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 ARTE :  poesia : giacomo leopardi , canti

 

Giacomo Leopardi

CANTI

 


 

Il passero solitario

(1831?)

Metro: Canzone libera, composta da tre strofe
diverse tra loro per numero di versi e schema. Rime o
assonanze liberamente disposte.

  D'in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera d'intorno                                          5
brilla nell'aria, e per li campi esulta,
si ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,                          10
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
canti, e così trapassi                                      15
dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

  Oimè, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella età dolce famiglia,
e te german di giovinezza, amore,                           20
sospiro acerbo de' provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco natio,                                          25
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,                        30
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s'allegra.                     35
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco
indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell'aria aprica                                      40
mi fere il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno.

  Tu, solingo augellin, venuto a sera                       45
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; che di natura è frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza                                      50
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all'altrui core,
e lor fia vóto il mondo, e il dì futuro
del dì presente più noioso e tetro,                         55
che parrà di tal voglia?
che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.



 

L'infinito

(1819)

Metro: Endecasillabi sciolti.

  Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani                           5
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce                             10
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.                    15



 

Alla luna

(1819)

Metro: Endecasillabi sciolti.

  O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.                      5
Ma nebuloso e tremulo dal pianto 
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna.  E pur mi giova                         10
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore.  Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,                            15
ancor che triste, e che l'affanno duri!



 

A Silvia

(1828)

Metro: Canzone libera. È la prima in ordine
cronologico ed è composta da sei strofe, diverse
tra loro per numero di versi e schema.

  Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare                           5
di gioventù salivi?

  Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta                        10
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

 Io gli studi leggiadri                                     15
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d'in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,                  20
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.                25
Lingua mortal non dice
quel ch'io sentiva in seno.

  Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia                                      30
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.                          35
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

  Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,                   40
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,                        45
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d'amore.

  Anche peria tra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei                       50
anche negaro i fati
la giovanezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell'età mia nova,
mia lacrimata speme!                                        55
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero                                        60
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.



 

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

(1829-1830)

Metro: Canzone libera di sei strofe, con rime frequenti.
La rima
-ale è costante alla fine di ciascuna strofe ed è
ripresa all'inizio della strofe-congedo.

  Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga                                        5
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.                                        10
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.                                       15
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?                                     20

  Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,                    25
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,                      30
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,                                     35
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E la vita mortale.

  Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.                        40
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,                                    45
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato                                     50
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,                                      55
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.                           60

  Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo                        65
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto                      70
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci                        75
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,                        80
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:                                       85
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza                           90
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,                                         95
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,                                 100
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.

  O greggia mia che posi, oh te beata,                     105
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,                                110
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno                                     115
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge                     120
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.                          125
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell'agio, ozioso,                                       130
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

  Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,                         135
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:                 140
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.



 

La quiete dopo la tempesta

(1829)

Metro: Canzone libera di tre strofe. L'ultimo verso
di ciascuna strofa rima con uno dei versi precedenti.

  Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;                          5
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio
torna il lavoro usato.                                      10
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
con l'opra in man, cantando,
fassi in su l'uscio; a prova
vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
della novella piova;                                        15
e l'erbaiuol rinnova
di sentiero in sentiero
il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
per li poggi e le ville. Apre i balconi,                    20
apre terrazzi e logge la famiglia:
e dalla via corrente, odi lontano
tintinnio di sonagli; il carro stride
del passegger che il suo cammin ripiglia.

  Si rallegra ogni core.                                    25
Sì dolce, sì gradita
quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
l'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?                     30
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
gioia vana, ch'è frutto
del passato timore, onde si scosse
e paventò la morte                                          35
chi la vita abborria;
onde in lungo tormento,
fredde, tacite, smorte,
sudàr le genti e palpitàr, vedendo
mossi alle nostre offese                                    40
folgori, nembi e vento.

  O natura cortese,
son questi i doni tuoi,
questi i diletti sono
che tu porgi ai mortali. Uscir di pena                      45
è diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
che per mostro e miracolo talvolta
nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana                     50
prole cara agli eterni! assai felice
se respirar ti lice
d'alcun dolor: beata
se te d'ogni dolor morte risana.



 

Il sabato del villaggio

(1829)

Metro: Canzone libera di quattro strofe.
Nelle ultime due, l'ultimo verso è in rima
con uno dei versi precedenti.

  La donzelletta vien dalla campagna 
in sul calar del sole,  
col suo fascio dell'erba; e reca in mano 
un mazzolin di rose e viole, 
onde, siccome suole,                                         5
ornare ella si appresta 
dimani, al dì di festa, il petto e il crine. 
Siede con le vicine 
su la scala a filar la vecchierella, 
incontro là dove si perde il giorno;                        10
e novellando vien del suo buon tempo, 
quando ai dì della festa ella si ornava, 
ed ancor sana e snella 
solea danzar la sera intra di quei 
ch'ebbe compagni nell'età più bella.                        15
Già tutta l'aria imbruna, 
torna azzurro il sereno e tornan l'ombre 
giù da' colli e da' tetti, 
al biancheggiar della recente luna. 
Or la squilla dà segno                                      20
della festa che viene; 
ed a quei suon diresti  
che il cor si riconforta. 
I fanciulli gridando 
su la piazzuola in frotta,                                  25
e qua e là saltando, 
fanno un lieto romore; 
e intanto riede alla sua parca mensa, 
fischiando, il zappatore, 
e seco pensa al dì del suo riposo.                          30

  Poi quando intorno è spenta ogni altra face, 
e tutto l'altro tace, 
odi il martel picchiare, odi la sega 
del legnaiuol, che veglia 
nella chiusa bottega alla lucerna,                          35
e s'affretta, e s'adopra 
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.  

  Questo di sette è il più gradito giorno, 
pien di speme e di gioia: 
diman tristezza e noia                                      40
recheran l'ore, ed al travaglio usato 
ciascuno in suo pensier farà ritorno. 

  Garzoncello scherzoso, 
cotesta età fiorita  
è come un giorno d'allegrezza pieno,                        45
giorno chiaro, sereno, 
che precorre alla festa di tua vita. 
Godi, fanciullo mio; stato soave, 
stagion lieta è cotesta. 
Altro dirti non vo'; ma la tua festa                        50
ch'anco tardi a venir non ti sia grave. 


 


 

Fonte : http://www.crs4.it/~riccardo/Letteratura/CantiLeopardi/CantiLeopardi.html#can12