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RELIGIONE: liturgia e spazio sacro: l'animazione liturgica

 

L'ANIMAZIONE LITURGICA

 

 

1. I concetti di "animazione liturgica" e "animatori liturgici"

 

L’animazione è un autentico ministero liturgico. L’animatore si mette a servizio dell'assemblea per aiutarla a diventare responsabile della sua preghiera e a vivere pienamente la celebrazione. Ciò richiede non solo un dono speciale dello Spirito, ma delle specifiche capacità tecniche.

Possiamo distinguere diversi gradi e forme di responsabilità nell’animazione liturgica. Esistono, infatti, degli animatori che svolgono il proprio ruolo durante le celebrazioni, mentre altri hanno delle mansioni da espletare al di fuori del momento liturgico. Vogliamo innanzitutto riflettere sul ruolo di questi ultimi e soprattutto dei catechisti e di coloro che hanno l’incarico di curare gli spazi della chiesa.

I catechisti hanno una funzione basilare nell’ambito dell’animazione che anticipa i momenti celebrativi. Essi hanno il delicato compito di accompagnare nel cammino di fede i fanciulli, i ragazzi, i giovani, gli adulti, e se è vero che la liturgia è una delle componenti più importanti dell'esperienza di fede del cristiano, ne consegue che il catechista dovrà essere attento e saggio animatore liturgico. Così si esprime il documento-base della CEI Il rinnovamento della catechesi: "Il catechista deve studiare e spiegare attentamente il senso, talora recondito ma inesauribile e vivo, dei segni e dei riti liturgici, osservando non tanto il loro simbolismo naturale, ma considerando piuttosto il valore espressivo proprio che essi hanno assunto nella storia dell'antica e della nuova alleanza. L'acqua, il pane, il radunarsi in assemblea, il camminare insieme, il canto, il silenzio, lasceranno trasparire più chiaramente le verità di salvezza, che evocano e che misticamente realizzano" (n. 115. Si vedano anche i nn. 27-29, 32, 45-46, 113-117). Ne deriva che la catechesi aiuta il cristiano a comprendere e vivere la liturgia, e la liturgia pienamente vissuta diventa essa stessa catechesi. Il catechista ha il dovere di capire e vivere per primo questo dinamismo per poterlo poi proporre e far comprendere a quanti sono stati affidati alle sue cure.

Generalmente si sottovaluta una serie di servizi che precedono le nostre liturgie e che sono alla base dell’animazione liturgica stessa: è bene rivalutare e rendere qualitativamente più adeguato il servizio reso da coloro che sono incaricati della preparazione del luogo in cui la celebrazione si svolge. Oltre la giusta attenzione affinché il luogo della celebrazione sia sempre pulito e accogliente, si deve curare una sensibilità particolare per la giusta disposizione di tutte le strutture che si utilizzano nelle liturgie: sedie, banchi, credenze, altare, libri, vasi sacri, candelieri, fiori, illuminazione, impianto sonoro... I luoghi di culto non sono fatti per essere riempiti di tante cose! La preoccupazione non deve essere quella di moltiplicare i segni o le suppellettili all’interno delle nostre chiese, ma di utilizzare ogni cosa in maniera discreta e sempre a servizio della celebrazione. Non è assolutamente vero, ad esempio, che tantissimi fiori contribuiscono alla "riuscita" di una celebrazione, anzi, spesso è vero il contrario. Pertanto potrebbe essere più adeguata una sola composizione floreale che pone in risalto la sede della parola di Dio (ambone), che tanti fiori posti a caso che occultano i segni liturgici, o risaltano degli arredi o delle suppellettili che nulla hanno a che fare con la celebrazione. Ciò che più conta non è la quantità ma la giusta collocazione delle cose. Mons. M. Magrassi, arcivescovo di Bari, afferma: "I "segni" per parlare al cuore non hanno bisogno di molti fronzoli. La bellezza si allea volentieri con la semplicità. Occorre trovare il giusto equilibrio tra la banalità e la sciatteria da una parte e la sontuosità barocca che diventa ostentazione dall’altra".

