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 ARTE :  musica : Musica sacra, musica liturgica e musica per la liturgia : una breve rilettura storica a partire da "Sacrosanctum Concilium" , di Andrea Grillo

 

Musica sacra, musica liturgica e musica per la liturgia : una breve rilettura storica a partire da "Sacrosanctum Concilium"

di Andrea Grillo



«I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti» Maurice Merleau-Ponty


La celebrazione della fede cristiana ha avuto fin dalle sue origini una strutturale dimensione canora e sonora: la storia di questa relazione  costituisce una grande pagina di esperienza, di espressione e di riflessione della chiesa cristiana.
Il concetto moderno di "musica liturgica" deriva di per sé da una duplice astrazione:
- da un lato dall'affacciarsi di una concezione "pura" della musica, come frutto della stagione culturale romantica;
- parallelamente, dall'avanzare di un concetto di "musica sacra", come reazione a questo progressivo "secolarizzarsi" e "rendersi autonomo" della esperienza musicale.
Potremmo quasi dire che solo quando la musica comincia ad essere interpretata come "esperienza religiosa" si ha bisogno di identificarne un "settore specifico" come pertinente alla esperienza cristiana.  Nel comprendere la musica in rapporto alla celebrazione dovremo rimanere equidistanti dai due eccessi, ossia dalla riduzione della musica a "funzione del testo celebrativo", come anche dalla autoreferenzialità di un particolare "repertorio", in qualche modo chiuso in se stesso e incapace di comunicare con la parola e con la cultura.
Si tratterà però di precisare che il concetto di "musica liturgica" (o, meglio, come vedremo, di "musica per la liturgia") comporta un riferimento non generico alla fede cristiana e ai suoi contenuti, ma piuttosto è costituito dalla "espressione vocale e strumentale nella esperienza celebrativa della chiesa" (Rainoldi).


1. Breve storia della musica liturgica cristiana

Gli inizi, che risultano i più difficili da ricostruire, attestano tuttavia una grande ricchezza testuale e melodica: molte sono le testimonianze di testi dedicati al canto e di prassi canore nella liturgia primitiva, anche se molto difficile è ricostruire esattamente la prassi musicale della chiesa delle origini. Si è comunque lontani da una visione della musica liturgica "separata" dalla cultura ambiente, così come il rito non è separato dalla vita. I motivi di tensione con la prassi musicale pagana tuttavia non mancano: il primato dell'annuncio crea una certa tensione con la visione "magico-incantatoria" del fatto musicale, così come rispetto ad un certo uso della metrica, della ritmica o della timbrica tipica degli ambienti pagani.
Con il periodo patristico si viene formando non solo una prassi musicale cristiana, ma anche un pensiero cristiano sulla musica. Sotto questo secondo punto di osservazione, possiamo solo accennare a due tendenze. La musica è percepita in continuità con l'esperienza musicale biblica, generatrice di gioia, di salute, anche se dotata di un carico di emotività che sembra promuovere troppo l'uomo carnale e quasi porre freno all'uomo spirituale. Con ciò appare già anche il riserbo con cui una parte significativa dei Padri guarda al fatto musicale, come fonte di confusione, di idolatria, di corruzione, come perdita del centro. Sul piano delle forme, questo periodo è ricco di moduli nuovi del canto dei salmi e degli inni, in cui solista e assemblea trovano nuove forme di equilibrio e di "responsorialità".
Ma ben presto, accanto a questo fiorire di esperienze fortemente caratterizzate per ricchezza e per varietà a seconda dei luoghi e delle culture, crescerà (soprattutto tra Gregorio Magno +604 e Gregorio VII +1085) uno stacco sempre più forte tra musica e cultura ambiente. Roma, con la sua schola cantorum, comincia a fare scuola in tutta Europa. Si sviluppa in questo modo il "canto gregoriano", come rielaborazione di antifone e responsori da parte dei centri di canto del Nord, soprattutto della Gallia. Questo sviluppo da un lato conduce la prassi musicale della liturgia ad una forte scissione tra addetti ai lavori e "profani", dall'altro porta al sequestro di tutta la tradizione musicale in questa espressione, che non è né l'unica né la più diffusa presso la chiesa intesa in modo non clericale.
Dallo sviluppo (anche polifonico) di questa scelta della fine del I millennio derivano anche nel nostro tempo possibilità e limiti della esperienza/espressione musicale nella liturgia. In un certo senso, nel periodo chiave che abbiamo definito "gregoriano" è avvenuto un mutamento di grande rilievo, che potremmo chiamare passaggio "dal canto per una certa liturgia alla liturgia per la musica".



