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Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| ARTE : letteratura : Carlo Bo , la letteratura come vita |
Giuseppe Moretti
CARLO BO , LA LETTERATURA COME VITA
Carlo Bo, per oltre cinquant'anni rettore dell'Università di Urbino, ha sempre mantenuto la sua residenza a Milano, nella parrocchia barnabitica di S. Alessandro. In più occasioni ha mostrato la sua famigliarità con i Padri e la stima verso l'Ordine. Lo ricordiamo nella sua attività di letterato .
"La letteratura è stata davvero per me, da un
certo momento, la vita stessa" (Diario aperto e chiuso 1932-1944).
"Con Carlo Bo è finito quasi un secolo di letteratura cattolica in Italia, e la
parte di essa culturalmente più aperta e avanzata, quella del "giuoco libero
dello spirito"" (Carlo Carena). Nessuna pretesa di definire, in questo articolo,
la figura del grande e rigoroso critico della letteratura, non soltanto
italiana, del Novecento, partecipe del mondo culturale fiorentino delle riviste
Il Frontespizio e Campo di Marte e la conseguente polemica sull'ermetismo,
eminente francesista, Rettore magnifico per mezzo secolo dell'Università di
Urbino, esponente di un cattolicesimo "non assestato, non formale, nemmeno
troppo ortodosso e rigoroso", firma prestigiosa del Corriere della sera,
senatore a vita.
Soltanto frammenti di pensieri sulla sua concezione della letteratura e la sua
religiosità di ricerca. "...Rifiutiamo una letteratura come illustrazione di
consuetudini e di costumi comuni, aggiogati al tempo, quando sappiamo che è una
strada, e forse la strada più completa, per la conoscenza di noi stessi, per la
vita della nostra coscienza. A questo punto è chiaro come non possa esistere...un'opposizione
fra letteratura e vita. Per noi sono tutt'e due, e in ugual misura, strumenti di
ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l'assoluta necessità di sapere
qualcosa di noi...La letteratura è la vita stessa, e cioè la parte migliore e
vera della vita... Non crediamo più ai letterati padroni gelosi dei loro libri...Non
esiste un mestiere dello spirito... valore di un testo dipende appunto dal suo
grado di vita, dal modo in cui è stata rispettata la vera realtà dei nostri
movimenti". Sono schegge tratte dal saggio Letteratura come vita (1938), uno dei
documenti più decisivi della nuova civiltà letteraria, un manifesto che ha
fondato la cultura del secondo Novecento.
Letteratura come richiamo alla Verità
Sin dai primi studi pubblicati sulla rivista
fiorentina Il Frontespizio, Carlo Bo dette un senso alla nuova letteratura,
segnò con indiscutibile dignità il distacco dalle precedenti generazioni, e
indirizzò la nostra cultura ad un autentico dialogo europeo. La forza rovente
della letteratura si misura, per Carlo Bo, dalla sua potenzialità di accogliere
la vita, di intervenire sulla realtà in forma di intervento morale, nel richiamo
quasi mistico, agostiniano e pascaliano, a una letteratura di esistenza e di
problemi, "non contaminata dagli umori e dalle passioni del momento".
Da Letteratura come vita si diramano le fertili, sistematiche esplorazioni di Bo
degli autori francesi, italiani e spagnoli, introducendo in Italia scrittori di
tensione etica e noetica come Kafka, Eliot, Maritain, Mauriac, Claudel, Mallarmé,
Unamuno, Garcia Lorca.
Una letteratura, quella che interessava a Carlo Bo, che non si occupa delle
vanità, della sola estetica, ma che tende alla formazione umana e presuppone una
fedeltà continua alle proprie idee e ai propri ideali, compito specifico non
solo degli scrittori, ma anche dei critici. "E che cos'è per noi la lettura se
non tenere in mano questa parte viva della verità e consumarsi per non saperla
restituire, che cos'è se non durare su questo oggetto chiuso e palpitante
dell'animo?".
Caratteristica di Carlo Bo critico letterario è la sua capacità di lettura
attentissima a cogliere in ogni testo la misteriosa presenza della poesia, unita
a un incomparabile, mai arreso e appagato interrogativo morale. Egli è rimasto
fra i pochi a conservare integro il senso delle domande brucianti, carico di
assoluto, che investono, per voce dei poeti, i fatti fondamentali della nostra
vita. Per questo il suo interesse andava verso quella cultura cattolica che in
Francia aveva espresso Pascal, prima, Maritain, Claudel e Mauriac, poi, mentre
tra gli italiani la sua attenzione andrà soprattutto a Leopardi e a Serra, per
arrivare a Don Mazzolari (Don Mazzolari e altri preti, 1980) e Giovanni Testori
(1995).
Così, al centro di due suoi fondamentali saggi: L'eredità di Leopardi (1964) e
La religione di Serra (1967) batte e ribatte l'antica idea della letteratura
come vita, nei termini ancora vivi e brucianti di un'esemplare, unitaria fedeltà
alle domande, al dialogo continuo di ieri e di oggi: quale il destino della
letteratura? quale la sua parte nella nostra vita? quale la responsabilità dello
scrittore?
"L'arte non ha né il compito né il dovere di migliorare la natura dell'uomo, ma
deve
rispondere inequivocabilmente alla ricerca della verità" .
Questo rinnovato, convinto richiamo alla responsabilità morale dello scrittore
comporta per l'ultimo Bo una duplice e risoluta dinamica. Di ricerca, di
conferma calda e persino accorata dei nessi profondi tra l'arte e la vita. E al
tempo stesso d'allarme e contestazione quando si perdano questi legami tra
letteratura e tempo dell'uomo, tra letteratura e senso morale della poesia.