È quindi importante che coloro che guidano le comunità ecclesiali si preoccupino di assicurare un essenziale cammino formativo anche a coloro che rendono un servizio così umile e nascosto ma altrettanto necessario per lo svolgimento delle liturgie.

La ricchezza delle nostre liturgie necessita di un gran numero di servizi da svolgere ma anche una capacità di organizzazione e armonizzazione di questi stessi servizi. C'è quindi da provvedere a una distribuzione dei ruoli previsti in relazione all'azione liturgica da celebrare, all'assemblea e alla disponibilità dei ministri. Ci saranno quindi animatori incaricati di facilitare la convocazione dei fedeli attraverso un servizio di accoglienza; altri chiamati a proclamare la Parola (lettore, salmista); altri che prestano la loro opera affinché i segni liturgici che vengono compiuti significhino appieno le realtà di salvezza che contengono (presidente dell'assemblea, diaconi, accoliti...); altri cureranno l'aspetto musicale (guida dell'assemblea, strumentisti, coro, direttore del coro, solisti, salmista); un altro interverrà in momenti differenti per eventuali spiegazioni (monizioni) utili per la piena partecipazione dell'assemblea (commentatore). Ciascuno cercherà, compiendo il suo servizio, di far avanzare la celebrazione assicurandone il ritmo, gli accenti, le necessarie pause o intervalli, l'equilibrio fra la durata delle diverse parti ecc.

L'esercizio del ministero dell'animazione domanda, da parte di coloro che si pongono al servizio dell'assemblea, alcune disposizioni a tutti comuni e che sono altrettante condizioni per una riuscita dell'esercizio del proprio ruolo. E' indispensabile, anzitutto, che gli animatori si pongano di fronte all'assemblea e al suo servizio in un atteggiamento giusto. Ne conoscano anzitutto la cultura, i problemi, le attese, le possibili tensioni nonché le dimensioni numeriche e le concrete possibilità di espressione, per non chiedere più di quello che i fedeli non possono dare, per non esercitare nessuna forma di violenza morale e quindi per tener conto, per quanto è in loro, di tutti e non solo di alcuni con i quali possono sentirsi più affini; e, soprattutto, per non separare l'evento salvifico, di cui si fa memoria nella celebrazione, dal suo farsi presente nella storia e nella vita di una concreta comunità di credenti.

Gli animatori devono inoltre avere chiara consapevolezza, sia sul piano teorico sia su quello operativo, dei propri personali limiti e di quelli inerenti al compito che svolgono: non abbiano mai la pretesa di sostituirsi agli altri e tanto meno all'assemblea. Così, ad esempio, un cantore canta per facilitare e sostenere il canto di tutti e non per sommergerlo con la propria voce o mortificarlo.

Ciascun animatore dovrà essere dotato di fantasia e di immaginazione per imprimere vivacità e varietà alla celebrazione, per evitare un certo meccanicismo che ingenera facilmente assuefazione e tedio e anche per non ripetere in un'assemblea ciò che si è visto fare in un'altra, magari molto diversa nella composizione e nella natura.

Sarà attento ad aderire personalmente a tutto ciò che dice e che compie, per aiutare gli altri a fare lo stesso, conscio del suo ruolo di mediazione che lo terrà lontano da un duplice pericolo: 1) quello di attirare l'attenzione più sulla sua persona e sulle sue tecniche espressive che non su Colui di cui è segno o sull'evento di cui è strumento; 2) quello di compiere gesti distaccati, impersonali, neutri e niente affatto incisivi.

A queste condizioni l'azione liturgica diventerà una vera professione di fede e una reciproca esperienza di comunione con Dio e con i fratelli. Ma per realizzare tutto questo è necessaria una attenta e continua formazione. Il cammino formativo dell'animatore liturgico dovrà procedere secondo cinque linee basilari essenziali:
1) formazione biblica,
2) formazione ecclesiologico-pastorale,
3) formazione liturgica,
4) formazione spirituale,
5) Formazione tecnica, secondo le diverse mansioni.