2. La musica e il rito: questione moderna e prassi ecclesiale

La condizione moderna dell'atto musicale liturgico è paradossale. Da un lato, infatti, la musica tende a smarrire il suo legame istituzionale con il celebrare cristiano. L'autonomizzarsi dell'arte sta proprio nel dimenticare la sua origine cultuale e celebrativa (W. Benjamin). D'altro canto, essa si sviluppa poderosamente proprio grazie a questo difetto, e tende a "sostituire" quella esperienza celebrativa, festiva e comunitaria che è entrata in crisi. Ne deriva una condizione ambivalente, in cui la musica esercita di fatto una "supplenza" nei confronti dell'agire liturgico, ma con tutti i limiti di un elemento isolato e che, proprio a causa della supplenza che esercita, tende a sua volta ad una pericolosa elefantiasi ed invadenza.
Di fronte a queste tendenze già presenti nella prima modernità, la autorità ecclesiale cattolica cerca una soluzione sia appellandosi alla tradizione gregoriana, sia elaborando uno statuto "sacrale" della musica, sia salvaguardando il primato della parola liturgica, nella sua integralità. La stessa scansione degli interventi papali in materia di musica liturgica (da Giovanni XXII, nel 1324 al Concilio Vaticano II) pone chiaramente in luce una sorta di "rincorsa" rispetto a questioni più o meno di dettaglio (la querelle tra gregoriano e polifonia, il ruolo della musica strumentale, l'uso della lingua volgare nel canto), ma solo nel XX secolo - e segnatamente con il Concilio Vaticano II - il magistero riesce ad individuare nella "questione liturgica" più ampiamente intesa la vera matrice della crisi della musica liturgica, che nessuna musica "sacra" è in grado di risolvere. La autenticità musicale è pertanto riferita non alla musica come tale (idea della "musica sacra") e neppure alla sua semplice funzionalizzazione liturgica di essa (idea di "musica d'uso"), ma piuttosto al contesto liturgico, alla celebrazione del mistero pasquale per ritus et preces, di cui la musica è una delle più alte e insostituibili espressioni ed esperienze. La mediazione liturgica del musicale diviene il luogo del vero confronto. Non più solo "musica sacra" o "musica d'uso", ma "musica per la liturgia".
Infatti, la "fissazione" della musica liturgica su un modello archetipico di "musica sacra" non è altro che l'allineamento - anche del fattore musicale - alla perdita di senso che il rito liturgico aveva subito durante i secoli XVII-XIX. L'ideologia musicale che ne deriva, a sua volta, si riflette sulla fede celebrata, pretendendone la "consonanza" con un modello arcaicizzante di espressione musicale, imposto come l'unico capace di mantenere la chiesa aperta all'esperienza del mistero. Nell'800 prevarrà l'accanimento (alimentato dal cecilianesimo) contro la musica profana e lo stile teatrale. In realtà il nuovo zelo di "purificazione del tempio" si basava largamente su una diagnosi distorta del male che si voleva sanare, senza accorgersi che il vero guaio stava "nella condizione e nella conduzione liturgica" (Rainoldi).



3. Uno sviluppo possibile della tradizione alla luce del Concilio Vaticano II

L'auspicio del Vaticano II ha colto la questione della "musica liturgica" nel suo centro vitale: il recupero del "senso del celebrare" diviene effettivamente il prerequisito per non confinare la questione della musica nella scelta di questo o quest'altro repertorio, ma piuttosto per cogliere il fatto musicale come gesto vivo e simbolo in azione, prima che come opera codificata destinata alla "esecuzione". La prospettiva che si è aperta a partire dal Movimento Liturgico ( che non è solo "riforma liturgica") è allora quella sulla quale possiamo oggi riconsiderare compiti e sfide della musica liturgica del futuro.

