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RELIGIONE : cristianesimo : Solo l'amore distingue i figli di Dio , di Mons. Gianfranco De Luca

 

SOLO L'AMORE DISTINGUE I FIGLI DI DIO

 

di Mons. Gianfranco De Luca

 

 

 

Solo l'amore distingue i figli di Dio... Se tutti si segnassero con la croce [che è un atto religioso], se rispondessero Amen e cantassero tutti l'Alleluia [e cioè se si facessero delle liturgie, che sono importantissime, ma solo quelle...]; se tutti ricevessero il battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costruire i muri delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio... Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quelli che non l’hanno non sono nati da Dio. E questo il grande criterio di discernimento.

Se tu avessi tutto, ma ti mancasse quest'unica cosa, a nulla ti gioverebbe ciò che hai; se non hai altre cose, ma possiedi questa, tu hai adempiuto la legge...» [i].

 

Premessa

 

1. Scrivendo ai Cristiani di Corinto Paolo dice: «se, sopra questo fondamento (Gesù Cristo), si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco» (3, 12-15).

Paolo ha posto il fondamento della Chiesa di Corinto e quelli venuti dopo di lui hanno continuato l'opera. Un’opera, l’apostolato, che necessita di discernimento, di continuità e di coerenza  e, soprattutto, che tenga conto del fondamento, ecco la ragione per cui Paolo stesso ammonisce gli altri predicatori a “far bene” il loro ufficio. Nella Chiesa siamo tutti «sovracostruttori», cioè chiamati a costruire partendo dal fondamento che è Cristo e di conseguenza è necessario scegliere accuratamente con cosa si costruisce e come lo si fa, perché tutto sarà provato dal fuoco e resterà solo ciò che al fuoco resiste. Non si tratta di efficacia o di efficienza: si tratta di qualità e di nient’altro. E la qualità del Fondamento è l’Amore-Comunione. Tutto ciò che non è sviluppo, e manifestazione, dell’amore-comunione, al passaggio del fuoco,  risulterà spurio, insignificante. Tutto nella Chiesa nasce dalla carità, si sviluppa nella carità e conduce alla carità. Del resto lo stesso Paolo ci ricorda che pur possedendo doni e profezie, senza la carità non siamo nulla e nulla ci giova (cfr. 1Cor 13,1ss)! 

2. La stessa Comunità ecclesiale non si fonda che sulla Carità. Nell’evangelo secondo Matteo, ad esempio, ci viene descritta una comunità carismatica, ricca di fede e di entusiasmo che adora il Signore e, nel suo nome, fa profezie, miracoli ed esorcismi. Ma questo non basta. «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. » (Mt 7,22-23).

Gesù afferma che si possono compiere “opere religiose” nel suo nome, ma ciò non toglie il rischio di compierle per amore del proprio io, senza l'amore del Padre e dei fratelli. E l'autosufficienza di chi si ritiene a posto e dice: «Signore, Signore!», ma in realtà, non lascia che Gesù sia il Signore della sua vita. Possiamo operare nel suo nome cose buone per gli altri, ma senza che questo giovi alla nostra salvezza. Ciò che ci salva non è fare miracoli, ma fare la volontà del Padre, che è amare i fratelli. «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità ». Il Figlio non riconosce coloro che non vivono da fratelli. Sono «operatori di iniquità», che ignorano, nel loro operare, la legge dell'amore. La fede, la speranza e gli altri doni alla fine scompariranno; rimarrà solo l'amore, che non ha fine (1Cor 13,8ss ).

Dio è amore, e solo chi ama dimora in Dio e Dio in lui (cfr. 1Gv 4,16).

È necessario riflettere, allora, ancora una volta sulla carità! Può sembrare scontato, può risultare sgradevole a chi pensa che sia un inutile ricominciare da capo, può apparire inefficace, perché pensiamo di conoscere ormai che significa “carità” e tutti ci riteniamo un po’ maestri! Credo, però, che mai sia inopportuno raccontare quella che Sant’Agostino chiamava la cura Dei pro nobis [ii], la Carità!

Ecco, allora, alcune riflessioni che spero possano essere uno strumento in più nelle nostre mani e nel nostro cuore - in questo tempo di quaresima - per vivere la carità di Cristo.

 

 

Il Mistero Pasquale è epifania del Mistero dell’Amore Trinitario che è fondamento sul quale è edificata la Chiesa e ogni comunità cristiana

 

3. «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).

Le parole del Vangelo rivelano l'amore sconfinato di Dio che - nella passione e morte in croce di Gesù - si of­fre a noi. L'amore si esprime, nella sua massima intensità e definitivamente, nel dono della vita per chi si ama: «Nessuno ha amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici» (Gv 15,13).

È evidente che Gesù intende così manifestare, nel suo amore per gli uomini spinto sino al dono della vita, l'amore stesso di Dio: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che il Padre fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5,19). Se Gesù dona la vita, è perché conosce che è il Padre, per primo, a donare la sua vita. Le parole di Gesù - che diventano realtà sul legno della croce - aprono uno squarcio sul mistero più profondo dell'essere di Dio. L'amore non è soltanto uno dei suoi attributi, né è soltanto il nome che descrive il suo agire nei confronti degli uomini:  Amore è il Nome che dice l'Essere intimo di Dio [iii].

Dio, dunque, è Amore. E perché amore è Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.  Come dice S. Agostino, «l’amore implica colui che ama, chi è amato e il legame d’amore tra i due» [iv].

Colui che ama, il principio e la fonte dell'amore è il Padre. Gesù, nella lingua aramaica parlata dal suo popolo, lo chiama, con affetto e gratitudine, Abbà (babbo, papà; cfr. Mc 14, 36). Dio è Abbà perché è sconfinato, inesauribile, purissimo amore. Egli comu­nica tutto ciò che è e tutto ciò che ha al «Figlio del suo amore» (cfr. Col 1,13). Il Figlio è il frutto e l'eco perfetta dell'amore che è il Padre. Ed è anch'egli tutto e solo amore e nel suo essere espressione e irradiazione dell'amore del Padre viene chiamato Lógos (cioè Verbo, Parola) e Icona (cioè Immagine) del Padre. Egli, infatti, dice e mo­stra il Padre che è Amore.