 

2. La regia celebrativa

 

L’animazione di un’assemblea non è un’attività da realizzare sotto la spinta della casualità. L’articolazione dei riti, la pluralità dei ministeri, le diverse composizioni dell’assemblea esigono una programmazione e una progettazione accurata. Affinché tutta l’assemblea possa realizzare una partecipazione piena, consapevole e fruttuosa alle celebrazioni è importante acquisire un metodo. Metodo significa "strada per...", è quindi un percorso che mi conduce in maniera spedita alla meta che mi sono prefisso. Definiamo regia celebrativa proprio questa strada privilegiata per la realizzazione di una celebrazione piena e consapevole. Come ogni cammino, anche il metodo di regia celebrativa ha delle tappe progressive che riassumiamo schematicamente in cinque punti: 1) progetto, 2) programma, 3) preparazione, 4) celebrazione, 5) verifica. Oggi riflettiamo sul "progetto celebrativo".

 

2.1. Il progetto celebrativo
Sfogliando i libri liturgici possiamo scoprire una ricchezza di indicazioni che spiegano la natura e lo scopo delle sequenze rituali. Queste affermazioni configurano quello che definiamo "progetto" della celebrazione. Un progetto non è mai compiutamente realizzato, ma è necessario per passare in maniera chiara ed efficace da una formulazione teorica ad una realizzazione concreta. Durante la realizzazione di un’opera il progetto non va mai accantonato o dimenticato, ma è necessario tenerlo sempre presente affinché le concrete realizzazioni possano continuamente ispirarsi ad esso. L’animatore deve comprendere profondamente il rito che deve essere realizzato rispondendo con chiarezza alla domanda: "cosa dobbiamo celebrare e quali frutti deve realizzare nella mia assemblea questa celebrazione?"

Il progetto può riferirsi all’intera celebrazione o a una parte di essa. Riguardo alla celebrazione eucaristica si potrebbe ricercare e chiarire il progetto globale, ma anche il progetto di singoli riti (riti introduttivi, liturgia della Parola, liturgia eucaristica...).

Ecco alcune piste per la comprensione del progetto in riferimento alla celebrazione eucaristica.

1. Comprensione esauriente dei testi che spiegano la natura dei riti attraverso le indicazioni di Principi e Norme per l'uso del Messale Romano (PNMR). C’è una tentazione molto pericolosa e diffusa tra gli animatori liturgici: dare per scontata la comprensione dei riti. Quante confusioni nell’interpretare la finalità di un rito o di una sua parte! Ad esempio, in molti ancora ritengono che l’Agnello di Dio sia il canto che accompagna il gesto di pace, mentre in PNMR 56e.114 "scopriamo" che si tratta della litania che accompagna la frazione del pane.

2. Comprensione dei riti alla luce del mistero liturgico celebrato nel tempo. Il progetto liturgico di un rito acquisisce sottolineature diverse a seconda del tempo in cui viene realizzato. L’atto penitenziale delle domeniche di quaresima, ad esempio, assume un tono più significativo e appropriato che in altri periodi dell’anno liturgico.

3. Comprensione dei riti alla luce della parola di Dio da celebrare. La caratterizzazione propria di ogni celebrazione è data dalla varietà della parola di Dio che in essa viene proclamata. I segni liturgici sono a servizio dell’"incarnazione" di questa parola. Parola e gesto si completano a vicenda, e, integrandosi, realizzano meglio la portata comunicativa di tutta la celebrazione.

4. Comprensione dei riti alla luce delle parti celebrative proprie: antifone di ingresso e di comunione, colletta, orazione sulle offerte, prefazio, orazione dopo la comunione. Queste componenti rituali pongono in evidenza il tono che la celebrazione nel suo insieme deve realizzare, e, raccogliendone i contenuti, si può comprendere ancora meglio il progetto celebrativo da realizzare in concreto.

