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| CULTURA : ecologia : le origini culturali del problema ecologico |
Guido Dalla Casa
LE ORIGINI CULTURALI DEL PROBLEMA ECOLOGICO
Normalmente i
problemi di natura ecologica vengono trattati come distinti e separati gli uni
dagli altri: ad esempio si parla del problema dell'energia, di quello
dell'acqua, dell'effetto serra, dell'inquinamento dell'aria, della
deforestazione, e così via.
Non potrebbe essere diversamente, dato che questo tipo di frazionamento è il
modo normale di procedere della nostra cultura. Inoltre si cerca di solito di
suggerire qualche "rimedio" ai singoli problemi, cioè di proporre soluzioni,
anche per l'opportunità di dare un taglio pratico alle singole trattazioni dei
problemi relativi all'ecologia.
In realtà, ciò significa semplicemente che si propongono soluzioni a breve o
medio termine, di solito senza porre la questione se per caso il problema
ecologico non sia un problema unico, insolubile a lungo termine, a meno che non
si accetti di mettere in discussione uno dei fondamenti della nostra attuale
civiltà, cioè l'idea che sia indispensabile perseguire la crescita continua dei
beni materiali, presi come indice del benessere, o della "felicità" umana.
Se si esaminano a fondo le soluzioni normalmente proposte alle singole
questioni, ci si accorge che consistono spesso nello spostare gli inconvenienti
da un ambiente all'altro, di solito con diminuzione anche notevole delle
conseguenze negative, il che rende comunque utili e accettabili alcune
soluzioni. Tuttavia quasi mai si sentono proposte che costituiscano - anche solo
in linea teorica - una soluzione del problema ecologico, cioè la realizzazione
di processi che lascino inalterato, o in condizioni stazionarie, il mondo
naturale, di cui facciamo parte integrante a tutti gli effetti.
Se si esamina il problema ecologico nella sua globalità e con gli ordini di
grandezza che lo rendono evidente, ci si accorge che nasce dal fatto che una
cultura umana - la civiltà industriale, che è l'espressione attuale della
cultura occidentale - ha iniziato a funzionare con processi di tipo aperto, cioè
a prelevare qualcosa di fisso dall'esterno (le risorse) e a riversarvi
ancora qualcosa di fisso (i rifiuti); ha cessato cioè di funzionare come
il resto della Natura e come gran parte delle altre culture umane. Ciò
corrisponde in certa misura all'avere creato il concetto di "ambiente"
dell'uomo, autoproclamandosi "al centro" di qualcosa. Come se non bastasse, tale
modello ha iniziato a funzionare in modo da considerare non solo auspicabile, ma
addirittura necessaria, una crescita indefinita di processi di quel tipo.
Infatti la Natura ha un tipo di funzionamento che si può definire dinamico
ma stazionario, almeno se non si considerano tempi lunghissimi. In altre
parole, la civiltà industriale ha dimenticato di far parte di un
Organismo molto più vasto.
In un fiume non corre mai la stessa acqua, e quindi si tratta di un fenomeno
dinamico: tuttavia, se la sua portata resta fluttuante attorno a valori medi
stabili, è un fenomeno stazionario. La civiltà industriale è un processo
non-stazionario; vuole essere come un fiume la cui portata cresce per sempre.
E' facile rendersi conto che il problema ecologico esisterà sempre, e porterà
prima o poi alla cessazione del fenomeno civiltà industriale come sopra
definito, fintanto che non ci si riporterà in condizioni stazionarie.
In altre parole, la crescita economica continua è un fenomeno impossibile
sulla Terra.
Le considerazioni
esposte nelle premesse sono in generale considerate come esempio di pessimismo,
ma solo perché si ritiene ovvio che l'intera umanità aspiri allo sviluppo
economico, cioè in sostanza all'incremento senza fine dei beni materiali, che
darebbero un maggiore benessere, cioè aumenterebbero la "felicità" umana.
Ciò deriva dal considerare "naturali" i valori della civiltà occidentale
attuale.
Ma non è possibile fare considerazioni che non risentano dei "pregiudizi" della
cultura in cui viviamo che costituiscono quella griglia, quella lente deformante
attraverso la quale siamo costretti a fare ogni considerazione. In questo
senso la cultura in cui si vive è quel sottofondo di idee, viste come evidenti,
che è stato chiamato "l'elefante invisibile". E' appena il caso di ricordare che
in questo caso il termine pregiudizi non ha alcuna connotazione negativa.
Se però cambiassero le premesse culturali da cui si è sviluppato il desiderio
dei consumi, non ci sarebbe più alcun bisogno della spirale
produrre-vendere-consumare, e il problema ecologico cesserebbe di esistere.
Ciò significa che dovrebbe modificarsi il modo di vivere, come conseguenza di
una profonda modifica del modo di pensare.