3.1. Il rapporto con il "programma rituale"

La celebrazione non offre semplicemente "spazi" per il canto e per la musica, ma si esprime e si costituisce anche mediante il canto e la musica. Per riprendere una fortunata espressione, non si tratta di "cantare in occasione della messa, ma di cantare la messa". In questa espressione occorre tener presente non soltanto il significato ultimo di ciò che si sta celebrando, ma le modalità concrete dell'azione rituale che viene celebrata: se si tratta di un rito di accoglienza oppure di una celebrazione penitenziale, di una processione offertoriale oppure ancora di una "risposta" meditativa alla omelia, o anche di una antifona alla comunione, questo specifico programma rituale costituisce il contesto della espressione musicale, che non è "musica a programma", ma che si inserisce con tutta la sua irriducibile specificità in quell'ambito. E quando si sottolinea la sua "specificità", si vuole intendere quella caratteristica di non avere un significato (come la parola), ma di essere significativa secondo un procedimento non concettuale, bensì sensibile e simbolico. Questo motivo, che ha fatto spesso della musica l'ultima delle componenti del sacramento e della liturgia cristiana, può definire altrettanto bene - e forse anche meglio - un suo autentico e inaggirabile primato.

3.2. La simbologia della musica

Se la liturgia ha al suo centro "la questione del tempo" (R. Messner), bisogna dire che il contributo che la musica può dare alla struttura del tempo cristiano dipende proprio dal fatto che la musica si può comprendere come la creazione di una sorta di "tempo virtuale", mediante il movimento organizzato, armonico e melodico, timbrico, dinamico e agogico, di forme udibili. Tale tempo, nel creare tensione, attesa, memoria, conduce ad una simbolizzazione dei sentimenti: nel creare uno schema di tensioni e risoluzioni la musica diviene evento simbolico, capace di "ridire la fede" in modo non generico, ma perfettamente adeguato alle diverse "soglie" che il rito sacramentale sta percorrendo. La parabola rituale che è intrinseca ad una celebrazione cristiana - che già di per sé è simbolo della esistenza credente - trova una sorta di metasimbolizzazione a livello musicale, dove canto e musica strumentale dischiudono possibilità inespresse dalla parola, dal gesto, dal silenzio. Nel celebrare non si tratta antitutto di conoscere o di comandare, ma di sentire e di desiderare: per questo la musica costituisce il simbolo più radicale e potente di una fede celebrata.

3.3. Per non funzionalizzare il "far musica"

Alla luce di questo "primato della sensibilità" nell'evento sonoro interno alla liturgia occorre riconsiderare alcuni stilemi invalsi nella prassi liturgica cristiana, a causa della quale la "essenza del sacramento" sarebbe garantita dal suo "minimo necessario" (materia, forma, ministro competente), mentre il resto sarebbe soltanto da intendersi "ad solemnitatem". Questo ha introdotto un atteggiamento di sufficienza anche verso il canto e la musica, quasi come elementi "ad libitum" e non essenziali alla sostanza liturgica e sacramentale. Di qui anche la piccolezza e miseria delle questioni intorno a "quale canto" inserire nella celebrazione, che rivelano appunto una grave mancanza di sensibilità in generale liturgica e in particolare liturgico-musicale. Il "fare musica" è invece uno degli antichissimi modi di esprimere ed esperimentare il culto verso Dio e la comunione di grazia con lui. Il gioco musicale del suonare e cantare è ciò che provoca la tensione musicale della memoria e della attesa, ciò che educa all'ascolto e che nella fede consente di "sostare nei pressi della Parola e del Gesto di Dio" (P. Sequeri).