5. Comprensione del significato di quel rito o di quella celebrazione per la mia assemblea. La celebrazione è gesto liturgico di un’assemblea concreta col proprio cammino di fede, la propria maturità spirituale, i propri limiti, le proprie attese, la propria storia... La celebrazione porta con sé questo "bagaglio" di religiosità e di umanità che la rende celebrazione reale, inserita nella storia, sempre nuova, continuamente disponibile a realizzare in pienezza il culto in spirito e verità.

 

2.2. Il programma
Si è già notato come nei libri liturgici si può scoprire una ricchezza di indicazioni che spiegano la natura e lo scopo delle sequenze rituali e che queste affermazioni configurano il "progetto" della celebrazione.

Continuando a prendere in mano i libri liturgici notiamo che questi, oltre presentare la natura dei riti, contengono delle affermazioni che propongono e descrivono i riti attraverso i quali si concretizza la celebrazione, e nei quali il progetto si incarna per diventare realtà celebrativa nelle assemblee.

Queste asserzioni — che non sono solo di tecnica rituale, ma spiegano anche il significato che ciascun elemento rituale ha in sé o nel contesto — configurano quello che chiamiamo il "programma" o i vari "programmi". Un progetto, quindi, prende corpo in programmi che sono le diverse soluzioni rituali che si hanno a disposizione per realizzare una celebrazione o parte di essa. Spesso infatti i libri liturgici presentano varie possibilità di realizzazione di un uguale progetto.

Cerchiamo di esemplificare questi concetti teorici prendendo in considerazione l’atto penitenziale della celebrazione eucaristica.

L’atto penitenziale fa parte dei riti di introduzione il cui scopo "è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio ed a celebrare degnamente l’Eucaristia" (Principi e Norme per l’uso del Messale Romano, 24). Il senso e lo scopo "teologico" (= progetto celebrativo) dell’atto penitenziale è contenuto nell’ultima affermazione: disporre i fedeli a celebrare degnamente l’Eucaristia. Se qui è descritta la finalità del rito ecco che nelle pagine 295-300 del Messale Romano ci vengono offerte diverse possibilità di realizzazione (programmi celebrativi) del rito stesso di fronte alle quali dobbiamo compiere una scelta. Vengono proposte tre formule alternative, ma la terza formula offre a sua volta 17 variazioni a seconda del tempo liturgico, per un totale di almeno 19 diversi programmi. L’atto penitenziale può essere quindi realizzato secondo diverse modalità, ma c’è ancora un’alternativa per le messe domenicali: la sua sostituzione con il rito di benedizione e di aspersione con l’acqua benedetta (Messale Romano, pagine 1031-1036) che consta di due formulari principali a loro volta diversificati a seconda del tempo liturgico, per un totale di 5 variazioni. A questo punto è giusto chiedersi: se il messale è così ricco di programmi rituali alternativi, come mai le nostre celebrazioni sono sempre uguali? Il teologo liturgista Domenico Mosso, con tono scherzoso ma indubbiamente efficace, dice: "Eh sì! sono finiti i bei tempi in cui per dire messa bastava andare in sacrestia, dare un’occhiata al calendario liturgico, vestirsi e poi trovavi tutto di seguito (o quasi) sul messale, senza problemi di scelta. Ma è proprio una mania dei tempi moderni, questa! "Bisogna fare scelte...". Anche nella liturgia" (La messa e il messale. L’arte di celebrare, LDC, p. 24-25).