E lo Spirito Santo? Egli - come dice l'etimolo­gia della parola - è il soffio, l'alito, il respiro della vi­ta di Dio. È l'amore con cui il Padre ama il Figlio e il Figlio il Padre.

Padre, Figlio e Spirito Santo sono realmente distinti - come colui che ama e colui che è amato - ma sono uno perché, amandosi, si consumano in uno. E sono, così, l'unico Dio che è Amore[v].

 

 

«Guarderanno verso colui che trafissero» (Gv 19,37)

 

4. Giovanni c’invita a volgere gli occhi sul crocifisso. E’ qui che voleva portarci fin dall’inizio del suo vangelo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna» (Gv 3,14s). La morte, che da un punto di vista fenomenologico è la fine di tutto, qui rappresenta, per Gesù, il compimento della missione (ritorna al Padre) e, per noi, l’inizio di tutto. Il fianco del Figlio dell'uomo squarciato dalla lancia è l'apertura del cielo su ogni figlio d'uomo. Dallo squarcio del suo fianco esce l'acqua che ci disseta e, attraverso di esso, noi entriamo nel mistero di Dio. Noi cerchiamo segni e prodigi, il Vangelo ci presenta, invece, il prodigio di un Dio che ama così. Il colpo di lancia non serve ad accertare la morte di Gesù, produce, invece, la ferita dalla quale scrutiamo l'abisso d’ amore da cui veniamo, il sangue da cui nasciamo e l'acqua per cui viviamo. La lancia del soldato apre la porta del grande passaggio, dal quale Dio esce verso l'uomo e l'uomo entra in Dio. Inizia la Pasqua definitiva e la nuova alleanza, la nuova creazione e l'effusione dello Spirito.

Benedetto XVI afferma che con  lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo il cristiano può trovare la strada del suo vivere e del suo amare [vi]. Chi lo guarda, diventa raggiante. Chiunque, anche il vecchio Nicodemo, può entrare in esso e trovare la pro­pria dimora. Da qui anche lui, come il discepolo amato, ha accesso al grembo del cuore di Dio e viene alla luce della vita: nasce dall’alto e vede il Regno. Chi contempla il trafitto comprende l’amore estremo; si sente compungere il cuore e si chiede: «Che fare?». E così,  la sua vita diventa risposta a ciò che ha visto [vii].

 

 

Inseriti nel dinamismo della vita trinitaria, capaci d’amare come Dio ama

 

5. «Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in Lui» (1Gv 4,16). Gesù crocifisso e risorto introduce gli uomini nell'intimo della vita di Dio.  L'uomo non è più soltanto, come nel Primo Testamento, di fronte a Dio ma, attraverso Gesù, è accolto nell’intimità dell’amore di Dio. Gesù è la «via nuova e vivente» (cfr. Eb 10,20) che conduce al Padre-Amore. Ecco il senso pieno dell’espressione di Giovanni che, in poche parole, esprime l'essenza della rivelazione di Dio: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4,16). Dio è Amore! E rimanere in questo amore significa, per noi, non solo conoscere profondamente il mistero di Dio, ma appartenergli, entrare nella profondità del suo intimo, per essere in comunione piena con lui: «chi ama conosce Dio, chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è Amore» (1Gv 4,8).

Un amore che giunge a perfezione (cfr. 1Gv 4, 12) quando si fa amore reciproco (cfr. Gv 13, 34), che si consuma in unità [viii]: l’Eucaristia. Attraverso il sacrificio eucaristico, si compie la preghiera di Gesù al Padre: «Che tutti siano come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch'essi siano in noi» (cfr. Gv 17,21). Per mezzo dell'Eucaristia, infatti, come insegna il Concilio, «i fedeli hanno accesso a Dio Padre per mezzo del Figlio, Verbo incarnato, morto e glorificato, nell'effusione dello Spirito Santo, ed entrano in comunione con la Santissima Trinità, fatti «partecipi della natura divina» [ix].

 

 

Le caratteristiche dell’amore di Dio che vive in noi

 

6. «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom 5,5). Non si tratta di un amore generico, è Paolo stesso che lo precisa: «Quando eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi». E’ una precisazione importante, perché fa riferimento non soltanto ad un sentimento, ma ad un “fatto”: nel morire per me, Cristo mi ha partorito all’Amore. «L’amore di Cristo ci spinge – non ci dà tregua – al pensiero che uno è morto per tutti» (2Cor 5,14). Dobbiamo lasciarci afferrare dall’ abbraccio serrato e dolce di Dio, perchè «forte come la morte è l'amore; le sue vampe sono vampe di fuoco» (Ct 8,6). Potessero, queste vampe, lambirci in questi giorni di quaresima e scaldando i nostri cuori possano sciogliere le nostre resistenze, per arrenderci, finalmente, all'amore di Dio!

Ora, però, è necessario chiedersi: com’è questo Amore di Gesù?

 

 

L’ amore senza misura

 

7. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». (Gv 15,13).

Chi sono gli amici di cui parla Gesù? Sono forse coloro che ci amano? Gesù chiamò Giuda “amico” (cfr. Mt 26,50) non perché questi lo amasse (lo stava tradendo), ma perché lui lo “amava”! E ancora, «Quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo figlio» (Rom 5,10). Il sacrificio di Gesù rende evidente e concreto l’amore sconfinato di Dio che offre il Figlio per i nemici! E che senso ha, qui, la parola “nemici”? Non coloro che tu odi, ma coloro che ti odiano. Dio non odia nessuno, non considera alcuno “nemico”. Ecco il cuore amante di Dio, che capovolge i criteri dell’uomo, che ci spinge ad offrire noi stessi non solo per coloro che ci amano, ma per tutti coloro che siamo chiamati ad amare: gli “amici” e non per coloro che odiamo, perché l’odio è un sentimento che non appartiene a Dio ma, nonostante tutto, per quelli che ci odiano: i “nemici”! «Buoni e cattivi siamo, tutti ugualmente, suoi figli» [x].

