suo sermone in italiano, ricordando ai presenti, come si fa in queste occasioni, tutta la storia della parrocchia, senza dimenticare, con tipico pragmatismo americano, le raccomandazioni ai fedeli per il mantenimento della chiesa.

            L’architettura ricorda la bellezza delle chiese italiane e fa  sentire  così gli immigrati più vicini alla loro Patria d’origine. Fu considerata una bella Chiesa, voluta dal popolo, edificata anche con il contributo dei poveri, oltre che da quello di molti cattolici irlandesi.

            Monsignor Wigger terminò il suo sermone dicendo :

 

            E d’ora in poi verrete qui coi vostri figli, le Domeniche e le feste di precetto, ad ascoltar la Santa Messa; verrete, pentiti dei vostri peccati, a confessarli nel tribunale della penitenza, e ne otterrete il perdono; verrete ad ascoltar la Parola di Dio; verrete qui a far battezzare i vostri bambini, e poi a farli cresimare; e, fatti più grandicelli, qui faranno la Prima Comunione; e poi essi e voi spesso vi accosterete a ricevere la Ss. Eucaristia, il Pane di vita eterna.22

 

            L’Arcivescovo Ryan di Philadelphia, invece, predicò in inglese. Nella sua omelia lodò l’Italia come la Madre e la sede della Cattolicità, che responsabilizza gli italiani più di ogni altro popolo a seguire le radici cristiane. Parlò di Roma, sorgente della Chiesa Cattolica, e non dimenticò di concludere con un accorato appello al patriottismo verso la Grande Repubblica Americana che accoglie gli immigrati provenienti da ogni nazione del mondo.

          Questa solenne cerimonia fa capire quanto sia stata importante l’erezione della prima chiesa degli Stati Uniti per gli Italiani;  se non altro perché è il luogo che dà espressione alla stessa personalità del parroco, il quale tenacemente ha lottato per realizzare il progetto di una chiesa che potesse essere riconosciuta come propria da tutti gli immigrati italiani d’America. Con pochi mezzi e vincendo ogni tipo di difficoltà, alla chiesa (che costò circa ottantamila dollari,) fu affiancata la casa parrocchiale, una casa per le suore e un edificio scolastico per bambini e bambine. Tutti edifici che provano, come testimonia il discorso dell’inaugurazione, quanto fosse motivata e decisa l’azione di Isoleri, e quale sia stata la soddisfazione per il missionario villanovese, finalmente pastore in una chiesa nuova e adeguata.

 

            “La lunga processione, l’ora tarda ed il dovere Monsignor Wigger prendere il treno delle 6.30 p.m. mi impedirono di dire, infra Vesperas, quanto segue : “ Auditui meo dabis gaudium et laetitiam et exultabunt ossa umiliata “  ( Sal. 50 ). Mi sia permesso, o miei carissimi Italiani di Philadelphia, gaudium meum et corona mea ( Fil. IV,I ), di dir due parole al tramonto di questo giorno così bello e solenne, e la cui memoria resterà, spero, indelebilmente scolpita nelle vostre menti e sarà tramandata di generazione in generazione fino ai vostri più tardi nipoti. Haec dies quam fecit Dominus ! Giammai forse spuntò per noi giorno di questo più bello ! Giammai, forse, com’oggi, risuonarono in terra straniera così dolci ai nostri orecchi i sacri Cantici, e così soavi le melodie dei musicali istrumenti ! E tutti i cuori riboccano di gioja; ed io pure con voi gioisco ed esulto. Cor meum et caro mea exultaverunt… ( Sal. 83, 2 ). Dopo tanti stenti e fatiche, dolori e sudori; ormai posso dire al Signore col Reale Profeta : Auditui meo dabis gaudium et laetitiam “.23

            E’ arrivato anche per Isoleri il grande giorno che corona le fatiche di anni. E’ come avere raggiunto la vetta della montagna tanto amata ma non da solo, bensì con tutta la comunità cristiana. Ora, il punto di riferimento, la nuova chiesa degli italiani esiste come un faro nella nebbia. Faro oggi spento, ma che per decenni ha funzionato, ed ha aiutato moltissime persone a rimanere salde nella fede, ad avere la forza spirituale necessaria a superare le difficoltà della vita. 

            Don Isoleri ricorda la storia di quella Chiesa  e lo scetticismo che colse molti di fronte alla necessità di allargare l’edificio preesistente. Ricorda tutto il lavoro svolto in otto anni di febbrile attività e gode di aver portato a compimento un’opera importante, un punto di riferimento essenziale per l’annuncio e l’evangelizzazione; che egli stesso sottolinea ancora nel suo discorso di inaugurazione :

 

           “ Ricordate i primordj della Vecchia Chiesa, che fu la Prima Chiesa Italiana negli Stati Uniti, la sua storia, le sue peripezie, di cui vi parlai altre volte. E voi, o seniori della Colonia e della Parrocchia, voi dai bianchi capelli o dalle teste calve, portatevi meco col pensiero venti anni addietro, quando appena si osava parlare a voce sommessa di allargare la Chiesa Vecchia. E voi giovani, o da pochi anni qua giunti, portatevi col pensiero un otto anni addietro, quando colla Benedizione del S. Padre Leone XIII, il 14 Ottobre 1883, Sede vacante, l’or defunto Vescovo di Harrisburg, Mons. Geremia Shanahan, benediceva la pietra angolare di questa Chiesa ; - ed al Giugno, 1884, quando si demoliva per metà la Vecchia…Ed ora date uno sguardo attorno…e tutti meco confesserete che, coll’ajuto di Dio, di Maria Ss., di S. Maria Maddalena De-Pazzi e di…pochi, si è raggiunto in breve tempo ciò che un giorno parea follia sperare : - et exultabunt ossa humiliata.”. 24

 

            La tenacia viene premiata ; ne è chiara documentazione l’edificio sacro, nato dall’evidenza della fede. Si comprende così che l’entusiasmo con cui Don Isoleri proclama l’avvenuta realizzazione dell’opera, non è vanagloria, ma la naturale soddisfazione che accompagna la fine di un lavoro ben riuscito e voluto dalla divina Provvidenza.

            Don Isoleri richiama tutto ciò, affidandosi all’intercessione dei santi, specialmente di quelli che la comunità di immigrati sente forse più vicini.  Ricorda anche l’umiliazione, che dovette ricevere da coloro che dileggiavano i tentativi di porre in essere la nuova Chiesa e la necessità di chiedere costantemente il sostegno economico.

            Gli ostacoli di natura economica e le derisioni non facilitano certo il compimento di un’opera. Occorre, invece, l’impiego di un rigore spirituale perché  qualunque attività umana non  prenda nessuna strada sbagliata, che danneggi coloro che la percorrono e che dia credito all’invisibile.

         Il missionario è profondamente radicato nella fede e sa che la preghiera costante  e ostinata ottiene dal Signore grazie, aiuti, sostegno e la possibilità di veder realizzata una dimora dove Dio possa essere incontrabile quotidianamente:

 

             “Questa Nuova Chiesa, in gran parte pagata, e dedicata oggi solennemente al culto di Dio, sotto l’invocazione della grande Carmelitana Fiorentina, e che forma l’ammirazione di quanti la visitano, è come una sposa, procedens de talamo suo…et quasi sponsam ornatam monilibus suis ( Isaia  LXI, 10 ), e sicut sponsam ornatam viro suo ( Apoc. XXI, 2 )”.25

 

            La chiesa ha la dignità della sposa per la gioia della salvezza, per l’infinita gratitudine di ricevere l’amore di Dio, l’amore che salva. Isoleri è seriamente impegnato perché venga rispettata questa Verità. Egli è un parroco coraggioso e determinato nell’affrontare il male, che si palesa nell’indifferenza, nella mancata cooperazione, nel dileggio. La sua chiesa contrasta questi limiti perché è espressione della comunità cristiana e non rischia pertanto di affondare, ma è sostenuta e aiutata dalla presenza di persone che condividono con il parroco il peso di questa fondazione.

           Sotto questo aspetto, l’edificazione della chiesa diventa per Isoleri un mezzo per inserire nell’alveo della sua vita spirituale e pastorale l’incrollabile fiducia in Dio fino a paragonare la sua missione a quella vissuta dai cristiani delle Catacombe. “Patire e non morire”, come recita il motto della mistica Patrona, Maria Maddalena De Pazzi, 26 alla quale la chiesa è dedicata .

