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RELIGIONE: liturgia e spazio sacro: Bellezza della e nella liturgia: la bellezza nel celebrare e nello spazio liturgico , di Mons. Giulio Viviani

 

BELLEZZA DELLA E NELLA LITURGIA

La bellezza nel celebrare e nello spazio liturgico

di Mons. Giulio Viviani

 

 

 

Introduzione

Vorrei partire da una mia esperienza personale. Tra i primi ricordi di bambino (non so se sono stato influenzato anche da quello nel mio amore e impegno per la liturgia…) c’è il momento in cui mio papà mi prendeva per mano e mi portava in chiesa a Pinzolo la domenica pomeriggio ad ascoltare il canto dei Vespri. Lui era di Villa Rendena e prima della guerra aveva fatto parte del coro parrocchiale del suo paese; poi per lavoro, trasferitosi come casaro a Pinzolo, non era entrato in quel coro. Ma si sentiva attratto dalla bellezza del canto e quando poteva la domenica andava ad ascoltare i Vespri. Per molta gente in quegli anni quanto avveniva in chiesa era l’unica cosa “bella”. L’ambiente, le luci, i colori, le vesti sacre, l’incenso, la musica e il canto offrivano qualcosa di bello, di diverso, di attraente che altrove non si trovava. La televisione non c’era ancora e, a parte qualche raro film e qualche commedia (in genere in ambienti parrocchiali!) e forse il concerto della banda, l’unico “spettacolo” era la liturgia. Era qualcosa di bello anche quello che si attendeva con trepidazione da bambini – ancora ricordi di infanzia di un ormai 60enne – come le sere del mese di maggio per poi andare a giocare a nascondino dopo il rosario o la novena di Natale nei giorni mitici di Santa Lucia (o San Nicolò) e dei suoi doni…

Ma domandiamoci subito: Che cosa è il bello? Bello è solo ciò che piace, che mi piace? Noi stessi nel parlare a volte diciamo: Che bella persona! Che bella giornata! Che bella esperienza! Che bella celebrazione! In base a quali criteri esprimiamo questa valutazione? Come dice don Luigi nessuno di una predica ha mai detto: “Bela; pecà che l’era corta!”. Eppure in certi momenti si coglie un qualcosa che ci ha attratto, che ci ha affascinato; qualcosa che ci piace definire: bello! E a volte lo diciamo con altri, con il gruppo, con la comunità: è stato bello!

Domandiamoci ancora – io non ho risposte definitive ma voglio riflettere con voi –: Che cosa è bello oggi nelle nostre comunità per la mia gente e per me prete? È bella una riunione del Consiglio Pastorale Parrocchiale, un incontro con i genitori, un incontro con i ragazzi della catechesi, una visita a un ammalato/anziano, una Messa, una celebrazione? Per restringere il campo: Cosa c’è di bello e attraente nelle nostre liturgie? Un liturgista attento, don Franco Gomiero di Venezia, in un suo intervento a una tre giorni per il clero della diocesi di Vittorio Veneto si domandava come mai la gente viene ancora alle “nostre” Messe[1]: “A prescindere dalle solite statistiche allarmanti sul calo della frequenza alla Messa domenicale, dobbiamo riconoscere che le nostre chiese sono più piene di quanto spesso una pastorale liturgica non sempre all’altezza meriterebbe. Si sente dire che i nostri cristiani sono insoddisfatti, talvolta annoiati dalle nostre liturgie. Eppure continuano a venire. Non perdiamo occasione di esprimere apprezzamento per questa loro indistruttibile costanza!”.

Qualche volta anche noi diciamo: Sì, quella celebrazione è stata bella! Perché? Cosa aveva di particolare, di speciale? La liturgia non è qualcosa di extra terrestre; essa si inserisce in quel momento della storia della salvezza – che si ripete ogni volta anche per noi – in cui si passa dal “caos” al “cosmos”; dal disordine all’ordine, dalla confusione all’armonia, dal brutto alla bellezza. Non so se sono in grado di offrirvi qualche riflessione; non sono certo un maestro, autorevole e preparato, come il prof. don Giuliano Zanchi che avete ascoltato ieri. Sono un povero manovale della liturgia e per di più nessuno è profeta in patria! Ma ci provo.

“Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione”: ecco quanto ci aveva indicato Papa Benedetto dopo il Sinodo sulla Santa Eucaristia.[2] Egli nelle sue parole faceva spesso emergere quelle quattro connotazioni fondamentali che, per conto mio, caratterizzano ed esprimono la bellezza della liturgia secondo lo spirito della riforma liturgica del Vaticano II: la centralità del Mistero Pasquale di Cristo, l’ascolto della Parola di Dio, la dimensione comunitaria dei riti e la lingua parlata e intesa dalla gente.

 

Il “bel Pastore”: bellezza e verità

Il Cardinale Walter Kasper in un suo intervento per i presbiteri di Milano diceva: “La liturgia è anamnesis, memoria passionis et resurrectionis Christi e, nella memoria, essa ripresenta, cioè rende presente, il sacrificio che una volta per sempre è stato offerto al Padre sul Calvario; allo stesso tempo, nella liturgia, partiamo verso Cristo e celebriamo l’anticipazione della venuta di Cristo nella gloria; di più, la liturgia è già oggi prefigurazione della liturgia celeste e ce ne rende partecipi. La liturgia apre uno spiraglio al cielo nel nostro mondo spesso coperto di nuvole. Perciò la bellezza celeste deve risplendere nella bellezza della liturgia”.[3] Non tanto una bellezza in sé, un puro estetismo, ma quella bellezza che è Cristo, Dio con noi, al centro della nostra preghiera, delle nostre celebrazioni, della nostra vita. Dobbiamo essere consapevoli e avere la profonda convinzione che siamo collaboratori nel realizzare un’opera d’arte, che è di un altro, che porta il nome di un altro: Gesù Cristo. Diceva Mons. Mariano Magrassi a un Corso di aggiornamento per Vescovi (!) sulla liturgia[4] nel lontano 1988: “La liturgia non è una cosa da fare, è una persona da incontrare!”. Se noi non mostriamo lui e il suo volto, se non facciamo incontrare il Cristo la nostra azione è fallimentare.[5]

Essere sacerdoti, diaconi, pastori d'anime, ministri laici, istituiti o di fatto, oggi richiede, ne sono convinto soprattutto pensando alle UP, anche una certa managerialità, che in dose giusta non guasta mai anche nel preparare, organizzare, guidare e valutare le celebrazioni liturgiche. La scienza, la dinamica, l'arte pastorale non è bassa teologia; è la nostra traduzione dello stile, della realtà, della capacità di colui che è il Pastore, Gesù Cristo. Pastore, infatti, non è sinonimo di sprovveduto. Un pastore sa cosa deve fare per il suo gregge. Sa dove c'è l'acqua in una regione; sa dove c'è l'erba migliore in quella stagione; sa dove condurre il suo gregge, perché conosce i pericoli dei dirupi e dei boschi impenetrabili e il rischio delle belve, delle bestie feroci, come un tempo erano presentati anche i sette vizi capitali. Il "Buon Pastore" conosce e agisce con avvedutezza e buon senso, con cognizione di causa e con furbizia, non si lascia facilmente imbrogliare e sa utilizzare risorse e possibilità nei vari campi e mansioni a lui affidati, sa offrire qualcosa di bello e di buono al suo gregge.