Racconta il card. Van Thuan:

«Un giorno un carceriere mi domandò:

- Lei mi ama?

- Si, io vi amo.

- Ma noi l’abbiamo tenuta in prigione per tanti anni, senza giudizio, senza condanna, e lei ci ama. E’ impossibile! Forse non è vero!

- Sono stato tanti anni con lei e lei lo ha visto, è vero.

      - Quando Lei sarà libero, non manderà i suoi fedeli a bruciare le nostre case, ad uccidere i nostri familiari?

      - No, anche se volete uccidermi, io vi amo.

      - Ma perché?

      - Perché Gesù mi ha insegnato ad amare tutti, anche i nemici. Se non lo faccio, non sono più degno di essere chiamato cristiano.

      - E molto bello, ma difficile da capire.

Quanto ci hai amato, o Redentore nostro, quanto ci hai amato! Fa' che possiamo dirti anche noi con gioia e commozione: «Tu hai gridato, o Dio, e il tuo grido ha squarciato la mia sordità. E ora anelo a te» [xi].

 

 

Un amore attuale

 

8. Il cuore di Dio è un cuore pulsante! Non è un sentimento ormai passato, esaurito, stanco!. Non è un ricordo. L’evento di duemila anni fa è in atto, è vivo. Proprio per questo è sempre nuovo, diverso e ogni giorno entra con forza nella storia personale di ognuno, rendendola storia di salvezza! Gesù dice, ad ognuno di noi, le stesse parole che fece udire a Pascal «Io ti sono più amico del tale e del talaltro. Io ho fatto per te più di loro, ed essi non soffrirebbero mai quel che ho sofferto da te, non morirebbero mai per te nel tempo della tua infedeltà e delle tue crudeltà, come io ho fatto e sono pronto a fare an­cora per i miei eletti» [xii].

Un amore personale

 

9. Dio non ama la “collettività”! Morì «per noi» significa «per ciascuno di noi». Egli sceglie di salvare ogni uomo e ogni donna, entrando nella storia personale di ognuno, ma dentro una storia che è quella del popolo dei chiamati. «Mi ha amato e ha dato se stesso per me», dice l’ Apostolo (Gal 2,20). Dio non ha dunque amato una massa senza volto, ma i singoli, le persone, la vita di ognuno nella vita di tutti! Dio è amore per me! Ci sono milioni di particole che vengono consacrate ogni giorno nella Chiesa, ma ognuna di esse non contiene solo una particella del corpo di Cristo, bensì tutto Cristo. Così è del suo amore. Ci sono miliardi di uomini, ma ognuno non riceve in sorte una particella dell'amore di Cristo ma, tutto intero, tale amore. Tutto l'amore di Cristo è in me, e questo mi deve infondere gioia. Ma tutto l'amore di Cristo è anche nel fratello e nella sorella, e questo deve suscitare, per lui, rispetto, stima e carità.

 

 

L’Amore vive in me nella misura in cui amo: l’arte di amare

 

10. Benedetto XVI, nella Deus Caritas est, afferma che grazie all’Eucaristia noi veniamo coinvolti nel dinamismo dell’amore di Dio diventando partecipi della vita di Cristo. E prosegue: «Ora però c'è da far attenzione ad un altro aspetto: la « mistica » del Sacramento ha un carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti…. L'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l'unità con tutti i cristiani. Diventiamo «un solo corpo», fusi insieme in un'unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé.(…)  Un'Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Reciprocamente il «comandamento» dell'amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l'amore può essere «comandato » perché prima è donato» [xiii].

C’è un rapporto di reciprocità tra l’esercizio della carità (amore del prossimo) e l’essere partecipi della vita di Dio. «Tu dunque, - commenta Agostino - ama il prossimo e guardando dentro di te donde nasce quest’amore, vedrai, per quanto ti è possibile, Dio » [xiv].

Se l’amore può essere comandato perché prima è donato, è anche vero che l’amare è un’arte che bisogna conoscere, apprendere ed esercitare.  Un’ arte di cui i veri cristiani di tutti i tempi sono stati esperti protagonisti, divenendo motore di crescita umana e spirituale dell’epoca nella quale hanno vissuto. Scriveva Fromm: «La nostra civiltà molto raramente cerca d'imparare l'arte di amare e, nonostante la disperata ricerca di amore, tutto il resto è considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere. Quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi e quasi nessuna per conoscere l'arte di amare» [xv].

Se è vero quanto dice Fromm, e credo lo sia, ancora una domanda, allora, si impone: come esercitarsi ed esprimere nelle nostre comunità, nelle nostre relazioni, nella nostra stessa vita l’arte di amare? [xvi]

 

 

Amare tutti, senza preferenze di persone

 

11. Ricordate il brano del buon Samaritano? (Lc 10, 25-37). La domanda del dottore della legge è «chi è il mio prossimo?», mentre Gesù, dopo il racconto capovolge l’ interrogazione e riformulandola chiede allo stesso dottore: «Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?»  Se Dio non fa preferenze di persone, possiamo fare altrettanto! Non si tratta di decidere a priori chi è il nostro prossimo, sarebbe rischioso, perché si correrebbe il rischio di includere qualcuno e di escludere altri! Non siamo noi a decidere, ma di sicuro ognuno di noi è chiamato ad essere prossimo di qualcuno! «Per amare una persona bisogna accostarla... - diceva Madre Teresa e aggiunge - non curo mai le folle ma solamente le persone» [xvii]. Nella Novo millennio ineunte si legge che il primo passo da vivere nella spiritualità di comunione è «innanzitutto lo sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto» [xviii]. Gesù ha molto insistito su questo “proprium” dell'amore cristiano, e solo con questo atteggiamento del cuore si può costruire la pace vera sulla terra.

