| ARTCUREL:
Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| PERSONAGGI : Maria Goretti Gahimbare , Volontaria nello Zambia e Premio Cuore Amico "Nobel Missionario" 2005 |
MARIA GORETTI GAHIMBARE
Volontaria nello Zambia
Un’altra Maria Goretti,
rwandese, africana esperta di dolore,
generosa e serena solidale con gli esuli, con le vittime dell’odio razziale e
delle ingerenze internazionali.
Collabora con lo S.V.I. (Servizio di Volontariato Internazionale) con indefessa
dedizione, seminatrice di speranza e di pace.
Premio Cuore Amico, "Nobel
missionario", 2005 , figura esemplare
di missionaria a favore dei poveri del terzo mondo.

Scappare da un Paese in cui la vita quotidiana
diventa guerra civile e inabissarsi nel viaggio buio della paura: la fuga in
massa di esseri braccati e torturati, decimati dalla fame e dalle bestie feroci.
Attraversare per due anni e 5.000 chilometri Rwanda, Burundi, Congo, Angola ed
approdare con i superstiti in un campo profughi dello Zambia. Ricominciare, in
nome di una speranza che è più forte di ogni orrore. Hutu e tutsi: due parole.
È questa l’esperienza di Maria Goretti Gahimbare che, persi il marito e il
figlio, abbandonata la propria casa, si ritrova ad essere punto di riferimento
per 3.500 rifugiati e fonda una cooperativa (MRCU) in collegamento con il
Servizio di Volontariato Internazionale (SVI). Con grande impegno raggruppa e
motiva le persone. Insieme riescono a strappare alla savana dei terreni da
coltivare, allevano pollame, capre e maiali, costruiscono abitazioni con mattoni
cotti da loro stessi. La vita cambia. La gente impara da Maria Goretti che, al
di là degli aiuti internazionali, la forza per rinascere sta dentro. Il campo di
Maheba che li “ospita”, pur circondato dai soldati, diventa quasi casa.
Il nome di questa donna desta curiosità. Ci aiuta a conoscerla meglio un
volontario italiano, che l’ha incontrata di recente: la notte in cui è morto il
Papa. «Pioveva che Dio la mandava – la lettera comincia così – e io me ne stavo
da Maria Goretti. Non la santa, un’altra. Una, tra le tante, che vive una vita
così dura che se poi, quando muore, la fanno santa davvero non le regalano
niente [...].
Al Maheba Camp, un centinaio di chilometri dopo Solwezi, lungo una stradina poco
battuta, che porta in Angola c’è una fetta di savana lunga 60 chilometri e larga
una decina che è stata occupata da tutti i disgraziati che scappano dalle guerre
dell’Africa. Sono fuggiaschi, arrivati a piedi. Ho saputo che Maria Goretti,
membro dello SVI, vive qui con loro nel settore G. Ho avuto il suo indirizzo
dall’Ufficio missionario di Brescia e così dai primi di marzo ho cominciato a
pensare di visitare questa persona che, ingannato dal nome, io pensavo fosse una
suora [...].
Il Campo ha una struttura ad albero: una grande strada in terra battuta corre
dritta per oltre 60 km da nord a sud in mezzo all’erba altissima: la Main Road.
Da questa partono, ortogonalmente, quelle che vengono chiamate strade
secondarie. Non sono altro che sentieri. Entrano nell’erba così alta che spesso
non li si vede neanche. Sono 106 e portano ad altrettanti “villaggi” che – per
onestà verso la lingua italiana – sarebbe meglio chiamare gruppi di baracche.
Maria Goretti vive nel penultimo settore, quello dei rwandesi. Raggiungiamo tre
casette misere, come tutte le casette del terzo mondo, ma in muratura e con
tetti di paglia, tenute con cura.
Siamo arrivati. Scendo dalla macchina e un donnone in corsa mi travolge, mi
stampa due baci sulle guance e mi dice: “Benvenuto, sono Maria Goretti”.
Ricambio i baci e sorrido. In realtà sono sbigottito: Maria Goretti è nera!».
Il nostro volontario incontra i membri della cooperativa e poi visita la
porcilaia, che grazie al sistema del microcredito, ha fatto sì che qualche
decina di famiglie abbia i maiali. Funziona così: la cooperativa affida una
scrofa ad un capofamiglia; una volta nati i maialini, la famiglia ne restituisce
uno alla comunità e l’allevamento si diffonde.
Sono molte le “meraviglie” da vedere: «Hanno una macchina “preistorica” per la
lavorazione del riso, una falegnameria con sega, pialla, martello, lima e poco
altro. Notare che – seguita la lettera – vivendo senza corrente elettrica, sono
tutti strumenti a mano...».
Poi Maria Goretti parla dei campi di riso, del mais, delle piante di banane, del
forno dove cuociono i mattoni. Ma è ora di cena.