            La nuova chiesa diventa pure il simbolo della sua umiltà, forza autentica, cioè per dare contenuto al valore religioso dell’esistenza. Conosce bene infatti di essere il continuatore di un’opera che il Signore ha posto in essere e che altri – prima di lui – hanno contribuito ad erigere. Don Isoleri è radicato nella tradizione cristiana: continui sono i riferimenti biblici che egli usa nella predicazione, certo non come  elementi decorativi, ma quale parte integrante dell’annuncio evangelico. Con coerenza al Vangelo forte e incisiva, la sua predicazione tende a procurare maggiori benefici per lo sviluppo spirituale dei fedeli. L’unica cosa che conta infatti è il conseguimento della vita eterna all’interno della quale tutti si è chiamati ad esultare insieme ai propri cari, i quali, esultando anch’essi nel Signore, dimostrano di sostenere e approvare l’opera di chi opera nella pastorale, nel segno di una autentica comunione dei santi

 

           “ Ma jam hiems transiti, imber abiit et recessit  ( Cant. II, 11 ); e noi oggi facciam festa qui in terra, e finalmente intuoniamo l’inno di giubilo e le nostre ossa, in più modi e più di una volta umiliate, oggi esultano ! Et exultabunt ossa umiliata ! Esultano oggi le ossa del Padre Mariani, nel cimitero di S. Maria ; e quelle del Ven. Padre Giacomo Rolando, dinanzi alla Chiesa di S. Vincenzo De-Paoli, in Germantown. Esultano le ossa del Padre A. Oberti ad Holly Springs, Miss., del Padre A. Cassese in Swedesboro, N.J. e del Padre M. Cassini a Buffalo, N.Y., - amici miei e benefattori di questa Chiesa ! Et exultabunt ossa umiliata

            Esultano le ossa dei miei amati genitori, che più non rividi dacchè me ne venni qui tra di voi ; e le ossa del mio fratello maggiore, morto non fa ancora un’anno, esultano nel cimitero della nativa parrocchia :  Exultabunt ossa umiliata. Esultano le ossa del Marchese Antonio Brignole-Sale e della sua consorte Marchesa Artemisia Negrone, nelle tombe avite ; esultano le ossa delle loro figlie, la Duchessa Melzi d’Eril a Milano e la Duchessa de Ferrari a Genova : Exultabunt ossa umiliata. Esultano nella Cina le ossa del Missionario Pietro Laureri, il cui esempio mi spronò sulla via delle Missioni ; in Gerusalemme quelle dei Patriarchi Valerga e Bracco ,[16] miei con diocesani ; ed in Italia quelle di Monsignor Raffaele Biale, già mio vescovo, che mi benedisse pria ch’io partissi e confortò il mio povero padre piangente. Exultabunt ossa umiliata “ 27

 

            L’attività svolta a Philadelphia si pone dunque sulla scia di coloro che lo hanno preceduto e tendono a. un’esaltazione della vita cristiana che vede la storia come un susseguirsi di fatti fondati nella tradizione senza inutili strappi e scopre la morte come l’ingresso nella pienezza dell’essere.

            Don Isoleri trasmette alla sua comunità  i contenuti del Vangelo, ma anche gli strumenti giusti – fra i quali la nuova chiesa -  affinchè i fedeli, possano essere testimoni attivi del Vangelo, anche perché la nuova chiesa esiste in quanto alle spalle c’è un grande sacrificio che, spiega Isoleri, determina la crescita essenziale nella fede di tutta la comunità di Philadelphia.

            L’apostolato di Don Isoleri è un continuo atto di riconoscenza verso tutti . Egli rende grazie a Dio creatore e fondatore di ogni realtà ; che lo predispone ad andare incontro al bisognoso, senza aspettare le richieste d’elemosina da parte del  povero, e lo arricchisce di una coscienza morale forte e santa.

            Perciò ottiene la partecipazione corale di tutta la Chiesa Cattolica, dal Papa e i suoi  delegati pontifici all’ultimo fedele.

         Egli non si inorgoglisce per i meriti personali che pure gli vengono riconosciuti, perché sa che il merito è solo di Dio, che agisce per mezzo del sacerdote, chiamato a dedicare tutte le energie e le parole  al bene comune.             

            Oltre all’edificazione della chiesa, Isoleri deve pensare anche a un orfanotrofio composto di bambini non solo italiani ma da quel melting pot 28 caratteristico dell’america dei coloni, che si arricchiva con l’arrivo non solo di lavoratori italiani ma di tutte le nazionalità. I bambini crescono all’interno di una nuova vita che mescola uomini di tutte le razze e coloni formando quella  società complessa, volta a esperimentare la capacità di convivenza degli esseri umani più diversi fra loro. L’innocente campanilismo degli immigrati italiani a Philadelphia non può pertanto durare a lungo in una società internazionale così ricca di possibilità e di problematiche. Egli predica di evitare ogni  chiusura e di essere disponibili ad aprire nuove possibilità di dialogo, necessario agli esseri umani per risolvere più facilmente ogni difficoltà. 

             In tale contrasto, Isoleri raggiunge il cuore dei suoi fedeli, riuscendo ad adeguarsi ed entrando in sintonia con la sua comunità, alla quale parla e scrive. Non si stanca di porre la preghiera come pietra miliare della vita spirituale e incita tutti ad aprire il cuore a Dio, deponendo nelle sue braccia accoglienti i bisogni, i desideri, le sofferenze di ogni giorno:

 

            “V’invito altresì a pregare devotamente e costantemente, per ottenere a questa parrocchia le grazie di cui abbisogna per l’avvenire ; affinché come questa Chiesa è Domus Dei, casa di Dio, così sia anche per voi tutti e pei vostri figli e discendenti, porta coeli, porta del Cielo ( Gen. XXVIII, 17 ), fino alla fine dei secoli ; e di noi tutti, pietre scelte e viventi, si edifichi la celeste Gerusalemme. E vengano qui tutti, d’ora innanzi, gl’Italiani di Philadelphia ad adorare e pregare il Padre comune, che è nei cieli, ed ha mandato il suo Figliuolo Unigenito sulla terra…che sta dì e notte nel Santo tabernacolo e ripete : Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis et ego reficiam vos 8 Matteo XI, 28 ). Vengano dinanzi a questo altare i deboli a chieder forza, i dubbiosi consiglio, gli afflitti consolazione ; vengano tutti a domandare le grazie di cui abbisognano per questa vita e per l’altra “.29

 

            Si rivolge ai suoi fedeli con l’anima popolare che si affida a Dio. Lo fa in un periodo di profonde trasformazioni sociali, già allora rapidissime, che avrebbero portato nel 1893, all’inizio di una grave depressione, per risolvere la quale gli statunitensi rinforzarono i progetti di espansione all’estero, Isoleri vide che bisogna trasformare l’ anima della comunità, e  partecipa di persona agli eventi.

            Impara così ad ascoltare il prossimo, ad interpretare i reali bisogni dell’anima, a spronare i fedeli ad una vita cristiana autentica:

 

           “Bella la Chiesa materiale : ammirata da tutti ! Ma noi siamo obbligati a pagarla interamente, ed abbellirla sempre più ; chè dessa è nientemeno che la Reggia di un Dio : haec est domus Dei ( Gen. XXVIII, 3 ). Ecce tabernaculum Dei cum hominibus ( Apoc. XXI, 3 ). Ma noi siamo il tempio di Dio vivente : Vos templum Dei estis ( I Cor. III, 16 ). Procuriamo dunque di vivere sempre più da buoni Cristiani ; Aemulamini charismata meliora ( I Cor. XIII, 31 ). Estote perfecti sicut et Pater vester coelestis perfectus est ( Matth. V, 48 ). Viviamo in modo da meritare di far parte tutti, un giorno della Chiesa trionfante nel cielo. Lassù il nostro gaudio sarà pieno, perfetto, indefettibile. Auditui meo dabis gaudium et laetitiam ». 30

 

            Si rifugia pertanto nella tradizione cristiana e da essa attinge la forza per superare ogni debolezza, offrendo alle coscienze dei giovani americani veri punti di riferimento e intuisce che uno di questi punti  può anche essere rappresentato da un luogo, all’interno del quale l’uomo possa incontrare il Signore.          

             Don Isoleri, sesto pastore di Santa Maria Maddalena de Pazzi,  parla a una comunità di immigrati italiani composta da circa settemila persone . Vi sono i bambini di queste famiglie, che ha tolto dalla strada e dal pericolo dell’accattonaggio. Vi abitano bambine, ospitate nel suo  orfanotrofio, la  “ Little Itatly “  di Philadelphia che confida nel suo Pastore, tutti impegnati a realizzare una comunità che avrà nel Paradiso il suo punto d’arrivo e la stabile dimora.

