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RELIGIONE : cristianesimo : L'Eucaristia, fons et culmen della vita spirituale, di Padre Cesare Falletti O.Cist.

 

L'EUCARISTIA , FONS ET CULMEN DELLA VITA SPIRITUALE

di Padre Cesare Falletti O.Cist.

 

 

Il titolo di questa conferenza dice subito che al centro della vita di un cristiano c’è l’Eucaristia, e sappiamo quale importanza abbia nella vita cristiana la celebrazione e la partecipazione alla Messa, ma forse non sempre cogliamo la grande ricchezza che essa contiene e ci offre. Purtroppo spesso la celebrazione di una Messa è l’unico modo con cui i cristiani possono pensare di festeggiare o vivere un momento importante della loro vita, anche in ambiti non religiosi. Si celebra una Messa per sottolineare un’occasione festosa d’incontro e forse anche perché si sente il bisogno di accompagnare tale momento con una preghiera. Ma si rischia così di sminuire o addirittura far evaporare la grandezza del Sacramento, il suo significato e la sua portata. Si diventa spettatori assolutamente indifferenti all’evento a cui si è presenti. Per questo ogni tanto è bene ritrovarne il senso per avere un vero alimento per la vita spirituale e non solo per quella sociale. Ciascuna di queste due non esclude l’altra, ma resta la tentazione di nascondere il senso dell’una dietro la celebrazione dell’altra. Il senso sociale rischia di occultare il senso spirituale dell’Eucaristia, come un accento troppo spirituale o intimista (in genere non giusto) occulta la portata sociale di alcuni atti umani
Per questo vorrei fare alcune considerazioni che ci introducano all’Eucaristia e che inquadrino la vita spirituale, ben sapendo che non toccherò che pochissimi aspetti e in modo imperfetto e insufficiente, e sperando di non cadere in eresie troppo grosse, perché l’Eucaristia è un sacramento estremamente grande e misterioso.

Per una vita spirituale, occorre che ci sia un’unificazione della vita dell’uomo, che non può essere frazionata in settori distinti e autonomi. L’uomo è uno nelle sue varie dimensioni: corporale, intellettuale, spirituale, cordiale, affettiva, relazionale, ecc. E queste operano in sinergia rendendolo unico e irripetibile.
Questa unità dell’uomo rimane tale se ha un centro verso cui convergono tutte le sue attività e che unifica le differenze e fa in modo che le varie opposizioni che troppo spesso lacerano il “cuore” – e con questo termine intendo, come nella Bibbia, il centro vitale, il motore dell’uomo – trovino un cammino verso l’unificazione, perché il cuore, ferito dal peccato, si disperde e non coglie facilmente l’oggetto della sua sete.
“Più fallace di ogni altra cosa, dice il Signore in Geremia, è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori” (Ger 17,9-10). Non c’è vita spirituale se non c’è qualcuno o qualcosa – ma è troppo poco qualcosa, ci vuole qualcuno – che raccolga il cuore ed eviti che si disperda come acqua versata. E in Geremia il Signore stesso si presenta come il medico che cura questa malattia dell’anima perché la conosce, cioè comprende il suo segreto grazie al suo amore unificante.
Per questo il cristiano non ha altro centro che il mistero di Cristo, immagine e porta per la comunione con la Trinità, e la vita spirituale del cristiano è il mistero di questa comunione che unifica l’uomo con Dio, l’uomo con i fratelli, attraverso il mistero della Chiesa, e l’uomo con se stesso che unifica il cuore dell’uomo, e, proprio perché la Trinità è una comunione, lo porta a una comunione con i fratelli, attraverso il mistero della Chiesa, e così lo guarisce dalla malattia della disgregazione mortifera e dalla dispersione che lo vanifica.
Quindi la vita spirituale è uno sguardo, o, più ancora, una entrata nel Mistero, non nel senso dei misteri pagani adatti solo per pochi iniziati, ma come luogo in cui l’uomo entra attraverso la fede e raggiunge così la vera dimensione di sé: è creatura nelle mani del Creatore e, in relazione con Lui, in quelle mani, trova la sua unità e la sua pienezza in modo particolare nella carità.

