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 ARTE :  pittura : pittura sacra nel tibet , l'arte delle tangke

 

 A colloquio con Tsondru La , artista tibetano , intervista a cura del Centro Studi Tibetani Tenzin Cio Ling di Sondrio , Italia .

   PITTURA SACRA NEL TIBET , L'ARTE DELLE TANGKE

                                

 

Tsondru La è nato a Lhasa (Tibet) il 25 novembre 1968. Da giovane è stato monaco presso il Namgyal, il monastero personale di Sua Santità il Dalai Lama. Ha studiato otto anni presso il pittore tibetano Migmar.

E’ un apprezzato pittore di tangke (i dipinti tradizionali tibetani).

Attualmente vive e lavora a Dharamsala, nel nord dell'India.

Durante il suo recente soggiorno in Italia è stato ospitato presso il nostro Centro Studi Tibetani Tenzin Cio Ling e ci ha rilasciato la seguente intervista.


 




domanda:
Come è avvenuta la sua formazione di pittore? Presso una scuola? Un maestro?


risposta:
Per diventare pittori bisogna seguire una scuola, anche se dopo essersi diplomati è bene lavorare con un maestro. A scuola, infatti, si imparano solo le proporzioni alle quali attenersi nella rappresentazione del Buddha e l'uso del colore, ma non si fanno molte esperienze. Con un bravo maestro, invece, lavorando con lui per diversi anni, si ampliano le proprie conoscenze e si acquisiscono quasi tutte le tecniche necessarie. D’altra parte, ci sono persone con le "mani d'oro" e che quindi riescono a dipingere molto bene, ma se non hanno seguito la scuola e la guida di un maestro non potranno mai realizzare una tangka perfetta. Un pittore esperto, vedendo le loro opere, noterà degli errori: le proporzioni sbagliate, ad esempio, ma anche i gesti, gli oggetti, i minimi particolari. Tutto deve essere molto preciso.


D.
Ci sono dunque regole e schemi da seguire...

R.
Ci sono sei-sette schemi e regole da seguire: in relazione alla scelta della tela, del disegno, della proporzione, alla combinazione e alla sfumatura dei colori, al modo di utilizzare e far brillare il colore oro.


D.
Quale procedimento segue nella realizzazione dell’opera?

R.
Prima di tutto, la tela viene legata alla cornice di bambù, e poi fissata con del gesso bagnato. In seguito si devono misurare bene le proporzioni della divinità; se c'è un'unica divinità, bisogna calcolare la sua giusta collocazione rispetto allo sfondo; se vi sono più divinità devono essere considerate attentamente le loro posizioni e in seguito le relative proporzioni. Dopo di ciò si inizia ad eseguire il ritratto; poi si incomincia a dare il colore sullo sfondo. Quando è conclusa la rappresentazione della divinità si passa a dipingere il paesaggio, con i colori più affini a quelli delle divinità.


D.
Si devono rispettare anche dei canoni di bellezza? Per noi occidentali è molto importante la libertà di espressione, la creatività dell'artista. Esiste anche per voi una certa libertà espressiva o meglio qual è il rapporto tra la creatività personale e le regole da seguire?

R.
Il canone della proporzione è rigido; per quanto riguarda la bellezza, la colorazione, gli indumenti, i gioielli, c'è invece libera scelta.
Nella pittura sacra - parlando in generale - bisogna seguire delle rigide regole prestabilite, soprattutto per quanto riguarda la raffigurazione della divinità. Tuttavia esiste una certa discrezionalità nella rappresentazione del paesaggio, della posizione delle mani e in altri particolari secondari. Le proporzioni del dipinto, inoltre, possono leggermente differenziarsi a seconda del lignaggio a cui appartiene l'artista.


D.
La bellezza è intesa nel senso di armonia?

R.
Deve essere una bellezza "convincente". Se è una divinità pacifica, guardandola deve trasmettere pace, se è una divinità irata...


D.
Come avviene il suo processo creativo? Procede da un'ispirazione? Quando è di fronte alla tela deve essere in uno stato particolare, meditativo?

R.
Secondo il canone buddhista tutti i pittori devono essere monaci o novizi con i 36 voti o almeno devono avere i voti laici. Questo perché prima di iniziare o durante la lavorazione bisogna generare se stessi nella forma della divinità che si sta dipingendo. E’ necessaria una meditazione e soprattutto la recitazione del mantra legato alla divinità che si intende dipingere.
Purtroppo, al giorno d'oggi è molto difficile che tutti i pittori di tangke riescano a possedere i requisiti necessari Ci sono laici che seguono la pratica spirituale, che fanno queste visualizzazioni, ma non è così per tutti: il dipingere diventa, per alcuni, esclusivamente una professione.


D.
Quale divinità preferisce dipingere? Quale "sente" di più?

R.
Nessuna in particolare. Logicamente chi si specializza in una divinità, si troverà più a suo agio nel raffigurarla. Per esempio, Buddha Shakiamuni, Tara e Lama Tzong Khapa sono le rappresentazioni più frequentemente richieste è quindi più facili da dipingere. Comunque, prima di iniziare qualsiasi lavoro bisogna avere una buona motivazione.


D.
Non si può essere pittori di tangke, quindi, se non si ha una motivazione buddhista...

R.
Non necessariamente bisogna essere un buddhista. In Nepal, per esempio, molti dipingono, che conoscano o meno il buddhismo. In ogni caso, dipingere delle tangke esclusivamente per il proprio sostentamento non è ritenuto un atteggiamento corretto.


D.
Di fronte alla tela bianca, non prova imbarazzo, incertezze o timori?

R.
Non dovrebbe esserci nessun tipo di esitazione. Prima di realizzare una tangka che poi diverrà oggetto di devozione si deve essere molto sicuri e determinati, in quanto se un pittore sbaglia un colore, per esempio, rischia di creare energia negativa.


