| ARTCUREL:
Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| PERSONAGGI : Antonio Petrilli , una vita tutta donata per costruire un'opera di Dio |
ANTONIO PETRILLI
Una vita tutta donata per costruire un’opera di Dio
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"Ama il prossimo tuo come te stesso". E' la parola del Vangelo che Chiara gli consegna come programma di vita. Aveva ravvisato in queste parole la sua fisionomia spirituale. I messaggi giunti da tutto il mondo testimoniano questo suo "amore che rende uguali", la sua capacità di assumersi il dolore dell’altro per riversarvi la pienezza di Vita che aveva scoperto. |
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Uno dei primi focolarini da oltre 50 anni tra i più stretti collaboratori di Chiara Lubich
Pochi giorni prima della sua "partenza" avvenuta il 9 luglio 2001. Chiara
Lubich, era andata a fargli visita. "L’ho visto felice".
Lo scrive ai responsabili del Movimento nel mondo, annunciando la notizia.
"Tre giorni prima aveva ricevuto l’Unzione degli infermi in una gioia
profonda, condivisa dal focolare. Stanotte, mentre recitava il rosario con un
focolarino che lo assisteva, ha smesso di rispondere. E’ partito con Maria sulle
labbra. Senza soffrire ha raggiunto lo Sposo. Siamo sereni com’era lui.
Che frutti i suoi! Che contributo all’Opera!".
La forza dello Spirito
L'amore
vince sul dolore. Così anche quando - dal marzo scorso - era stato
colpito da un’ischemia. In Gesù che sulla croce è giunto a gridare
l'abbandono del Padre per noi, c'è la risposta a tutto, ripeteva.
Come testimonia un focolarino che lo ha assistito, "non finiva mai
di stupire la forza dello Spirito: mentre il corpo è in declino, l’anima si
affina, esplode in espressioni piene di vita".
La sua ricerca
Era nato a
Napoli il 7 febbraio 1916. Suo padre era avvocato e svolgeva l'ufficio di
giudice in città. Sua madre era nativa di Vietri, nel salernitano.
Sin da piccolo amava stare all'aperto, nel parco della villa paterna a
Capodimonte, un quartiere che sorgeva in un punto elevato della città.
"E proprio attraverso il fascino che la natura esercitava su di me,
Dio volle cominciare ad attirarmi a sé"
Lo annota in uno scritto autobiografico.
Un episodio: la visita insieme al padre e ai suoi fratelli all'Osservatorio
astronomico di Capodimonte. L'impressione che ne prova - scrive - "è
indescrivibile".
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La contemplazione di quel cielo |
Aveva 8 anni
quando la famiglia si trasferisce a Roma. E’ per lui un cambiamento radicale. Un
ambiente che gli apparve "angusto e triste".
"Invece della veduta del mare e del verde della natura, potevo
contemplare solo l'asfalto delle strade".
Sin da
adolescente inizia una ricerca sofferta:
"Sentivo una forte spinta interiore: era un bisogno di capire il mondo che mi
circondava, coglierne la sua vera essenza.
Nel
disegno cerca una forma di espressione. All'Università sceglie architettura. Sin
dall'inizio la carriera è promettente. E' uno degli iniziatori dell' "Associazione
per un'Architettura Organica" che nel primo dopoguerra ebbe un ruolo
determinante nell'evoluzione dell'architettura italiana. E' il primo segretario
del nascente Ordine degli architetti.
L’incontro con Dio Amore
Il 7
dicembre 1949, vigilia dell’Immacolata, si trova – quasi suo malgrado – in una
grande processione che culminava in Piazza s. Pietro. Annota infatti: "di
solito rifuggivo da tutto quel che aveva ‘odore di sacrestia". Ma
non può dire di no ad un invito che gli era stato rivolto. Vedendo che tutti
pregavano e chiedevano qualcosa, Antonio si sente spinto a chiedere a Maria di
indicargli una strada per farsi santo.
Qualche giorno dopo, il 16 dicembre, Giulio Marchesi, un compagno di ginnasio
che Antonio non vedeva da 15 anni, gli telefona e gli parla dei Movimento dei
Focolari, invitandolo ad una riunione che si sarebbe fatta quella sera stessa.
Titubante, vi partecipa. Qualche giorno dopo va in focolare, dove incontra
Chiara con alcune delle sue compagne. Segnerà un momento decisivo per la sua
vita.
Ad un tratto Chiara mi chiese se avevo qualche domanda da farle.
Mi colse impreparato… Le chiesi come mai, pur essendo in apparenza così diverse,
si avvertisse in lei e nelle sue compagne, quando parlavano, un unico timbro che
le accomunava.
Mi parlò di Dio
come di un sole che illumina ogni uomo,
così che ciascuno è collegato da un raggio del suo amore.