La mistica in questo senso non è un qualche cosa di straordinario e da guardarsi con sospetto, ma la vita normale del credente, che non ha solo delle dimensioni orizzontali e relazionali, anche se la carità deve essere al centro della sua vita, ma il cristiano vive naturalmente in un’apertura alla dimensione divina, che gli è già data e gli è continuamente data, anche se non può ancora coglierla totalmente. L’atto di fede gli fa sapere, al di là dell’esperienza e del sentimento, che sono fallaci, qual è l’asse centrale e portante della sua vita.

La vita mistica del credente non è neanche semplicemente una vita in verticale, attenta soltanto alle realtà divine. Il mistico non è qualcuno disattento alle realtà terrestri, quasi non avesse i piedi per terra e fosse dispensato dal camminare sulle strade del mondo. Non mi sembra neppure pienamente adatta a rappresentare la vita mistica del cristiano la figura della croce, con i due assi, verticale e orizzontale, che s’incrociano, ma restano indipendenti. La figura del cerchio, che unisce le varie dimensioni dell’uomo in un unico movimento senza confini e senza rotture, mi sembra molto più adatta, anché perché essa ci ricorda la pericoresi trinitaria, la comunione della Trinità, che è la sorgente della nostra conoscenza, del nostro amore e quindi di tutta la nostra vita mistica.

E la comunione mistica con Dio la viviamo attraverso la fede in Gesù Cristo, Dio “a nostra portata”, e nello Spirito, che ci dà la forza, l’intelligenza, la sapienza e gli altri suoi doni perché possiamo accogliere il mistero che ci è dato.
Dio stesso viene a noi perché possiamo conoscerlo e unirci a Lui in un mistero che diventa sempre più nuziale, cioè di un amore gratuito, ricevuto e poi dato, che ha come ragione lo stesso amore. Abbiamo una relazione con Dio perché siamo amati e perché lo amiamo, non perché siamo uguali a Lui (anzi la differenza è essenziale per la nuzialità), ma perché si diventa uno nel dono di se stessi gratuito e reciproco.
È quindi chiaro che per un cristiano vita spirituale significa unione con il Dio Trinità, manifestato in Gesù Cristo e che continua a offrirci la sua vita nello Spirito Santo.
“Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera, ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.” (1 Ts 5,9-10). E la salvezza è la comunione con Dio nel cammino sulla terra (sia che vegliamo sia che dormiamo).

Gesù oggi è il dono divino che ci raggiunge con la pienezza del suo mistero di Incarnazione, Morte e Risurrezione, con la sua umanità gloriosa, ma sempre donata come sacrificio di adorazione del Padre.
Qui sta davvero la sorgente e il culmine di ogni vita cristiana; non possiamo trovarne altri. S. Paolo ce lo fa capire dicendo: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1 Co 2,2). E S. Paolo non parla solo del Cristo crocifisso, ma anche sempre del Signore glorioso.

Questa vita di comunione con Dio la viviamo in particolare nella liturgia, atto della vita cristiana che raccoglie in sé tutta la forza dell’attività umana, per orientarla verso il Creatore e Signore dell’universo, e che insieme dà vita e slancio alla stessa attività, perché la liturgia non solo raccoglie ciò che è stato fatto e lo offre a Dio, ma raccoglie anche la forza di Dio e ci fa agire sulla terra, valorizzando i doni che il Signore fa all’uomo. La liturgia valorizza la sua intelligenza, valorizza la sua volontà, tutte le sue capacità, perché egli collabori alla trasfigurazione del mondo.