«Ci sediamo in soggiorno. Poco dopo una ragazza porta in tavola patate, verdura
cotta e qualche pezzo di carne. Aprono un sacchetto di plastica con del pane
tipo pancarré. Aprono una bottiglia di acqua sigillata. È ben evidente che hanno
attinto alla dispensa per me. Normalmente non avrebbero bevuto quell’acqua, né
consumato quel pane e quella carne. È tutto buonissimo e ne mangerei a sazietà
ma, per rispetto, mi limito ad assaggiare poco di tutto. Anche loro si servono e
non mettono nel piatto più di quanto ho preso io. Si assicurano che non ne
voglia ancora. Ringrazio e dico che per me è abbastanza. Allora aprono la porta.
L’oscurità della notte non permette di vedere assolutamente niente. A due mani,
che prontamente appaiono, affidano quel che è avanzato. Quasi tutto, visto che
abbiamo mangiato come canarini. Ho sentito dei bisbigli e dei passi che si
allontanavano. Non so in quanti abbiano banchettato.
A tavola si parla. Nel 1994 Maria Goretti viveva in Rwanda quando i tutsi hanno
iniziato l’offensiva contro gli hutu. Lei hutu, insieme ad altre migliaia di
persone inizialmente è stata portata in un campo profughi all’interno. Qui ha
conosciuto dei membri dello SVI italiano con cui ha cominciato a collaborare in
aiuto delle persone che soggiornavano nel campo. Ma la guerra è diventata sempre
più cruenta e i tutsi hanno attaccato anche i campi profughi. Allora, non
sapendo più dove stare, hanno iniziato una fuga infinita dalla loro terra. Hanno
camminato attraverso la foresta e la savana, per non essere intercettati da
polizia e militari. In mezzo al nulla di una savana tranquilla e spopolata, dopo
mesi e mesi di cammino e molti morti lasciati per strada, hanno deciso di
fermarsi. Dopo qualche tempo che abitavano lì, gli zambiani si sono accorti
della loro presenza. In seguito a pressioni internazionali - l’attenzione dei
mass-media era puntata sui massacri che ancora avvenivano in Rwanda - fu deciso
di accoglierli come rifugiati...».
Il racconto continua. Maria Goretti riferisce dei vari aiuti, dell’UNHCR e
soprattutto del metodo di cooperazione impostato con lo SVI. Molte sarebbero le
notizie da riferire sui progetti avviati, ma un particolare restituisce forse
per intero il senso di quell’incontro: «Inizia a piovere. La candela si consuma
inesorabile. Maria Goretti parla e non la molla con lo sguardo. Sul suo volto
leggo una leggera preoccupazione. Le dico che, visto che abbiamo finito di
mangiare, la candela non serve più. Per me possiamo spegnerla. Mi guarda
incredula. “Davvero non ti spiace?”. “No, a che serve – aggiungo – anzi col buio
si parla meglio”. Lo so che è una idiozia ma non so come giustificare la mia
frase senza offenderla. Spegne al volo. Non se lo fa ripetere, poi mi spiega:
“E’ la penultima, meglio conservarla se dovesse servire”». Nella notte una
candela forse è un po’ poco, ma è una luce nel buio e ti riscalda.
Zambia
La maggior parte del Paese è formata da un elevato altopiano che si estende
dalla fossa geologica del Malawi fino alla regione paludosa ai confini
dell’Angola. Il clima è tropicale mitigato dall’altitudine. E’ storico il
percorso coraggioso di Davide Livingstone a metà dell’’800, che si spinse fino
alle cascate Vittoria sul fiume Zambesi, il quale scorre da nord a sud e
fornisce energia idroelettrica nella diga di Kariba. Le risorse minerarie, rame
in particolare, costituiscono la base dell’economia; lo sfruttamento minerario
ha esercitato tuttavia effetti negativi sull’ambiente. La precarietà degli
stanziamenti si associa a problemi sanitari quali la mancanza di acqua potabile
e la scarsa assistenza medica, fattori che contribuiscono alle epidemie, in
particolare quella dell’AIDS. La popolazione (quasi 11 milioni, 9.500.000 dei
quali nella capitale Lusaka) discende da migrazioni di popoli bantu, suddivisi
in 73 gruppi etnici; vi sono minoranze europee (circa 70 mila persone) e
asiatiche (15 mila). Si praticano religioni tradizionali africane; vi sono
cristiani, minoranze islamiche e indu. Lingua ufficiale è l’inglese; delle
lingue bantu, cinque sono parlate a livello ufficiale. Il peso del debito estero
soffoca le possibilità di sviluppo dello Zambia, anche se la Banca Mondiale si è
già espressa con un largo condono.
Fonte : www.cuoreamico.org