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 CULTURA : bioetica : Indicazioni per vincere l'ansia e la depressione nella malattia-sofferenza , di don Tiziano Soldavini

 

INDICAZIONI PER VINCERE L'ANSIA E LA DEPRESSIONE NELLA MALATTIA-SOFFERENZA

di don Tiziano Soldavini

 

Il cristiano ha un unico messaggio da trasmettere al mondo: siamo tutti figli di un Padre amoroso, che ci ha pensati e amati dall’eternità. È il messaggio che Gesù, figlio di Dio, ha testimoniato con la sua vita e la sua morte ed è il messaggio che si vuole far arrivare a tutti i figli di Dio che si dibattono nei gorghi dell’ansia o della depressione. Ma perché questo messaggio è così importante? Prima di tutto perché sapere di avere un Padre che ci segue da vicino in tutta la nostra vita e un Fratello maggiore che vive dentro di noi sacramentalmente allevia l’angoscia della solitudine. Poi perché la certezza di questa realtà d’amore dà un senso alla nostra sofferenza: nell’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo nulla di quello che facciamo o subiamo perde il suo valore. Infine perché in questa realtà d’amore anche la preghiera di guarigione acquista una forza straordinaria: i Tre - Padre, Figlio e Spirito Santo -  si commuovono al punto tale da aiutarci a vincere il male, oppure ci danno la forza di accettarlo con serenità.

 

 

 

La vita non è facile! Ma credo che siamo tenuti a evitare il rischio di sopravvivere, perché siamo nati per vivere! Ansia, depressione, malattia e sofferenza ci possono schiacciare. Desidero indicare, oltre a quanto fin qui scritto, un percorso, quasi una sintesi, un semplice aiuto per vincere la sofferenza.

Si tratta di quattro momenti che aiutano a vivere la malattia-sofferenza in modo diverso:

· ringraziare i Tre - Padre Figlio e Spirito Santo - anche nella malattia-sofferenza

· abbandonare ai Tre la malattia-sofferenza

· pregare i Tre anche nella malattia-sofferenza

· attendere con fiducia, aiuto e guarigione della malattia-sofferenza

 

 

Ringraziare lodare i Tre anche nella malattia-sofferenza

 

Non è facile ringraziare e ancora più lodare i Tre quando si è nella sofferenza. È più facile pensare che siamo stati abbandonati; comprendere che anche nel dolore possiamo ricevere benedizione, è umanamente difficile. «Chi lodasse Dio, sarebbe in paradiso anche se fosse all’inferno » (Silvano Fausti, op. cit.). Lodare Dio con la Parola di Dio: «Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio» (Sam 1,21).

«E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di età in età proclameremo la tua lode» (Sal 78,13). «Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli» (Sal 88,22), e sciogliere la lingua contrita dal dolore è fare l’esperienza dell’amore.

Ricordare la sofferenza (solitudine, amarezze, contrarietà, incomprensioni...), consegnarla ai Tre e poi ringraziare, lodare: «Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto» (Sal 117,28). È vivere l’esperienza dell’amore puro, più grande; è già un sentire la sofferenza meno faticosa perché lenita da Dio-Trinità-Amore-Dono.

Ireneo di Lione afferma: «La gloria di Dio è l’uomo vivente» (Epideixis, 42), ma l’uomo è vivo se ama, ringrazia e loda Dio. «Il vivente, il vivente ti rende grazie come io oggi faccio» (Is 38,19). Chi loda Dio è contento di Dio, è contento che Dio sia Dio e confida in lui, crede che si prende cura di lui anche nel dolore e nella sofferenza.

«In ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,18). «Rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5,20).

 

 

Abbandonare ai Tre la malattia-sofferenza

 

Auschwitz, Birchenau, Mathausen, Dachau... memoria dell’imbarbarimento stermino nazista, uomini e donne «sfidarono il peggio del peggio per insegnare ai più giovani coraggio e dottrina politica. Ci furono preti che dicevano chissà come la messa, o assistevano i morenti usando barattoli arrugginiti per il calice e il ginocchio per altare. [...]

Uomini e donne di ogni Paese impararono a convivere in quell’inferno. Impararono ben presto a non odiare perché ebbero subito la misura di quanto l’odio diminuisca l’uomo» (AA.VV., Dossier Lager, a cura di Ferruccio Maruffi, Stamperia Rainolfo, Cuneo). Con la loro vita hanno insegnato all’umanità ad abbandonare al Signore la sofferenza, forti dell’esperienza che «nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (Is 30,15).