Allora non ha più senso parlare di pessimismo, perché si può vivere anche
con una scala di valori molto diversa dall'attuale, senza inseguire quella
spirale dell'eterno desiderio che costituisce l'alimento della civiltà
industriale sempre-crescente. Cinquemila culture umane vivevano con scale di
valori del tutto diverse, e - in analogia con la diversità biologica - potevano
convivere in simbiosi con il resto del Pianeta.
Il problema
energetico viene normalmente impostato come la ricerca del modo meno dannoso per
produrre l'energia necessaria a coprire il fabbisogno mondiale dei prossimi
anni, assumendo detto fabbisogno come una variabile indipendente, una
necessità da soddisfare ad ogni costo. Ciò equivale a dire che il modo di vivere
di tutto il mondo sarà quello della civiltà industriale, considerata a priori
come desiderabile.
Bastano poche considerazioni quantitative per accorgersi che, se impostato in
questo modo, il problema diventa comunque insolubile nel giro di alcuni decenni:
anche se fosse risolvibile, la produzione di simili quantità di energia
porterebbe tali catastrofiche conseguenze sul Pianeta da causare poi comunque
l'arresto del processo.
Se si escludono le cosiddette fonti rinnovabili, qualunque modo di produrre
energia accumula rifiuti da qualche parte. Ma anche le fonti rinnovabili non
costituiscono un ciclo veramente chiuso, a meno che non si riciclino anche tutti
i componenti usati per costruire gli impianti. Bisogna ricordare inoltre che un
riciclaggio completo è impossibile, esistendo una specie di entropia
della materia.
Resta comunque in piedi un'altra questione: dove va a finire tutta questa
energia? Ad alimentare altri consumi, costruzione di altri impianti, scomparsa
di risorse e accumulo di rifiuti. Strade, macchine, città, al posto di paludi,
foreste e praterie. Se saltasse fuori la famosa fusione nucleare, cosa potrebbe
più arrestare questo processo?
E' la crescita dei consumi la causa dei problemi: senza toccare questo tabù, si
può solo guadagnare tempo, che è comunque un risultato di grande utilità, perchè
può consentire di arrivare ai tempi lunghi necessari per il cambiamento dei
fondamenti culturali sopra accennato.
Solo come esempio, facciamo un piccolo esercizio: supponiamo che la produzione
industriale e i consumi di energia aumentino con legge esponenziale con un tempo
di raddoppio di venti anni.
Facciamo poi l'ipotesi di ottenere un risultato eccezionale, cioè di diminuire
il consumo di energia per unità di prodotto del 50%: ciò significa consumare la
metà di oggi per ottenere la stessa produzione industriale. In tal caso per
venti anni il consumo energetico resta lo stesso, e poi riprende a salire con un
nuovo rapporto rispetto al prodotto industriale, ma con lo stesso andamento di
prima. Abbiamo soltanto guadagnato venti anni per ritrovarci con gli stessi
problemi. La vera causa dei guai è il tabù della crescita. Si noti che non
abbiamo preso in considerazione il fatto che anche tutte le industrie che
fabbricano i componenti relativi al mercato dell'energia hanno fatto i loro
bravi piani di espansione e forse si troverebbero in difficoltà in quei vent'anni,
in cui dovrebbero chiudere.
I vari protocolli di Kyoto, di Rio o di altri convegni internazionali, pur
animati dalle migliori intenzioni, non potranno mai essere rispettati. Se
diminuiscono le emissioni di anidride carbonica, crescerà qualche altro
inquinamento o qualche altro guaio se non vogliamo toccare la crescita! Siccome
nessun governo parlerà mai in tal senso, quegli impegni non potranno essere
rispettati anche se vengono presi in buona fede. E' infatti evidente che un
governo che non inneggia allo "sviluppo economico" non resta in carica neanche
un'ora.
Il problema energetico non consiste nella ricerca delle fonti più opportune
per soddisfare i fabbisogni imposti dal modello ma è uno dei segni
dell'impossibilità di persistenza nel tempo del modello industriale
sempre-crescente.
Quello dell'energia è solo un esempio: è evidente che le stesse considerazioni si possono fare per i fabbisogni di acqua, per l'accumulo dei rifiuti, per la distruzione delle foreste, e così via. Si noti che abbiamo evitato considerazioni morali.
Fino a qualche
secolo fa esistevano sulla Terra circa cinquemila culture umane; quasi tutte
mantenevano condizioni dinamiche e stazionarie nei confronti della Terra stessa.
