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 CULTURA :  storia e temporalità : Introduzione al pensiero di Von Balthasar , di Mons. Paulo Josef Cordes

 

 

INTRODUZIONE AL PENSIERO DI VON BALTHASAR

 

Mons. Paulo Josef Cordes

 

 

 

   

Soeren Kierkegaard - che Balthasar teneva in cosi gran conto - ci ricorda che uditori oceanici e plauso delle folle inducono l'uomo, facilmente, alla "falsità": è al cospetto della singola persona, che si rivela la nostra vera natura. Ebbene, Balthasar di fronte al singolo mostrava la sua amichevolezza, la sua cordialità profonda. Penso alle sue lettere, nelle quali dava risposte pronte e chiare ad ogni domanda, gremendole rapidamente di quella sua grafia così armoniosa. Penso a una visita che gli feci nel febbraio 1982 nella sua casa di Basilea; egli si concesse una mezza giornata da dedicare a me, che avevo bisogno di consigli e d'orientamento, senza dimenticare di richiamare la mia attenzione sul Museo d'arte cittadino, proponendomi di visitare alcune opere famose. Penso a un pomeriggio romano, allorché capitai per caso nel nostro Centro Internazionale Giovanile di San Lorenzo, e trovai lui che pregava, tutto solo, nella grave penombra della bella chiesina romanica.

Mi torna in mente anche una cena a cui fummo invitati entrambi da don Giussani a "Le Cappellette"; m'impressionò la sua stupefacente cultura in fatto di musica classica - sapeva a memoria i temi sia delle grandi sinfonie sia dei concerti solistici dei quali parlavamo; ma poi confidò d'aver dato via tutti i suoi dischi, per aver più tempo da dedicare al lavoro di teologo. E infine, l'incontro che ebbi con lui a Lugano ai primi di giugno dell'anno scorso con qualche amico di Comunione e Liberazione, dopo la sua

creazione a cardinale.

A tavola parlammo delle reazioni dell'opinione pubblica alla nomina. con un sorrisetto umilmente compiaciuto egli citò, facendola sua, una battuta pronunciata da Hermann Volk, vescovo e teologo tedesco, allorchè era stato fatto cardinale: "Visto che sono in tanti a rallegrarsene, dovrò pur rallegrarmene anch'io!". Ma non è solo in ragione della sua schietta e affascinante umanità che oggi ci occupiamo della personalità di quest'uomo, per quanto sia proprio essa a decidere della misura umana d'una persona. Vogliamo ricordarlo piuttosto per la sua possente intellettualità, che indusse un altro grande nostro contemporaneo, Henri De Lubac, a definirlo "l'uomo forse più colto del nostro tempo".

Al suo vasto periplo nell'universo culturale, Balthasar non fu mosso né dalla curiosità dell'indagine né dalla fama che arride al dotto. Egli fu prima di tutto pastore d'anime. E' sintomatico che - con tutta la sua formazione di gesuita - egli non decidesse di dedicarsi alla carriera universitaria: a trent'anni i superiori lo misero dinanzi alla scelta fra una Cattedra di Dogmatica e la Parrocchia della città universitaria di Basilea. Egli scelse il servizio presbiteriale (…). A spingerlo nella ricerca, è l'ansia per l'uomo e la sua salvezza. Ma un orientamento sulla via della fede, egli vuol darlo non solo nel dirigere spiritualmente le anime e nell'espletare il suo ministero sacerdotale.

Egli si assume il compito di ripercorrere ancora una volta l'intero patrimonio ereditario della storia culturale dell'Occidente: la filosofia, dai presocratici a Heidegger; il tesoro teologico della patristica, attraverso i grandi Dottori della Chiesa, fino all'esegesi storico-critica e all'opera di Karl Barth. Si occupò delle modernissime scienze empiriche dell'uomo e - ancora in età avanzata - confessava che i grandi romanzi moderni esercitavano su di lui un'attrattiva così forte da non fargli ancora perdere il vizio di divorarli. "Mai si potrà accusarlo di disprezzare ciò che non conosce", afferma De Lubac riconoscendogli una qualità davvero singolare in un'epoca che vede il sapere accumularsi in montagne che toccano il cielo e che la massa degli uomini o schiva, grazie a incrollabili pregiudizi, o scala con la funicolare delle banalità giornalistiche. Balthasar, invece, abbozza un suo nuovo personale progetto per esporre quelle montagne alla luce della Rivelazione per amore dell'uomo.