E disse che ognuno nella vita, dovrebbe cercare di camminare sempre
su questo raggio che esprime la volontà di Dio su di lui.
Se ciascuno di noi cammina nel suo raggio, siamo tutte distinte -
diceva -
ma anche unite, perché facciamo tutte la volontà di Dio.
E diventiamo anche tutte in certo modo uguali,
perché ogni raggio diventa, per così dire, un pezzetto di sole.
Essendo architetto, forse io avevo bisogno di un’immagine.
Non avevo mai pensato Dio così: come amore che tutti univa e uguagliava
attirandoli a Sé. Quel Dio amore mi affascinò.
Da quel momento, quel Dio, in tutto il suo splendore entrò nella mia vita".
Una chiamata irresistibile
Il giorno di Natale di quello stesso anno 1949 Antonio si trova a Trento con il
primo gruppo di Roma che aveva conosciuto il Movimento. Con Chiara ci sono tutti
i primi focolarini e le prime focolarine. Un episodio.
Vien chiesto a Chiara di narrare loro quanto accadde quel 13 maggio 1944
quando un terribile bombardamento distrusse la città di Trento e la casa dove
lei abitava con la famiglia. Un fatto che segnerà un’esperienza decisiva: mentre
i genitori sfollavano dalla città, decide di restare a Trento, per custodire il
seme del Movimento nascente. Comunica loro quella interminabile notte
passata all’addiaccio che sintetizza in due sole parole: "lacrime e stelle". Poi
i colloqui, in mezzo alle macerie, prima col padre e poi con la madre. Così
Antonio ricorda quel momento:
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"Mentre lei parlava, avevo l’impressione che quel racconto mi si imprimesse dentro a caratteri di fuoco. Chiara ad un tratto disse che Dio, quella notte, la chiamò a fare una scelta, tagliando affetti, sentimenti, tutto, per seguirlo. L’impressione che provai fu di trovarmi, da solo a solo con Gesù e che lui si stesse servendo delle parole di Chiara per chiedere anche a me di lasciare genitori, fratelli, casa, lavoro, per seguirlo. Dovette trattarsi di una grazia, perché mai prima avevo pensato ad alcunché di simile. Mi sentivo anche del tutto libero di decidere. Quella chiamata era irresistibile, era così straordinaria, così incredibile che scoppiai in un pianto che era tutto e solo gioia." |
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Il suo contributo nel Movimento
Ben presto insieme ad altri giovani che avevano fatto la stessa scelta, fa parte
del primo focolare di Roma. Ricopre molti incarichi. Dà il suo contributo nel
portare Dio e la luce del Vangelo per il rinnovamento del mondo
dell'architettura e dell'arte che gli viene affidato. Più tardi, per 5 anni
dirige la rivista Città Nuova. Nel '61 fa il primo viaggio negli Stati Uniti
ponendo le basi del movimento in quel continente. Nel '63 diviene sacerdote. E'
responsabile del Movimento a Roma e poi a Trento. E' tra i consiglieri generali
dell'apostolato del Movimento. Diventa uno dei più stretti collaboratori di
Chiara. Importante il suo apporto alla stesura degli Statuti, specie per quanto
riguarda i "Vescovi amici del Movimento dei Focolari".
Dal ’76 infatti, ne accompagna la nascita e gli sviluppi.
Tra i molti messaggi giunti da tutto il mondo dalla famiglia dei Focolari, non
mancano quelli di Cardinali e vescovi:
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"E’ con la sua vita, più che leggendo i libri, che ho capito che
cosa è un focolarino sacerdote: |
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"Traspariva in lui un'anima profondamente mariana, la totale
fedeltà alla spiritualità, al carisma dell'unità. Lo scrive il card. Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga e coordinatore dei Convegni dei "Vescovi amici dei Focolari". Da Londra, i Vescovi anglicani John Dennis e Robin Smith testimoniano la sua presenza di servizio, il suo amore squisito, fino nei piccoli dettagli, durante i vari incontri avuti con lui. |
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Il vescovo brasiliano di Sao Luis
de Montes Belos, mons. Washington Cruz, lo definisce "grande nell'amore,
dono di Dio per la Chiesa".
Nel gennaio scorso, all’annuale incontro europeo dei focolarini, Antonio
confida loro di aver rinnovato in modo nuovo la sua donazione a Dio:
"Sono venuto qui per dire il mio sì a Gesù crocefisso e abbandonato
con tutta l’anima, con tutta la vita, con tutte le forze", con tutto il mio
cuore…
o faccio questo o io sono fallito".
Un sì che ha punteggiato tutta la sua vita, e che ha ripetuto con sempre
maggiore radicalità sino all’ultimo respiro.
Fonte : http://www.focolare.org/it/sif/2001/20010713i_a.html
Antonio, una vita per un carisma
di Guglielmo Boselli
Antonio Petrilli,
uno dei primi compagni di Chiara Lubich, ha donato ogni attimo della sua
esistenza per la costruzione del Movimento dei focolari.
Pochi giorni prima
aveva telefonato al caporedattore di Città nuova: "Ora che ho un po' più di
tempo, posso fare qualcosa per il giornale?". In realtà gli sarebbe stato
impossibile; era ormai debilitato, poteva muoversi solo appoggiandosi a un
carrello, faticava anche a nutrirsi.
Ma urgeva dentro di lui ancora quella stessa molla che lo aveva sempre spinto a
donarsi a servizio dell'ideale di vita che lo aveva "preso", nel fiore dell'età,
alla fine del '49.
Antonio Petrilli era già
un architetto affermato,
quando, nel dicembre di quell'anno, ricevette una telefonata da Giulio Marchesi,
un antico compagno di studi di cui aveva perso i contatti da ben 25 anni.
Racconta egli stesso: "Quel che mi disse quasi mi sbalordì: mi parlò di un
movimento cattolico - il Movimento dei focolari - iniziato a Trento da una
giovane, Chiara Lubich, con alcune ragazze, e mi invitò a una riunione che una
di loro avrebbe tenuto quella sera. La cosa mi parve così insolita e così fuori
dai miei schemi che non sapevo cosa rispondergli. Dover ascoltare una conferenza
religiosa e per di più tenuta da una ragazza!".
Ma alla fine accettò di andare: "Giulio mi presentò la ragazza che ci avrebbe
parlato: si chiamava Graziella ed era ancor più giovane di quel che mi
aspettavo, con due lunghe trecce di capelli biondi".
Affiorò subito in lui il senso critico.
E da principio non capì granché di quel che lei diceva. Ma "a un certo punto
sentii citare una frase di Gesù che già conoscevo: "Se non vi convertirete e non
diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli". E quasi a
commento di quelle parole pronunciate da Graziella mi colpì l'espressione di una
ragazza seduta davanti a lei. Seppi poi che si chiamava Renata: ascoltava così
attenta che pareva pendesse dalle sue labbra e il suo sguardo era così semplice
e puro che pareva una bambina.
L'atteggiamento suo rifletteva così perfettamente quella frase di Gesù, che mi
parve di capirla solo allora".
Quello fu il primo impatto. Il secondo, e decisivo, fu l'incontro con Chiara
Lubich, nel primo focolare di Roma, alla Garbatella, un rione popolare romano.
"Mi parlò di Dio come di un sole che illumina ogni uomo, così che ciascuno è
collegato a Dio da un raggio del suo amore. E disse che ognuno nella vita
dovrebbe cercare di camminare sempre su quel raggio che esprime la volontà di
Dio su di lui. Essendo
architetto, forse avevo bisogno di una immagine.
Non avevo mai pensato Dio così, come un amore che tutti univa e uguagliava
attirando a sé. Quel Dio-Amore mi affascinò. Di quella sera ricordo soltanto
l'immagine di quel sole.
Mi restò impressa così fortemente che cancellò in me ogni altro ricordo: forse
perché esprimeva la realtà che - per l'unità di Chiara con le focolarine - mi si
era illuminata dentro.
La realtà di quel Dio, che da quel momento con tutto il suo splendore entrò
nella mia vita. Fu come se avessi respirato l'aria di un'altissima cima, un'aria
così tersa e pura che non sapevo esistesse".
Da allora, Antonio non
perse tempo.
Senza esitazioni si mise a disposizione di quella nuova luce che volle
approfondire in tutta la sua ricchezza di contenuti. E lo fece con la
semplicità, l'immediatezza e l'umiltà interiore di un'anima assolutamente
limpida; vivendo questa nuova avventura giorno dopo giorno, ora dopo ora,
convinto che Dio lo si incontra nel presente, senza sciupare tempo a pensare a
sé stessi; e con tutta la maturità e la completezza di giudizio e il senso
dell'armonia che gli derivavano dalla sua stessa formazione umana di
architetto.
Da allora è stato uno dei costruttori, accanto a Chiara Lubich, dell'Opera di
Maria, come si chiamò il Movimento dei focolari. Chi gli è stato vicino in
questi anni ha costatato che con lui non c'era tempo per perdere il filo della
sapienza. La sua presenza riconduceva subito ad essa.
L'ho sperimentato anch'io, lavorando con lui alla fine degli anni Cinquanta a
Città nuova. Sia che si occupasse di scrivere articoli sulla rivista, sia che,
in seguito, svolgesse compiti di responsabilità sempre più rilevanti nel
movimento.