    

           “ E mentre finchè Iddio mi darà forza e grazia, io intendo lavorar sempre pel bene delle anime vostre ; - voi pregate per me, finchè vivo…pregate per me quando non sarò più, e fate pregare per me i vostri figli. E faccia Dio che come ci troviamo stasera in questa Chiesa festanti ; così tutti ci troviamo uniti un giorno in Paradiso, dove, non ultima delle nostre gioje sarà il vedere la nostra Santa. Faccia iddio che come oggi qui in terra, così possiamo un giorno ripetere, e con più ragione,in Cielo,tutti quanti : Auditui meo dabis gaudium et laetitiam et exultabunt ossa umiliata !

Quaggiù la croce, da forti nella lotta, fermi nella fede cattolica, nella fede dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo, sottomessi sempre al loro Successore : Pati ! Lassù  la corona immortale, vittoriosi e felici, per tutta l’eternità : non mori ! – Pati, non mori ! Lassù sarà musica angelica, di cui la nostra, pur sì soave, di questo giorno, non è che debole preludio  “. 31

 

             Portare tutti in Paradiso : è questo l’obiettivo del Pastore che parla finalmente  nella sua chiesa, situata a sud della città, destinata a rimanere fino al 1898 l’unico tempio e centro di accoglienza per gli immigrati italiani 32 di Philadelphia. Andare in Paradiso dopo essere stato fedele servitore della Chiesa, in comunione con la Sede Apostolica: ecco il desiderio di Don Isoleri, che già quaggiù in parte si avvera grazie ai privilegi papali concessi ai principali altari della nuova chiesa, visitando la quale si lucra la Indulgenza Plenaria nel giorno della Festa patronale33 durante l’Ottavario.34    

            In riferimento alla pastorale, dopo l’edificazione della nuova chiesa, non terminarono le avversità. Come era accaduto per la vecchia chiesa gravemente danneggiata a causa  di un incendio; un altro incendio, nel 1903, devastò parte della nuova struttura. Le riparazioni durarono quattro anni, e il 1907, trecentesimo anniversario della morte di Santa Maria Maddalena de Pazzi, coincise con il cinquantesimo anniversario dell’apertura della Chiesa (1857) e la solenne consacrazione della nuova, in cui  continua a svolgere la sua missione di parroco fino al 1926. Ivi comunque rimane fino alla morte, avvenuta l’ 11 aprile 1932.

            Il suo corpo fu tumulato proprio davanti alla Chiesa a cui donò l’intera sua vita di missionario.

 

 

1.1.2                Don Isoleri uomo di cultura: le sue pubblicazioni

            Durante le lunghe ricerche effettuate nell’archivio dell’Arcidiocesi di Philadelphia, il prof. Richard Juliani35 ha potuto constatare la  “ sterminata “ produzione di Isoleri scrittore. E’ emersa la ricchezza della produzione letteraria del missionario, comprendente raccolte di poesie, opere teatrali, saggi e sermoni, per un totale approssimativo che si può calcolare, secondo Juliani, tra le ventimila e le trentamila pagine. Solo una piccola parte di questo materiale è stato pubblicato.

            I limiti dello scrittore Isoleri sono legati alla scarsa capacità critica che si evidenzia soprattutto nelle sue opere storiche, in particolare nell’opuscolo dedicato a Cristoforo Colombo, dove il navigatore genovese viene considerato un Apostolo, un inviato: “Colombo ricordava la colomba, emblema dello Spirito Santo; e Cristoforo significa letteralmente Porta – Cristo “.36

             Il metodo storiografico risulta assai carente e lacunoso: l’Autore non sottopone le fonti ad un rigoroso vaglio critico per verificare la loro attendibilità, ma spesso dà interpretazioni tendenziose e arriva a deformare i fatti per farli collimare con le sue tesi. Al di là di questi limiti oggettivi, l’intenzione dell’opuscolo sembra travalicare l’oggetto stesso della trattazione: attraverso l’esaltazione acritica di Colombo vi è l’urgenza di difendere l’italianità di quel personaggio; si legge tra le righe la chiara intenzione di trasmettere l’orgoglio di sentirsi italiano in una terra, l’America, dove i nostri connazionali erano quasi esclusivamente “immigrati”, “extracomunitari” diremmo oggi. Questo libretto testimonia tuttavia una preoccupazione pastorale: dimostra l’attenzione del missionario verso la condizione di chi – italiano come lui – deve vivere in uno stato di lontananza cronica dagli affetti e spesso è fagocitato da preoccupazioni legate alla mera sopravvivenza.

            A Philadelphia dal 1876 al 1878 Don Isoleri pubblica Lira Leronica, una  raccolta di sonetti, odi, canzoni, carmi, cantiche, tragedie, commedie,37 comprendente testi scritti in date diverse e messa in vendita: “ a benefizio dell’ Asilo di S. Maria Maddalena De Pazzi, aperto recentemente in Filadelfia per le ragazze italiane orfane, sotto la cura delle Suore Missionarie del Terz’ Ordine di S. Francesco “38

            Nel secondo tomo, edito nel 1877, viene pubblicata la Tragedia : Religione e Patria o i Martiri Coreani, scritta da Antonio Isoleri quando era alunno del Collegio per le Missioni Estere a Genova.

            La tragedia è stata offerta e dedicata alla Duchessa Luigia Melzi d’Eril nata Brignole – Sale, per augurare la sua “ pietà e cristiana beneficenza chiarissima “.39

 

         E nella prima parte dell’opera parla di  religione e patria, due realtà percepite da Isoleri come dimensioni care all’essere umano, che costruisce nel rapporto con Dio e nell’appartenenza ad una nazione la difesa del più povero ed indifeso, fino a sentirsi figlio e quindi accompagnato:

 

            “Religione e Patria ! Son questi due nomi che fan palpitare di santo affetto ogni cuore ben nato, ogni spirito che sente altamente. Religione e Patria son due cose che non possono andare disgiunte, se non a patto di falsificar l’una e distruggere l’altra, se non a patto di dimezzare l’Uomo il più grande. Togliete la Patria e non vi resta che un Cristiano meschino : togliete la Religione e non vi resta che un cittadino…forse malvagio. Unite Religione e Patria, e voi avrete tutto l’uomo : unitele ad un’alto grado, e voi avrete l’uomo grande ; ad un grado sublime, e voi avrete il Santo, l’Eroe, il Genio […] l’estro poetico in me s’accesse, là dove nacqui, sulle apriche rive del Lerone, sulle amene pendici della Liguria. Tolsi allora in mano la lira per cantar Genova e l’Italia, per pagare un qualche tributo del mio entusiastico affetto a Dante ed a Colombo “.40

 

            Isoleri si rivela a Philadelphia  come  scrittore secondo gli esordi letterari, visto che gli anni in America non hanno alterato la sua vena e la sua ispirazione, come dimostra il racconto dell’azione dei Martiri, svoltasi dal 7 all’8 marzo 1866. Si svolge in Corea, in parte a  Seul e in parte fuori le mura della città.41  

            L’argomento, trattando di come l’odio per la fede cristiana possa portare al martirio uomini di pace come i missionari, è drammaticamente attuale  e profeticamente annunciato da Gesù : “ Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me “ ( Gv  15,18 ). Isoleri dedica due pagine ad esporre il suo parere sulla questione spiegando altresì alcune scelte artistiche.

 

           “ Nella vera Chiesa di Dio le persecuzioni da una parte e i Martiri dall’altra son tali fatti, che per esser divenuti comuni, e direi quasi quotidiani, sembrano avere ormai perduto agli occhi di taluni ogni importanza. Eppure costituiscono della vera Chiesa una salda prova “.42

 

            Il missionario villanovese viene a conoscenza della relazione del missionario Calais sui fatti accaduti, e giudica bene mettersi all’opera per stendere un canovaccio teatrale, idoneo alla messa in scena di questo dramma, nel quale emerge l’anima del religioso alle prese con l’ispirazione dell’artista, che si serve delle ore serali, le uniche a disposizione, per confermare e arricchire la sua testimonianza di missionario, che non sacrifica i suoi doveri fondamentali di azione e di preghiera.