 

 

Amare per primi

 

12. L’amore che lo Spirito ha seminato nei nostri cuori è un amore completamente gratuito. Ama senza interesse, senza aspettare nulla di ritorno. Non ama solamente perché è amato, o per altri motivi pur buoni, come l'amicizia umana. Non sta a vedere se l'altro è amico oppure ostile, ma ama per primo, prendendo l'iniziativa. Cristo, quando eravamo ancora peccatori, irriconoscenti e indifferenti, è morto per noi (cfr. Rm 5,8). «Egli ci ha amati per primo», dice Giovanni (1Gv 4,19), e così dobbiamo fare anche noi. «Non aspettare di essere amato dall'altro, ma tu fatti avanti ed incomincia», raccomanda san Giovanni Crisostomo [xix].

 

 

Amare gli altri come sé stessi

 

13. «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,19) è la regola d’oro che troviamo in tutte le grandi religioni. Ghandi l’ha espressa quando ha affermato: «Tu ed io siamo una cosa sola, non posso ferirti, senza farmi del male» [xx]. Così, nella tradizione musulmana troviamo il detto: «Nessuno di voi è un vero credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per sé» [xxi].  Se applicata, questa norma sarebbe il volano per la piena pacificazione dei popoli.

Sempre nella Novo millennio ineunte  il Papa afferma che la spiritualità di comunione consiste nella «capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come “uno che mi appartiene”, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia» [xxii].

 

 

Amare facendosi prossimo

 

14. Gesù «… pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana,  umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 5-9). Guardando a Lui si comprende che niente bisogna anteporre al fratello, e si diventa disponibili a ogni rinuncia per far spazio al prossimo. E’ l’amore che porta al dono totale di sé. Quello di Gesù non è un amore che dà qualcosa: Egli dona se stesso!

Per ognuno di noi, quel «dare la vita» (cfr. Gv 13,1; 15,13) che Gesù ci chiede, non si compie certo con l'effusione del sangue, ma nel quotidiano, in tanti piccoli gesti. Nel metterci al servizio di tutti coloro di cui “siamo prossimi”, anche di coloro che, per qualche motivo, possono apparire «inferiori» a noi. In questo modo, si diventa «eucaristia» per gli altri, ci s’immedesima in loro, condividendo le loro gioie, i loro dolori; imparando a pen­sare con la loro testa, a sentire con il loro cuore, a vivere in loro: a «camminare nei loro mocassini», come dice un proverbio indiano.

 

Amare Gesù in ognuno

 

15. «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (Mt 25,40). Conosciamo bene questa espressione e quanto sia preziosa per la nostra vita: dichiara l’unica “materia d’esame” per essere introdotti definitivamente nel Regno. Stupiti, l’abbiamo vista realizzata pienamente nella vita e nell’azione di Madre Teresa: era l’unico motivo che la metteva in cammino lungo le bidonville di Calcutta, alla ricerca degli abbandonati, dei moribondi, degli emarginati d’ogni genere. Certo, per accorgercene, occorre «l’occhio semplice» che riflette il «cuore puro», quello che fa vedere Dio. «Possiamo amare Gesù anche nei familiari a cui diamo il buon giorno, con i quali recitiamo magari le preghiere del mattino e consumiamo la prima colazione. Possiamo amare Gesù nei prossimi durante il giorno, anche dietro la cattedra di una scuola dove insegniamo, o il banco del negozio, o lo sportello della banca dove lavoriamo... Possiamo amare il prossimo vedendo in lui Gesù anche in casa quando usiamo lo strofinaccio o la scopa, quando laviamo i piatti, o usciamo per fare la spesa. Possiamo amare Gesù quando scriviamo una lettera, o facciamo una telefonata, o partecipiamo a un convegno o scri­viamo un articolo. Possiamo amare Gesù nel prossimo quan­do preghiamo. tempre abbiamo questa favolosa possibilità, e possiamo essere certi che Egli ad ogni momento ci dice: «L'hai fatto a me»» [xxiii]. E’ stupenda la possibilità che abbiamo di amare il Signore in ogni circostanza, in ogni luogo, durante tutta la giornata. E’ il modo attraverso il quale la santità fuoriesce dai conventi ed entra nelle case, nelle scuole, negli uffici, nelle piazze …

 

 

L’ Amore reciproco

 

16. L’Amore tende alla reciprocità. E’ nella reciprocità che raggiunge la perfezione. «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore in noi è perfetto» (1Gv 4,12). A questo proposito, vanno colti due aspetti nell’insegnamento di Gesù: il primo è che l’amore reciproco deve avere la misura dell’amore che Lui ha per noi; il secondo è che proprio questo amore è tipico del cristiano e lo identifica.  «Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). E ancora: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri» (Gv 13,35). Il nostro amore per il prossimo, non sarà perfetto, non sarà pieno, se non sarà scambiato con gli altri discepoli di Gesù. Tutta la natura dell’uomo viene presentata in modo nuovo. E’ chiaro che io ho bisogno del prossimo. Risulta fondamentale il legame con lui: da solo non posso attuare quello che è lo specifico del cristiano; solo nella comunità potrò viverlo e realizzarlo pienamente. Così, Gesù ci svela quanto il nostro amore umano sia stato elevato, partecipando di quella comunione d’amore trinitario che, dall’eternità, è in cielo tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e diviene visibile in terra nella comunione d’amore umano-divino sulla quale i discepoli di Gesù fondano la Chiesa. Si compie, in questo modo, quanto Gesù ha chiesto al Padre: «L’amore con il quale mi hai amato sia in essi ed io in loro» (Gv 17,26). Giovanni Paolo II scriveva: «Se abbiamo contemplato il volto di Cristo, carissimi fratelli e sorelle, la nostra programmazione pastorale non potrà non ispirarsi al comandamento nuovo che egli ci ha dato»[xxiv].  Nelle nostre famiglie, come nelle comunità religiose e parrocchiali, nelle nostre associazioni e realtà ecclesiali, è necessario riscoprire l’arte dell’amore, occorre dichiararselo con semplicità e umiltà. È indispensabile ravvivare i rapporti, perché non siano ricoperti dalla cenere dell’indifferenza, dell’apatia e dell’egoismo.

