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(Art , Culture and Religion) |
| CULTURA : scienza : Matematiche e arte , di Federigo Enriques |
Federigo Enriques
MATEMATICHE E ARTE
Le matematiche come arte
Si è detto che
l'oggetto delle matematiche - ordine immanente nella Natura - si discopre alla
mente attraverso un processo d'astrazione; appunto per ciò le matematiche non
sono soltanto scienza, rappresentazione di quell'oggetto, sì anche arte, cioè
espressione del soggetto che le costruisce, secondo le sue intime leggi. Si
esprime proprio in essa il senso profondo dell'ordine, della proporzione e della
misura, che farà un cosmo del caos dei fenomeni.
Naviganti pel mare dell'Italia meridionale e della Sicilia, gli antichi
Pitagorici, contemplando nella notte il cielo stellato, cercavano di comporre le
distanze di quelle luci lontane in armonie di numeri, che - come dice Platone -
sono più belle delle meraviglie del cielo che sono nel mondo visibile.
E come se l'Universo rispondesse al loro sentimento interiore, codeste armonie
divenivano a poco a poco per loro una musica celestiale, insensibile
all'orecchio che vi è abituato, ma presente allo spirito dei contemplanti, nella
pace gioiosa dello spettacolo. Così la tradizione storica colorita di poesia, ci
riporta il sentimento che ispirò i primi passi della ricerca matematica.
L'entusiasmo che si accompagna alle scoperte di quei poeti, deve essere inteso
nel senso etimologico della parola, come estasi mistica di chi partecipa ad una
rivelazione divina. Essi comunicavano colla divinità, al modo degli Orfici, non
più nell'ebbrezza del culto di Dioniso, bensì nella bellezza delle proporzioni e
delle forme simboleggiata da Apollo.
A distanza di secoli la commozione di chi coglie una "nota del poema eterno" si
sente ancora nel linguaggio dei grandi matematici e fisico-matematici. Keplero
(nell'Harmonices mundi") avendo riconosciuto la sua terza legge sul moto dei
pianeti (i quadrati dei tempi periodici proporzionali agli assi maggiori delle
orbite ellittiche) scioglie un inno alla propria scoperta: "Da otto mesi ho
visto il primo raggio di luce, da tre mesi ho visto il giorno, e da qualche
giorno il puro sole della più ammirabile contemplazione. Nulla mi trattiene, e
mi lascio andare al mio entusiasmo. Io voglio confondere i mortali con l'ingenua
confessione che ho rubato i vasi d'oro degli Egiziani per farne un tabernacolo
al mio Dio, lungi dalle frontiere dell'Egitto.... Il dado è tratto, e scrivo il
mio libro: sarà letto oggi o domani dalla posterità, poco importa; esso potrà
attendere il suo lettore cent'anni, poiché Dio ha aspettato seimil'anni un
contemplatore della sua opera".
Qui la commozione estetica si esprime come davanti alla bellezza di uno
spettacolo della Natura. Ma la stessa commozione accompagna le più alte
creazioni delle matematiche pure. W. Bolyai, comunicando al padre la sua
scoperta della geometria non-euclidea, gli scriveva: "Dal nulla ho tratto un
nuovo mondo". Il matematico ha il sentimento che l'opera della sua immaginazione
creatrice dia la vita ai fantasmi evocati, come accade similmente al poeta.
Perciò Weierstrass poteva dire che "un matematico il quale non abbia in sè nulla
di poetico non sarà mai un matematico completo".
Ed invero anche nelle espressioni più modeste dei loro autori, coloro che
scoprono una verità matematica vedonsi contemplarla come l'artista guarda
all'opera sua; la quale anche a chi la consideri di fuori appare sempre opera di
bellezza, quando diversi concetti e proprietà vengono a fondersi
meravigliosamente in un'armonia superiore di numeri o di forme.
Il senso matematico nell'arte classica
In confronto alle arti
propriamente dette, le matematiche esprimono soltanto un'intima esigenza dello
spirito razionale, restando affatto indifferenti alle passioni e agli affetti di
cui quelle riflettono il tumulto. Perciò il valore artistico delle Matematiche,
più ancora che nelle sue creazioni proprie si rivelerà nel contenuto colle arti
figurative (pittura, scultura, architettura) o colla poesia e colla musica. Qui
esse si discoprono come regole di proporzione e di misura - regola di
prospettiva e di rilievo, canoni della razionalità architettonica, metrica e
contrappunto - che fino dall'antichità fascinarono gli studiosi delle nascoste
armonie, e che Dante vede costituire "lo fren dell'arte". Il disegno dei mondi
ultra-terreni, esplorati nella Divina Commedia, è scolpito con
precisione geometrica e le proporzioni numeriche sono strettamente serbate anche
nella ripartizione dei versi fra le tre Cantiche, e nei canti che le compongono.
Ma che significa questo freno dell'arte? E' desso un criterio che limita l'opera
dal di fuori, in maniera estrinseca e convenzionale, siccome apparirebbe dalle
polemiche dei romantici?