Ascoltiamo ancora Henri De Lubac delucidare l'analisi balthasariana dell'umana condizione: ai nostri giorni il rapporto con Dio acquista "una più elevata urgenza; la dottrina biblica dell'uomo, icona di Dio, acquisisce un profilo più netto, e - senza che si debbano bruciare o saltare le tappe della conoscenza naturale - la rivelazione di Gesù Cristo gli si presenta come l'inevitabile risposta alla domanda che prorompe da tutto il suo essere. Gesù - nella sua esistenza temporale e storica - si fa per l'uomo lo svelamento di quell'essere ignoto che l'uomo medesimo era a se stesso". In altre parole: in Gesù Cristo, Dio offre all'uomo reietto e ramingo un luogo e un'immagine perché possa comprendere se stesso.

Osare di rendere consapevole l'uomo della presenza di Dio in Gesù Cristo: ecco un'impresa teologica degna di questo nome. In tre sfere tematiche inquadra - secondo la concezione di Balthasar - l'eredità dello spirito occidentale. Teo-estetica è il primo lemma della sua sistematica panoramica - laddove "aisthesis" significa non una "dottrina del bello", ma - più originariamente - il "percepire" (e quindi "veri-ficare") ciò che è creato e ciò che è avvenuto in Cristo; così come "aistheton", il "percepito", il "veri-ficato", che è amore in sè irradiante. L'opera a cui abbiamo accennato - e che in tedesco si intitola Herrlichkeit, cioè "splendore, magnificenza, beatitudine di bellezza" - resta sul piano della luce, dell'immagine e della visione. Ma questa è solo una delle dimensioni della scienza di Dio. L'altra si chiama "fatto, evento". Ecco quindi che Balthasar concepisce la Teo-drammatica: Dio opera nell'uomo. L'uomo risponde con la sua decisione, con l'azione. Qui la "missione" viene fissata definitivamente come concetto centrale della cristologia e della sequela di Cristo. Segue infine la Teo-logica, cioè l'esposizione di che cosa significhi "verità", nell'evento della Rivelazione di Dio attraverso l'incarnazione del Logos; di quale rapporto si stabilisca tra la creatura e la verità divina; del come - dopo la Rivelazione - la parola umana possa testimoniare credibilmente la verità di Dio.

Nel 1965 Balthasar temeva ancora di non poter mai più recare a termine il suo immane disegno; altri - egli scriveva - avrebbero dovuto continuare il dialogo con i grandi del passato. E in realtà, anche nel suo stesso dettato si avverte la fretta a cui lo forza il tempo che scorre inesorabile; lamenta, infatti, di dover "sbrigare, comprimendoli in un misero paragrafo", argomenti che avrebbero preteso un intero libro. Eppure gli riuscì di recare a termine l'opera, una summa che - con i suoi dodici volumi, di seicento pagine ciascuno - mozza letteralmente il fiato a qualsiasi lettore.

Balthasar vuol porre Dio e la sua opera al centro del pensiero umano. E lo fa in un'epoca in cui il pensiero sembra inebriato d'euforia cosmica, un tempo in cui si spaccia quale scienza su Dio ciò che dovrebbe definirsi piuttosto antropologia. Ciò che lo muove non è la spinta teorica dello studioso, ma la profonda convinzione del pericolo che minaccia la salvezza dell'uomo. E innanzitutto il pericolo del razionalismo. Il voler spiegare tutto con la ragione - a detta di Balthasar - ha finito con lo sconvolgere e demolire le fondamenta del pensiero cristiano: gli articoli di fede non sono più il segreto oggetto della ricerca teologico cristiana, ma - con intendimento stravolto - sono proprio essi ad esser sottoposti all'inchiesta razionale, al fine di riformularli radicalmente riducendone i contenuti alla misura della plausibilità intramondana.