Scriveva in Riflessioni critiche (1953): "I veri romanzi si riconoscono e dal
punto di partenza e dal punto di arrivo, che lasciano appunto questa sensazione
di vita. Quando il lettore è costretto a dire "questa è la vita", "questa è
proprio la vita", è allora che la funzione del romanziere è definitivamente
riuscita".
Per Carlo Bo i grandi scrittori della cultura cristiana europea del Novecento
non erano soltanto oggetto di studio severo e approfondito, ma anche
condivisione convinta, appassionata e tormentata della stessa fede. E ad Elio
Vittorini, che nell'immediato dopoguerra, chiamava a raccolta attorno al
Politecnico tutti gli intellettuali, compresi gli idealisti e i cattolici, in
nome di un nuovo impegno di direzione politica, Bo rispose appellandosi invece
al rinnovamento interiore dell'uomo: "Siamo pronti a combattere contro
l'ingiustizia, ma qualcosa dentro di noi ci avverte che questa ingiustizia
comincia da noi, che il male che vediamo in spaventose forme esteriori ha
un'esatta rispondenza nel nostro cuore". Alla risposta di Vittorini che chiamava
in causa Cristo, Bo ribatteva: "Sono sicuro di avere ragione nel mio grido, ma
nello stesso modo sono sicuro delle mie mancanze, di perdere quotidianamente
l'offerta della verità...Cristo bisogna inventarlo dentro di noi e allora non
nascerà più come un pretesto esterno...Permetti che io lo difenda in me, in
questa prigione di attesa e di dolore" (Cristo non è cultura, poi in Lo scandalo
della speranza, 1957).
"Nasceva così il dilemma tra salvezza interiore del "cristiano" e fiducia del
"marxista" nel riscatto della storia, che avrebbe dominato la cultura letteraria
e politica italiana per molti anni, sia pure con fasi e modi differenti, dalla
guerra fredda al crollo del muro di Berlino. È il periodo in cui, se la sinistra
esercitò un'innegabile egemonia culturale, il cattolicesimo moderato ebbe gran
parte del potere politico: e poiché tra le sue file le personalità erano
relativamente poche, Bo esercitò un ruolo eminente. Quel ruolo però se l'era
guadagnato negli anni in cui le leve del potere stavano altrove e i venti della
moda spiravano verso altri lidi. Se l'era guadagnato per la virtù che Piero
Bargellini, il compagno di strada di Frontespizio, gli aveva riconosciuto in una
lettera di commiato: "La tua non è abilità critica o sensibilità d'occhio. È
capacità d'anima"" (Pietro Gibellini).
Il 31 dicembre 2000 Avvenire aveva interpellato alcuni intellettuali sulle
questioni fondamentali del XXI secolo. Questa la risposta di Carlo Bo: "La
sopravvivenza, fisica e morale, di ciò che costituisce il fattore umano. Questa
sarà la "magna quaestio" del prossimo futuro. II problema drammatico della
civiltà che si affaccia col nuovo secolo sarà il poter ritrovare le ragioni
ultime di quei valori che consentono una vita umanamente e umanisticamente
motivata, che tenga conto non solo delle cose visibili, ma anche - e soprattutto
- di quelle invisibili. Il grande compito dei cristiani e degli uomini di buona
volontà sarà fare un po' di spazio nel materialismo e nel consumismo
globalizzati per ritrovare un'idea condivisibile delle cose superiori. Bisognerà
insomma costruire insieme, credenti e no, un'altra civiltà, un mondo che sappia
finalmente ritrovare lo spirito della carità cristiana: cioè saper perdonare e
cercare di risolvere problemi epocali, inevitabili e giganteschi, secondo uno
spirito di carità. Dovremo saper cambiare il mondo, come scrisse Rimbaud, ma in
senso positivo, coscienti della difficoltà dell'impresa, perché il male è
difficilmente aggredibile, anzi sapendo che si tratta di una scommessa perduta
in partenza.
Per quanto riguarda la letteratura, essa è, sempre figlia del proprio tempo, e
mancando oggi valori forti, non vedo all'orizzonte la possibilità di una nuova
classicità; i prossimi decenni saranno ancora tempi di sperimentalismi".
Carlo Bo: un grande critico letterario, ma anche un austero, credibile maestro
di vita.
Nota biografica
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Opere principali
Jacques Rivière (1935),
Vecchie note su Gide (1937),
Delle immagini giovanili di Sainte-Beuve (1938),
Letteratura come vita (1938), Otto studi (1939),
Saggi di letteratura francese (1940),
La poesia di Juan Ramon (1941),
Antologie di Narratori spagnoli e dei Lirici spagnoli (1941),
Bontempelli (1943),
Bilancio del Surrealismo (1944),
Diario aperto e chiuso: 1932-1944 (1945),
Mallarmé (1945),
Nuovi studi (1946),
Carte spagnole (1948),
Inchiesta sul neorealismo (1951),
Riflessioni critiche (1953),
Scandalo della speranza (1957),
Siamo ancora cristiani? (1964),
L'eredità di Leopardi e altri saggi (1964),
La religione di Serra, saggi e note di lettura (1967),
Aspettando il vento (1976),
Sulle tracce del Dio nascosto (1984).
La sua produzione letteraria comprende inoltre
una ricchezza di saggi, antologie e prefazioni, traduzioni e critiche che è
impossibile sintetizzare. Per anni critico per il Corriere della Sera.
"La sua scrittura per buona parte precorre le esperienze contemporanee, o almeno
non ne nega nessuna. Ad ora ad ora disinvolto e aspro, insistente e rapido,
pronto ai subiti moti di un'attenzione cui nulla sfugge" (Mario Apollonio).
Fonte : www.barnabiti.it