Ecco quindi quattro indicazioni pratiche e imprescindibili per cercare e scegliere il programma rituale più adatto per le nostre celebrazioni:

1. "studiare" il Messale Romano e riscoprire la ricchezza qualitativa e quantitativa dei programmi rituali in esso contenuti;
2. prendere coscienza delle varie modalità proposte dal Messale per la realizzazione dei singoli momenti celebrativi;
3. ricercare le soluzioni rituali più adatte per celebrare quanto abbiamo compreso dall'analisi del progetto;
4. compiere una scelta conforme al tempo liturgico, alla configurazione dell’assemblea, ai tempi a disposizione per lo svolgimento della celebrazione, ai mezzi tecnici di cui ci si può avvalere.

 

2.3. La preparazione
Dopo aver compreso il progetto e, conseguentemente, aver scelto il programma adatto, si deve passare alla concreta esecuzione della celebrazione. Prima però è necessario curare una preparazione immediata attraverso la quale può essere data chiarezza a cosa, dove e come devo predisporre per una celebrazione. La parola d’ordine è "prevedere-provvedere-predisporre". Il prefisso "pre" indica una attività da anticipare nel tempo, da realizzare prima di qualche altra cosa. "Il Nuovo Zingarelli" ci ricorda che il termine "preparare" significa: "rendere qualcosa pronta all’uso, fornendola di tutto il necessario; mettere qualcosa o qualcuno nelle condizioni necessarie ad affrontare una determinata situazione; mettersi nelle condizioni migliori per realizzare qualcosa". La preparazione dei momenti celebrativi è quindi quella tappa imprescindibile della regia celebrativa che consente di realizzare nel migliore dei modi le liturgie. La "tecnica" opposta alla preparazione è l’"improvvisazione", tecnica assai diffusa nell’allestimento delle nostre celebrazioni.

Preparare una celebrazione significa innanzitutto predisporre le persone che in essa interagiscono. Questa preparazione comporta l’esigenza di un cammino formativo remoto e immediato che coinvolga non solo i ministri ma anche l’intera assemblea. Ogni celebrazione, nella propria singolarità, va’ sempre "provata". Coloro che proclamano dei testi devono acquisire quella giusta padronanza che consenta disinvoltura e convinzione nel farli diventare celebrazione. Anche i movimenti dei ministri e dei ministranti non vanno mai improvvisati, soprattutto in occasioni particolari. È importante ricordare che l’assemblea liturgica è portata a cogliere più facilmente, distraendosi, quelle situazioni in cui gli attori liturgici incespicano o sbagliano, che i tanti momenti in cui la celebrazione procede con linearità, ritmo e ordine.

Certamente la "preparazione" delle persone è alla base della buona riuscita di una celebrazione, ma non bisogna sottovalutare la "preparazione" delle "cose" utili per lo svolgimento dell’azione liturgica. Quanti momenti di panico e quanti atteggiamenti bruschi e carichi di impazienza quando manca qualcosa! Si pensi ad esempio al sacerdote che, durante la celebrazione eucaristica, si accorge di non aver predisposto il calice, l’ostia, la chiave del tabernacolo, oppure non è stato preparato il lezionario con le letture corrispondenti alla liturgia del giorno, il microfono è spento e... chi più ne ha più ne metta!

Potrebbe essere utile a questo proposito un promemoria da scorrere velocemente, soprattutto in circostanze particolari, nel momento in cui si deve predisporre quanto sarà utile per la celebrazione. Ecco un esempio.

a) Attori
1. assemblea, 2. presidente (eventuali concelebranti), 3. altri ministri (diaconi, accoliti, ministri straordinari della comunione, lettori) 4. ministranti, 5. animatori musicali (coro, solisti, guida del coro, guida dell’assemblea, tecnico del suono), 6. commentatore, 7. altri...

b) Luoghi
1. Chiesa (presbiterio: sede, mensa, ambone; aula dell'assemblea), sacrestia.

c) Libri liturgici e eventuali sussidi per l'assemblea
1. messale, 2. lezionario, 3. orazionale, 4. altri rituali per i sacramenti e i sacramentali, 5. fogli per la messa, 6. libretti o fogli dei canti.

d) Altro
1. impianto di amplificazione (microfoni sufficienti, disposizione e uso dei microfoni, dosaggio volumi...), 2. suppellettili e vasi sacri (croce astile, candelieri, turibolo, navicella, calice, pisside, ostie sufficienti, aspersorio...), 3. impianto luci.

