| ARTCUREL:
Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| ARTCUREL BAMBINI : Le verità fondamentali di "Pinocchio", del Card. Giacomo Biffi |
FIABE , POESIE , RACCONTI E TESTIMONIANZE
Card. Giacomo Biffi
Le verità fondamentali di "Pinocchio"

Che cosa in realtà ha espresso il Collodi nel suo più celebre libro, di là dalle
sue intenzioni consapevoli e dichiarate?
Non ha espresso nessuna delle ideologie correnti, che erano tutte ignote ai suoi
destinatari e che d'altronde non erano più pacificamente accettate nella
profondità della sua coscienza. E sarà sempre una prevaricazione dare di
Pinocchio delle spiegazioni ideologiche di qualunque tendenza e di qualunque
colore, come di fatto sono state date: conservatorismo moralistico, liberalismo
illuministico, pauperismo, marxismo, psicanalismo ecc.
Non le ideologie ma la verità, di sua natura universale ed eterna, è contenuta
in questo magico racconto e, servita com'era da un'alta fantasia e da una fresca
ispirazione poetica, spiega la sua rapida affermazione e il suo duraturo
trionfo.
Ma, per non lasciare nel vago le nostre affermazioni, quali sono specificamente
le verità che senza possibilità di discussione, traspaiono nella storia del
burattino?
Sono sette quelle che reggono e illuminano tutta la vicenda.
a) Il mistero di un creatore che vuole essere padre
Pinocchio, creatura legnosa, origina dalle mani di chi è diverso da lui; è
costruito come una cosa, ma dal suo creatore è chiamato subito figlio. C'è qui
l'arcano di un'alterità di natura, superata da uno strano, gratuito,
imprevedibile amore.
Il burattino, chiamato sorprendentemente a essere figlio, fugge dal padre. E
proprio la fuga dal padre è vista come la fonte di tutte le sventure; così come
il ritorno al padre è l'ideale che sorregge Pinocchio in tutti i suoi guai,
costituendo infine l'approdo del tormentato viaggio e la ragione della raggiunta
felicità.
b) Il mistero del male interiore
In questo libro è acutissimo il senso del male. E il male è in primo luogo
scoperto dentro il nostro cuore. Non è un puro difetto di conoscenza, come
nell'illuminismo socratico; non è risolto tutto nella iniquità o nella
insipienza delle strutture, come nell'ideologia liberalborghese in polemica con
l'Ancien Régime o nell'ideologia marxista in polemica con la società
liberalborghese. «Dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini escono le
intenzioni cattive» (Mc 7, 21).
Pinocchio sa che cosa è il suo bene, ma sceglie sempre l'alternativa peggiore
(Vedi, c. 9: a scuola o al teatro dei burattini?; cc. 12 e 18: a casa o al campo
dei miracoli col gatto e la volpe; cc. 27: a scuola o alla spiaggia a vedere il
pescecane?; c. 30: dalla Fata o al Paese dei balocchi? ). Soggiace
chiaramente alla narrazione di queste sconfitte la persuasione della «natura
decaduta», della «libertà ferita», della incapacità dell'uomo a operare secondo
giustizia, espresso nelle famose parole: «Non compio il bene che voglio, ma il
male che non voglio» (Rm 7, 19).
c) Il mistero del male esteriore all'uomo
La nostra tragedia è aggravata dal fatto che sono all'opera, esteriormente a
noi, le potenze del male. Esse non sono viste come forze impersonali, quasi
oggettivazioni delle nostre inclinazioni malvagie o dei nostri squilibri, ma
come esseri astuti e intelligenti che si accaniscono inspiegabilmente ed
efficacemente contro la nostra salvezza.
Nella fiaba queste forze malefiche sono rappresentate vivacemente nelle figure
del Gatto e della Volpe e raggiungono il vertice della intensità artistica e
della lucidità speculativa nell'Omino, corruttore mellifluo, tenero in
apparenza, perfido nella realtà spaventosa e stupenda raffigurazione del nostro
insonne Nemico:
«Tutti la notte dormono, e io non dormo mai» (c. 31).
d) Il mistero della mediazione redentiva
L'ideologia illuministica aveva diffuso nel mondo l'orgogliosa affermazione
dell'autoredenzione dell'uomo: l'uomo può e deve salvare se stesso, senza alcun
aiuto dall'alto.
Tutta la seconda parte del libro (dal c. 16 in avanti, che si potrebbe
considerare quasi il Nuovo Testamento di questa specie di Bibbia) è costruita
per smentire questa che è l'illusione dominante della nostra cultura. Pinocchio,
interiormente debole e ferito, esteriormente insidiato da intelligenze maligne
più astute di lui, non può assolutamente raggiungere la salvezza, se non
interviene un aiuto superiore, che alla fine riesce a compiere il prodigio di
riconciliarlo col padre, di riportarlo a casa, di dargli un essere nuovo.
Lo straordinario personaggio della Fata dai capelli turchini è posto appunto a
indicare l'esistenza di questa salvezza che è donata dall'alto e può guidare al
lieto fine la tragedia della creatura ribelle.
e) Il mistero del padre, unica sorgente di libertà
La scelta di un burattino legnoso come protagonista della narrazione è anch'essa
una cifra: è il simbolo dell'uomo, che è da ogni parte condizionato, che è
schiavo degli oppressori prepotenti e dei persuasori occulti, che è legato a
fili invisibili che determinano le sue decisioni e rendono illusoria la sua
libertà.