Il razionalismo - secondo Balthasar - è penetrato nella teologia come gnosi di nuovo conio, e vi reclama - più categoricamente che mai - diritto di cittadinanza, pretendendo d'esser metro e criterio d'un aggiornamento efficiente e precondizione dell'evangelizzazione nel mondo attuale. Si presume di trovare in esso la base comune su cui sia possibile sperare un'intesa con i non credenti e il loro intendimento, la loro comprensione per quanto è cristiano. Eppure il teocentrismo - per deciso e misticamente profondo che sia - non basta a tratteggiare compiutamente la fisionomia del nostro autore. Preso a sé stante, esso potrebbe gettare su di lui il sospetto di consigliare l'estraneità, la fuga dal mondo. Ma l'annuncio dell'assolutezza di Dio non è mai di dubbia lega, non dà mai la sensazione che egli propagandi un'autosufficienza spirituale o consenta l'assaporamento egoistico di suggestioni devote. Mai, infatti, egli si stanca di ripetere alto e forte che, se vogliamo essere cristiani, l'ora della verità scocca allorché abbiamo a che fare col prossimo. Non basta ancora parlare le lingue degli uomini, e degli angeli, conoscere i misteri e possedere le scienze; spostar le montagne a forza di fede e dare il corpo alle fiamme: senza 'amore tutto questo non serve a nulla. Solo esso ha la parola definitiva: "Credibile è solo l'amore". Ma come può l'uomo riuscire ad amare l'uomo, addirittura il nemico? Balthasar non si fa illusioni: l'uomo non è capace d'amare. Nell'incontro col suo simile finisce col morire d'asfissia. Se infatti nell'altro trovo solo ciò che conosco nel più profondo di me stesso: la limitatezza della mia natura; l'angoscia di quelli che sono i miei confini: morte, malattia, follia, avversità, perché mai il mio "io" dovrebbe perdersi per un "tu" che, alla fine dei conti, non posso vedere se non come me stesso? "No, se nel mio simile non incontro Dio; se l'amore non spira su di me un alito che abbia sentore d'infinito; se non riesco ad amare il mio prossimo d'un amore che provenga da ben più lontano della mia ridotta capacità d'amare; se quindi ciò che nell'incontro con l'altro porta l'augusto nome di amore non viene da Dio e non riconduce a Dio, l'impresa non vale la pena. Non libererebbe l'uomo né dalla sua prigione né della sua solitudine".

Nessuna meraviglia, perciò, che il Balthasar così turbato dal clima dell'ateismo odierno, alletti, inciti, forzi continuamente il lettore a rivolgersi a Dio. Soprattutto quando ribadisce che ogni servizio al Vangelo e ogni missione della Chiesa possono riuscire solo se partono dalla preghiera. Questa catechesi egli l'espone, ad esempio, nel libro intitolato Das betrachtende Gebet (La preghiera di contemplazione), che a ragione è stato definito "un'esposizione completa del mistero cristiano, di cui non si dà una più sostanziosa" (Henri De Lubac). La lettura d'una sola sua pagina ci faccia tutti, ancora una volta, qui, oggi, alunni di Balthasar.

"Tutto quel che della realtà di Dio possiamo testimoniare al prossimo, deriva dalla contemplazione: di Gesù Cristo, della Chiesa, di, noi stessi. Ma non può proclamare con durevole efficacia la contemplazione di Gesù Cristo e della Chiesa chi non ne partecipi egli stesso. Come non può disquisir di amore chi non abbia mai amato, o come non può parlare del sia pur minimo fra i problemi dell'universo spirituale chi non ne abbia avuto autentica esperienza, così un cristiano non potrà operare apostolicamente se - come la roccia Pietro - non annuncia quel che ha visto e udito. Scrive San Pietro: "Infatti non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la parusia del Signore nostro Gesù Cristo, ma perchè siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre... Questa volta noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte" (2 Pt 1, 16-19)".

E, non senza malinconia, Balthasar prosegue: "Ma chi oggi, nei tanti "quaderni operativi" dell'attivismo cattolico, parla di Tabor? Del vedere, udire e toccare ciò che non può esser annunciato né propagato nemmeno con la sua zelante attività, se prima non lo si è sperimentato e conosciuto? Dell'inesprimibile pace dell'eternità, al di là d'ogni contesa terrena, ma anche dell'indicibile debolezza e impotenza dell'Amore crocifisso, dal cui "svuotamento" fino al "nulla", fino al farsi "peccato" e "maledizione", proviene ogni forza e salvezza alla Chiesa e all'umanità? A chi non ha appreso tutto questo contemplando, ogni parlare e perfino ogni operare in conseguenza restano affetti da una sorta d'imbarazzo e cattiva coscienza - a meno che anche questa cattiva coscienza non abbia finito con l'esser sepolta dall'ingenuità d'un molteplice affaccendarsi, che nel fondo è mondano, pur essendo definito, ma solo per malinteso, "ecclesiale"".

 

 

 


 

Fonte :  www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=6&id=347&key=3&pfix=