Dobbiamo guardare ai Tre, fissare lo sguardo in Gesù che «... si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori » (Is 53, 4), «gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1 Pt 5, 7), perché è Lui la nostra vita: «Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”» (Rm 8,14-15). È questo l’abbandono gradito al Padre in quanto è realizzato con il cuore di figlio.

 

 

Pregare i Tre anche nella malattia-sofferenza

 

Pregare il Padre senza stancarsi: «Quando pregate, dite: “Padre”» (Lc 11,2). Nel nome di Gesù: «qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò» (Gv 14,13-14).

Mediante lo Spirito Santo «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26).

Nella preghiera siamo tenuti a lasciare emergere ciò che veramente abbiamo nel cuore. «Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete» (Mt 21,22). «La preghiera è il segreto per farcela! Sempre!» scrive Padre Andrea Gasparino, autentico maestro di preghiera. «Non c’è problema che non possa venire risolto dalla preghiera. Non c’è tentazione, lotta, prova che non possa venire superata con la preghiera. Con la preghiera avete la potenza di Dio in voi, a vostro servizio. Non disperate mai!

Non disperate mai, in nessuna situazione, perché la preghiera è sicurezza» (Andrea Gasparino, Padre Nostro, Elledici). «Chi tra voi è nel dolore, preghi... Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con

fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5, 13-16).

 

 

Attendere con fiducia aiuto e guarigione della malattia-sofferenza

 

Attendere con fiducia è credere che Dio provvede. «Il Signore è la mia forza e il mio scudo, ho posto in lui la mia fiducia; mi ha dato aiuto ed esulta il mio cuore, con il mio canto gli rendo grazie» (Sal 27,7), perché «la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9).

Dio è fedele e mantiene le sue promesse, ma può operare su di noi solo quando ci apriamo alla fede. «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Avere fede è credere che «grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge» (Lc 1,78), Colui che ha detto che tornerà «non ritarda nell’adempiere la sua promessa» (2 Pt 3,9). La bontà dei Tre ci spinge ad attendere con fiducia, aiuto e guarigione perché «il Signore è padre e madre della mia vita» (Sir 23,1), sostenuti dalla Parola che «come è la tenerezza di un padre verso il figlio così è la tenerezza del Signore verso quelli che lo cercano» (Sal 102,13).

Chi attende con fiducia non si chiude in se stesso, non ha il paraocchi che non gli permette di vedere i bisogni degli altri. Tutt’altro, è capace di pensare agli altri, ha un cuore generoso, sa che mentre pensa agli altri, Dio pensa a lui. Attesa non è porre dei termini a Dio, non è lamentarsi per i ritardi di Dio secondo il nostro modo di pensare. Attesa è credere che Dio ci concede il necessario, ciò che serve per il momento presente, per la salvezza eterna.

 

 

e per finire… ti racconto una storia

 

L’ho scritta dopo aver chiuso gli occhi, immaginando le montagne che con la loro natura mi stupiscono sempre di più. Poi ho inforcato gli occhiali del bambino e, pensando a uno degli animali che amo di più, ho deciso di raccontarvela:

 

Avevo letto da qualche parte la storia di Ermenegildo, un asino capace di grande altruismo. I suoi amici asini dicevano che era un vero dono di Dio. Non avrei mai immaginato di poterlo incontrare, invece ne ho avuta l’occasione alcune estati fa...

Era molto buono, in particolare con i bambini, sorrideva sempre e non perdeva mai la pazienza. Amava fischiettare un motivetto che aveva imparato a un incontro internazionale per asini. Un giorno Ermenegildo si ammalò. Decise di farsi portare nel bosco, fra larici, abeti, pini. Il sottobosco era colmo di felci, ginepri, ginestre e, più in su, si trovava il timo, l’erica. Attorno alla chiesetta della Madonna Salute degli Infermi c’erano genziane e, poco più in là, anche le stelle alpine.