Il burattinaio di turno può anche essere soppresso dall'una o dall'altra
rivoluzione, ma fino a che la creatura umana resta solitaria marionetta, ogni
burattinaio estinto avrà fatalmente un successore.
Pinocchio non può restare prigioniero del teatrino di Mangiafuoco, perché a
differenza dei suoi fratelli di legno riconosce e proclama di avere un padre. Il
senso del padre è dunque la sola sorgente possibile della liberazione dalle
molteplici, cangianti e sostanzialmente identiche tirannie che affliggono
l'uomo.
f) Il mistero della trasnaturazione
Pinocchio riesce a raggiungere la sua perfetta libertà interiore e a realizzarsi
perfettamente in tutte le sue virtualità soltanto quando si oltrepassa e arriva
a possedere una natura più alta della sua, la stessa natura del padre. È la
realizzazione sul piano dell'essere della vocazione filiale con la quale era
cominciata tutta la storia.
Noi possiamo essere noi stessi soltanto se siamo più di noi stessi, per una
arcana partecipazione a una vita più ricca; l'uomo che vuole essere solo uomo,
si fa meno uomo.
g) Il mistero del duplice destino
La storia dell'uomo, come è concepita e narrata in questo libro, non ha un lieto
fine immancabile. Gli esiti possibili sono due:
se Pinocchio si sublima per la mediazione della Fata nella trasnaturazione che
lo assimila al padre, Lucignolo — che non è raggiunto da nessuna potenza
redentrice — s'imbestia irreversibilmente. La nostra vicenda può avere due
opposti finali: o finisce in una salvezza che eccede le nostre capacità di
comprensione e di attesa, o finisce nella perdizione.
Queste sette convinzioni, si è visto, sono
affermate e concIamate dal libro, e non so come sia possibile con qualche
ragionevolezza dubitarne.
Orbene, è anche fuori dubbio che esse siano sette fondamentali verità della
visione cristiana, e cioè:
a) La nostra origine da un Creatore e la nostra vocazione a diventare suoi
figli
b) Il peccato originale e la decadenza della nostra volontà che da sola non
sa resistere al male
c) Il demonio, creatura intelligente e malvagia, che lavora alla nostra
rovina
d) La mediazione salvifica di Cristo, come unica possibilità di salvezza
e) Il senso di Dio, fondamento della dignità umana e della nostra libertà di
fronte a qualsivoglia oppressione
f) Il dono della vita di grazia, che ci fa partecipi della natura di Dio
g) I due diversi destini eterni tra i quali siamo chiamati a decidere.
Il Collodi che sazio delle ideologie si rivolge ai ragazzi d'Italia, con felice
intuito di artista riscopre nell'anima dei destinatari l'unica concezione della
realtà che accomunava tutti gli abitanti della penisola, prima che
l'unificazione politica li dividesse nel profondo ed erigesse tra loro le
barriere avverse delle ideologie.
I ragazzi italiani del 1881 potevano certo avere padri e zii clericali o
anticlericali, cattolici intransigenti o conciliatoristi, filo-sabaudi o
repubblicani, liberali o socialisti; ma nessuna di queste contrapposizioni li
toccava minimamente. I ragazzi italiani del 1881 avevano come sola chiave
interpretativa della realtà la concezione che potevano desumere dalle preghiere
delle loro mamme e delle loro nonne, dagli affreschi e dalle vetrate delle loro
chiese, dalle spiegazioni del vangelo del loro parroco, dal catechismo studiato
per la prima comunione, dalle espressioni popolari della sapienza cristiana. I
ragazzi italiani del 1881 non conoscevano ideologie, conoscevano la verità.
E il Collodi, entrando in comunione di spirito con loro in virtù della capacità
penetrativa della sua arte, riconquista senza volerlo e probabilmente senza
saperlo la verità della sua primissima giovinezza, la verità che aveva dato a
sua madre la forza di vivere, la verità che ogni cuore umano non prevenuto
percepisce d'istinto come la loro luce che salva. Si è in modo singolare
avverata per lui la parola profetica del Signore Gesù: «Se non diventerete come
bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3). «Chiunque diventerà
piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 4).
E' dunque una lezione di vita che possiamo
imparare: le ideologie. possono servire per far politica, per arricchire, per
far carnera, per organizzare meglio l'esteriorità della vita terrena, per
assicurarsi onori e vantaggi, per avviare rivoluzioni che lasciano la sostanza
delle cose come prima, per intraprendere liberazioni che di solito si risolvono
in un cambio di schiavitù; ma per la salvezza dell'uomo come uomo non servono.
Per la salvezza occorre la verità: la verità sulla vita e sulla morte, sul senso
dell'esistenza e sulla sua insignificanza, sulla felicità e sul dolore, sulla
possibilità di speranza e sulla disperazione, sulla nostra origine e sul nostro
ultimo destino.
La salvezza comincia quando l'uomo si rende conto che la sua vera alienazione
sta nel rifugiarsi nell'una o nell'altra ideologia per la paura di misurarsi con
la verità, e comincia a capovolgere questo mortificante processo. E'
l'insegnamento più elevato e più utile che si possa trarre dalla vicenda umana
di Carlo Lorenzini detto Collodi e dal «caso» letterario de «Le avventure di
Pinocchio».
Fonte : www.santamelania.it
da Contro maestro Ciliegia. Commento teologico del Card. Giacomo Biffi a “Le avventure di Pinocchio", Jaca Book, Milano, 1977 .
Fonte immagine : www.valentinasrl.com/Pinocchio.movimento.gif