Certo l'essenza della poesia e della musica non si commisura al criterio
aritmetico del ritmo e delle battute, né le opere dell'arte figurativa si
lasciano giudicare a priori secondo le forme od i tipi suggeriti dai
modelli classici. Ma chi argomenta in tal guisa sembra disconoscere il carattere
essenziale dell'arte classica. La quale non nasce, ricevendo da fuori la norma
della misura siccome qualcosa di sovrapposto, ma - arte vera - esprime un
momento dell'animo dell'artista: il momento in cui il tumulto delle passioni
viene composto e dominato in un'armonia superiore che s'innalza sui motivi
discordi come tipo di perfezione o "idea". Nella ricchezza spirituale di questo
momento, che è per così dire un contatto del mondo dei sensi colla ragione, sta
il significato sublime dell'arte classica, e l'apporto non estrinseco che ad
essa reca lo spirito matematico. Da ciò anche si spiega il significato che le
matematiche assumono nella storia dell'arte
Influenze matematiche nell'arte e nella letteratura
A prescindere
dall'influenza sulla tecnica (della pittura o dell'architettura, ecc.) c'è
un'influenza più intima che gl'ideali matematici esercitano sul gusto e sui
criterii degli artisti.
Questi criterii fan parte veramente della creazione artistica se sono sentiti
come espressione di un concetto particolare della bellezza, che si appaga nella
disciplina armonizzatrice. Invece non è vero artista chi, divenuto indifferente
ai motivi della creazione, prende a modello l'opera altrui e - traendo i suoi
canoni dalla convenzione o dai rapporti di misura concepiti a priori -
trascorre così nella fredda accademia. In questo senso, l'intromissione riflessa
di criteri matematici ha potuto pregiudicare l'arte, come si vede più volte
nella storia. E già nell'antica Grecia se ne hanno esempi caratteristici.
Citiamo Ippodamo di Mileto, l'ingegnere imbevuto delle idee pitagoriche, che
disegnò il tipo della città geometrica con due sistemi di strade diritte
perpendicolari, mentre portava il suo misticismo aritmetico nello schema della
costituzione della polis a base ternaria, che sarà ripreso da Dicearco;
e ancora Policleto, l'autore del "canone" artistico basato sulle proporzioni del
corpo umano, il cui errato criterio (che sostituisce la proporzione vera
all'apparente) verrà corretto soltanto da Lisippo, nell'epoca alessandrina.
Sennonché questi stessi errori fan parte dell'esperienza dell'artista che nel
suo mondo fantastico ricerca il disegno d'una natura ordinata secondo leggi
matematiche. Perciò le intuizioni neo-pitagoriche e neoplatoniche, risorgenti
negli animi del Rinascimento porgono i motivi della pittura di Masaccio e dei
maestri del nostro Quattrocento: l'ordine prospettico, la proporzione e la
misura delle linee e delle superficie, realizzate secondo regole geometriche.
Onde riceve sviluppo non soltanto la prospettiva sì anche lo studio del corpo
umano e quindi l'anatomia.
Come già abbiamo accennato, gli artisti di quel secolo o del secolo successivo -
da Lorenzo Ghiberti a Paolo Uccello, a Leonardo Da Vinci, a Alberto Dürer -
s'innalzano così dall'opera d'arte alla ricerca della "divina proporzione",
contemplando in essa la bellezza eterna e la verità universale.
La stilizzazione della pittura e dell'architettura, secondo i precetti di
Vitruvio, viene descritta ed analizzata in maniera profonda e suggestiva da
Leonardo Olschki, che spiega altresì l'influenza dello spirito matematico sullo
sviluppo della lingua e della prosa, in particolare nella letteratura francese,
fino a Voltaire e al rifiorire dei motivi classici, di là della relazione
romantica, in alcuni poeti contemporanei come Paul Valéry.
Dal libro : Federigo Enriques, Le matematiche nella storia e nella cultura, Zanichelli, Bologna, 1938 .
Federigo Enriques, nato a Livorno il 5 gennaio 1871
compì i suoi studi a Pisa, e si laureò alla Scuola Normale Superiore a vent’anni
e a soli venticinque anni venne nominato professore di Geometria all’Università
di Bologna. Morirà due anni dopo la liberazione di Roma, il 14 giugno 1946. Il
suo libro Le Matematiche nella storia e nella cultura, è una
testimonianza del suo spirito libero e del suo netto rifiuto della “filosofia
dei compartimenti-stagno”. Uomo da molteplici interessi, Enriques si è mosso,
senza confini di specializzazione, in tanti campi diversi di ricerca. Ha
fondato, insieme a Guido Castelnuovo e a Francesco Severi, la scuola italiana di
geometria algebrica e si occupò anche di filosofia, di storia e di didattica.
Nel 1907 fondò la rivista internazionale "Scientia" e divenne presidente della
Società Filosofica Italiana, carica che tenne fino al 1913. Fu Presidente della
Mathesis dal 1922 al 1934 e diresse la sezione matematica dell'Enciclopedia
Italiana.
Al di là dell’indubbio valore dei suoi lavori filosofici e matematici, sono le
sue riflessioni sulla matematica come cultura che vogliamo mettere in evidenza,
la sua convinzione che la matematica debba essere “parte integrante” degli studi
umanistici.
Fonte :
http://www2.polito.it/didattica/polymath/htmlS/info/Antologia/MateeArteEnriques.htm