 

            “ma avendo io dovuto alternare questo lavoro ( per la cui ispirazione richiedevasi calma , libertà , ritiro ) colla recita del Breviario, con i srj studi teologici, e coll’esatto adempimento di tutte le pratiche della comunità, per cui dovetti scrivere in ritagli di tempo ed a tarda sera , non ho potuto far sì che corrispondesse pienamente al soggetto , al mio desiderio , e dirò anche alla mia aspettazione […] Se mai avvenga che si faccia a questo componimento il non meritato onore di tradurlo in sulle scene, vuolsi per mente più all’azione che alle parole ; giacchè il suo effetto per buona parte da quella specialmente dipende. Almeno questo è il mio parere “. 43

 

            Ne La Strenna ,44 Don Isoleri si interessa ancora dell’Italia “ maestra alle altre nazioni nelle scienze e nelle arti “.45 E offre il suo contributo affinché gli italiani si uniscano insieme al  mondo intero intorno al Papa e alla Chiesa cattolica per formare un solo ovile con un solo Pastore,  e non diventino “discepoli dei persecutori d’Israele, dei nemici giurati della nostra S. Madre, la Chiesa Cattolica ! “.46

         Ritorna ancora una volta il binomio patria e fede: ogni individuo nasce cittadino di una patria, da cui riceve un’impronta particolare attraverso la lingua, le istituzioni, la tradizione, la religione; egli vive in comunanza di ricordi e di aspirazioni con altri uomini, che formano con lui un unico organismo spirituale, il quale conserva in sé l’eredità ideale dei trapassati e la tramanderà accresciuta al futuro.

            Un’altra esperienza decisiva per l’uomo sta nel rapporto con Dio ed esige  una risposta al disagio esistenziale, che si avverte in modo particolarmente acuto allorché ci si trova lontani dalle proprie radici. Anche se Don Isoleri sceglie di vivere la missione dopo averla fortemente sentita  e seriamente meditata, tuttavia egli sa che  solo il rapporto con Dio sostituisce la lontananza dalle radici e gli affetti più cari . Lo provano alcune raccomandazioni frutto della determinazione del Sacerdote che invita a superare le passioni umane , la fretta e ogni altri interessi , per servire esclusivamente la verità in Gesù Cristo.

 

            “ Rinnovate i voti battesimali con ferma volontà di osservarli; e leggete spesso, e fate leggere e imparare a memoria  dai vostri figli le Preghiere e le Istruzioni contenute in questo libricino , che io presento a voi tutti , come La Strenna del vostro Parroco per l’anno 1884 “. 47

 

            Don Isoleri con l’invito a rifugiarsi in Dio, combatte il rischio, proprio del fenomeno migratorio, di perdere l’identità culturale e religiosa. La Strenna  non ha quindi velleità artistiche o letterarie, ma si inserisce nella pastorale di Don Isoleri: costituendo un richiamo a seguire la strada maestra della fede, uno slancio  a non dimenticare la dipendenza dal Signore.

Isoleri con alcuni suoi scritti, si ispira a santa Maria Maddalena,  titolare della chiesa parrocchiale. Ciò gli permette di sviluppare una sapientia crucis e una teologia crucis che lo portarono a pubblicare nel 1909 :  The Life of St. Leonard of Port Maurice.48 Il libro su S. Leonardo da Porto Maurizio risponde ancora agli affetti delle origini di Don Isoleri, essendo il santo nativo nella diocesi di Albenga-Imperia, da dove Isoleri proviene. Ma la spiegazione del testo risale soprattutto al fatto che S. Leonardo è già considerato l’apostolo della Via Crucis e ormai famose sono le sue missioni al popolo, incentrate nella meditazione della Passione e Morte di Gesù Cristo. L’affetto e la stima per un protagonista della vita della Chiesa, originario delle sue terre e la predicazione sui temi della Crocifissione di Cristo inducono Isoleri ad approfondire questi argomenti, verso i quali i parrocchiani si dimostrano sensibili a causa della loro patrona, che vive con singolare partecipazione gli eventi della Passione di Cristo. Ciò è sufficiente per indurre Don Isoleri, a fondare la sua meditazione sulla croce, facendo tesoro di quanto S. Leonardo da Porto Maurizio ha già sperimentato sul campo dell’annuncio evangelico.

            L’opera di Isoleri  richiama all’essenza del Cristianesimo. Parla di una cura d’anime nel contesto di una crescita culturale, che privilegia le relazioni con il divino. Si abbina a una tensione spirituale, che abbraccia tutta l’umanità, anche la più lontana da Dio. Don Isoleri esprime con un linguaggio oggi indubbiamente superato la partecipazione affettiva alla missione della Chiesa. La proclama, questa missione, nella predicazione, nell’attività pastorale del suo sacerdozio, nell’esercizio quotidiano del suo rapporto con Dio che spinge Isoleri a impiegare la cultura, l’edificazione della chiesa, il versante sociale e caritativo, quali strumenti per continuare il suo servizio di sacerdote a gloria di Dio e a salvezza delle anime.

            Don Antonio Isoleri negli Stati Uniti è vissuto ed è morto: lì è sepolto. Eppure, con i suoi scritti e l’attività missionaria ad essi legata continua a tornare e a vivere in Italia, a Villanova d’Albenga, a certificare che per Dio non esistono confini quando l’uomo si dedica a lui e neppure il comune scorrere del tempo può allontanare il più vicino soffio dell’anima al respiro stesso di Dio.        

 

 

 

Conclusione

  

            Per me, questa è una tesi che è arrivata come proposta dalla mia stessa vita. Mi ha infatti permesso di iniziare a conoscere la realtà della missione da una prospettiva essenzialmente cristocentrica.

            In un mondo sempre più omologato, anche nelle parole che lo descrivono, ho appreso la possibilità di nuovi linguaggi e nuove visioni della realtà.

             Attraverso questo studio non ho cercato di finire un cammino, ma di continuarlo meglio, specialmente se riferito alle molteplici e gravi difficoltà che incontra l’uomo, soprattutto l’umanità più debole e indifesa.

            La Chiesa di Gesù Cristo unisce le missioni di tutto il mondo, e va oltre le esperienze dei singoli missionari. Lo Spirito Santo non smette di agire e opera utilizzando tutti i linguaggi che conosciamo e tutti quelli che non conosciamo.

            Maestro Eckart afferma: ”Dì la parola, pronunciala, esprimila, predicala, genera la parola! Pronunciala! Ciò che vien detto in te dall’esterno è una cosa logora: quella invece è pronunciata all’interno. Pronunciala!, cioè scopri ciò che è in te.”[17] Questa semplice considerazione conferma la potenza intrinseca dell’annuncio missionario, che sconfigge il nichilismo e con l’annuncio cattolico testimonia la profonda fedeltà dei  martiri e dice piuttosto che sono gli ismi ad esaurirsi per mancanza di senso .

            Il missionario possiede la capacità che i Greci avevano attribuito a Prometeo, colui che vede in anticipo: una qualità profetica, un dono che in misura diversa appartiene ad ogni essere umano. Il missionario non può dare consistenza al suo annuncio, se non percepisce con il giusto anticipo le diverse situazioni, a volte estreme, che deve non solo affrontare, ma soprattutto risolvere, fidandosi e affidandosi solo al grande e unico missionario, che è Cristo Gesù.

            Il costante riferimento al mistero di Cristo, non permette a nessuno di redigere classifiche sul rendimento dei missionari, perché la missione non è una competizione che ha come traguardo il raggiungimento di un numero indefinito di convertiti.

            I grandi missionari sono coloro che con scarsi mezzi sanno dare una speranza a situazioni umane disperate, coloro che sanno vincere il male con il bene,  coloro  infine che sanno vivere la Croce come un passaggio obbligato per raggiungere la gloria di Dio.

            Questo lavoro mi ha dato l’opportunità di conoscere nuove persone: persone vicine a me geograficamente, la gente che a vario titolo continua un rapporto con i missionari in un lavoro costante di attenzione, solidarietà, amicizia vera. Ma approfondire questo tema mi ha anche offerto la possibilità di conoscere persone che in tutto il mondo stanno continuando il lavoro dei nostri missionari, che spendono la loro vita ogni giorno affinché l’annuncio cristiano non si disperda e il seme piantato non cada nella dimenticanza: a tutti costoro va il mio ringraziamento e un profondo senso di gratitudine.