 

 

Come coltivare e alimentare la comunione?

 

17. Il Vaticano II, orientando la sua attenzione sulla Chiesa come corpo di Cristo e popolo adunato nel vincolo d’amore della Trinità, «modifica - scrive De Fiores - l’impostazione della spiritualità e della pastorale in senso ecclesiale. La salvezza e perfezione della propria anima, su cui hanno tanto insistito predicatori e autori spirituali, è liberata dalla preoccupazione individualistica (...). Si sente l'esigenza (...) di vivere intensamente i legami di fraternità evangelica fino a formare comunità sul tipo di quella primitiva descritta come ideale dagli Atti degli Apostoli» [xxv].

 

 

Mai senza l’altro

 

18. E’ questo il tema intorno al quale la diocesi di Locri ha voluto imbastire il suo sinodo, ed è anche il tema di un libro di Michel de Certeau. Una vita veramente umana non è concepibile senza l’altro; la tragedia non è la diversità, ma l’indifferenza, la chiusura, la contrapposizione. La ricerca dell’unione nella differenza è l’ascetica dei tempi moderni ed è la via per entrare nella mistica della comunione. In quest’epoca, lo Spirito Santo chiama con forza gli uomini a camminare accanto ad altri uomini; anzi, ad essere con tutti quanti lo vogliono un cuore ed un'anima sola. "Io-il fratello-Dio": ecco la formula della vita spirituale. Si va a Dio insieme con l'uomo, insieme con i fratelli; anzi, si va a Dio attraverso l'uomo. Resta importante il raccoglimento, il silenzio, per ascoltare la voce di Dio nel proprio cuore. Anche Gesù si ritirava in disparte a pregare. Resta vero, però, che non si può amare Dio che non si vede se non si ama il prossimo che si vede. Non è rara l'esperienza di sperimentare una unione più profonda con Dio al termine di una giornata trascorsa al servizio concreto ed estenuante dei tanti prossimi incontrati. Si può dire che chi va al fratello in modo corretto, cioè evangelico, amando come il vangelo insegna, si ritrova più uomo, anzi più Cristo.

 

 

La comunicazione attraverso la parola

 

19. Uno dei diversi movimenti di spiritualità familiare predica il “dovere di sedersi”. Un rapporto concreto lo si costruisce attraverso il buon ascolto e la comunicazione di sé. Quanti dialoghi all’interno delle famiglie, delle comunità religiose e parrocchiali sono elenchi della spesa o ordini di servizio o discorsi sugli altri a volte, oltretutto, imbottiti di giudizi! Tutto allora diventa arido ed opaco ed è condannato alla sterilità. L’esistenza della famiglia cristiana è basata sul sacramento del matrimonio che ha il suo fondamento nel patto coniugale. Occorre esercitarsi a dirsi nuovamente e quotidianamente l’amore espresso nel patto, attraverso gli innumerevoli linguaggi che lo esprimono. In questo modo, la grazia del sacramento è viva ed opera nella famiglia e anche all’esterno. Le nostre comunità parrocchiali hanno il loro fondamento costitutivo nella celebrazione Eucaristica. E’ il patto della Nuova Alleanza nella quale il Cristo-Risorto c’introduce, rendendoci partecipi della sua vita e membra del suo Corpo. Quanto la ritualità esprime, deve diventare la nostra vita, attraverso stili di comunione che caratterizzano il vissuto quotidiano. E’ sempre attuale quanto scrive l’Apostolo ai Corinzi: «Ciascuno, pertanto, esamini sé stesso e mangi di questo pane e beva di questo calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,29). Qui, parlando di “riconoscere il corpo di Cristo”, l’Apostolo si riferisce alla realtà della comunità, e dei legami di interdipendenza e d’uguaglianza che la contraddistinguono. Ed afferma che, se nelle relazioni intracomunitarie neghiamo quello che la celebrazione attualizza, risultiamo condannati dalla stessa realtà che celebriamo. Quanto Paolo scrive dopo, come conseguenza di questa incongruenza tra vita e sacramento è indicativo: «E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti» (1Cor. 11,30). Non è certamente fuori posto cogliere, in queste parole, un’allusione sia al rachitismo spirituale e alla scarsa vitalità che a volte riscontriamo nelle nostre comunità cristiane sia a chi si allontana da esse. Occorrerebbe rileggere con una certa continuità tutti brani parenetici delle lettere paoline, per cogliere l’esigenza di un continuo richiamo alla realtà dell’essere unico Corpo di Cristo e a vivere di conseguenza.  Così, per esempio, scrive agli Efesini: «Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore,  cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione;  un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.  Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,1-6).

 

 

La mortificazione e le penitenze in funzione della comunione

 

20. La vita di comunione non è facile per l’uomo vecchio che vive sempre dentro di noi. L'unità fraterna, certo, non si compone una volta per tutte ed occorre sempre ricostruirla. Ma proprio perché è il Bene sommo, è fondamentale disporsi ad affrontare ogni sacrificio pur di custodirla e, se incrinata, ricostruirla. San Paolo, che scrive ai Romani dicendo «accogliete tra voi chi è debole nella fede, ma non per discuterne le opinioni» (Rom 14,1), ci fa cogliere che la carità vale ben più delle nostre idee. Di qui, la sottolineatura continua della sopportazione reciproca, per tener viva la carità. Mi piace far cogliere che “sopportare”, etimologicamente, significa “farsi carico”, “prendere su di sé”. Dobbiamo esercitarci continuamente in questo: infatti, è meglio il meno perfetto in accordo con gli altri, che il più perfetto in disaccordo. Piegarsi, piuttosto che rompere, è una delle caratteristiche, forse dolorose ma benedette da Dio, per mantenere la comunione. Gesù Crocifisso, verso il quale teniamo rivolto lo sguardo, è morto per l’unità dei suoi discepoli e perché,  grazie ad essa, il mondo creda.