Questo promemoria può essere personalizzato a seconda delle esigenze delle particolari comunità celebranti.

 

2.4. Celebrare e verificare
Concludiamo il nostro itinerario di approfondimento sulla regia celebrativa riflettendo sulla realizzazione della celebrazione e sulla verifica.

Dopo aver percorso le prime tre tappe della regia (progetto-programma-preparazione), siamo giunti al momento in cui dobbiamo dar vita alla celebrazione, dobbiamo cioè fare in modo che questa concreta assemblea celebri usando gli elementi del programma rituale scelto per attuare il progetto. Presentiamo sinteticamente alcuni consigli utili da tener presenti durante lo svolgimento di una celebrazione:

1. Adattarsi alle situazioni non considerate senza lasciarsi prendere dal panico.
2. Cercare di porre l'assemblea a proprio agio.
3. Creare un clima di preghiera e di coinvolgimento.
4. Evitare i protagonismi (esibizionismo, teatralità, "faccio tutto io"...)
5. Evitare eccessivi e inutili spazi di attesa.
6. Salvaguardare i momenti di silenzio.
7. Ecco uno "slogan" molto utile per qualsiasi animatore: "Quando basta una frase, non fare un discorso. Quando basta una parola, non dire una frase. Quando basta un gesto, non dire una parola. Quando basta uno sguardo, non fare un gesto" .

La quinta e ultima tappa della regia celebrativa è la verifica. Abbiamo avuto modo di accennare al senso e al metodo della verifica delle liturgie presentando i compiti del gruppo liturgico parrocchiale, ma vale la pena dire qualcosa in più. Innanzitutto è importante compiere una duplice valutazione delle liturgie: subito dopo la loro realizzazione e in un momento successivo.

La revisione immediata permette di cogliere senza indugio la positività o l’inadeguatezza delle scelte compiute e messe in opera attraverso la regia celebrativa. Ci si deve chiedere immediatamente se le nostre soluzioni rituali hanno "funzionato" e se l’assemblea è stata messa in condizione di celebrare con una partecipazione consapevole e coinvolgente.

La revisione postuma consente una riflessione più matura e pacata sulla celebrazione e apre alla possibilità di confrontarla con le precedenti così da verificare l’intero cammino di animazione liturgica dell’assemblea, ponendo in evidenza i progressi o i regressi che si realizzano nelle nostre celebrazioni.

Affinché la verifica sia "vera" non basterà accogliere esclusivamente le impressioni e le analisi degli animatori liturgici ma sarà fondamentale recepire analizzare le reazioni dirette dei componenti dell’assemblea.

È importante, in sede di verifica, non valutare esclusivamente gli aspetti tecnici della celebrazione, quanto invece cercare di comprendere se l’assemblea si è sentita partecipe dell’attuazione del memoriale della risurrezione di Cristo realizzato nella liturgia, se si è favorita una vera apertura all’amore del Padre per accogliere il dono della parola e dell’evento sacramentale, e se si è realizzato un senso profondo di preghiera comune.

In sede di verifica, specialmente nei primi tempi, è importante non scoraggiarsi a motivo di eventuali "insuccessi". Sappiamo bene come sia difficile per un singolo cristiano imparare a pregare, a lodare, a ringraziare... Realizzare una celebrazione comunitaria non può che essere ancor più impegnativo poiché questa necessita anche del cammino di fede e di preghiera personale del singolo fedele. E’ quindi inutile ostinarsi sulle tecniche celebrative se prima i nostri fedeli non recuperano la disponibilità a percorrere un cammino di fede e di spiritualità profonda.

 

 

 

 


 

Fonte : http://www.celebrare.it/indice.htm