4. Le altre tradizioni musicali cristiane

Solo un cenno finale, ma necessario, deve almeno segnalare che la vicenda che abbiamo sinteticamente riferito riguarda la chiesa cattolico-romana, e ben diverse dovrebbero essere le notazioni se dovessimo riferire la storia della tradizione della chiese cristiane d'oriente, oppure le diverse anime del protestantesimo europeo o d'oltreoceano.  Esiste una grande musica liturgica in tutte le confessioni cristiane, e soprattutto possiamo osservare come le tradizioni non cattoliche - comprese quelle protestanti - manifestino oggi un legame molto più stretto tra liturgia e musica di quanto non accada in ambiente cattolico a partire dalla riforma conciliare. La grande tradizione del corale protestante o l'uso abbondantissimo del canto o della cantillazione nella tradizione ortodossa mostrano la persistenza di una "irriducibilità" del significante musicale al significato teologico, che arricchisce profondamente la tradizione cristiana e di cui dovrà nutrirsi certamente anche il cattolicesimo del terzo millennio, uscendo dalle strettoie canonistico-istituzionali con cui molto spesso ancor oggi interpreta i propri riti e le musiche in essi inserite.



5. Conclusione: musica liturgica o musica per la liturgia?

Per concludere, dovremmo chiederci se la vicenda che abbiamo brevemente tratteggiato possa concludersi con la "musica liturgica" o debba approdare al concetto di "musica per la liturgia". In effetti questo secondo concetto appare più adeguato al tema, purché se ne eviti il significato di "funzionalizzazione". Quel "per" è invece il segno inaggirabile della mediazione liturgica dell'evento musicale. La riscoperta di questo ampio orizzonte simbolico-rituale, di cui la musica costituisce una componente essenziale, mi pare possa essere considerato il merito più grande e più indiscutibile del nuovo corso musicale introdotto dal Concilio Vaticano II nella vita ecclesiale successiva.
Forse per qualcuno si tratta soltanto di una grande e grave perdita. Per qualcun altro, invece, si tratterebbe di un punto partenza assolutamente nuovo e radicalmente positivo. Forse è corretto sostenere che la novità più autentica consiste nell'uscire coraggiosamente da un ghetto litrugico e musicale, valorizzando tutta la tradizione nell'unico modo possibile: ossia nel far sì che essa possa permettere, alla Chiesa di oggi e di domani, qualche cosa di nuovo. Se la Chiesa ripetesse soltanto "repertori" - nella musica come nella liturgia - sarebbe già in contraddizione con se stessa. Una certa ripetizione - sempre necessaria - è la condizione perché qualcosa di nuovo appaia nella storia: la fatica con cui comincia una tradizione musicale per la liturgia italiana, francese, congolese o statunitense è soltanto la messa alla prova della vitalità e della comunicabilità del vangelo anche nelle lingue e nelle culture nazionali moderne. Il latino e il gregoriano sono veramente mediatori di un messaggio "universale" solo se tale messaggio può essere "detto" e "ascoltato" in altre lingue e in altre melodie almeno altrettanto bene.
La nostalgia verso il passato (contro il presente) o la fuga nel futuro (contro il passato) sono le forme del "risentimento" con cui non si affronta l'appassionante sfida liturgico-musicale che il Concilio ha lanciato alle nostre generazioni di liturgisti, di musicisti, ma soprattutto di cristiani. Raccogliere correttamente e non ideologicamente questa sfida costituisce un passo non piccolo e non secondario del lungo cammino che ci renderà capaci di rispondere e di corrispondere efficacemente ad essa. E non è detto che lo scopo primario del Concilio Vaticano II non fosse proprio quello di "liberare dal risentimento" gli animi ecclesiali proprio attraverso quel "celebrar cantando" che costituisce un punto di partenza e di arrivo (fons et culmen) di tutta l'identità ecclesiale e della sua più autentica ragion d'essere nel mondo.

 

 

 


Bibliografia minima

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______________
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Fonte :  testo segnalato dal M° Paolo Bottini, segretario AIOC, www.organisti.it , nelle "NOTIZIE ORGANISTICHE" - Speciale Concilio Vaticano II , dell'8 dicembre 2005; il brano è una riflessione liturgico-musicale del dott. prof. Andrea Grillo, professore straordinario  presso la Facoltà Teologica  del Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma.