| ARTCUREL:
Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| ARTCUREL BAMBINI : Mario Lodi |
CHIESA ED EDUCAZIONE DEI BAMBINI
Mario Lodi
IL DIRITTO NEGATO
"I
libri sono gli strumenti più idonei per allargare orizzonti
e rispondere ai bisogni di conoscenza dei ragazzi.
Eppure il diritto alla lettura è un diritto non sempre rispettato"
Professor Lodi, come leggono i bambini? Quale forma di attenzione e di rapporto instaurano nei confronti del testo scritto?E, come logica conseguenza, è sensato parlare di "letture", o piuttosto esistono tante letture quanti sono i bambini, e in senso più lato i lettori?
In una società che, per mezzo dei suoi strumenti culturali, vuole formare
persone libere e responsabili, la lettura va collocata, sin dai primi anni di
vita, nel quadro della ricerca che i bambini portano avanti col gioco
esplorativo. Per mezzo del gioco e usando i sensi, i bambini esplorano il
piccolo mondo fisico e affettivo in cui sono immersi fin dalla nascita e, con
l'esperienza diretta, raccolgono dati, li confrontano, li elaborano, ne ricavano
sintesi che in successive esperienze verranno messe in discussione e rivedute.
Producono così le basi di una cultura, in un certo senso già organizzata in modo
personale. Il loro gioco-lavoro è simile a quello dell'uomo libero, che non si
accontenta di "verità"trasmesse e, di fronte alla realtà quotidiana e agli
eventi, mette in moto la sua capacità critica per capire ciò che accade e fare
scelte di vita che rispondano all'esigenza di un rapporto buono con la società.
Sia il bambino nel suo processo evolutivo sia l'uomo libero vivono una continua
ricerca che parte da bisogni di conoscenza ed esige risposte logiche e
documentate. Io penso che i libri siano gli strumenti più idonei, anche in una
società tecnologica e televisiva come la nostra, per allargare orizzonti e
rispondere a bisogni di conoscenza sempre più approfondita. È quindi
controproducente imporre a ragazzi che stanno preparandosi al loro inserimento
attivo nel mondo una lettura obbligatoria, uguale per tutti, da seguire
passivamente. Ogni ragazzo, per crescere intellettualmente, ha bisogno di
letture personali, come ogni persona culturalmente viva cerca in libreria i
libri che alimentano i suoi interessi. Purtroppo nella scuola italiana di base
il diritto alla lettura individuale non è ancora entrato: leggere un
libro, senza collocarlo nel programma linguistico o storico o scientifico, è
considerato una perdita di tempo.
La crescita esponenziale dell' "intrattenimento"televisivo, il boom delle videocassette e dei videogiochi ha inciso anche qualitativamente sul rapporto che i giovani hanno con la lettura?E in quali termini, invece, l'ormai consolidata predominanza di queste forme visive e televisive può innovare o migliorare l'attività didattica?
L' "intrattenimento"televisivo ha una forte suggestione ma nello stesso tempo ha
dei grossi limiti: se è vero che la cultura e la personalità si formano con
l'esperienza, come afferma la psicologia, l'invasione televisiva nel mondo dei
ragazzi (e di tutti in generale), senza una programmazione, senza obiettivi
mirati, in modo caotico, è, nello stesso tempo, stimolo a curiosità sempre nuove
e distrazione dai problemi esistenziali e sociali dei ragazzi, soprattutto nella
fase di ricerca di una propria identità e di punti fermi di riferimento, come
accade durante il tempo della preadolescenza. Le videocassette, usate da docenti
preparati, sono certamente utili per costruire un quadro organico e coerente di
conoscenze, collegate con i libri, strumento di ulteriore coordinamento
culturale e di approfondimento. In questo senso la TV e il libro possono
coesistere, a livello di intervento didattico con buoni risultati. Ma ciò
presuppone la centralità del vissuto dei ragazzi a scuola, con i loro problemi e
i loro bisogni profondi in genere inespressi: la preadolescenza è un tempo ricco
di sentimenti e di aspirazioni, come ha ben messo in evidenza il docente Roberto
Pittarello nel libro Il tempo segreto. Occorre quindi una pedagogia che
tenga conto e sviluppi le tematiche dei giovani nel loro rapporto col mondo
attuale; ma essa non trova però nella struttura della scuola media il luogo
ideale per la sua realizzazione.
Rimanendo in ambito didattico, in che modo potremmo distinguere la lettura di un testo narrativo dalla lettura di un "libro di testo "?