La Costituzione conciliare sulla liturgia recita: “La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa, e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù. Poiché il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il Battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al Sacrificio e alla mensa del Signore.
A sua volta la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei “sacramenti pasquali”, a vivere in “perfetta unione” e domanda che “ esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede” (SC 10) .
L’uomo vive di fede, ma ha bisogno di esprimerla e di viverla in modo umano, cioè coinvolgendo il corpo tanto quanto lo spirito. La liturgia tiene in un giusto equilibrio queste due dimensioni dell’uomo, rendendole cooperanti, per dargli una vita senza squilibri né verso un’eccessiva materalità, né verso una una spiritualità spinta all’estremo. È vita, nell’equilibrio della vita.

La liturgia è, quindi, il culmine e la fonte della vita cristiana e della sua spiritualità, ma tutto in essa è orientato verso l’Eucaristia, che ne è il centro, e che realizza la pienezza della liturgia, del nostro culto a Dio, del nostro incontro con Dio.
Ogni altra attività della Chiesa trova il suo fine e la sua sorgente nell’Eucaristia, che si tratti della predicazione della Parola o delle opere di carità, della celebrazione degli altri sacramenti o della preghiera personale.

Tenendo conto di questo, possiamo guardare all’Eucaristia, che è il sacramento di Cristo nel suo movimento pasquale, cioè Cristo incarnato, morto, risorto e glorificato per noi, come alla sorgente e al culmine della nostra vita spirituale, della divinizzazione a cui siamo chiamati e che ci è offerta.

Dio ci vuole suoi amici e, per farci suoi amici, ci rende capaci di stare con Lui, in un certo senso, simili a Lui, e questa è la divinizzazione, e l’Eucaristia è il sacramento che significa, cioè ci fa vedere, e realizza la nostra unione con Cristo: unione insieme della persona singola e di tutta la Chiesa, e quindi anche fra gli uomini e in particolare fra i battezzati e i credenti, che sono la primizia di tutta l’umanità redenta e divinizzata : questo è il progetto della creazione.
L’Eucaristia è anche il sacramento che realizza pienamente il nostro essere uomini, persone capaci di comunione nell’amore, e anticipa ciò che vivremo coscientemente e nella felicità piena della comunione trinitaria: partecipazione all’amore stesso che abita Dio nella sua Trinità e che ci unifica, amore che si diffonde, attraverso gli uomini, a tutti gli uomini del presente e del passato (in realtà sempre presenti), e piena realizzazione e accettazione del nostro stato di creature.
L’Eucaristia è per noi un atto vitale, che comporta nello stesso tempo un atteggiamento interiore di fede e un rito, che non è qualche cosa di superficiale, ma è vita ed espressione umana, perché l’uomo, per vivere gli eventi importanti, ha bisogno di celebrare.

L’Eucaristia si presenta quindi come una celebrazione in cui l’uomo non solo riceve la Grazia ma deve rendersi disponibile ad accoglierla con un atto libero: egli va verso il dono, spinto dallo Spirito, a cui corrisponde nel momento in cui decide e si muove per “andare a Messa”. Il Battesimo l’ha immerso nella vita dello Spirito Santo che lo invita e lo conduce verso una piena divinizzazione dandogli la libertà, la capacità di porre atti d’amore, cioè di libera volontà unitiva.
Questa volontà non può essere soltanto un desiderio privato, intimo, ma, per la natura dei sacramenti, è anche volontà (almeno implicita) di vita ecclesiale, cioè di unione con tutti i battezzati, di cammino comune verso un unico Centro, di unità che si realizza sempre di più, a mano a mano che ci si avvicina al Centro.
Certo questo non è sempre avvertito o cosciente, ma non si partecipa all’Eucaristia senza questo cammino che riunisce la Chiesa, neanche se il sacerdote per un qualche motivo celebra da solo o se c’è un solo fedele presente.