Sappiamo che il testo greco ci parla del "Bel Pastore". Gesù, infatti, afferma secondo il testo greco originale: “Io sono il pastore, quello bello!” (Gv 10, 11: Έγώ είμι ό ποιμήν ό καλός). Non solo il “Buon Pastore”, ma il pastore che porta in sé la bellezza di Dio. L'ideale greco del “bello e buono”, che caratterizza la persona umana; quell'idea greca di una perfezione dell’uomo e potremo dire anche di Dio, il bello e il buono supremo. Qui si trova la prospettiva della bellezza come perfezione, come ordine, come splendore. Si potrebbe dire di più: come verità e vita, non solo apparenza. Gesù si presenta a noi come un pastore vero da cui ti senti attratto. Non è un mercenario, non è un tipo brutto e infido. Anche nel nostro linguaggio si usa quest'espressione per indicare qualcuno che ci dà fiducia, dicendo: “È una bella persona!”. Con questo intendiamo la sua bontà, la sua onestà e anche la sua simpatia, indipendentemente dall'aspetto fisico. Una bellezza che è sinonimo di conoscenza; conoscere come possibilità di gustare, di ammirare e di lasciarsi affascinare. Questa è anche la realtà di Dio: bellezza senza macchia. Conoscere Dio è quindi conoscere la verità per la via della bellezza che la liturgia ci fa percorrere. Lui solo è in pienezza il vero, il giusto, il bello, il buono. La bellezza è allora fondamentalmente verità! In questa linea mi piace citare ancora Mons. Magrassi che affermava: “Il semplice e il bello vanno volentieri insieme”. Quante esperienze, quanti incontri con persone ci dicono questo, ce lo ricordano; quando incontriamo e riconosciamo qualcosa che è vero e autentico, cioè profondamente e veramente umano; qualcosa che ci piace, che è bello. Così deve essere ed è la bellezza anche nella liturgia.

 

La Chiesa e le chiese: storia e luoghi di bellezza

Un invito a seguire la via della bellezza anche nella cura del tempio, delle celebrazioni e delle nostre chiese, un patrimonio di arte e di fede, che ci è stato affidato e che va curato e valorizzato: edifici e comunità cristiane che si corrispondono. Quanto siamo plasmati noi stessi dai nostri edifici di culto oltre che dalle nostre celebrazioni e dalle nostre comunità a cominciare dalla famiglia. Se chiudiamo gli occhi e pensiamo a una chiesa, ce n’è sempre una in particolare che ci viene in mente (di solito quella della nostra infanzia). Una bellezza (purtroppo qualche volta bruttezza) che plasma (o deforma) le persone e le comunità. E accanto al tempio ci sarebbe da parlare del tempo, perché non tutti i tempi sono uguali. Quando abitavo a Roma, sotto casa mia c'era un centro diurno per anziani. Per oltre tre anni ci sono state le bandierine e gli striscioni di una festa... che durava ormai da tre anni. E allora non è più festa, è monotonia, è ormai insignificanza. Ma fa parte di una cultura dell'effimero, che certi operatori sociali portano oggi spesso anche nei nostri ambienti. Lo sappiamo bene: non è sempre festa! Ma non è neppure sempre giorno di lavoro.

L'Anno Liturgico ci educa a questa verità e alla bellezza di certi giorni, di alcuni momenti. I testi stessi del Messale ci conducono a celebrare con diversità le feste, le solennità e il tempo ordinario. Ogni giorno è un tempo reso ormai straordinario dalla Pasqua di Cristo, come impegno quotidiano, spesso faticoso, da vivere anche con la gioia nel cuore. Non è il grigio quotidiano ma un tempo redento. In quest'ottica, allora è importante anche la riscoperta del tempo ordinario, della ferialità. Come scrive don Antonio Donghi: "Nel silenzio della ferialità amata" troviamo lo stimolo a manifestare la presenza del Regno nella storia quotidiana. Non è sempre Natale o Pasqua: ma ogni giorno è illuminato da questi eventi. La nostra vita è fatta di ferialità ma nel contesto di una pienezza del tempo ormai intramontabile. "Come nella vita, così nella liturgia la festa non annulla il quotidiano. La festa esiste solo perché c'è un quotidiano, dal quale e sul quale proietta la sua luce. La fede cristiana non è una fede per i giorni di festa soltanto (At 2, 46-47). Lo stesso quotidiano, vissuto nella luce del giorno festivo, ne riceve senso, gioia, luce".[6] Nella realtà della vita non è sempre festa. Esiste un’ordinarietà, una normalità quotidiana che ha una sua bellezza e originalità da cogliere. “L’esperienza della bellezza – sin dal seno materno – apre un varco irrimarginabile per l’oltrepassamento della mera necessità di conservazione dell’organismo vivente, rivelando la più forte attrazione del desiderio di progresso spirituale che nutre l’anima e la mente” afferma con il suo linguaggio profondo e non sempre immediato Pierangelo Sequeri.[7] Come dire che la bellezza ci fa progredire, ci fa andare avanti anche in questi tempi di paure e di incertezze.

La lode di Dio e la salvezza dell’uomo: la liturgia

Quando ero parroco una delle cose che più m’infastidiva era quella di sentirmi dire con tanto sussiego, normalmente al termine della celebrazione di un battesimo o di qualche matrimonio: “Padre, che bella cerimonia!”, intendendo dire con questo tutto, tranne che si era trattato di una partecipazione consapevole e attiva ad una celebrazione liturgica. Inoltre, non so se qualche sacerdote appare magari anche oggi un po' "sommo sacerdote", - lo dico anzi tutto per me! - pontificando con saccenteria, vanagloria e prosopopea, ma qualche volta anche noi subdolamente vogliamo dominare sugli altri, sui confratelli e sui fedeli. È un pericolo insidioso in un tempo come il nostro, che vede venir meno un certo ruolo sociale del clero nell'odierna società e quindi si corre il rischio di accontentarci o di ricercare simili surrogati nell'esercitare, anche nel nostro piccolo, il potere! Lo ricorda anche san Giovanni nel suo Vangelo (12, 37-43), costatando amaramente che i capi del popolo: "Amavano, infatti, la gloria degli uomini più che la gloria di Dio". E questa è una terribile e tremenda possibilità anche oggi, soprattutto nella celebrazione di solenni liturgie, dove non appare chiaro se si cerca la gloria di Dio o la gloria umana. Questo rischio riguarda anche i nostri collaboratori laici che sono chiamati sempre più ad assumere compiti di guida nelle celebrazioni delle nostre comunità. Per loro e per noi vale il dettato conciliare sullo svolgere un servizio nella celebrazione che riporta un’espressione insolitamente forte: “Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio compia soltanto e tutto quel che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, gli compete”.[8] Come dire: per l’armonia, la bellezza di una celebrazione ognuno faccia solo e bene il suo mestiere!

L'arte del celebrare non è l'arte di fare una bella cerimonia, magari, con un aggettivo che non si sente più pronunciare: una "pomposa" cerimonia! O come leggevo anni fa nell'annuncio di una prossima Ordinazione Presbiterale e Prima Messa: "Celebrerò solennemente..."; caso mai il novello levita presiederà una solenne celebrazione; la solennità non è data da chi celebra, ma da cosa si celebra. Per non parlare dell’assurdità di celebrare “solennemente” da soli… La liturgia, infatti, “non è un mero apparato di cerimonie” ci ricorda il testo del Caeremoniale Episcoporum (n. 12),[9] ma è ben di più, come precisa puntualmente la Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium allo splendido n. 7: “Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo, mediante la quale con segni visibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell'uomo e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico e integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado”. La bellezza di dar lode a Dio, di riconoscere la sua gloria e di offrire salvezza all’uomo: ecco che cosa è la liturgia. Ma chi “fa” questa bellezza? Non certo io celebrante; neppure la comunità che non può mancare; è il suo contenuto, il suo protagonista principale: è Gesù Cristo!

Il nostro stile di ricercare e di far gustare la bellezza deve essere un itinerario catecumenale di formazione liturgica continua personale e comunitaria, senza dare mai nulla per scontato, per rendere vera la liturgia a cui partecipiamo, per capirla e verificarla, celebrarla e viverla non come una realtà misteriosa e incomprensibile, ma come qualcosa di grande che ci avvolge, che ci supera, che ci trasforma, che ci coinvolge e che ci “divinizza”. Scrive Mons. Claudio Gugerotti in un suo libro, piccolo ma denso, dal titolo intrigante “L’uomo nuovo, un essere liturgico”: “Una cosa è certa: mai la liturgia è interpretata come un fatto principalmente razionale, ma sempre come un’esperienza globale di incontro con Dio”.[10] Entrare nel mistero pasquale di Cristo significa per noi mettere veramente Cristo al centro della nostra vita, delle nostre giornate, delle nostre scelte, dei nostri pensieri, come qualcosa di bello per noi.

 

L’arte del celebrare.