            Questa ricerca dimostra come in ogni angolo della terra, anche il più minuscolo, sorgano persone, timorate di Dio, capaci di offrire se stessi e tutta la loro vita al Signore per diventare suoi testimoni. Anche in una piccola diocesi come quella di Albenga – Imperia, si costruiscono occasioni e vocazioni pronte a lasciare tutto per testimoniare Dio, laddove c’è bisogno di farlo conoscere e amarlo. I missionari che abbiamo brevemente tratteggiato dimostrano questo senso ecclesiale e il desiderio di seguire e servire Dio. Un impegno che perdura anche oggi con altri missionari che svolgono la loro preziosa attività in prima linea e con altri testimoni, specialmente giovani, che sono pronti a spendere parte del loro tempo a favore di persone bisognose di tutto e in particolare di modelli cristiani forse per convertirsi, certo per sperimentare l’amore di Cristo verso gli uomini, nessuno escluso.

 

 

 

 

 

  

               


 

 

 

Bibliografia

 

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Credere oggi, Teologia in Africa, N.152-2, 2006,

Società Missioni Africane “, anno XIII – n.52 /  1973

 


 


[1] Missionario originario della diocesi di Albenga e Imperia. Fondatore e direttore della EMI, Editrice Missionaria Italiana, espressione editoriale di quindici istituti: Missionari Comboniani, Missionari della Consolata, Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), Missionari Saveriani, Società delle Missioni Africane (SMA), Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, Missionarie Comboniane, Padri Bianchi, Missionari Verbiti, Missionarie della Consolata, Segretariato unitario per le missioni dei Cappuccini, Missionarie Secolari Comboniane, Comunità “Redemptor hominis”, Missionarie dell’Immacolata, Missionarie di Maria. Vedi : www.emi.it

 

[2]  Cfr. al sito www.celam.org

Los países que han enviado sus aportes son Argentina, Bolivia, Brasil, Colombia, Cuba, Ecuador, El Salvador, Haití, Honduras, México, Nicaragua y Paraguay. Cada Conferencia ha trabajado siguiendo los esquemas que les han parecido más convenientes y las extensiones de los aportes varían de una conferencia a otra. Todas han utilizado la modalidad informática para el envío de los documentos, y conferencias como la de Brasil ha usado extensivamente el Sistema de Participación en Línea (SPOL), que ha permitido la participación desde las bases hasta la estructura nacional.

Además de los aportes de las Conferencias Episcopales también se han recibido contribuciones de algunos organismos continentales, lo que influye en la riqueza de perspectivas para la elaboración de Documento de Síntesis, que será uno de los subsidios a utilizar durante la V Conferencia General del Episcopado Latinoamericano y del Caribe. Aparecida 2007 è in preparazione dal 2001 e il tema finale indicato da Benedetto XVI è : “ Discepoli e missionari di Gesù Cristo affinché i nostri popoli abbiano in lui la vita. Io sono la via, la verità, la vita “.

[3] Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, n. 32.

[4] Mario Oliveri , Messaggio  per la Giornata Missionaria Mondiale, 22 ottobre 2006.

[5] Giovanni Paolo II ,  Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2419.

4 Ne è una dimostrazione l’istituzione , fra le altre , dell’Associazione  “ Amici dell’Uruguay : un Ponte d’Amore” con la finalità di sostenere l’opera missionaria .

5 Diocesi di Albenga-Imperia, Costituzioni sinodali (29 maggio 2004),Albenga 2004, p. 20.

[6] In Duvignau Pierre, Mons. Giuseppe Valerga Patriarca di Gerusalemme, Albenga 2001, p. VI

7 Cfr. Idem,  p. 14

 

[8] Cfr. Idem, p. 21

9 L’atto ufficiale viene promulgato il 23 luglio 1847 con la lettera apostolica Nulla celebrior Cfr. Idem,  p. 43

[10] Idem, p. 44

11  Idem,  p. 49

 

[12] Gerusalemme contava 906 latini; Betlemme 1672, compresi alcuni elementi di Beit-Giala e di Beit Sahur; Nazaret 60; Ain Karem 92; Ramle 20; Giaffa 319; Haifa 58; San Giovanni d’Acri 119; Larnaca 310; Nicosia 45; Totale 4141 (Idem, Op. cit p. 58). Gerusalemme non era più nel 1848 la grande città d’un tempo. La sua popolazione non superava i 15.000 abitanti, di cui 5000 circa erano musulmani, 5000 israeliti e gli altri suddivisi tra le diverse confessioni religiose cristiane (Cfr. Idem, p. 68).

[13] “Compreso del dovere che mi è stato imposto mi sono dedicato a esaminare tutto ciò che poteva illuminarmi su questo argomento; ho consultato la storia, le relazioni dei viaggiatori; ho preso conoscenza dei trattati e delle capitolazioni stipulate fra la Sublime Porta e i Governi di Austria e Francia; ho letto le innumerevoli disposizioni emanate in ogni tempo dai Sultani perché i cattolici fossero scrupolosamente mantenuti in possesso dei loro santuari. E poi, sorpreso di vedere che, nonostante questa massa immensa di documenti e tutta l’evidenza dei loro diritti, una buona metà di questi stessi santuari erano stati loro usurpati, mi sono chiesto come era stata possibile una ingiustizia così palese, una violazione di diritti così solennemente sanzionati, e come era stato possibile ciò in un tempo in cui due grandi potenze cattoliche proteggevano a Costantinopoli i diritti dei cattolici di Palestina e in cui lo stesso Governo Ottomano non cessava di dare ordini perentori per impedire un’usurpazione di tal fatta. (...) si tratta dei monumenti più sacri del Cristianesimo: del Sepolcro ove riposò il Dio Salvatore, di una chiesa che racchiude la tomba della vergine sua Madre, del luogo ove nacque il Redentore del genere umano e di altri analoghi santuari. Sono cose forse così insignificanti, che i legittimi possessori non debbano darsi pensiero per ricuperarli? (...) noi chiediamo che tutti i Cattolici riflettano sull’immenso interesse  che hanno questi monumenti sacri non solamente per la pietà dei fedeli, ma ancor più  per il progresso del cattolicesimo. Chiediamo che la Francia e l’Austria, con le quali il Governo Ottomano si è obbligato con un trattato solenne a conservare tutti i possessi dei cattolici e tutti i loro diritti sui santuari di Gerusalemme, rivolgano la loro attenzione alla Città Santa, che fu oggetto della protezione speciale di questi due governi, per esaminare se l’impegno pubblico assunto da essi è stato osservato fedelmente e se in realtà i Cattolici siano stati mantenuti nel possesso di tutti i santuari che detenevano al momento delle – Capitolazioni - . Chiediamo che le altre potenze cattoliche, le quali, sempre e in ogni occasione, hanno contribuito con larghezza di elemosine e con l’influenza del loro potere alla conservazione di questi Santi Luoghi, s’interessino per rivendicare i diritti dei Cattolici che, dopo tutto, non sono che loro propri diritti. Chiediamo infine al Governo Ottomano di non permettere che l’intrigo e la corruzione pongano ostacolo alla giustizia che esso ha sempre voluto e che, pur se tradito talvolta dalla venalità di certi suoi governatori, non ha mai cessato di far oggetto di tutte le disposizioni emanate da esso” (Cfr. Idem, p. 90-91)

14 Idem, p.106

15 Cfr. Idem, p. 114

16Cfr. paragrafo 1.2.2

17 Cfr. paragrafo 1.2.3

18Le principali furono a Ramallah, Lidda, Bir-Zeit, Taybeh, Beit-Sahur.

19  Cfr. Duvignau Pierre, Mons. Giuseppe Valerga Patriarca di Gerusalemme, op.cit. cap.X e XII.

20  Cfr. Idem, p.191,192.

21  “La prima cosa che desiderò, ancor prima di avere una residenza, fu di formare un Clero diocesano locale. Fondò a questo scopo il Seminario, per quel tempo una iniziativa incredibile e controcorrente. (…) durante il suo patriarcato potè ordinare dodici Sacerdoti originari della Palestina. Questo Seminario ha sempre funzionato, fino ad oggi. In esso si sono formati Sacerdoti, Vescovi e – già con il mio predecessore, Mons. Giacomo Beltritti – il Patriarca stesso proviene dal Clero diocesano.(…)”. Patriarca attuale, Michel Sabbah. Idem,p. V.

22 Cfr. Idem, p. 196.

23 Idem, p.186

 

24 Samir, S.K., Medio Oriente, in “Avvenire”, 3ottobre 2006.

25 Duvignau Pierre, Mons. Giuseppe Valerga Patriarca di Gerusalemme , Op. cit. p. 200.

 

26 Cfr. Idem, p.201.

27 Idem, p. 203, 204 

28 Idem,  p.219

 

29 Abuliatama è una parola araba composta da Abu che significa padre, El degli Iatama, orfani.

30 Papa dal 1878 al 1903.

31 Falsina, V., Un nuovo ordine mondiale, Bologna, EMI, 2006, Cfr. p. 28.

32 Rorero, P., Don Antonio Belloni, commemorazione, Betlemme, Opera Salesiana “Gesù Bambino”, 2003, p.3. Prospero Rorero già direttore della Casa Salesiana di Betlemme è deceduto il 3 gennaio 2006 all’età di ottanta anni mentre era direttore nella vicina Casa di Cremisan.