E il cammino fisico, il fatto di “andare a Messa” non è indifferente, l’unione con Dio avviene anche perché noi usciamo, andiamo, camminiamo in un movimento concentrico, cioè tutti camminiamo verso lo stesso Centro, e questo è già segno dell’unità della Chiesa che converge tutta verso il mistero pasquale e in esso verso la Trinità.
Questo movimento è anche segno di conversione: mi stacco dal mio mondo e mi dirigo “verso”, mi converto a Dio, ma anche alla comunione fraterna, perché trovo un posto dove tutti i convertiti sono venuti, quindi vivo il rito nell’assemblea, regolare o occasionale, ma sempre della stessa Chiesa, unita nella stessa fede, quella Chiesa che talvolta apprezzo o che talvolta mi rende insofferente, ma che, guardata nella fede, rimane la mia famiglia, il mio luogo, o meglio famiglia e luogo di Dio a cui sono invitato, convocato, chiamato, e che mi è data come dono. L’assemblea eucaristica a cui partecipiamo è un dono di Dio a ciascuno di noi, anche se il suo volto talvolta ci può dare fastidio. È già Grazia poter essere in mezzo ad un’assemblea che celebra, e questa Grazia ci chiama a una conversione verso i fratelli: infatti la conclusione di questo primo movimento eucaristico mi fa dire: “Confesso a Dio e a voi fratelli”, cioè fin dall’inizio non c’è solo un rapporto fra me e Dio, ma riconosco che non posso avanzare verso Dio se ciò che mi separa da Dio e dai fratelli non è stato messo in chiaro (per questo diciamo : “ho peccato”) e quindi orientato verso una conversione, e neppure se non sono consapevole che ogni colpa verso Dio è anche ferita inflitta ai fratelli. Non è un convergere di santi, ma almeno di aspiranti alla santità, nella carità divina e fraterna: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36), “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48), e questa perfezione consiste unicamente nella carità fraterna.

Anche l’ascolto della Parola ci orienta verso la pienezza della comunione: ci dà la conoscenza e ci chiama alla risposta. Non si può amare senza voler conoscere sempre più a fondo; quando si ama qualcuno, si dice ancora: “dimmi chi sei, che cosa pensi, che cosa vuoi, che cosa desideri”. Ma la Parola ci fa anche prendere coscienza di chi è l’uomo, non solo di chi è Dio, perché tanta Parola di Dio parla dell’uomo. Quindi andare verso l’Eucaristia è conoscersi e conoscere i fratelli, non di una conoscenza curiosa e giudicante, ma della conoscenza paterna che Dio stesso ha dell’uomo e che Egli ci comunica, insegnandoci chi è l’uomo nella sua Parola.

E allora la Parola ci apre al Sacramento e noi rispondiamo, attraverso il celebrante, con una grande preghiera: la Preghiera Eucaristica, in cui Dio e l’uomo s’incontrano in un’azione trasformante (la transustanziazione) del pane e del vino, ma anche di tutta l’assemblea, nel Corpo e Sangue del Figlio, grazie all’azione dello Spirito Santo, che viene invocato nell’epiclesi sulle offerte, ma anche sulla comunità, perché questa sia resa atta a ricevere la santificazione e a diventare, nella comunione, Corpo di Cristo: ciò che è già e ciò che è chiamata a diventare. S. Agostino diceva: “Diventa ciò che sei, il Corpo di Cristo”.

Il rito rende visibile questo mistero e fa sì che l’uomo agisca e accolga in modo umano il dono di Dio, nella fede naturalmente, perché nulla nel sacramento soddisfa il bisogno sensibile. Noi infatti, insieme al sacerdote che celebra, esclamiamo quasi sorpresi: “Mistero della fede”, cioè sottolineiamo che non è il puro rito che opera ma che nella povertà della fede noi sappiamo che qualche cosa succede e accogliamo ciò che Dio ci dà e ci comunica con la sua Parola e la vita della Chiesa condotta dallo Spirito. E quindi il cammino esteriore piano piano diventa un cammino interiore di trasfigurazione, per cui l’uomo e la comunità avvicinandosi all’altare e gli uomini fra di loro diventano presenza del Signore morto e risorto, che salva il mondo e lo offre al Padre.
Questo ci permette di guardare il sacramento anche come sacrificio. L’unico vero sacrificio è quello di Cristo sulla Croce, tutti gli altri dell’Antico Testamento, da quelli di Abele, Noè e Abramo a tutti quelli offerti nel Tempio, sono unicamente figure profetiche dell’unico sacrificio di Cristo. E quelli dopo Cristo unione ad esso. S. Paolo dice:: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
Ma questo sacrificio, che nella morte porta l’umanità nell’ambiente divino, ci è dato perché tutti, insieme a Cristo sacerdote, che offre se stesso al Padre in una morte d’amore sempre attuale, “offriamo noi stessi” per la gloria del Padre e la salvezza di tutti gli uomini.