Una bellezza da ricercare, da coltivare, da riscoprire personalmente e con le nostre comunità nelle celebrazioni liturgiche. Al riguardo ritengo sia importante riconoscere il positivo che già c’è: quante belle chiese ben tenute, grazie al lavoro di tanti sacerdoti, sacristi e collaboratori vari; chiese in cui si prega e si celebra volentieri. E quante belle celebrazioni, vive e vivaci, partecipate e solenni, grazie alla vostra preparazione e ad una collaborazione diffusa. Possiamo notare anche oggi in molti casi una vera e propria arte del celebrare, non come qualcosa tipico del “teatro”, ma vera e propria specifica arte che “comporta competenza, rigore, serietà, qualità; un itinerario esperienziale frutto di vissuto e di verifica del vissuto, delle cose e della verifica dell’uso delle cose, di molteplici conoscenze e di studio, di discipline diverse”[11].

Qualcuno rimpiange la solennità, la sacralità del passato; sta a noi farla rivivere, ma seriamente e consapevolmente, dando spazio al silenzio, alla verità dei segni, al rispetto dei testi. L’appiattimento, la banalizzazione e la improvvisazione non si trovano prescritti nelle indicazioni della riforma liturgica. Quella “bellezza del silenzio” richiamataci anche dal nostro Vescovo Lauro nella sua lettera del 26 giugno 2016.[12] La bellezza del segno nel silenzio e mi riferisco, per esempio, al momento della presentazione dei doni della Messa dove il gesto, un gesto fatto bene, parla senza bisogno di parole. Avete mai letto le rubriche di quella pagina del Messale?[13] Certamente non è un bel celebrare quello di chi dice “Pregate fratelli” e si sta ancora asciugando le mani …

Nel 1983 la CEI pubblicò una bella Nota pastorale a vent’anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium dal titolo “Il rinnovamento liturgico in Italia”. Fin dalle prime pagine sotto il titoletto “Una presidenza da esercitare” si trova scritto: “Per coloro, che in virtù dell’Ordine sacro sono chiamati ad esercitare il ministero della presidenza, risuona tuttora l’ammonimento dell’Apostolo: ‘Chi presiede lo faccia con diligenza’ (Rm 12, 8). Da ciò deriva loro il dovere di apprendere e di affinare l’arte di presiedere le assemblee liturgiche al fine di renderle vere assemblee celebranti, attivamente partecipi e consapevoli del mistero che si compie (PO 5). Con opportune monizioni, con il gestire sobrio e appropriato, con la capacità di adattamento alle diverse situazioni, con la saggia utilizzazione delle possibilità di scelta offerte dai libri liturgici, con tutto il proprio atteggiamento pervaso di intima preghiera, spetta in primo luogo a chi presiede rendere ogni celebrazione un’esperienza di fede che si comunica, di speranza che si conferma, di carità che si diffonde”.[14] Espressioni e indicazioni valide anche per gli altri ministri che indicano una via di verità e bellezza.

E più avanti con un altro titoletto “Un servizio da prestare” continua: “Attenzione particolare dovrà essere dedicata a quei fedeli che collaborano all’animazione e al servizio delle assemblee. Consapevoli di svolgere ‘un vero ministero liturgico’ (SC 29), è necessario che essi prestino la loro opera con competenza e con interiore adesione a ciò che fanno. Nell’esercizio del loro ministero essi sono ‘segni’ della presenza del Signore in mezzo al suo popolo. Con la molteplicità e nell’armonia dei loro servizi – dalla guida del canto alla lettura, dalla raccolta delle offerte alla preparazione della mensa, dalla presentazione dei doni alla distribuzione dell’Eucaristia – essi esprimono efficacemente l’unità di fede e di carità che deve caratterizzare la comunità ecclesiale, a sua volta segno e sacramento del mistico corpo di Cristo”.[15] Un’armonia di competenze e collaborazioni diverse, una ministerialità diffusa che dice la bellezza della comunità e della sua liturgia.

Non si parla quindi chiaramente dell’arte sacra, ma dell’arte del celebrare, secondo le prospettive riproposte da Papa Benedetto XVI.[16] Ma che significano i termini arte e celebrare? “ARTE: in senso lato è ogni capacità di produrre qualcosa secondo certe regole acquisite. In senso più stretto è la capacità di dare espressione al proprio mondo interiore, qualunque sia il linguaggio di cui ci si serva (parola, colore, suono, forma, ecc.). CELEBRARE, celebrazione: etimologicamente, rendere affollato, solenne. Si intende: per fare insieme qualcosa, o per comunicare a molti una medesima realtà o notizia”.[17]

Già Pio XII nella Mediator Dei (del 20 novembre 1947) parlava della liturgia come del “culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo, e per mezzo di lui, all’Eterno Padre”.[18] Dopo il Concilio Vaticano II siamo ormai abituati alla definizione della liturgia, soprattutto della celebrazione eucaristica, come “culmen et fons”[19] di tutta la vita della Chiesa e dei cristiani. Ma c’è anche un’altra caratteristica che le è propria: la liturgia è bellezza, e non c’è bellezza senza armonia. E l’arte richiede questa bellezza, questa armonia. L’arte non è solo, non è tanto il bello, ma il vero! Il Concilio ricorda che la liturgia non è fatta solo di parole ma si compie “per ritus et preces”[20]: riti e preghiere, segni e parole, linguaggio verbale e non verbale.

L’argomento dell’arte del celebrare interessa di per sé in primo luogo il celebrante, colui che presiede la celebrazione; ma riguarda anche tutta la comunità celebrante. Come ci ricordano i Principi e Norme della Liturgia delle Ore: “… all’orazione della comunità compete una dignità speciale, perché Cristo stesso ha detto: ‘dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18, 20)”; e più avanti: “La celebrazione in comune manifesta più chiaramente la natura ecclesiale della liturgia e favorisce la partecipazione attiva di tutti, secondo la condizione di ciascuno”.[21] L’arte del celebrare dunque interessa tutti e soprattutto chi esercita un ufficio, un compito, un ministero. Quindi riguarda noi che per vocazione, per missione, per “professione” siamo tra i primi protagonisti e “attori” di una buona celebrazione, che si compie con un’arte che le è propria.

Un’arte che è quindi anche nostra, pur riconoscendo che in qualche momento può sembrare solo “artigianato”. “La complessità linguistica dell’azione liturgica, – scrive il noto teologo e liturgista Crispino Valenziano – si sa, usa codici attinenti qualsiasi sensibilità estetizzabile, codici uditivi e codici visivi, verbali e musicali, pittorici e plastici, gestuali e prossemici, codici olfattivi e gustativi…; pur se non tutti sempre dovunque proposti e percepiti”.[22] Ogni celebrazione è un capolavoro: non perché è nostra, ma perché l’”Attore” (= colui che agisce) principalmente è Dio. Certo molte arti umane sono coinvolte in questo nostro esercizio di bellezza: letteratura, poesia, musica, architettura, pittura, scultura, ecc.; molti anche gli elementi: colori, luci, vesti e suppellettili, ecc.; molti gli artisti: suonatori, cantori, salmisti, lettori, ministranti… e lo stesso celebrante (regista e attore principale e qualche volta anche… scenografo). Non possiamo ignorare queste presenze, queste competenze, questa realtà umana e divina che ci coinvolge sulla via pulchritudinis.

Ognuno dei componenti della comunità cristiana con le proprie capacità può contribuire ad una degna e vera celebrazione perché si realizzi una partecipazione attiva. Per questo è necessario che noi sacerdoti e i nostri collaboratori conosciamo i testi delle celebrazioni per celebrare bene, con verità, consapevolezza e bellezza: il Messale con il suo Ordinamento Generale, il Lezionario con il suo Ordinamento delle Letture della Messa, la Liturgia delle Ore con i suoi Principi e Norme. Ma allo stesso tempo occorre conoscere e amare la comunità, le persone che sono parte essenziale di una celebrazione per fare con loro qualcosa di bello per loro e per il Signore. Certamente Dio non ha bisogno della nostra bellezza ma la vuole per noi, come ci ricorda il testo di un prefazio che ci invita ad avere la consapevolezza che "Tu, Signore, non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva, per Cristo nostro Signore" (prefazio comune IV; dall'antico Sacramentario di Verona).[23]

In occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Milano il Cardinale Carlo Maria Martini nella sua lettera “Attirerò tutti a me” del 1982 (n. 4) affermava: “L’esperienza insegna che dietro un imperfetto celebrare c’è un vivere anch’esso imperfetto. Se l’Eucaristia è il centro della comunità, essa ne diventa anche un po’ lo specchio. C’è dunque una ragione profonda, tratta dal dinamismo stesso della celebrazione, che ci invita a leggere in trasparenza liturgia e vita”. Potremmo dire cioè di una comunità: mostrami come celebri e ti dirò chi sei; dalla tua Eucaristia domenicale riconosciamo la tua bellezza.