Anche i voti che, tradizionalmente, contraddistinguono la vita consacrata hanno un senso in ordine alla comunione e servono alla comunità: quello d'obbedienza per rendere più sicura l'unità con i superiori; quello di castità per aver un cuore puro atto ad amare Gesù in ogni prossimo; quello di povertà per essere pronti a realizzare con i fratelli la comunione dei beni.

La preghiera comunitaria

 

21. Vi è un'immagine molto bella nella tradizione patristica che descrive la Chiesa come la “luna”: nella notte essa brilla non di luce propria, ma di luce riflessa, quella del sole che è Cristo. Quanto più si lascia baciare dai suoi raggi, tanto più si illumina la notte del cuore umano e della storia. La preghiera, specialmente nel suo culmine e nella sua sorgente, che è la liturgia ma anche nella sua preparazione e dilatazione, che è la pre­ghiera personale, è il luogo in cui ci lasciamo inon­dare dalla luce del sole, Cristo, per diventare capa­ci di vivere la comunione e di annunciare il Vangelo della comunione

La preghiera ci aiuta a convertirci a Cristo, sor­gente vera della nostra comunione. Così pregava il card. Van Thuan durante la prigionia: «La comunione è un combattimento di ogni istante. La negligenza di un solo momento può frantumarla; basta un niente,- un solo pensiero senza carità, un pre­giudizio ostinatamente conservato, un attaccamento sentimentale, un orientamento sbagliato, un'ambizione o un interesse personale, ua'azione compiuta per se stessi e non per il Signore... Aiutami, Signore, a esami­narmi così- qual è il centro della mia vita? Tu oppure io? Se sei Tu, ci raccoglierai nell'unità. Ma se vedo che intor­no a me pian piano tutti si allontanano e si disperdono, questo è il segno che ho messo al centro me stesso» [xxvi].

 

 

Percorsi di comunione

 

22. Il card. Van Thuan aveva un sogno: “Sogno la Chiesa del Terzo Millennio come casa che custodisce la presenza del Dio Vivente, come Città santa che scende dall’alto; non come un insieme di pietre sparse, ma come costruzione articolata e armoniosa, resa compatta dalla comunione vissuta. Sogno questa Città, che custodisce l’Agnello come fonte di luce per l’intera umanità» [xxvii].

Non è questo il Sogno di Gesù? Non è anche il nostro Sogno? Occorre inventare, attivare e percorrere, senza indecisioni, percorsi di comunione.

 

 

La partecipazione

 

23. E’ determinante, per la Chiesa che si affaccia nel Terzo Millennio, la piena corresponsabilizzazione dei fedeli laici nella vita e nell'apostolato della comunità cristiana. Tale coinvolgimento è un fattore “co-essenziale” e perciò indispensabile, per una pastorale "a tutto campo"; tanto che in un passo del Concilio si legge: «all'interno della comunità eccle­siale l'azione (dei laici) è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei Pastori non può per lo più raggiungere la sua piena efficacia» [xxviii]. È il tempo, dunque, di favorire nei no­stri laici l'assunzione consapevole e fattiva del ruolo che loro spetta nella Chiesa,  funzione che non è soltanto "esecutiva", "ausiliaria" o "suppletiva", rispetto a quella svolta dalla Gerarchia, ma costitutiva e complementare, perché solo in questa interazione comunionale la Chiesa trova le vie per diventare sé stessa. Certamente, l'obiettivo-partecipazione non si conseguirà imboccando indebite scorciatoie. E' indispensabile, perciò, promuovere un apprendistato ecclesiale, un vero tirocinio pastoral­e, per allenare la nostra gente a vivere l'unità, facendo la verità nell'amore (cfr. Ef 4,15). Se la preparazione teologica di base manca, o risulta inadeguata; se i compiti vengono distribuiti, ma non condivisi in una sana "collegialità"; se le abilità personali risultano “acerbe” o declinate troppo al “singolare”, i collaboratori rischiano di generare più dissonanze che contributi per una pastorale dell'unità. L’esercizio efficace della corresponsabilità nella Chiesa è proporzionale al grado in cui si impara a co-essere e a co-agire: ciò richiede la graduale emancipazione da istanze privatistiche ed egocentriche, che ciascuno di noi ospita dentro di sé.

 

 

Il discernimento comunitario

 

24. In cosa consiste il discernimento comunitario? Prima di tutto, verificare lo stile e il livello di fraternità presente nelle nostre comunità, in modo che esso diventi il mezzo privilegiato, per leggere la situazione vitale in cui la comunità e i singoli debbono annunciare il Vangelo ed il luogo dell’invocazione dello Spirito Santo, per comprendere come dare ragione della speranza che è in noi.

Si tratta non tanto di rispondere alle questioni poste dalle varie situazioni e realtà, ma di attivare una lettura comunitaria delle medesime, per coglierne le risorse in ordine all’evangelizzazione e all’azione della comunità. I punti qualificanti di questo percorso sono: la docilità allo Spirito e l’umile ricerca della volontà di Dio; l’ascolto della Parola di Dio; l’interpretazione dei segni dei tempi alla luce del Vangelo; la valorizzazione dei carismi nel dialogo fraterno; la creatività  spirituale, missionaria, culturale e sociale; la cura nella progettazione e la verifica [xxix].

I Consigli Pastorali Parrocchiali, le varie équipes di catechisti e di animatori, devono imparare a pensare insieme, ad elaborare progetti e itinerari formativi, azioni caritative, iniziative culturali e a farne, naturalmente, la dovuta verifica. E’ in questo modo, che le nostre comunità diventano scuole e palestre di comunione e forze propulsive, per la crescita della società.