E allora il sacrificio diventa comunione. L’Eucaristia in tutto tende ad unire e a condurre verso l’unità, a portare il mondo creato in Dio, per questo diventa comunione.
L’Agnello di Dio nel suo sacrificio toglie il peccato del mondo, e, mentre distrugge la sua carne, questa carne del Figlio di Dio che, una volta distrutta, è glorificata, distrugge anche il muro di separazione fra Dio e l’uomo, simboleggiato dalla spada fiammeggiante che blocca l’entrata al giardino di Eden, e l’uomo può nuovamente comunicare con Dio non più attraverso la bellezza dei doni della creazione, che rimangono per lui un luogo ambiguo di riconoscenza e di tentazione, ma attraverso la stessa vita del Dio fatto uomo, che si dà come cibo, come sorgente di vita, come segno che noi assimiliamo, ma che in verità ci assimila a sé. Perché siamo noi che diventiamo Dio e non Dio che diventa noi nella Comunione. Dio è diventato uomo, ma la distruzione del cibo che, assimilato, permette all’uomo di vivere nell’Eucaristia cambia senso: distruggendo il Corpo eucaristico siamo noi che veniamo trasformati e che riceviamo la vita divina, siamo noi che entriamo in Dio, anche se il segno è Dio che entra in noi.

L’uomo che ha comunicato con il Corpo e Sangue di Dio diventa teoforo, cioè lo porta al mondo e comunica al mondo la salvezza. Noi dobbiamo sempre pensare che coloro che escono dalla Messa dopo aver comunicato sono persone illuminate, cioè piene di luce e che portano la luce.
E questo non è un fatto personale: questa luce si sparge nel mondo e diventa comunione con tutta la Chiesa, che permette al singolo di essere lievito di vita per il mondo. Da solo non è nulla.

Questo è il senso della Messa della Domenica, in cui realizziamo veramente l’unità dell’umanità: tutta la Chiesa è chiamata a convergere verso l’unica realtà, anche se celebrata in luoghi diversi e in tempi diversi, del mistero pasquale di Cristo, che unisce al Padre e fa partecipare alla vita trinitaria, facendo convergere tutti gli uomini verso l’unico Centro. I segni di questa unità sono molti: dall’essere intorno all’altare e partecipare con vitalità al mistero che si celebra, al riunirsi con la propria comunità ecclesiale, segno della comunità universale Corpo di Cristo; dall’ascolto della Parola che ci fa essere discepoli, ma anche Madri di Cristo (cioè, come Maria, coloro che generano, grazie a un ascolto obbediente, la Salvezza per il mondo) alla comunione sacramentale in cui Dio e l’uomo si uniscono in maniera indissolubile (la manducazione), e alla carità fraterna attiva ed efficace, che ci unisce ai fratelli in modo indissolubile. Questo è il frutto naturale e dovuto della partecipazione all’Eucaristia (perché Cristo era in mezzo ai suoi discepoli “come colui che serve” Lc 22,27).
Tutta la vita del cristiano trova alimento e significato nell’Eucaristia, e questo lo fa diventare un adoratore in spirito e verità, colui che il Padre cerca secondo la Parola di Gesù.
Come si converge verso l’Eucaristia e si forma un solo popolo, un solo corpo, così si esce portando al mondo intero la Parola e la Presenza di Cristo e della Trinità.
Il mondo intero è chiamato a partecipare alla comunione divina, non tutti attraverso la vita sacramentale, ma almeno attraverso i cristiani portatori del Cristo nascosto: presenza che si dilata nel mondo e lo conduce al suo fine.
L’Eucaristia è, come dice la PO 5 , sorgente e culmine di ogni missione, perché da essa parte la Vita e ad essa sono chiamati tutti, vicini e lontani.