         Negli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del Duemila “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (29 giugno 2001) i nostri Vescovi scrivevano: “Nonostante i tantissimi benefici apportati dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, spesso uno dei problemi più difficili oggi è proprio la trasmissione del vero senso della liturgia cristiana. Si costata qua e là una certa stanchezza e anche la tentazione di tornare a vecchi formalismi o di avventurarsi alla ricerca ingenua dello spettacolare. Pare, talvolta, che l’evento sacramentale non venga colto. Di qui l’urgenza di esplicitare la rilevanza della liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità e l’orientamento verso l’edificazione del Regno. La celebrazione eucaristica chiede molto al sacerdote che presiede l’assemblea e va sostenuta con una robusta formazione liturgica dei fedeli. Serve una liturgia insieme semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini”[24].

 

Liturgia, evangelizzazione e carità

Mi sembra di sentire ormai serpeggiare l’obiezione: c’è ben altro a cui pensare e di cui occuparsi: l’impegno della carità, il dovere dell’evangelizzazione, ecc. Il Concilio lo sapeva e, infatti, in SC 9 è detto: “La sacra liturgia non esaurisce tutta l'azione della Chiesa. Infatti, prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione... Per questo motivo la Chiesa annunzia il messaggio della salvezza a coloro che ancora non credono, affinché tutti gli uomini conoscano l'unico vero Dio e il suo inviato, Gesù Cristo… insegnar loro ad osservare tutto ciò che Cristo ha comandato ed incitarli a tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato, per manifestare attraverso queste opere che i seguaci di Cristo, pur non essendo di questo mondo, sono tuttavia la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini”.

Nella traccia per il Convegno di Firenze del novembre 2015, a commento del verbo trasfigurare è scritto: “Le comunità cristiane sono nutrite e trasformate nella fede grazie alla vita liturgica e sacramentale e grazie alla preghiera. Esiste un rapporto intrinseco tra fede e carità, dove si esprime il senso del mistero: il divino traspare nell’umano e questo si trasfigura in quello.  Senza la preghiera e i sacramenti, la carità si svuoterebbe, perché si ridurrebbe a filantropia incapace di conferire significato alla comunione fraterna”.[25]

Precisa Papa Francesco in Evangelii Gaudium: “La comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre festeggiare. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi”.[26] Evangelizzazione, carità e liturgia: insieme possono fare il cristiano e il  mondo in cui vive più bello.[27]

La liturgia con la sua bellezza e il suo fascino, con la sua grazia divina, infatti, ha di mira cambiare il cuore, gli atteggiamenti e lo stile di vita del credente; essa è luogo di edificazione e di formazione. Per tutto questo è necessaria una triplice fedeltà: a Dio, all’uomo e alla Chiesa! Una responsabilità richiamata a noi adulti (presbiteri!) dal Vescovo Lauro con la connotazione della bellezza: “Offrire alle nuove generazioni modelli di vita coerenti, dove prevalga la bellezza della fedeltà, in ogni campo (anche in quello liturgico!), sull’evanescenza dell’appagamento narcisistico”. [28]

Giuliano Zanchi ha intitolato un suo intervento “Bellezza e povertà si incontreranno: splendore della verità e grazia dell’essenziale” e afferma: “Bellezza e povertà sono gli ingredienti della verità del gesto rituale”.[29]  Ancora il Concilio ci mette sulla giusta strada anche del come si celebra nella verità e bellezza: “La madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, ‘stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato (1Pt 2, 9; cf. 2, 4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo”.[30] La parola d’ordine, la parola guida è partecipazione, ma con delle chiare specificazioni: piena, consapevole, attiva. Ecco i pilastri dell’arte del celebrare, per sperimentare un’autentica bellezza.

Continuando la SC ci guida sulla via dell’arte liturgica: “I riti splendano per nobile semplicità; siano chiari per brevità ed evitino inutili ripetizioni; siano adattati alle capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni”[31]. Per me quella pagina del Concilio si è resa plasticamente evidente nei funerali del Beato Papa Paolo VI (scena che si è ripetuta più recentemente anche per San Giovanni Paolo II): quella semplice bara per terra su un tappeto con il cero pasquale e il libro dei Vangeli. A differenza dei funerali precedenti: una bara a tre metri di altezza con cento ceri accesi, ecc. Pierangelo Chiaramello commentando questa “nobile semplicità”, parla di uno stile celebrativo sobrio, testimonianza di una Chiesa povera per i poveri e afferma: “C’è bisogno di cura della celebrazione nella sua verità. Occorre dare molta attenzione all’assemblea”.[32] Ricorda che semplicità non vuol dire eliminare tutto; e d’altro canto, nobiltà non è fastosità…

 

Segni e simboli di bellezza

Nasce di qui un’esigenza oggi troppo sottovalutata: l’importanza della verità dei segni. Un segno deve parlare a tutti chiaramente, efficacemente e autenticamente. Ricordo, ad esempio, le Messe per le assemblee continentali del Sinodo dei Vescovi in San Pietro, volute da San Giovanni Paolo II, con le caratteristiche dei riti antichi e contemporanei delle varie culture[33] e le scimmiottature delle domeniche seguenti in parrocchie e diocesi (il gruppo di Africani “affittato” per l’occasione! E la gente dice: che bello!). Ricordiamo che lo “spettacolo” è bello solo se è vero!

Al riguardo una delle vie, delle corsie preferenziali, per far entrare nel mistero è quella di far fare esperienza concreta della bellezza del celebrare, di far compiere qualcosa sempre nel rispetto del dettato conciliare: ognuno faccia tutto e solo quello che gli compete! Facendo si impara; lo ricorda bene l’assioma: Se ascolti, dimentichi; se vedi, ricordi; se fai impari! Quanto è vero questo anche per la celebrazione liturgica: quante cose entrano da un orecchio ed escono dall’altro; ci sono “signa sensibilia” – direbbe SC[34] - che immediatamente ci colpiscono; ma è soprattutto l’esperienza celebrativa da cui nasce e si sviluppa la mistagogia. Scrive ancora Gugerotti nel libro citato: “Nell’accostarsi al simbolo si rischia di percorrere spesso il cammino contrario a quello della dinamica simbolica: anziché narrare simbolicamente la fede si spiega la liturgia. Invece la liturgia non va spiegata va vissuta”.[35]

A questo riguardo non è mio compito e non ne sarei capace di descrivere e spiegare il significato e il valore del segno/simbolo e la sua dinamica proprio nel campo della bellezza. Mi basti almeno accennare la problematica che non è estranea al discorso. I segni parlano, a volte gridano una verità. I simboli ancora di più assommano (sim-ballo) una serie di significati che vanno decodificati, interpretati, spiegati. Quando però i segni diventano segni dei segni non dicono più nulla! I segni rimandano al vero. Se un segno è falso svilisce e blocca la celebrazione. Un grave rischio è quello di perdere il significato, la bellezza e la verità dei segni. Il crisma è ancora un olio profumato? O è ormai sempre olio quasi rancido o inodore? Ma anche le parole rischiano l’insignificanza o il travisamento: pensiamo alla Confermazione che nel linguaggio popolare (la Cresima) è diventata sinonimo di punizioni corporali: “Guarda che viene il Vescovo!” – “Ti do una cresimata!”. A cosa abbiamo ridotto quel bel gesto da sempre accompagnato dall’augurio di pace, che indica l’accoglienza del cresimato a pieno titolo nella Chiesa!