In quel bosco poteva stare in pace. Ogni giorno gli animali del bosco, che erano dei veri amici, gli preparavano con cura delle ottime tisane: coglievano 19 piante di timo, 11 bacche di ginepro, 57 grossi mirtilli e un po’ d’erba fresca, che serviva a ridare forza al vecchio asino. Al mattino le beccacce svegliavano Ermenegildo e subito gli veniva servita la tisana e dell’erba dal sapore speciale. Durante il giorno, invece, il pettirosso, il merlo e l’usignolo facevano a turno per tenergli compagnia, mentre il tasso, grande dormiglione, nelle ore pomeridiane interrompeva il suo sonno per uscire dalla tana e stare in compagna dell’asino più buono al mondo. Alla sera la civetta e il gufo, dopo aver servito la tisana preparata questa volta solo con 33 piante di timo, rimanevano accanto a Ermenegildo per tutta la notte, perché non volevano lasciarlo un attimo solo. Passarono le settimane, ma l’asino non guariva e questo rendeva tristi i suoi amici.

Un giorno il pettirosso si pose sulle orecchie di Ermenegildo e disse: «Caro vecchio amico, oggi sono volato in paese, mi sono fermato a riposare un poco sul davanzale di una finestra e ho visto un bimbo. Era triste e chiedeva alla mamma di poter accarezzare un asino grigio con il ventre bianco che aveva incontrato nella piazza del paese il giorno della Festa dell’Amore. Ho capito che quell’asino sei tu. Purtroppo ora tu sei stanco e malato e non potrai andare da quel bambino per farlo felice…»

Ermenegildo si alzò subito, ma con fatica e lentamente si diresse verso la casa del bambino. Giunto alla casa, iniziò a fischiettare il solito motivetto con tutte le sue forze. Ed ecco che dalla finestra si affacciò il bambino. La mamma lo prese fra le braccia, scese le scale e lo portò da Ermenegildo, l’asino buono. Il piccolo lo accarezzò dolcemente con le sue manine. Ermenegildo, che non sentiva più alcun dolore, cambiò d’aspetto: diventò luminoso e lentamente si accasciò. Il suo cuore si era fermato.

Il piccolo non comprese cosa fosse successo. La mamma prese la mano del suo bambino, di cui non ricordo il nome, ma credo di non sbagliarmi se dico che è come il tuo, e insieme entrarono in casa. Lui era felice perché aveva rivisto l’asino più buono e gioioso del mondo. Dalla finestra si riaffacciò la mamma e vide il falco pellegrino, la poiana, il corvo imperiale, l’aquila che volavano verso il cielo tenendo fra le loro zampe Ermenegildo, mentre gli altri animali fischiettavano la melodia che era solito fischiettare l’asino buono. I fiori lasciavano espandere il loro profumo e c’era un dolce vento e l’arcobaleno.

Da quel giorno, da qualche parte, che alcuni chiamano paradiso, vive un asino buono che ha saputo dare tutto di sé per fare felice un bambino.

 

Non meravigliarti se ho scritto questa storia… sai, amo gli asini. Quando Gesù è salito verso Gerusalemme, cavalcava un asinello, animale regale che ha portato su di sé il Re dei Re. Ma c’è di più nel mio amore per gli asini: «L’asinello è figura di Gesù, il Samaritano che prende su di sé il nostro peso morto. Il suo messianismo è in povertà, umiliazione e umiltà, i potenti mezzi di chi ama e libera dalla schiavitù dell’egoismo; rifugge dalle ricchezze, dal potere e dalla gloria, i deboli mezzi di chi ha paura e schiavizza» (Silvano Fausti, op. cit.).

E ancora una cosa devo precisare: «L’asinello, come è figura di Gesù così rappresenta la nostra capacità di servire per amore, la nostra libertà di figli a immagine del Padre» (Silvano Fausti, op. cit.). Sai, c’è sempre un asinello, anzi più di uno di cui ti puoi fidare.

Se vuoi! Sì, solo se vuoi, lo puoi cercare, trovare, incontrare, e...

A me non resta che dirti, anche se non ti conosco, che mi ricorderò di te.

 

 

 


 

Fonte : il testo è tratto dal libro di don Tiziano Soldavini : Come vincere l'ansia e la depressione , ed. Marna, Barzago (Lc), 2005 . L'Autore in questo libro riflette sui temi dell'ansia e della depressione partendo dalle esperienze personali di quanti si rivolgono a lui in cerca di aiuto e conforto. Don Tiziano Soldavini è nato a Lonate Pozzolo nel 1957, attualmente presta il suo servizio sacerdotale presso l'Istituto Nazionale Malattie Infettive "Lazzaro Spallanzani" di Roma. Chi vuole maggiori informazioni riguardanti le tematiche affrontate nell'articolo può contattare don Tiziano al seguente indirizzo e-mail : tsoldavini@tiscali.it