Il manuale è stato, e in certi casi lo è ancora, insieme alla lezione, un
pilastro della scuola che trasmette nozioni già organizzate. Anche i libri di
lettura e le antologie, che propongono brani scelti con criteri nozionistici,
nel migliore dei casi offrono solo qualche assaggio del mondo degli autori, nel
quale raramente i lettori riescono a entrare. È un mondo interiore guardato
dalla finestra, fugacemente, spesso nei momenti meno adatti. Il testo narrativo
completo è invece il mezzo che fa entrare nel mondo interiore dell'autore
attraverso i personaggi, l'ambiente, il collegamento delle scene. Leggendo un
libro per intero, i bambini e i ragazzi riescono a "entrare"nel libro, sia per
accettarlo sia per rifiutarlo, in tutto o in parte. Un libro non lascia mai
indifferenti, specie se il docente è capace di guidare la lettura
interrompendola nei momenti più adatti per ipotizzare risposte e atteggiamenti
dei personaggi. O per ricreare il libro insieme ai ragazzi, proiettando nel
nuovo racconto il loro immaginario, cioè la loro vita interiore che la lettura
ha fatto emergere. Questo tipo di lettura offre ai ragazzi ciò che la TV non può
dare (il dialogo, la pausa di riflessione, la fantasia...) ed esercita i bambini
a un atteggiamento critico trasferibile negli altri campi dell'apprendimento.
In quale rapporto stanno, nel giovane, due attività come la lettura e la scrittura? Si influenzano a vicenda o sono sostanzialmente autonome e solo in alcuni bambini si alimentano l'una dall'altra?
Quando la lettura dei manuali è considerata serbatoio della scrittura intesa
come riassunto, tema, relazione, con fini di valutazione, abbiamo davanti ai
nostri occhi una scuola che mette in primo piano se stessa, cioè i suoi
programmi, e lascia in ombra, o addirittura ignora, la ricchezza problematica
della vita dei bambini. Se, fin dal primo giorno della scuola elementare, il
bambino, invece di leggere le prime parole sui cartelloni degli alfabetieri,
legge e scrive parole dei suoi pensieri, espressioni delle sue esperienze,
impara che la lingua non serve per ripetere le parole del libro o del maestro ma
per comunicare il proprio pensiero. Se invece di essere obbligato a scrivere un
tema, scrive una lettera a un amico vero, o la cronaca di un avvenimento, o
racconta un sogno o inventa una storia per il piacere di giocare con la
fantasia, capisce che la lingua è "sua", è il mezzo che produce parole,
discorsi, pensiero. Non a caso in scuole di questo tipo si producono giornalini,
piccoli libri, monografie, anche poesie. In questo caso, scrivere per comunicare
in modo originale ciò che si pensa è un impegno che non produce fatica e noia,
ma soddisfazione e stima di sé. Il ragazzo si sente autore, come chi ha scritto
un libro per parlare a noi e non per farci esercitare grammaticalmente sulle sue
pagine.
Una domanda allo scrittore. Fino a che punto, quando scrive, si prefigura le aspettative, le curiosità, le domande e i dubbi di un suo giovane lettore? Cerca di rispettare determinate "regole"per far sì che la sua pagina risulti alla fine pienamente leggibile?
Il mio caso non è quello dello scrittore che al suo tavolo di lavoro scrive per
i bambini cercando di immaginare ciò che essi si aspettano da lui. Il mio primo
libro l'ho scritto come maestro insieme ai bambini, ed è stato Bandiera,
la storia di un ciliegio che una bambina aveva osservato in pieno inverno,
quando tutte le foglie erano cadute tranne una, ormai gialla, che sul ramo più
alto resisteva al vento e alla pioggia e non voleva morire. La presenza di
quell'unica foglia ha dato vita a diverse ipotesi e ha fornito a me l'occasione
per analizzare, in un racconto lungo, che cos'è una foglia nell'universo albero,
la funzione delle piante in rapporto alla vita degli animali e dell'uomo, il
susseguirsi delle stagioni nell'alternarsi della morte e della
"risurrezione"della natura, infine il senso della vita e della morte come leggi
naturali. Quindi l'interesse dei bambini per un fatto apparentemente insolito
coincideva con il mio fine di educatore. Un'altra volta l'osservazione dei
passeri sul tetto di fronte alla scuola diede vita alla storia di Cipì,
nella quale i bambini proiettarono se stessi, le loro esperienze. Anche per gli
altri libri ho cercato, prima di accingermi a scrivere, da solo o con i bambini,
di capire i loro problemi e desideri; e quando ero ben sicuro che sotto lo
spunto occasionale c'era un interesse forte, mettevo in cantiere il libro
organizzando il lavoro. Così è avvenuto con La mongolfiera, che