L’arte del celebrare deve far trovare il giusto equilibrio tra una piatta celebrazione e un rito fantastico o fantasmagorico, nella fedeltà al rito e non nel rubricismo. [36] Il rito è un “meccanismo” che deve funzionare con la competente collaborazione dei diversi ministri secondo determinate regole nell’attenzione alla comunità che celebra. Spesso questo dipende anche da piccole cose: una candela che si spegne, un microfono che non funziona, un turibolo che non fuma, un prete vestito male, una tovaglia sporca; non sono certo una colpa grave ma non sono neppure indizi di bellezza e di un’arte del celebrare. Emerge quindi la caratteristica che è propria della celebrazione: la liturgia è bellezza, e non c’è bellezza senza armonia. E l’arte richiede questa bellezza, questa armonia. E l’arte non è solo, non è tanto il bello, ma il vero!

È “in gioco” in questa verità del celebrare la dimensione della gratuità e della giocosità; l’atteggiamento eucaristico di dono, di offerta, di gioia, di festa. Saper usare vesti e suppellettili, ornamenti e decorazioni tradizionali patrimoni delle nostre chiese che la gente rivede volentieri, come frutto dell’impegno dei sacrifici, del dono e della generosità dei loro padri. “Si pensi al fatto che le chiese più belle le hanno fatte i … poveri!”.[37] Stiamo anche oggi attenti ai doni: “Timeo Danaos et dona ferentes”. Quante brutte cose ci vengono imposte; gratis non è sinonimo di bello! A volte fa rima con un protagonismo esibizionista.

Quante volte sono vere le parole che spesso ritornano nelle preghiere dopo la comunione, quando si è affermato che in quella liturgia si è pregustata la gioia dell’eternità beata?[38] Inoltre significativamente l’OGMR (n. 97) dice: “I fedeli non rifiutino di servire con gioia il popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche ministero o compito particolare nella celebrazione”. Parole che valgono prima di tutto per noi sacerdoti e diaconi, testimoni della bellezza del celebrare se la gioia e la letizia traspaiono dal nostro viso. Dobbiamo poter dire un NO deciso alla sciatteria, al “bello per me”, nel rispetto e nell’amore per la nostra gente e le nostre comunità prima ancora che per le norme.

Persino per l’omelia, il momento più difficile, impegnativo e delicato per noi e anche per la gente siamo richiamati da Papa Francesco, in quel lungo tratto della sua prima Esortazione Apostolica, chiaramente indirizzato ai ministri ordinati (soprattutto i n. 142-151): “Nell’omelia, la verità si accompagna alla bellezza e al bene. Non si tratta di verità astratte o di freddi sillogismi, perché si comunica anche la bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la pratica del bene. La memoria del popolo fedele, come quella di Maria, deve rimanere traboccante delle meraviglie di Dio. Il suo cuore, aperto alla speranza di una pratica gioiosa e possibile dell’amore che gli è stato annunciato, sente che ogni parola nella Scrittura è anzitutto dono, prima che esigenza”.[39]

 

La bellezza dell’arte

“Il legame profondo tra la bellezza e la liturgia deve farci considerare con attenzione tutte le espressioni artistiche poste al servizio della celebrazione” affermava Papa Benedetto nella Sacramentum Caritatis.[40] Vi è quindi da considerare anche tutto l’ambito dell’arte sacra, delle chiese e del loro programma iconografico o progetto globale. Quando autentiche guide, che ben conoscono la sacra scrittura e la patristica, ci illustrano architetture e mosaici dell’antichità allora si capisce bene quali profonde dinamiche iniziatiche hanno condotto gli artisti dei primi secoli, e, mutatis mutandis, anche quelli dell’oscuro medioevo e del luminoso rinascimento a realizzare capolavori che sfidano i secoli ma anche le culture. Nulla è lasciato al caso, ma tutto risponde a determinate idee teologiche sulla storia della salvezza, sull’essenza della Chiesa, sull’escatologia. Per esemplificare: se colloco le immagini dei quattro evangelisti non le pongo a caso o secondo criteri miei (come in una recente nostra chiesa), ma come insegna l’antichità prima vengono i due apostoli e poi gli altri due evangelisti. Ancora: i 7 (diventati 8) candelieri della trabeazione nella cappella Sistina in Vaticano (così nel nostro duomo che sono ormai 8 + 2 perdendo il simbolismo biblico del 7°); il mosaico dell’Annunciazione a Monreale (il colore della lana con cui Maria intesse); ecc. Nel campo architettonico occorre tenere presente le dinamiche della via pulchritudinis di cui ci parlerà con competenza e rigore l’architetto Antonio Marchesi. Le chiese sono edifici in cui si celebrano le azioni liturgiche che sono molte e diverse; non c’è solo la Messa!

Domandiamoci, inoltre, pensando alle nostre chiese: cosa fa bello l’ambiente liturgico? La storia ci presenta numerosi stili dal romanico al gotico, dal classico al barocco: in quegli ambiti siamo chiamati a celebrare e ognuno ce ne offre una dimensione particolare. Non è mai qualcosa di indifferente alla celebrazione.[41] Spesso è frutto delle modalità di celebrazione di un’epoca e a volte condiziona la stessa celebrazione. In alcuni casi lo sentiamo consono, bello; in altre occasioni appare pesante e difficile da gestire.

Inoltre, come usiamo, come valorizziamo, come vediamo quei tre elementi fondamentali della celebrazione che sono l’altare, l’ambone e la sede? Non mi fermo sulla sede che per molti celebranti serve ormai solo a sedersi, mentre è il luogo proprio dei riti di inizio, per una parte della liturgia della Parola e per i riti di conclusione. L’ambone, ancora purtroppo frequentemente un semplice trabiccolo di leggio, viene adoperato per tutte le “parole” (penso ai funerali…), oscurando il valore della Parola di Dio.[42] Mi fermo all’altare, che – scrivono i nostri Vescovi nella Nota Pastorale del 1993[43] – “è il punto centrale per tutti i fedeli, è il polo della comunità che celebra. Non è un semplice arredo, ma il segno permanente del Cristo sacerdote e vittima, è mensa del sacrificio e del convito pasquale che il Padre imbandisce per i figli nella casa comune, sorgente e segno di unità e carità”. Di fronte a questi testi, una parola va detta subito per tanti nostri altari che sembrano diventati solo supporti per candelieri, microfoni e fiori, i quali da ornamenti e strumenti diventano ingombro e fanno perdere la verità dei segni. Per non parlare di tovaglie che soffocano e nascondono l’altare. O anche di altari come tavole sempre apparecchiate… dimenticando quanto chiaramente sul tema ci richiamano l’OGMR al n. 306[44] e le Precisazioni CEI, 14 nel MRit.[45] L’uso degli altari! Lo veneriamo, lo baciamo, lo incensiamo e poi lo usiamo come una mensola. Ci mettiamo su di tutto... (foglietti delle domeniche, occhiali, copricapi, accendini, vetri, …). Un prefazio pasquale presenta il coinvolgimento totale di Cristo nell’arte celebrativa definendolo come colui che si è fatto “altare, vittima e sacerdote”.[46] Noi che abbiamo sempre negli occhi e nel cuore lo splendido altare del nostro duomo, vera icona dell’altare cristiano, mensa della cena e ara del sacrificio; attorno ad esso, come dice il canone romano, ci si sente veramente i circumstantes.

Qui consentitemi una piccola deviazione. Spesso preti e laici chiedono: Ma sull’altare ci vanno fiori e lumi?  Mi permetto di citare quanto dice il Rito della Dedicazione di una Chiesa (e dell’altare). Dopo l’aspersione, la preghiera di dedicazione, l’unzione e l’incensazione dell’altare, la rubrica prevede che: “Alcuni ministri ricoprono l’altare con una tovaglia e, secondo l’opportunità, lo adornano di fiori; vi dispongono poi i candelieri con relative candele come richiesto per la celebrazione della Messa”.[47] Vi fa eco l’OGMR ai numeri 304-309 e 117.[48] Attenzione quindi anche alle tovaglie che ammazzano l’altare e la sua bellezza (la mensa di pietra che scompare); ma anche ai fiori posti davanti alla mensa che fanno da barriera tra il popolo di Dio e l’altare e che spesso nascondono la parte più bella dell’altare, ecc.