 

 

Il dialogo

 

25. Il dialogo, secondo le felici espressioni di Paolo VI, rappresenta il «nuovo nome della carità» e la principale «via della Chiesa». E la strada del confronto leale e costruttivo passa attraverso il riconoscimento della incomparabile dignità di ogni uomo, a cui la Chiesa attribuisce un valore centrale, «… perché l’uomo – ogni uomo, senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo; perché con l’uomo, con ciascun uomo - senza eccezione alcuna - Cristo è, in qualche modo, unito, anche quando quell’uomo non è di ciò consapevole» [xxx]. L’apertura intelligente e perseverante al dialogo nasce, dunque, dalla convinzione che se ogni persona conta immensamente davanti a Dio – che l’ha creata e redenta con infinito Amore – non può non avere un valore inestimabile per gli altri uomini.

Perciò, dobbiamo spendere le nostre migliori energie nella costruzione di un dialogo aperto su più versanti.

-         Anzitutto, il dialogo intraecclesiale, che consiste (riconoscendo e valorizzando – nel giusto ordine e nella dovuta connessione – carismi, funzioni e ministeri) nel farsi tessitori  di unità nella dimensione “verticale”, con quanti, cioè, sono chiamati a presiedere la comunità, come anche in quella “orizzontale”, cioè con gli altri fratelli che, a vario titolo, vivono la loro appartenenza al Popolo di Dio.

-         Dalla “passione” per la Chiesa-una, scaturisce il dialogo ecumenico. E’ quello che avanza attraverso l’incontro fraterno di cristiani appartenenti a diverse confessioni, intenti a percorrere, insieme, le strade del Vangelo, verso la completa ricostituzione della comunione. Esso rappresenta, certamente, uno dei “segni” più evidenti che un tempo nuovo è stato inaugurato dallo Spirito Santo e che il desiderio di unità non tollera più divisioni e inimicizie tra fratelli in Cristo.

-         Il dialogo interreligioso – specialmente in questa epoca di globalizzazioni e migrazioni planetarie – non può non occupare un posto centrale nelle attenzioni e nei progetti di coloro che vivono per la comunione. Essi sono consapevoli che le varie tradizioni religiose contengono e offrono “semi del Verbo”, cioè elementi di verità e di bene, che la Chiesa riconosce con gioia e rispetto.

-         Il dialogo interculturale , in una civiltà divenuta planetaria, richiede l’impegno a scrivere nuove pagine di carità intellettuale e sociale, cercando, con perseveranza, tutti gli elementi d’autenticità e di bellezza sparsi nelle varie culture, per unirli, come perle di una splendida collana, attraverso il filo d’oro del Vangelo.

 

 

Nel mondo con simpatia e nello stile dell’Alleanza.

 

26. Il percorso fatto fin qui ci apre la mente e il cuore alla sorprendente grandezza dell’Amore di Dio che si è rivelato, e comunicato, in Gesù Cristo, il Crocifisso-Risorto. «Noi abbiano riconosciuto è creduto all’Amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16) è la più bella, e vera, professione di fede del cristiano. Il «noi» mette in risalto la dimensione comunitaria della nostra fede, fondata sul suo stesso contenuto: Dio-Amore, la Uni-Trinità. Allo stesso modo ci dice,  anche, che tutto va accolto, pensato e vissuto «insieme». E’ grazie a questo Amore che siamo venuti alla vita; in questo Amore dimoriamo e di questo Amore viviamo, per divenirne pienamente partecipi.

E’ il tesoro portato in vasi di creta, ed è proprio il nostro essere vasi di creta a rendere questo Amore accessibile a tutti. «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro celeste.» (Mt 5,16): diventare testimoni dell’Amore, che è più forte della morte, è la missione di tutti noi.

Lo stile della nostra presenza nel mondo deve scaturire dal cuore stesso del Padre che, quando eravamo ancora suoi nemici, ha mandato il Figlio per noi. Una profonda simpatia, dalla quale nasce la “compassione” - di cui spesso ci parla il Vangelo - che spinse Gesù, il Figlio del Padre, a predicare e a guarire - prima - e a consegnare - infine - sé stesso alla morte di croce. Ogni atteggiamento di paura, il rimpianto di un passato che non c’è più, il pessimismo per un futuro segnato dalla decomposizione, il giudizio di condanna, non possono aver posto nella nostro cuore, spazio nelle nostre riunioni, né devono indirizzare le nostre scelte e le nostre azioni.

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» [xxxi]. In queste parole la Chiesa ha espresso il suo amore appassionato per gli uomini di ogni tempo, e l’impegno di giocarsi totalmente al servizio di essi.

 

 

Conclusione

 

27. Alcune parole dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger mi offrono lo spunto per concludere: «La Chiesa non è un apparato; non è semplicemente un'istituzione; non è neppure soltanto una delle consuete entità sociologiche - essa è Persona. È Donna. È Madre. È vivente. La comprensione mariana della Chiesa è il più forte e decisivo contrasto ad un concetto di Chiesa puramente organizzativo o burocratico. Noi non possiamo fare la Chiesa, noi dobbiamo essere Chiesa. E soltanto nella misura in cui la fede, al di là del fare, informa il nostro essere, noi siamo Chiesa e la Chiesa è in noi. E soltanto nell'essere mariani che diventiamo Chie­sa. Anche all'origine, la Chiesa non fu fatta, ma nac­que. Nacque quando nell'anima di Maria emerse il fiat. Questo è il desiderio più profondo del Concilio: che la Chiesa si risvegli nelle nostre anime. Maria ci indica la via» [xxxii].