D.
C'è qualche momento in cui preferisce dipingere?

R.
Non c'è un momento particolare. Il momento in cui si dipinge può essere diverso a seconda del giorno, della temperatura, e così via. Sono, in ogni caso, dei fattori più ambientali che interiori.


D.
Ci vuole un clima adatto per realizzare le tangke?

R.
La stagione migliore è l'estate; l'inverno è sconsigliato perché la temperatura bassa può alterare il colore. Allo stesso modo l'incollaggio della tela non è perfetto. Anche la riuscita della miscela dei colori dipende molto dalla stagione.


D.
Quand'è che conclude l'opera? Quando dice: "basta, ora è finita"?

R.
Quando è finito il ritocco allora si usa una pietra particolare, che sfregata sul colore dorato lo rende brillante. Infine, si scrive sul retro della tangka "om ah hum", e il lavoro è completato.


D.
La funzione della tangka è quella di essere oggetto di devozione. Qual è il modo corretto per avvicinarsi ad essa?

R.
Bisogna avere fede e devozione. Chi ha fede, appena vede la rappresentazione di una tangka deve immaginare la presenza reale della divinità.


D.
A quando risale la tradizione delle tangke?

R.
Non abbiamo notizie troppo precise in proposito, in quanto fino a poco tempo fa non è stato fatto un serio tentativo di ricostruzione e sistemazione cronologica. Possiamo comunque affermare che la pittura tibetana è nata intorno alla meta del XII secolo.


D.
Un'informazione di carattere tecnico: i colori usati sono tutti di origine minerale?

R.
Una volta sì, adesso no. Prima dell'invasione cinese, in Tibet il governo forniva all'Ordine dei Pittori le pietre necessarie alla realizzazione delle opere. Oggi la cosa è praticamente scomparsa, anche perché non vi è più estrazione.


D.
Ha citato l'Ordine dei Pittori...

R.
Prima del 1959, in Tibet esisteva l'Ordine dei Pittori, quindi c'era un coordinamento ed un controllo sulla sacralità dei lavori; lo Stato riconosceva ai pittori uno status sociale elevato. Dopo il 1959 tutto è cambiato: chiunque può dipingere, il mercato è aperto e non c'è nessun tipo di Ordine.


D.
L'Ordine stabiliva anche i prezzi delle opere e i guadagni per gli artisti?

R.
Non proprio. Era più una consulenza, una collaborazione. Non esisteva un prezzo per la tangka; i contadini offrivano riso o grano mentre i pastori davano carne, burro e così via. In generale, bisognava accettare quello che veniva portato in cambio.


D.
A parte le tangke, tutta l'arte tibetana è sacra?

R.
Sicuramente quella sacra è la più diffusa perché i tibetani non sono grandi amanti dell'arte. Le pitture più richieste rappresentano immagini sacre che decorano le cappelle familiari, i templi e così via e sono oggetti di devozione. Quello che "serve" di più è un'immagine sacra, anche se per abbellire un monastero, per i disegni murali, servono paesaggi, animali, disegni floreali, ecc.


D.
I suoi committenti sono per lo più i monasteri?

R.
I monasteri, in genere, sono ricchi di tangke; per questo i miei dipinti sono richiesti soprattutto da privati, sia tibetani che occidentali.


D.
Conosce l'arte occidentale?

R.
Non particolarmente.


D.
Fra i libri che ha sfogliato prima di questa intervista, c'è qualcosa che l'ha colpita?

R.
Sì.


D.
Si può sapere?

R.
L'espressione, il colore....Ci sono molte immagini interessanti. Tra queste c'è un dipinto che mi ha particolarmente colpito per i colori e per l’effetto di controluce ("La vergine delle rocce" di Leonardo, ndr).


D.
Quando ha scoperto che questa era la sua strada?

R.
Non c'è stata una particolare ispirazione. Si inizia a dipingere e ciò che fai piace, ti fanno i complimenti. Il maestro ti incoraggia e così prosegui nel lavoro...


D.
Per concludere, quale messaggio vuole dare a chi leggerà queste pagine?

R.
In Tibet prima dell'invasione cinese c'erano dei capolavori che avevano richiesto anni per la loro esecuzione. L'invasione cinese ha distrutto quasi tutto quel patrimonio. Le opere che si vedono ora non hanno una fattura così pregevole, non esprimono quasi mai un vero talento artistico. L'arte contemporanea è più influenzata dalle esigenze commerciali. Pochi pittori operano per preservare questa cultura antica e garantire il passaggio della tecnica originaria alle generazioni future. Spero che chiunque si avvicini all'arte sacra tibetana sappia anche apprezzare lo stile e la lavorazione in generale, in modo di riuscire a distinguere le opere fatte per denaro da quelle realizzate per devozione.


 

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Mi affascina da tempo l’Oriente, la sua storia, i suoi costumi. Ne conosco qualcosa, ma parlando con Tsondru-la mi sembra di non saperne niente o, meglio, ho la sensazione di appartenere a mondi diversi. E forse è vero. Io parlo di ispirazione, lui risponde di condizioni climatiche, ambientali; io penso al lavoro intellettuale nel concepire e realizzare un’opera, lui mi risponde con dati tecnici… E’ solo questione di traduzione? Per questo vorrei intervistarlo di nuovo, dopo aver provato ad abbandonare i cliché occidentali e le complicate interpretazioni, cercando di conoscere a fondo e capire meglio l’affascinante mondo dell’arte sacra tibetana… (A.G.)

 

 

 

 


 

 

Fonte testo : http://www.centrotenzin.org/artesacra.html 

Fonte foto : http://www.dsa.unipr.it/~giavelli/TIBET/dea.jpg