33 Idem, p. 3.

34 Idem, p. 4.

35 “E’ la grande rivoluzione di Don Bosco. Don Bosco la inventa, poi la esporta verso la rete delle comunità ecclesiali; ma il nucleo è là, quando questo geniale riformatore intravede che la società industriale richiede nuovi modi di aggregazione, prima giovanile e poi adulta, e inventa l’oratorio salesiano: una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio su basi minime, e riutilizzato e discusso quando la comunicazione arriva da fuori (…). La genialità dell’oratorio è che esso prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso, ma poi accoglie anche chi non lo segue.. In tale senso il progetto di Don Bosco investe tutta la società dell’era industriale (…). Alla quale (società) è mancato (…) il suo – progetto Don Bosco –

e cioè qualcuno o gruppo con la stessa immaginazione sociologica, lo stesso senso dei tempi, la stessa inventività organizzativa. Al di fuori di questo quadro nessuna forza ideologica può elaborare una politica globale delle comunicazioni di massa, e dovrà limitarsi alla occupazione (spesso inutile e sovente dannosa) dei vertici dei grandi dinosauri. Che contano meno di quanto si crede”. (Eco, U., L’oratorio di Don Bosco, L’Espresso, 15 novembre 1981)

36 Cfr.La Lettera pastorale dei vescovi degli Stati Uniti, Giustizia economica per tutti, 1986, v. Falsina, op.cit. p.159

37 Cfr. Don Antonio Belloni,Betlemme,  Opera Salesiana “Gesù Bambino”, 2003, p.21.

38 “ Con vero piacere leggiamo nel Museo delle Missioni Cattoliche che il celebre Marchese di Bute, Inglese di recente convertito al cattolicesimo,(…) essendosi recato a visitare i Luoghi Santi, (…) fermò la sua attenzione specialmente sull’Orfanotrofio Cattolico della Sacra Famiglia, che si è aperto in Betlemme dall’egregio Don Belloni Antonio, Genovese, canonico del Santo Sepolcro. Il mobilissimo neo-cattolico difatti alla vigilia della sua partenza dalla Palestina (6 aprile) lasciava al Belloni la bella somma di diecimila franchi, perché comprasse un grande spazio di terreno collo scopo di organizzarvi in seguito una colonia agricola. E’ un bel pensiero quello di raccogliere i poveri orfanelli nel paese natale di Gesù , che fu il primo e il più santo Artigianello, e al balsamo soave di quell’atmosfera, la prima respirata dall’Uomo Dio, farne fervorosi cattolici e buoni artigiani ed agricoltori…Mentre vi sono in Palestina molti simili Istituti riccamente mantenuti dai protestanti…l’Orfanotrofio del Belloni è il solo che si trovi in mano ai cattolici. Il coraggioso missionario, comprendendo la gravissima necessità di soccorrere i poveri giovanetti palestinesi, cominciò la sua opera solamente fidato nella Provvidenza e pressoché senza mezzi umani; ma Dio venne in soccorso di chi lavorava puramente in suo nome e per la sua gloria, e la casa della Sacra Famiglia, mercè l’aiuto dei buoni, andrà certamente prosperando per la salute delle anime “.  Unità Cattolica, 19 maggio 1869,in Museo delle Missioni Cattoliche, n. 34 – XI,  p.551.

 

39 Shalhub G., Abuliatama, Torino, SEI, 1955, p.27.

40 Don Antonio Belloni,Betlemme,  Opera Salesiana “Gesù Bambino”, 2003, v. in Lettere.

41  “E donde prese Belloni i mezzi ingenti per la sussistenza dei suoi orfani ? Dalla carità dei benestanti locali, dalla carità dei pellegrini, dalla carità di sua mamma e dei Missionari del Brignole Sale di Genova, dal lavoro dei suoi orfani, e dalla grande azienda agricola impiantata a regola d’arte. Ma quando nel 1867 una terribile carestia, causata dalla mancata pioggia, ridusse tutta la Palestina in miseria, Belloni, piuttosto che chiudere gli orfanotrofi, intraprese coraggiosamente una serie di cinque lunghi faticosi viaggi in Europa.

1.       1867, il Belgio, con raccomandazioni di Mons. Bracco al Vescovo di Malines, e ad altri vescovi, ma non ebbe i risultati sperati.

2.       1874, a Napoli, Roma con udienza dal Papa Pio IX, a Torino per intendersi con Don Bosco, in Francia, Belgio, Olanda, ritornando per Nizza, Oneglia, Genova, portando con sé tre aiutanti, fra i quali il nipote Giovanni.

3.       1890, col piccolo orfano Gabriele, a Torino per intendersi con Rua, a Roma per avere l’approvazione del Papa Leone XIII; poi per Ventimiglia, Marsiglia, a Parigi. Ritornò trionfale con tre Salesiani.

4.       1895, in Italia, Francia, Belgio, accolto dappertutto con grande rispetto, e confortante generosità.

5.       1901, col Salesiano Don Carlo Gatti, in Francia, Belgio, Italia. La morte gli impedì la realizzazione di più vasti progetti “. Bracco R.,  Il Patriarca Bracco, Genova, Fassicomo, 1973, p. 32

 

42  La Chiesa di Gerusalemme è considerata a ragione la madre di tutte le Chiese :“ Le Chiese ortodosse; La Chiesa melchita; La Chiesa maronita; La Chiesa armena; La Chiesa copta; La Chiesa siriana; La Chiesa assira; La Chiesa etiopica; I latini di Gerusalemme. Nel 1099, i Crociati fondarono il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Ma dopo la caduta di Akko, la sede vescovile rimane vacante per secoli. Nel 1333, i francescani si espandono in Terra Santa e si curano degli interessi della Chiesa Cattolica in Palestina. Nel 1848, il Patriarcato Latino viene ricostruito. (…) Nel corso dei secoli anche i singoli ordini e comunità religiosi aspirano ad una casa a Gerusalemme “ e questo ci fa comprendere l’importanza universale del Luogo Santo “ le carmelitane sul Monte degli Ulivi, i domenicani là dove si ricorda la lapidazione di Stefano, il primo martire della Chiesa; i benedettini sul Monte Sion, le suore sioniste presso il litostrato, i padri bianchi presso la piscina di Betzata, le clarisse lungo la via per Betlemme…” il Luogo Santo ha quindi la forza di un vero magnete spirituale visto che  “ nella scia della Riforma si stabiliscono a Gerusalemme anche le Chiese protestanti: gli anglicani con la loro cattedrale di San Giorgio, i luterani con la chiesa del Redentore, gli scozzesi con la chiesa di Andrea come centro della loro comunità. E vi si stabilisce tutto l’ampio spettro delle Chiese evangeliche libere “.Fleckenstein, K-H., Muller, W., Gerusalemme, città santa di ebrei, cristiani e musulmani, Roma, Città Nuova Editrice, 1989, Cfr. p. 92 – 93.

 

43 Duvignau P., S.B.Mgr. Vincent Bracco, Jerusalem, 1981, p. 183.

44 Bracco, R., Il Patriarca Bracco, Genova, Fassicomo, 1973, p. 43.

 

45 Idem, p. 44.

 

46 Idem , p. 44.

47 Tra questi ricordiamo il Principe ereditario d’Austria, l’arciduca Rodolfo nel 1881; l’arciduca Ferdinando nel 1885; l’Imperatrice del Brasile Christina nel 1888; il Presidente del Venezuela, generale A. Guzman-Blanco nel 1887;

 

48 Bracco, R., Il Patriarca Bracco, Genova, Fassicomo, 1973, p. 46.

49 “ Riflettete bene, che tutta la nostra vita deve essere unicamente consacrata alla gloria di Dio e alla salute delle anime, e che noi abbiamo un compito terribile, dobbiamo rendere conto a Dio se per la nostra negligenza una sola anima sarà perduta “.Duvignau P., S.B.Mgr. Vincent Bracco, Jerusalem, 1981, p. 174

50 “ la più grande fede, il dono dei miracoli e delle profezie, le illuminazioni più straordinarie, la più rigorosa giustizia e il più grande disinteresse [..] i sacrifici più eroici e lo stesso martirio, non servono a nulla se non si ha la carità “.Idem, p.179.

51 Bianco A.,  Il Kulango – Abron ,in “ Sma ”, anno XIII – n.52 , 1973, p.2 ;

 

52 Idem,p.1.

53 Idem,p. 2. L’espressione è di un proverbio koulango.

54 Idem, p.6.

55 Idem, p.7.

56 Idem, p.11.

57 Cfr. Idem,p.11.

58 Idem, p.11.

59 Idem, p.58.

60 Idem,p.59.

61 Idem,p.22.

62 Idem,p.24.

63 Idem,p.26.

64 Idem, p.27.

65 Idem, p.30.

* Kouamè, vuol dire nato di sabato perché sbarcò ad Abidjan di sabato; Boroni, vuol dire bianco; Hèmirigon, se mi si fa del male, io lascio il giudizio a Dio.

66 “ Il Koulango sarebbe dovuto arrivare nella regione del bouna nel sesto , settimo secolo dopo aver attraversato la regione del Dagomba Gondja (Nord Ghana) e infine la Volta Nera «. Bianco A., Fonologia della lingua Koulango della regione di Bondoukou, Università di Abidjan, Repubblica della Costa d’Avorio, 1978, p. 1.

67 Lettera privata del 16 febbraio 1978.

68 Ratti, A., Credere oggi, Teologia in Africa, N.152-2, 2006, EMP, p.5

69 Il Perù ha circa gli stessi abitanti di Tokyo ma un PIL al 54.175 (indice 2002), l’Italia con poco più del doppio di abitanti ha un PIL di 1.177.545; certamente i valori del PIL non sono sufficienti per comprendere la realtà economica di un paese, essendo il fattore umano l’elemento discriminante. Però è sempre una indicazione utile. Il Perù è un produttore importante di Rame, Zinco, Argento.

70 Lima, come tutte le grandi città del mondo, avrà la tendenza a crescere in futuro. C’è una stima per il 2015 che indica a 9.338.000, il numero degli abitanti previsti. L’intensificarsi della urbanizzazione come nelle metropoli di tutto il mondo porterà ad un incremento dell’inquinamento.

71 Cfr. Falsina, V., Un nuovo ordine mondiale, p. 85.

72 Idem, p. 87.

73 Gutiérrez, G., La forza storica dei poveri, Brescia, Queriniana, 1981, p. 33

74 La prossima conferenza dei Vescovi latinoamericani è prevista per il maggio 2007 in Brasile nel più importante Santuario mariano quello della Aparecida, Santuario Nacional de Nossa Senhora da Conceicào Aparecida.Il tema indicato da Benedetto XVI è “ Discepoli e missionari di Gesù Cristo affinché i nostri popoli abbiano in Lui la vita. Io sono la via, la verità, la vita “. (Gv 14,6).    Vedi:www.santuarionacional.com e www.celam.info.

75  Dichiarazione conclusiva della Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna, 1993

76 La diocesi di Carabayllo è stata costituita il 14 dicembre 1996. Suffraganea dell’Arcidiocesi di Lima aveva, al momento della sua costituzione, due milioni di battezzati e quarantuno parrocchie, trentasei sacerdoti secolari e trentasei regolari, settanta religiosi, centonovanta religiose e quattordici diaconi.

 

77 Nel novembre 2006 Panizza è stato a Roma per un convegno alla Pontificia Università Lateranense su : l’Università e la Dottrina sociale della Chiesa.

78  AA.VV. Puebla, l’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina, Bologna, EMI, 1979, p. 169.

79 Falsina, V., Un nuovo ordine mondiale, Bologna, EMI, 2006, p.104.

80 “(…) va sottolineato come, riprendendo dottrine che risalgono a Sant’Agostino, i giusnaturalisti, nell’indicare le possibili situazioni in cui si può ricorrere alla guerra, che altrimenti essi qualificano come un male, diano priorità al valore della giustizia con la dottrina della – guerra giusta -. Secondo questa dottrina, la guerra è –giusta- e quindi lecita quando miri a riparare un’ingiustizia. Secondo Grozio – la guerra giusta è esecuzione del diritto -.L’idea viene raffinata, tra gli altri, da autori come Isidoro di Siviglia, e soprattutto Vitoria, introducendo idee che anticipano quelle della legittima difesa e della proporzionalità (…)”. L’incremento assoluto della violenza nel XX secolo porta ad un tentativo di difesa legale con l’adozione “ di norme che proibiscono la guerra e poi l’uso della forza in generale, in trattati multilaterali di portata universale”. ( Treves, T., Diritto Internazionale, problemi fondamentali, Milano, Giuffrè, 2005,

p. 446 – 447 ). E’ la storia stessa ad insegnarci quanto poco siano rispettati i trattati e di come sia necessario seguire percorsi legislativi internazionali diversi.

 

1 All’epoca possedevano i diritti elettorali soltanto coloro che erano iscritti al ruolo delle contribuzioni dirette ed erano in grado di leggere e di scrivere.

2 Cfr. Siffredi L., Storia minuscola, Albenga, Stalla, 2003, p.19.

3 Idem.

4 Cfr. Isoleri F., Libro di memorie per uso di casa, 1854 – 1861, Villanova, archivio parrocchiale.

5  Idem.

6 Idem.

7 Idem.  

8 Richard N. Juliani, professore di sociologia presso la Villanova University a Philadelphia ha pubblicato : Priest, Parish, and People Saving the Faith in Philadelphia’s “Little Italy”, The University of Notre Dame Press, Notre Dame (IN, USA), 2006

 

9 Huntington P.S., La nuova America, le sfide della società multiculturale, Milano, Garzanti, 2005, p. 145. Nello stesso periodo erano nate a Philadelphia  dalle trecento alle quattrocento associazioni italiane di volontariato , oggi quasi tutte scomparse .

10 Idem, p. 158

11 “ La Chiesa Cattolica Romana usava i suoi ministri, le sue scuole, i suoi organi di stampa, le sue istituzioni di beneficenza e le sue organizzazioni di fraternità per convincere gli immigrati a rinunciare alle loro tradizioni culturali e a uniformarsi ai costumi americani. L’arcivescovo John Ireland , un immigrato irlandese, era un leader tra i vescovi che promuovevano l’americanizzazione…Si oppose fermamente a tentativi degli immigrati cattolici di preservare la loro lingua e le loro tradizioni “.( Idem,  p. 160 ).

12 In Siffredi L., Ricordi sfocati, Villanova-Entroterra ligure 1868-1918, Albenga, Stalla, 2001, p.54-56.

13 Idem,  p. 54.

14 Idem, p. 54

 

15  Idem, p. 55.

16 Idem, p. 55.

17 E’ significativo come il ricordo di Villanova rimanga vivo in Isoleri anche col passare degli anni come testimoniano  alcune lettere autografe del missionario indirizzate a sua nipote Giuliana. In quella del 3 dicembre 1926, dice . “ (…) Bellissima campagna di Villanova, i bei fichi, i ciliegi, le susine (…) “. Isoleri, non è mai tornato in Italia ma dimostra di avere ricordi ancora vivi e di sentirsi sempre italiano : “(…) in quanto al mio tornare in Italia…se non fanno un ponte sull’Atlantico, con ottantatre anni suonati non ci penso più (…) l’Italia l’ho sempre avuta et ho nel cuore, né mi sono mai fatto cittadino americano (…)”. Lettera del 29 febbraio 1928.

18 Nell’ultimo decennio dell’Ottocento arrivarono a Philadelphia molte famiglie napoletane che – a causa di una situazione economica particolarmente disagiata – usavano i bambini come accattoni. Don Isoleri cercò di sottrarre questi fanciulli ad un’esistenza degradante e di impartire loro un’educazione scolastica e religiosa. (Cfr. 1.1.1 )

 

19 Vedi : www.vatican.va

20 Isoleri A., Pati, non mori!, Philadelphia, Penn Printing House, 1891

21 Zinn H., Storia del popolo americano dal 1942 a oggi, Milano, il Saggiatore, 2005, p.186 -187.

 

22 Isoleri A., Pati, non mori!,  p. 21.

23 Idem, p. 31.

 

24 Idem, p 32.

25 Idem, p. 32.

 

26 Maria Maddalena de Pazzi, carmelitana, nacque a Firenze nel 1556 e morì appena quarantunenne, nel 1607. Si chiamava Caterina come la Santa di Siena, che studiò e imitò così bene, da ricevere anch’essa dal Signore l’anello nuziale e le sacre stigmate, oltre ad indicibili sofferenze placate da ripetute estasi e visioni. Lottò non poco per vincere le resistenze della famiglia alla sua vocazione. Molti i suoi scritti che Isoleri ebbe modo di studiare e che si possono riassumere tutti nel motto della Santa : patire e non morire. Dove il patire rappresenta la compartecipazione alla Passione del Cristo, vissuta e sofferta più volte nella sua stessa carne dalla Santa.