evidenziava il grande sogno di abbandonare la tutela degli adulti, di diventare
autonomi e andare liberamente a scoprire il mondo. Andato in pensione, chiusa la
fabbrica della produzione creativa, non mi sono staccato dal mondo dell'infanzia
e dei giovani: nei frequenti incontri con i bambini nelle scuole chiedevo spesso
quali libri (non ancora scritti) avrebbero voluto leggere, e fra le risposte
trovavo sempre qualche idea interessante. Allora tenevo contatti epistolari con
quei bambini e li aiutavo a far nascere i racconti, a svilupparli, a renderli
vivaci, a volte a rimontarli in forma televisiva: così sono nati Bambini e
cannoni e Stella azzurra. Ma c'era un altro bambino che io conoscevo
abbastanza bene e che lo scorrere degli anni non aveva cancellato dalla mia
memoria; nella mia infanzia c'erano state esperienze forti che ho
raccontato per i bambini di oggi: Il mistero del cane (che ha ricevuto
due premi, il Premio Cento e il Premio Rodari, con giurie formate da bambini) e
Il cielo che si muove, che racconta le piccole scoperte dei segreti della
natura nel cortile e nel giardinetto di casa mia. Il primo "trucco"per uno
scrittore per ragazzi è, secondo me, quello di entrare nel mondo dell'infanzia
per cercarvi i bisogni profondi da evidenziare, tenendo presente l'obiettivo di
"appassionare"i bambini alla vita e ai valori più alti, come l'amicizia, il
rispetto della natura, la solidarietà, la pace. Ci sono poi altri "accorgimenti
del mestiere", come il rapporto tra contenuto e forma, spesso trascurato da chi
scrive per i ragazzi: basta leggere i libri di testo per vedere come il
linguaggio sia formalmente e concettualmente quello dell'adulto che trasmette il
suo pensiero. Lo scrittore deve possedere l'umiltà di collaudare il suo libro
con i ragazzi, prima di consegnarlo all'editore: discuterlo, raccogliere dubbi e
obiezioni, capire i motivi del disinteresse, rifare, limare, eliminare
descrizioni lunghe o inutili, vivacizzare il racconto con il discorso diretto,
cercare parole chiare, semplici, non banali, immettervi quando è possibile un
po' di poesia. Cipì, che sembra un libro scritto di getto, è stato quello
più sofferto in sede di collaudo: dopo essere stato letto in molte scuole, dove
venivano segnalati i punti in cui anche un solo bambino si distraeva, e una
volta eliminati gli episodi meno convincenti (nella prima stesura c'erano
elementi magici, poi sostituiti da soluzioni poetico-fantastiche), è stato
revisionato e riscritto più di una volta fino a raggiungere la forma più adatta
alla comprensione dei bambini cui era soprattutto destinato. Anche Il corvo,
il racconto della mia guerra, adottato nella scuola media, è stato completamente
rimontato e riscritto con stile volutamente asciutto, rapido, non retorico. Ho
cercato insomma di far tesoro dell'insegnamento di don Milani (esprimere il
maggior numero di concetti con il minor numero di parole) in contrapposizione a
chi usa tante, troppe parole per non dire nulla.
Da scrittore e da insegnante, che importanza attribuisce alla presenza delle immagini?
In una libreria di testi per ragazzi, la cosa che subito ci colpisce sono le
immagini e i colori delle copertine. Se sfogliamo i libri, troviamo anche
all'interno tante illustrazioni, specialmente nei libri per i più piccoli, dove
l'immagine spesso si sostituisce alla parola, invitando il bambino a non
leggere. Infatti, se le immagini raccontano la storia, che bisogno c'è di
leggere? Per recuperare i bambini alla lettura Bruno Bettelheim, nel suo libro
Imparare a leggere, dimostra che, insieme al primo libro (scolastico) che
la maestra mette nelle mani dei bambini, anche le illustrazioni possono
allontanare il piccolo lettore dalla decifrazione dei segni alfabetici, che
assomiglia a una magia, e dovrebbe essere come un gioco di scoperta di cose
belle, affascinanti. Illustrazioni sì, allora, ma che non si sostituiscano al
racconto. E primi libri che invitino a entrare nel mondo della cultura e della
vita con pagine vere, forti, vivaci e non noiose e banali come quelle della
maggior parte dei testi scolastici. Nella scuola italiana il diritto alla
lettura come piacere e come bisogno di scoperta e di conoscenza, tranne poche
eccezioni, non c'è ancora. Il racconto è considerato un oggetto da smontare per
capire com'è costruito: sarebbe un esercizio utile se poi lo si usasse per
progettare con i ragazzi altri racconti, cioè per impadronirsi della tecnica del
narrare per produrre.
Fonte : http://www.pianetascuola.it/archivio/res/quaderni/testi/lodi.html
per approfondimenti sull'autore www.mariolodi.it