Mi sembra importante, inoltre, pensare e guardare a questi tre luoghi anche al di fuori della celebrazione della Santa Messa. Se è vero che essi trovano il loro significato, la loro importanza, la loro identità in relazione soprattutto alla celebrazione eucaristica, è altrettanto interessante cogliere il loro valore e il loro simbolismo anche oltre la celebrazione liturgica. Per chi entra in una chiesa questi tre luoghi con la loro bellezza eloquente debbono apparire immediatamente quello che sono, quello per cui sono destinati e quello che significano e rappresentano. Non solo; proviamo a guardare a questi tre luoghi nella loro funzione anche per le altre celebrazioni: mi riferisco in particolare alle liturgie della Parola, alle celebrazioni penitenziali, ma soprattutto alla celebrazione della Liturgia delle Ore (la sede per la salmodia e gli altri momenti in cui chi presiede guida la preghiera- non quella normale del celebrante se presiede un laico! –, l’ambone per la proclamazione della lettura, l’altare venerato con il bacio iniziale e l’incensazione al cantico), oppure a quella del Sacramento del Battesimo (la sede per la professione di fede e gli altri momenti del rito, l’ambone per la liturgia della parola, l’altare per la consegna del Padre nostro). Situazioni celebrative in cui spesso si disattendono le norme e le esigenze di verità del rito, trascurando o ignorando i previsti luoghi celebrativi.

         Come scrive don Antonio Donghi, questi luoghi vanno giustamente considerati in uno spazio più ampio: “Lo spazio liturgico vive della dinamica propria della celebrazione liturgica, nella quale si dispiega il dinamismo rituale e nella quale la comunità cristiana prende sempre più coscienza della propria identità. Nell’ordinare lo spazio liturgico occorre sempre tenere presenti alcuni elementi celebrativi ed architettonici che derivano dalla celebrazione stessa e rendono celebrabili i diversi riti”. [49] Il legame con il divino non può essere sistematicamente ignorato e misconosciuto; esso va evidenziato e comunicato anche con il bello. La gente se ne accorge se amiamo o no le “loro” e nostre chiese; se le manteniamo curate o trasandate. Certo non dobbiamo fare tutto noi, ma promuovere, trovare collaboratori responsabili, lasciar fare a loro le cose bene. La gente oggi è abituata ad ambienti belli e confortevoli. Una volta la chiesa era la casa più bella. Oggi? Spesso nelle nostre chiese fa freddo, si è scomodi, non si sente bene, non c’è luce a sufficienza, …

 

Conclusione

 “Bisogna sinceramente riconoscere – scrive A. Santantoni – che il vero pericolo che minaccia le nostre celebrazioni non è certo l’eccesso di estetismo e di creatività, ma, esattamente ai poli opposti, il freddo rubricismo degli uni e le più grossolane improvvisazioni degli altri, unite a un’insensibilità e una superficialità tali che in qualunque altro ambito dell’espressione verrebbero considerate gravemente inadeguate e perfino offensive della dignità dell’azione celebrata e degli stessi partecipanti.[50]

Per celebrare bene occorre conoscere, i libri liturgici, i riti, le leggi della comunicazione ma anche la comunità nella sua identità specifica. Non può venir meno l’attenzione al pericolo dell’efficientismo, del pragmatismo, dell’appiattimento: è anche nostro compito dare un’anima alla celebrazione. Quanto gustiamo noi celebranti la bellezza di certe pagine della Sacra Scrittura che vengono proclamate e i testi eucologici che preghiamo perché anche i fedeli ne colgano il messaggio, la pregnanza e il valore? I “Prænotanda” del Messale Romano ricordano esplicitamente al celebrante che nella scelta dei testi e delle modalità celebrative deve operare non secondo il proprio gusto ma per il bene dei fedeli:[51] un criterio basilare per la vera arte del celebrare nella cura per la celebrazione e l’ambiente liturgico come ci richiamava Giovanni Paolo II nella Ecclesia de Eucharistia.[52]

Particolarmente la musica e il canto possono favorire questa dimensione della bellezza come ricorda sempre la SC: “L’azione liturgica assume una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente in canto, con la presenza dei sacri ministri e la partecipazione attiva del popolo”. [53] Che dire allora del parroco che impedisce al coro di cantare perché “non si deve perdere tempo”? Anche qui occorre dare un’anima alle nostre celebrazioni perché siano vere e belle e non esibizioni di cori o solisti.

Ricordo che anni fa in Vaticano sono venuti un coro ed un’orchestra cinese per un omaggio al Santo Padre Benedetto XVI: un gesto storico molto bello e significativo. Il concerto eseguito nell’Aula Paolo VI prevedeva la Messa da Requiem di Wofgang Amadeus Mozart; un’esecuzione impeccabile dal punto di vista tecnico, ma senza cuore! Davano l’impressione di non sapere, di non capire, di non conoscere il grande mistero della fede in Cristo morto e risorto che stavano cantando. Ben diverso quando hanno eseguito il corale della Madam Butterfly. Parlando della bellezza del canto accenno solo al fatto che non tutta la musica sacra è anche musica liturgica (es. Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, ecc.)

Il Concilio, come ho ricordato, ha detto con chiarezza che la liturgia non esaurisce la vita della Chiesa (SC 9) e tuttavia essa ha il suo apice e il suo cuore nella liturgia (SC 10). L’azione cultuale non è l'unico modo di rendere gloria a Dio e alla sua bellezza, non è l’unica via per dare risalto alla dignità e bellezza della persona umana: tutta la nostra esistenza è il sacrificio della lode al Padre; la celebrazione vuol fare di tutta la nostra vita un'autentica liturgia, incontro con Dio e con i fratelli. Noi, infatti, partecipiamo alla liturgia eucaristica perché "Aprendoci all'azione dello Spirito Santo, viviamo in Cristo la vita nuova nella lode perenne del nome divino e nel generoso servizio dei fratelli" (PE riconciliazione I).

Stefano Parenti in un suo articolo cita un noto aneddoto significativo: “Secondo la Cronaca dei tempi passati, compilazione storiografica della fine dell’XI secolo, nel 987 il principe Volodymyr di Kiev invia una sua delegazione presso alcuni paesi per conoscere le religioni che vi erano praticate e sceglierne una per se è e per il suo popolo. I messi si recarono in un primo tempo presso i bulgari, quindi raggiunsero i tedeschi e di là si diressero a Costantinopoli e, una volta tornati in patria, raccontarono al principe le loro impressioni: Siamo stati dai Greci che ci condussero là dove rendono culto al loro Dio. E non sapevamo più se eravamo in cielo o sulla terra, perché sulla terra non vi è un tale spettacolo, una tale bellezza; noi siamo incapaci di esprimere lo stupore, ma sappiamo soltanto che è là che Dio abita con gli uomini e che il loro culto supera quello degli altri paesi. No, non possiamo dimenticare questa bellezza, perché ogni uomo che ha gustato qualche cosa di dolce in seguito non sopporta più l'amaro, così anche noi non saremo più pagani”.[54] 

Perché si celebra? Perché occorre celebrare bene e con arte? Il motivo è sempre lui, come ci ricorda il cuore del prefazio: Gesù Cristo nostro Signore. Le pagine dell’Antico Testamento, in particolare del libro del Levitico, ci dimostrano come il motivo del celebrare, e del celebrare con arte, sia un’esplicita volontà divina. Quante indicazioni: fin troppo minuziose per la nostra mentalità. Ma quanti valori dietro ogni indicazione. Tanti significati che noi ignoriamo e spesso sottovalutiamo. La parola e l’esempio di nostro Signore Gesù Cristo: la cura che egli ha avuto nell’organizzare la cena pasquale, l’ultima cena, l’istituzione dell’Eucaristia (Mc 14, 15; Lc 22, 7-13.) Un messaggio, un dono normalmente hanno bisogno del bello, della via pulchritudinis per trasmettere, comunicare il loro contenuto. Tanto più la grazia di Dio che nei Sacramenti, segni efficaci e strumenti concreti, ci veicola l’amore e la salvezza di Dio per l’uomo. Occorre dire un no deciso alla sciattezza nelle celebrazioni liturgiche che ci comunicano il bene che viene da Dio.