 

27 Isoleri A., Pati, non mori!,   Idem, p. 33.

28 Mescolanza di razze.

29 Isoleri A., Pati, non mori!,  Idem, p. 35.

30 Idem, p. 36.

31 Idem, p. 37

32 “ l’Arcidiocesi di Philadelphia aprì un’altra chiesa per gli italiani : Nostra Signora del Buon Consiglio degli Agostiniani. Agli inizi del Novecento altre se ne aggiunsero anche nelle diverse zone della città, visto l’incremento del numero degli immigrati. Nel 1900 erano 17.830 e nel 1907 il Consolato Generale Italiano a Philadelphia scriveva che – Il numero degli italiani residenti in Philadelphia e dintorni ammonta a 100.000, dei quali 80.000 in città e 20.000 nel suburbio -. Includendo il numero dei bambini nati in America la comunità italo americana di Philadelphia divenne per lungo tempo una delle più numerose degli USA pari a quella di Chicago e seconda solo a quella di New York. Anche se la sua chiesa era diventata una delle tante, Isoleri rimase un importante leader fino alla sua morte “.Siffredi L., Ricordi sfocati, Villanova-Entroterra ligure 1868-1918, Albenga, Stalla, 2001

33 Il 27 maggio.

34 Ex audientia SSmi abita die 23 Augusti, 1891.SSmus Dominus Noster Leo Divina Providentia P.P. XIII, referente me infrascripto S.Cong.nis de Propaganda Fide Secretario, porrectis precibus rescribi mandavit : Ad Primum benigne declamare dignatus est privilegiata in perpetuum tria tantum altaria principalia Ecclesiae Superioris pro cunctis Missae Sacrificiis quae in iisdem altaribus a quocumque Presbitero speculari vel cujusvis Ordinis regulari celebrabuntur. Ad Secundum, Indulgentiam Plenariam animabus quoque in Purgatorio detentis applicabilem per modum suffragii, ad decennium benigne concedere dignatus est, ab omnibus et singulis utriusque sexus Christifidelibus lucrandam tantum die festo patronali memoratae Ecclesiae et Domenica infra octavam, dummodo vere poenitentes, sacramentaliter confessi ac sacra Eucaristia referti praefatam Ecclesiam devote visitaverint, inique aliquas pias preces pro sanctae fidei propagatione et juxta summi Pontificis intentionem effuderint.Datum Romae ex Aedibus dictae Sae Congregationis die et anno ut supra.Ignatius Archieo. Tarsiathen., Secr.ius.

Il documento originale è conservato nell’archivio dell’Arcidiocesi di Philadelphia.

 

35 Juliani N.R., Parish and People SAving the Faith in Philadelphia’s “Little Italy”, The University of Notre Dame Press,2006.

36 Isoleri A., Cristoforo Colombo, Philadelphia, William P.Kildaare, 1879, p. 28.

37 Con i tipi  della William P. Kildare. L’opera , in tre tomi, risulta essere una miscellanea di generi letterari diversi; la letteratura teatrale risulta essere il genere letterario più utilizzato dall’Autore .Il primo tomo raccoglie liriche di diverso tema ed intonazione; il secondo presenta il copione di diverse tragedie di carattere storico; il terzo presenta un dramma, due commedie e un’appendice contenente scritti e contributi diversi.

38 Cfr.  Isoleri A., Lira Leronica, v. dedica in retro copertina.

39 Idem, v.intestazione.

40 Cfr. Isoleri A., Cristoforo Colombo, Philadelphia, William P.Kildaare, 1879,   p. 3,4.

41   I Missionari martirizzati protagonisti della tragedia di Isoleri sono :Mons. Simeone Francesco Berneux, Vescovo di Capse, e Vicario Apostolico della Corea, nato il 18 maggio 1814, a Chateau del Loir (diocesi del Mans ).Simone Maria Antonio Giusto Ranfert De-Bretennières, nato il 28 febbraio 1838 a Chalon sulla Sona, originario della diocesi di Dijon.Pietro Enrico Dorie, nato il 22 settembre 1839 a St.Ilario di Talmont,  di Luzon. Bernardo Luigi Beaulieu, il più giovane, nato l’8 ottobre 1840 a laugon, diocesi di Bordeaux. (Isoleri A., Lira Veronica,op.cit.p. 192 – 194 ).

42 Idem, p.190 – 191.

43 Idem.

44 Isoleri A., La Strenna, ai suoi cari italiani di Philadelphia, ossia Preghiere per la Rinnovazione dei Voti Battesimali , e la Conservazione e propagazione della Fede ; coll’aggiunta di un po’ di catechismo , delle preghiere quotidiane e di quelle che si devono recitare prima e dopo la confessione e la comunione, tratte per la maggior parte dalle Massime Eterne di S. Alfonso Maria De-Liguori ( Venezia, Emiliana, 1867 ) e dalla Guida a Dio ( Ediz. Milanese di G. Radaelli ).   Philadelphia, P. Kildare, 1884

45 Idem,p.3.

46 Idem,p.4.

47 Idem,p.6.

48 San Leonardo nacque a Porto Maurizio ( Imperia ) il 20 dicembre 1676 . Si trasferì a Roma nel 1689. Diventò Frate con i Minori Riformati del Ritiro . Nel 1702 fu ordinato sacerdote . Nel 1709 iniziò le missioni popolari in terra italiana e istituì le quattordici stazioni della Via Crucis; Via Crucis che portò nel 1750 a Roma al Colosseo . Il 26 novembre 1751 morì a Roma . Nel 1991 fu proclamato Santo patrono della Città di Imperia.

 

[17]Maestro Eckhart, Trattati e prediche, Milano, Rusconi, 1988, p.310.

 

 

 

 


 

Fonte : 

 

FACOLTA' DI TEOLOGIA DELLA  PONTIFICIA UNIVERSITA' DELLA SANTA CROCE

Istituto Superiore di Scienze Religiose all'Apollinare :

Tesi di Magistero in Scienze Religiose : L'annuncio missionario della Liguria al mondo. Alcuni missionari esemplari dell'epoca contemporanea.
Autore: Stefano ARMELLIN                                     
Relatore: Prof. Mons. G.B. Gandolfo
ANNO ACCADEMICO 2005-2006

 

 

 

Per contattare l'artista Stefano Armellin :

"THE OPERA" DI STEFANO ARMELLIN
Esposizione permanente in studio:
Viale Martiri della Libertà 68/B/12 17031 Albenga
(Savona)-Italia Tel.0182.51039 

E-mail: stefano.armellin@gmail.com  

THE OPERA 1983 / 2006
L'arte di Armellin ( Conegliano TV 18.XI.1960 ) è il ponte dal XX al XXI secolo. Quello che è stato fatto dalle avanguardie storiche fra XIX e XX secolo coinvolgendo molti artisti, Armellin lo realizza praticamente in solitudine (anche se quella della solitudine è una dimensione condivisibile con molti colleghi). Aveva già iniziato a disegnare da qualche anno quando nel 1973 muore Picasso. Nel 1983 l'anno in cui inizia The Opera, la sua composizione principale, muore Mirò. Dire pittura è riduttivo, nell'opera di Armellin è l'arte che parla. Una profonda evocazione d'insieme non solo degli spiriti creativi a lui più simili e vicini ma bensì della coscienza dell'intera umanità nel suo rapporto con il sacro, con il divino-umano, quindi con la croce di Gesù Cristo. Nella sua arte Armellin affronta il dialogo dell'individuo, il pensiero della folla, il conflitto fra persona e società, persona e politica, persona e amore; un'opera che fa pensare allo spazio dell'anima oggi ristretta e soffocata dalla follia sia dell'Occidente sia dell'Oriente; che fa soprattutto pensare che The Opera è il ponte fra il XX e il XXI secolo. Armellin riassume in una frase il senso della sua ricerca: "Quello che non conosciamo è più importante di quello che conosciamo perchè determina ciò che siamo".

 

Vedi anche su ARTCUREL la webpage con note biografiche sull'artista Stefano Armellin :

Stefano Armellin , l'Arte e la Croce - The Opera