Antonio possedeva un
carattere dolce e fermo, direi mariano; rivolgeva una attenzione totale a coloro
che avevano rapporti con lui; trasmetteva una pace interiore che gli veniva
dalla familiarità con Dio e che, non scevra di un sottile humour, smontava le
tensioni attorno a lui.
Ma come si fa a dire qualcosa di adeguato di una personalità così ricca, di una
varietà di compiti così complessa, di una lucidità nel portarli felicemente a
termine? È difficile definire in poche parole la sua fedeltà al carisma: una
fedeltà intelligente, efficace e inscalfibile, che nasceva dalla certezza in lui
dell'azione di Dio e di Maria nella costruzione dell'Opera.
Antonio era nato a Napoli
nel 1916 da una famiglia agiata, di convinzioni religiose solide. Una
fanciullezza serena, a continuo contatto con una natura splendida, nella villa
dove abitavano a Capodimonte, con lo sfondo scintillante del mare.
Poi i suoi si trasferirono a Roma: quartiere Prati, palazzine in serie. Un
cambiamento radicale di situazione: quasi "una prigione" per lui, al confronto
con i grandi spazi partenopei. E a Roma gli studi in cui riusciva assai bene,
gli interrogativi sui valori grandi della vita, e infine la scelta di
architettura.
Era sorta allora la facoltà a Roma. Gli insegnanti appartenevano alla vecchia
guardia dei sostenitori del classico, favorita dal regime di allora.
Antonio e altri della sua
età cercavano strade nuove. Non fu facile il primo approccio.
Poi la guerra. Antonio
era ufficiale, e lo fu fino al settembre '43, quando fece una scelta decisiva.
Non si presentò alle chiamate alle armi della Repubblica di Salò, vivendo in
clandestinità fino alla liberazione. Alcuni mesi, rifugiato presso i verbiti,
furono importanti per la sua formazione religiosa, centrata sulla "scoperta"
delle radici bibliche: un momento importante di approfondimento.
Professionista impegnato, dopo la guerra, nella fase nuova di ricerca, fece
parte attiva della Associazione di architettura organica, e fu segretario
dell'Ordine degli architetti, che lui stesso contribuì a fondare.
Operò nella professione con l'amico
architetto
Pasquale Marabotto.
Ma la svolta definitiva della sua vita, quella per cui essa prese il suo pieno
significato, fu quell'incontro col Movimento dei focolari nel '49. Nei suoi
appunti, in cui racconta i momenti salienti della sua esperienza lunga e
intensa, scrive in proposito: "A questo punto della mia storia, mi sembra di
aver finito". Perché aveva trovato.
In realtà tutto incomincia: l'esperienza del primo focolare romano a piazza
Lecce, con Pasquale Foresi e alcuni altri focolarini; poi in quello di Milano,
le grandi Mariapoli sulle Dolomiti, l'attività giornalistica a Città nuova,
l'ordinazione sacerdotale, i sofferti anni nei quali il movimento è sottoposto
allo studio della chiesa, il compito assai impegnativo di assistente del
movimento stesso, e poi di responsabile in alcune "zone" dei focolari in Italia
e in Usa, la collaborazione alla preparazione degli statuti dell'Opera; e quella
con Graziella De Luca nel seguire l'irradiazione del movimento nel mondo.
Alla fine, negli ultimi anni, ha svolto quello delicatissimo, di segretario del
vasto gruppo dei vescovi amici del movimento, cattolici e di altre chiese.
Dopo una malattia al cuore che lo aveva reso alla fine forzatamente inattivo, si
è spento dolcemente, nella notte dell'8 luglio, mentre con un altro focolarino
che lo assisteva stava recitando il rosario.
Tutti coloro che hanno avuto rapporti diretti con lui, fossero compagni di
lavoro o di impegno apostolico, fossero laici, giovani, padri o madri di
famiglia, fossero persone di diverse convinzioni o sacerdoti, sono rimasti
impressionati, più di ogni altra cosa, da quella che il cardinal Vlk, punto di
riferimento dei vescovi amici del movimento, ha definito "la sua seconda natura:
la totale fedeltà alla spiritualità, al carisma, a Chiara Lubich.
Una fedeltà mostrata nella vita, e vissuta profondamente... Anche nei rapporti
personali, ogni vescovo ha sentito veramente - io lo posso dire - la sua unità
affettiva ed effettiva. E questo era per noi tutti un grande dono".
A sua volta un'altra personalità della chiesa, il card. Arinze, presidente del
pontificio Consiglio per il dialogo tra le religioni, ha voluto sottolineare la
sua trasparenza nel servire la chiesa. L'ha fatto esprimendo la sua "felicità
perché l'Opera di Maria ha avuto come membro un sacerdote di così alta statura
spirituale e umana".
Fonte : www.cittanuova.it