È necessaria un’attenzione particolare a ciò che è tipicamente umano, a ciò che è proprio dell’uomo e per l’uomo; quanto lo attira, lo realizza, lo coinvolge. La vera arte: agire come Cristo che attirava le folle e i cuori non con autorità o autoritarismo, ma con autorevolezza (Lc 4, 31-37; Mc 1, 21-28). La celebrazione è qualcosa che si propone per la sua verità, la sua immediatezza, la sua bellezza. Il rispetto della verità dei segni, dello spazio, dei tempi, delle competenze, dei vari sintagmi, delle singole parti della celebrazione costituiscono l’arte del celebrare.

In ogni celebrazione si attualizza l’opera di Dio, che è sempre una grande opera, un’opera d’arte, per noi uomini e per la nostra salvezza. Si celebra per avere in Cristo la pienezza della vita nella partecipazione alla vita di Dio. Guardiamo al grande artista della celebrazione, il nostro Signore Gesù Cristo. La liturgia, soprattutto la Messa, è la più grande opera di Dio, il vero artista che non solo ha creato l’uomo ma mediante i sacramenti lo rinnova e lo redime, cioè lo “ri-costruisce”, lo ri-plasma”, lo “ri-fonda”.[55] La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa: la celebrazione stessa ci insegna l’arte del celebrare e l’impegno nell’arte del celebrare rende vera la celebrazione. La scuola della liturgia, la scuola della preghiera: questa è l’arte della Chiesa, di tutta la Chiesa, secondo l’immagine sponsale di Cristo e della Chiesa, tanto cara anche al Concilio Vaticano II (SC 102). L'uso liturgico e il valore teologico della figura di Cristo sposo e della Chiesa sua sposa, emergono in pienezza nell'ascolto della parola e nella celebrazione liturgica, perché la Chiesa, comunità bella dei redenti, possa presentarsi davanti a Dio, anche grazie al nostro ministero, come una sposa bella, “tutta gloriosa, senza macchia né ruga” (Ef 5, 27) ed essere per il mondo attraente prospettiva di vita nuova nell'amore sponsale di Cristo, Salvatore "innamorato" dell'intera umanità. E quando egli, "lo Sposo", verrà possa essere accolto con le lampade della carità e della fede accese e ardenti di luce che non si spegne, perché alimentate dal dono della Parola e del Pane di vita che la divina liturgia continuamente garantisce ed offre con la sua bellezza.










ECCLESIA DE EUCHARISTIA - Lettera Enciclica di Giovanni Paolo II del 17 aprile 2003

Capitolo quinto: IL DECORO DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA 

47. Chi legge nei Vangeli sinottici il racconto dell'istituzione eucaristica, resta colpito dalla semplicità e insieme dalla « gravità », con cui Gesù, la sera dell'Ultima Cena, istituisce il grande Sacramento. C'è un episodio che, in certo senso, fa da preludio: è l'unzione di Betania. Una donna, identificata da Giovanni con Maria sorella di Lazzaro, versa sul capo di Gesù un vasetto di profumo prezioso, provocando nei discepoli – in particolare in Giuda (cfr Mt 26, 8; Mc 14, 4; Gv 12, 4) – una reazione di protesta, come se tale gesto, in considerazione delle esigenze dei poveri, costituisse uno « spreco » intollerabile. Ma la valutazione di Gesù è ben diversa. Senza nulla togliere al dovere della carità verso gli indigenti, ai quali i discepoli si dovranno sempre dedicare – « i poveri li avete sempre con voi » (Mt 26, 11; Mc 14, 7; cfr Gv 12, 8) – Egli guarda all'evento imminente della sua morte e della sua sepoltura, e apprezza l'unzione che gli è stata praticata quale anticipazione di quell'onore di cui il suo corpo continuerà ad essere degno anche dopo la morte, indissolubilmente legato com'è al mistero della sua persona. 

Il racconto continua, nei Vangeli sinottici, con l'incarico dato da Gesù ai discepoli per l'accurata preparazione della «grande sala» necessaria per consumare la cena pasquale (cfr Mc 14, 15; Lc 22, 12), e con la narrazione dell'istituzione dell'Eucaristia. Lasciando almeno in parte intravedere il quadro dei riti ebraici della cena pasquale fino al canto dell'Hallel (cfr Mt 26, 30; Mc 14, 26), il racconto offre in maniera concisa quanto solenne, pur nelle varianti delle diverse tradizioni, le parole dette da Cristo sul pane e sul vino, da Lui assunti quali concrete espressioni del suo corpo donato e del suo sangue versato. Tutti questi particolari sono ricordati dagli Evangelisti alla luce di una prassi di « frazione del pane » ormai consolidata nella Chiesa primitiva. Ma certo, fin dalla storia vissuta di Gesù, l'evento del Giovedì Santo porta visibilmente i tratti di una « sensibilità » liturgica, modulata sulla tradizione antico-testamentaria e pronta a rimodularsi nella celebrazione cristiana in sintonia col nuovo contenuto della Pasqua. 

48. Come la donna dell'unzione di Betania, la Chiesa non ha temuto di « sprecare  », investendo il meglio delle sue risorse per esprimere il suo stupore adorante di fronte al dono incommensurabile dell'Eucaristia. Non meno dei primi discepoli incaricati di predisporre la « grande sala », essa si è sentita spinta lungo i secoli e nell'avvicendarsi delle culture a celebrare l'Eucaristia in un contesto degno di così grande Mistero. Sull'onda delle parole e dei gesti di Gesù, sviluppando l'eredità rituale del giudaismo, è nata la liturgia cristiana. E in effetti, che cosa mai potrebbe bastare, per esprimere in modo adeguato l'accoglienza del dono che lo Sposo divino continuamente fa di sé alla Chiesa-Sposa, mettendo alla portata delle singole generazioni di credenti il Sacrificio offerto una volta per tutte sulla Croce, e facendosi nutrimento di tutti i fedeli? Se la logica del « convito » ispira familiarità, la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa « dimestichezza » col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore e che il « convito » resta pur sempre un convito sacrificale, segnato dal sangue versato sul Golgota. Il Convito eucaristico è davvero convito «sacro», in cui la semplicità dei segni nasconde l'abisso della santità di Dio: «O Sacrum convivium, in quo Christus sumitur!». Il pane che è spezzato sui nostri altari, offerto alla nostra condizione di viandanti in cammino sulle strade del mondo, è « panis angelorum », pane degli angeli, al quale non ci si può accostare che con l'umiltà del centurione del Vangelo: « Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto » (Mt 8, 8; Lc 7, 6). 

49. Sull'onda di questo elevato senso del mistero, si comprende come la fede della Chiesa nel Mistero eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l'istanza di un interiore atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne, volte ad evocare e sottolineare la grandezza dell'evento celebrato. Nasce da questo il percorso che ha condotto, progressivamente, a delineare uno speciale statuto di regolamentazione della liturgia eucaristica, nel rispetto delle varie tradizioni ecclesiali legittimamente costituite. Su questa base si è sviluppato anche un ricco patrimonio di arte. L'architettura, la scultura, la pittura, la musica, lasciandosi orientare dal mistero cristiano, hanno trovato nell'Eucaristia, direttamente o indirettamente, un motivo di grande ispirazione. 

È stato così, ad esempio, per l'architettura, che ha visto il passaggio, non appena il contesto storico lo ha consentito, dalle iniziali sedi eucaristiche poste nelle « domus » delle famiglie cristiane alle solenni basiliche dei primi secoli, alle imponenti cattedrali del Medioevo, fino alle chiese grandi o piccole, che hanno via via costellato le terre raggiunte dal cristianesimo. Le forme degli altari e dei tabernacoli si sono sviluppate dentro gli spazi delle aule liturgiche seguendo di volta in volta non solo i motivi dell'estro, ma anche i dettami di una precisa comprensione del Mistero. Altrettanto si può dire della musica sacra, se solo si pensa alle ispirate melodie gregoriane, ai tanti e spesso grandi autori che si sono cimentati con i testi liturgici della Santa Messa. E non si rileva forse un'enorme quantità di produzioni artistiche, dalle realizzazioni di un buon artigianato alle vere opere d'arte, nell'ambito degli oggetti e dei paramenti utilizzati per la Celebrazione eucaristica? 