Ben poche avevano ai primi posti della loro scala di valori l'incremento
indefinito dei beni materiali; in presenza di un valore di questo tipo non è
possibile mantenersi in equilibrio dinamico con l'ecosistema terrestre. Per
inciso, anche l'aumento del tempo libero e la diminuzione del lavoro fisico sono
fenomeni illusori propagandati da questa civiltà perchè si confronta solo con il
suo stesso passato: ora che il lavoro fisico è notevolmente diminuito, siamo
costretti a "divertirci" a pagamento nelle palestre. Si tratta di un modo per
aumentare i consumi, giustificato solo da motivi psicologici.
In molte culture vernacolari o tradizionali non si dedicavano più
di tre o quattro ore al giorno ad attività inerenti alla sopravvivenza
materiale. E' forse superfluo ricordare che le culture chiamate vernacolari o
tradizionali sono di norma etichettate come primitive.
L'origine della civiltà tecnologica è da ricercarsi nella forma di pensiero che
si è diffusa nelle masse di cultura occidentale alcuni secoli orsono: non è nata
da scoperte di tipo tecnico, che ne sono state la conseguenza. E' da un
sottofondo filosofico che nasce un modo di vivere. In Cina molte scoperte
c'erano già, ma la civiltà industriale sempre-crescente non poteva svilupparsi
in un mondo ispirato al Taoismo, dove l'universale è visto come azione di forze
complementari e non opposte, dove non esiste il polo giusto e quello
sbagliato. Volere la crescita senza la diminuzione sarebbe stato considerato
come volere le montagne senza le valli.
E' stata la diffusione in Occidente delle idee di pensatori come Cartesio,
Bacone, Locke ed altri che ha fatto nascere la civiltà industriale: erano
necessarie le idee del mondo-macchina e del dominio esclusivo dell'uomo sulla
natura, considerata inerte e al servizio della nostra specie, per arrivare senza
alcun problema ad uno sfruttamento illimitato. Per il filosofo francese solo la
mente umana è res cogitans; tutto il mondo, vivente e non vivente, è
res extensa, perciò si può manipolare a piacimento senza problemi, tanto non
vale niente. E Bacone, nell'affermare che lo scopo dell'uomo è quello di
dominare la natura piegandola ai suoi voleri, dimenticava semplicemente che noi
siamo Natura.
L'obiezione
principale che viene di solito avanzata alle idee che criticano lo sviluppo, è
che "anche i Paesi del Terzo Mondo vogliono arrivare al nostro livello"; ma non
dimentichiamo che questa affermazione ha senso solo dando come scontate le
concezioni e la scala di valori dell'Occidente: già l'idea di nazione e il
concetto di "Terzo Mondo" sono quasi-esclusivi della nostra cultura. Per il
fatto che ci sono Paesi e governi vuole già dire che siamo nell'ambito della
cultura occidentale, cioè di quel modello che ha iniziato ad invadere
completamente il Pianeta attorno al sedicesimo secolo, concludendo l'opera ai
giorni nostri. Anche l'idea che si voglia "arrivare al nostro livello"
sottintende già tutti pregiudizi di un modo di pensare, perchè il concetto di un
livello cui arrivare comporta la necessità dell'accettazione di una data scala
di valori, considerata quella "buona". Ma nessuna scala di valori può essere
assoluta.
Più che preoccuparci di aumentare i consumi, dovremmo renderci conto che sei
miliardi di umani in condizioni stazionarie non possono stare sulla Terra,
almeno a tempo indefinito.
Anche l'idea che si debba essere in una continua competizione, che sarebbe una
specie di "molla del progresso", non è una caratteristica generale dell'umanità.
Concludo con una
citazione (J.Servier, L'uomo e l'Invisibile, Rusconi, 1973):
Nessun moralista ha mai posto il problema della responsabilità dell'Occidente
in questa creazione di bisogni artificiali, che mascheriamo sotto il nome di
"civiltà" o di "tenore di vita", che ha l'unico scopo di far lavorare le nostre
fabbriche.
Guido Dalla Casa
Profilo di Guido
Dalla Casa
Guido Dalla Casa è nato a Bologna nel 1936 ed è laureato in Ingegneria
Elettrotecnica. Ha svolto la sua attività lavorativa dal 1959 al 1997 presso
l’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica (ENEL), nelle aree tecnica e
commerciale della Distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e
Brescia. In quiescenza dal 1997, per tre anni ha insegnato privatamente
matematica a studenti di Agraria, Farmacia e Scienze Naturali dell’Università
Statale di Milano.
Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali.
Ha pubblicato cinque libri per le Case Editrici MEB e Pangea di Torino, oltre a
numerosi articoli su varie Riviste. Fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia
dell'ALDAI di Milano.
Guido Dalla Casa è contattabile alla e-mail guido1936@interfree.it
Fonte : Questo articolo è stato pubblicato su DirigentIndustria, rivista mensile dell'Associazione Dirigenti di Milano (ALDAI), nel settembre 2000 , link http://www.filosofia-ambientale.it/ .