Ma questo andare è un andare di adorazione, perché il cristiano è ben consapevole che Dio, Verbo fatto carne, morto, risorto e glorificato, è con noi fino alla fine del mondo (cf Mt 28,20).
Il Cristo stesso fedele alla terra rimane perfetto adoratore del Padre, con la sua umanità solidale alla nostra, e noi in ogni tempo e in ogni luogo siamo chiamati ad unirci a questa adorazione. Nell’Eucaristia siamo chiamati a diventare adoratori del Padre con il Cristo.
Se c’è una tradizione millenaria dell’adorazione eucaristica – e il Concilio ha ben sottolineato che non è qualche cosa di staccato dalla celebrazione dell’Eucaristia – anche questo è un segno visibile della Presenza del Cristo adoratore del Padre e Salvatore degli uomini in mezzo a noi per noi e con noi.
Adorare non vuol dire rimanere passivi di fronte alla Presenza, ma lasciarsi impregnare e coinvolgere dal dinamismo eucaristico, dal mistero della Redenzione, pur sapendosi fermare perché nulla dipende da noi, ma tutto è grazia di Dio che ci fa vivere.
L’adorazione è il segno che l’Eucaristia non è un momento, ma un’opera divina che cura e permea tutto il tessuto della vita del cristiano, e anche della vita semplicemente umana.

Infine, come testimonianza del fatto che il cristiano è chiamato ad essere lui stesso Eucaristia e a celebrare la Pasqua di Cristo nella sua stessa carne, che è la condizione umile umana, prendo spunto dal martirio di Policarpo, vescovo del II secolo, discepolo di Giovanni, a quanto dice Ireneo. La sua morte è raccontata come se fosse un’Eucaristia. “Legato come un capro, scelto da un grande gregge per il sacrificio, gradita offerta a Dio” – dice il relatore –, Policarpo innalza una preghiera che ha un po’ il movimento di una Preghiera Eucaristica, come un Canone consacratorio, anche se a quell’epoca non conteneva ancora elementi così precisi. Poi, dopo il suo Amen – quell’Amen che noi diciamo nella Messa alla fine appunto della Preghiera Eucaristica/ del Canone – viene acceso il fuoco alla pira su cui sta in piedi e i fedeli vedono le fiamme formare come una specie di vela che gira intorno a lui, quasi fosse un forno da pane, e lo vedono stare in mezzo ad esse non come carne che brucia, ma come pane che cuoce. Bellissimo simbolo eucaristico, seguito da un altro: il martire finirà trafitto da una spada e il suo sangue zampillando abbondantemente spegnerà il fuoco, quasi ricordando il sangue che cancella il peccato e sigilla la nuova alleanza.
Il martire è anch’esso Eucaristia e il cristiano nella sua vita martire è un’Eucaristia vivente. La nostra natura corporea e spirituale viene totalmente presa da Dio nell’Eucaristia, che diventa sorgente della vita spirituale, cioè di comunione con Dio, pur rimanendo il segno di ciò verso cui tutta la vita umana e tutto l’universo converge, si dirige, aspira, in una crescita silenziosa e misteriosa del Regno di Dio in mezzo a noi.

 

 

 


 

Fonte : www.cometacom.it/monastero/dominustecum/index.php

Monastero Dominus Tecum , Conferenza di Padre Cesare Falletti O. Cist. presso la Facoltà Teologica di Torino - 24/2/04