La Chiesa vive in una terra dolorosa, drammatica e magnifica. La nostra epoca è, sicuramente, un’epoca di grandi passaggi e presenta i tratti di una «notte oscura collettiva»[xxxiii]. Tra le caratteristiche di questa epoca c'è il predominio del razionalismo, che ha plasmato una cultura che tende, attraverso le varie scienze, a manipolare le realtà naturali, lo spirito e, perfino, la vita umana. Per cui, l'umanità ri­schia di diventare vittima di un mero positivismo del «fare» e dell'«avere». La risposta della Chiesa a questa notte è essere Amore, perché - come afferma il titolo di un pic­colo volume di Balthasar  - «solo l'amore è credibile». Senza amore fino all'unità, non c'è credibilità. Ed ecco perché Maria «ci indica la via».

 

 

Maria è: Amore accolto, Amore corrisposto, Amore condiviso.

 

28. Amore accolto. Durante tutta la sua esistenza, Maria riceve tutto da Dio. Sta qui la sua straordinaria missione, che si prolunga nella Chiesa: tutto ha origine da Dio, viene dall’alto. Maria è colei che si rende accogliente. Così nell’annunciazione e nel concepimento verginale. Lei stessa lo ha testimoniato nel Magnificat: «Il Signore ha fatto grandi cose in me… ha guardato l’umiltà della sua serva», come ha evidenziato mettendosi in uno stato di continua accoglienza e contemplazione del Dono: «conservava queste cose meditandole nel suo cuore».

Amore corrisposto. Colmata dalla grazia di Dio, Maria è, con tutta sé stessa, risposta incondizionata al Signore. Si consegna totalmente al disegno di Dio e lo percorre fino in fondo. E’ «colei che ha creduto», così la definisce Elisabetta, e così la possiamo cogliere in tutte le situazione del suo «pellegrinaggio della fede»:  da Nazareth alla fuga in Egitto, a Cana di Galilea, al Gòlgota, al Cenacolo.

Amore condiviso. Maria, essendo tutta di Dio, condivide la sua stessa passione per l’uomo, per ogni uomo. Nel suo accorrere alla casa della cugina Elisabetta, nel suo porgere Gesù bambino ai Magi venuti dall’oriente, nella sua premura per gli sposi nelle nozze di Cana, nel suo divenire madre di Giovanni e di tutti noi, nulla trattiene per sé e tutto dona, senza riserve.

Da Maria, la Chiesa impara a realizzare il profilo che il Concilio ha disegnato di lei: ad essere totalmente immersa nel Mistero, a farsi Comunione in tutti gli aspetti della sua vita, a proiettarsi verso la Missione.

 

Ogni volta che parliamo e cantiamo della Vergine Maria, parliamo e cantiamo della Chiesa, parliamo e cantiamo di ciascuno di noi:

 

Ave regina dei cieli

Ave, signora degli angeli,

porta e radice di salvezza,

rechi nel mondo la luce.

Godi vergine gloriosa,

bella tra tutte le donne.

Salve, o tutta santa,

prega per noi Cristo Signore [xxxiv].

 

                                                                                            Vostro nel Signore,

                                                                                        + Gianfranco, vescovo

 

Termoli, dalla Casa Vescovile, 2 Febbraio 2008.

Festa della Presentazione del Signore

Giornata della Vita Consacrata.

 

 

 

 

Note:

 


[i] cfr. Sant’Agostino, Commento alla lettera di Giovanni.

[ii] Sant’Agostino, De catechizandis rudibus,  VI, 10.

[iii] Cfr. P. Coda, Dio che dice Amore, p.

[iv] cfr. idem De Trinitate, VIII,10,14.

[v] cfr. P. Coda, Dio che dice Amore, cap. V.

[vi] cfr. Deus Caritas est, 12.

[vii] cfr. S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, pp194-200.

[viii] Cfr. P. Coda, ivi

[ix] cfr. Unitatis redintegratio, 10.

[x] cfr. Mt 5, 45 e R. Cantalamessa, Noi predichiamo Cristo Crocifisso, pag. 118.

[xi] Sant’Agostino, Confessioni, X, 27.

[xii] B. Pascal. Pensieri, 806.

[xiii] cfr. Deus Caritas est, 15.

[xiv] Sant’Agostino, Trattati su Giovanni 17, 7-9.

[xv] cfr E. Fromm, L’arte di amare, p. 18.

[xvi] Nella individuazione delle caratteristiche dell’arte di amare mi sono ispirato al testo L’arte di amare, di Chiara Lubich, Città Nuova Editrice, 2005.

[xvii] Madre Teresa di Calcutta, Tu mi porti l’amore, Roma 1977, p. 48.

[xviii] cfr. Novo millennio ineunte, 42.

[xix] Giovanni Crisostomo, in Ep. Ad Rom., 2,42, PG 60,605.

[xx] cit. in W. Muhs, Parole del cuore, Milano 1996, p. 82.

[xxi] An-Nawawi, Quaranta Hadith. CESI, Hadith 13, riferito da Bukari e Muslim, p. 64.

[xxii] cfr. Novo millennio ineunte, 43

[xxiii] C. Lubich,  L’arte di amare p. 97.

[xxiv] cfr. Novo millennio ineunte, 42.

[xxv] S. De Fiores, Spiritualità contemporanea, in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Roma 1978, p. 1535.

[xxvi] F.X. Van Thuan, Scoprire la speranza, Roma 2006, p. 70.

[xxvii] F.X. Van Thuan, Testimoni della Speranza, Roma 2000, p. 211.

[xxviii] Apostolicam Actuositatem, 10.

[xxix] cfr. CEI, Con il dono della carità dentro la storia, n. 10.

[xxx] cfr. Redemptor Hominis, 14.

[xxxi] Gaudiun et Spes, 1.

[xxxii] cit. in F.X. Van Thuan, Testimoni della Speranza, p. 243.

[xxxiii] cfr. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V,3 (1982), Città del Vaticano 1983, pp 1141-1142.

[xxxiv] dalla liturgia.

 

 

 

 


 

Fonte :  www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/vis_diocesi.jsp?idDiocesi=200   Lettera pastorale per la Quaresima 2008 di S.E. Rev.ma Mons. Gianfranco DE LUCA , Vescovo di Termoli-Larino .