Si può dire così che l'Eucaristia, mentre ha plasmato la Chiesa e la spiritualità, ha inciso fortemente sulla « cultura », specialmente in ambito estetico. 

50. In questo sforzo di adorazione del Mistero colto in prospettiva rituale ed estetica, hanno, in certo senso, « gareggiato » i cristiani dell'Occidente e dell'Oriente. Come non rendere grazie al Signore, in particolare, per il contributo dato all'arte cristiana dalle grandi opere architettoniche e pittoriche della tradizione greco-bizantina e di tutta l'area geografica e culturale slava? In Oriente l'arte sacra ha conservato un senso singolarmente forte del mistero, spingendo gli artisti a concepire il loro impegno nella produzione del bello non soltanto come espressione del loro genio, ma anche come autentico servizio alla fede. Essi, andando ben oltre la semplice perizia tecnica, hanno saputo aprirsi con docilità al soffio dello Spirito di Dio. 

Gli splendori delle architetture e dei mosaici nell'Oriente e nell'Occidente cristiano sono un patrimonio universale dei credenti, e portano in se stessi un auspicio, e direi un pegno, della desiderata pienezza di comunione nella fede e nella celebrazione. Ciò suppone ed esige, come nel celebre dipinto della Trinità di Rublëv, una Chiesa profondamente « eucaristica », in cui la condivisione del mistero di Cristo nel pane spezzato è come immersa nell'ineffabile unità delle tre Persone divine, facendo della Chiesa stessa un'« icona » della Trinità. 

In questa prospettiva di un'arte tesa ad esprimere, in tutti i suoi elementi, il senso dell'Eucaristia secondo l'insegnamento della Chiesa, occorre prestare ogni attenzione alle norme che regolano la costruzione e l'arredo degli edifici sacri. Ampio è lo spazio creativo che la Chiesa ha sempre lasciato agli artisti, come la storia dimostra e come io stesso ho sottolineato nella Lettera agli artisti. Ma l'arte sacra deve contraddistinguersi per la sua capacità di esprimere adeguatamente il Mistero colto nella pienezza di fede della Chiesa e secondo le indicazioni pastorali convenientemente offerte dall'Autorità competente. È questo un discorso che vale per le arti figurative come per la musica sacra. 

51. Ciò che è avvenuto nelle terre di antica cristianizzazione in tema di arte sacra e di disciplina liturgica, si va sviluppando anche nei continenti in cui il cristianesimo è più giovane. È, questo, l'orientamento fatto proprio dal Concilio Vaticano II a proposito dell'esigenza di una sana quanto doverosa « inculturazione ». Nei miei numerosi viaggi pastorali ho avuto modo di osservare, in tutte le parti del mondo, di quanta vitalità sia capace la Celebrazione eucaristica a contatto con le forme, gli stili e le sensibilità delle diverse culture. Adattandosi alle cangianti condizioni di tempo e di spazio, l'Eucaristia offre nutrimento non solo ai singoli, ma agli stessi popoli, e plasma culture cristianamente ispirate. 

È necessario tuttavia che questo importante lavoro di adattamento sia compiuto nella costante consapevolezza dell'ineffabile Mistero con cui ogni generazione è chiamata a misurarsi. Il « tesoro » è troppo grande e prezioso per rischiare di impoverirlo o di pregiudicarlo mediante sperimentazioni o pratiche introdotte senza un'attenta verifica da parte delle competenti Autorità ecclesiastiche. La centralità del Mistero eucaristico, peraltro, è tale da esigere che la verifica avvenga in stretto rapporto con la Santa Sede. Come scrivevo nell'Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Asia, « una simile collaborazione è essenziale perché la Sacra Liturgia esprime e celebra l'unica fede professata da tutti ed essendo eredità di tutta la Chiesa non può essere determinata dalle Chiese locali isolate dalla Chiesa universale ».

52. Si comprende, da quanto detto, la grande responsabilità che hanno, nella Celebrazione eucaristica, soprattutto i sacerdoti, ai quali compete di presiederla in persona Christi, assicurando una testimonianza e un servizio di comunione non solo alla comunità che direttamente partecipa alla celebrazione, ma anche alla Chiesa universale, che è sempre chiamata in causa dall'Eucaristia. Occorre purtroppo lamentare che, soprattutto a partire dagli anni della riforma liturgica post-conciliare, per un malinteso senso di creatività e di adattamento, non sono mancati abusi, che sono stati motivo di sofferenza per molti. Una certa reazione al « formalismo » ha portato qualcuno, specie in alcune regioni, a ritenere non obbliganti le « forme » scelte dalla grande tradizione liturgica della Chiesa e dal suo Magistero e a introdurre innovazioni non autorizzate e spesso del tutto sconvenienti. 

Sento perciò il dovere di fare un caldo appello perché, nella Celebrazione eucaristica, le norme liturgiche siano osservate con grande fedeltà. Esse sono un'espressione concreta dell'autentica ecclesialità dell'Eucaristia; questo è il loro senso più profondo. La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i Misteri. L'apostolo Paolo dovette rivolgere parole brucianti nei confronti della comunità di Corinto per le gravi mancanze nella loro Celebrazione eucaristica, che avevano condotto a divisioni (skísmata) e alla formazione di fazioni (‘airéseis) (cfr 1Cor 11, 17-34). Anche nei nostri tempi, l'obbedienza alle norme liturgiche dovrebbe essere riscoperta e valorizzata come riflesso e testimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell'Eucaristia. Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche e la comunità che a queste si conforma dimostrano, in un modo silenzioso ma eloquente, il loro amore per la Chiesa. Proprio per rafforzare questo senso profondo delle norme liturgiche, ho chiesto ai Dicasteri competenti della Curia Romana di preparare un documento più specifico, con richiami anche di carattere giuridico, su questo tema di grande importanza. A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale. 

 




SACRAMENTUM CARITATIS

Esortazione apostolica postsinodale di Benedetto XVI (22.02.07)

 

34. Il Sinodo dei Vescovi ha riflettuto molto sulla relazione intrinseca tra fede eucaristica e celebrazione, mettendo in evidenza il nesso tra lex orandi e lex credendi e sottolineando il primato dell'azione liturgica. È necessario vivere l'Eucaristia come mistero della fede autenticamente celebrato, nella chiara consapevolezza che «l'intellectus fidei è sempre originariamente in rapporto con l'azione liturgica della Chiesa». In questo ambito, la riflessione teologica non può mai prescindere dall'ordine sacramentale istituito da Cristo stesso. Dall'altra parte, l'azione liturgica non può mai essere considerata genericamente, a prescindere dal mistero della fede. La sorgente della nostra fede e della liturgia eucaristica, infatti, è il medesimo evento: il dono che Cristo ha fatto di se stesso nel Mistero pasquale.

35. Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore. Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell'armonia del cosmo (cfr Sap 13, 5; Rm 1, 19-20). Nell'Antico Testamento poi troviamo ampi segni del fulgore della potenza di Dio, che si manifesta con la sua gloria attraverso i prodigi operati in mezzo al popolo eletto (cfr Es 14; 16, 10; 24, 12-18; Nm 14, 20-23). Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: Egli è la piena manifestazione della gloria divina. Nella glorificazione del Figlio risplende e si comunica la gloria del Padre (cfr Gv 1, 14; 8, 54; 12, 28; 17, 1). Tuttavia, questa bellezza non è una semplice armonia di forme; « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 45 [44], 3) è anche misteriosamente colui che « non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi » (Is 53, 2). Gesù Cristo ci mostra come la verità dell'amore sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione. Qui il fulgore della gloria di Dio supera ogni bellezza intramondana. La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale.

La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9, 2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria.

 

40. Sottolineando l'importanza dell'ars celebrandi, si pone in luce di conseguenza il valore delle norme liturgiche. L'ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l'utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come, ad esempio, l'armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell'arredo e del luogo sacro. La celebrazione eucaristica trova giovamento là dove i sacerdoti e i responsabili della pastorale liturgica si impegnano a fare conoscere i vigenti libri liturgici e le relative norme, mettendo in evidenza le grandi ricchezze dell'Ordinamento Generale del Messale Romano e dell'Ordinamento delle Letture della Messa. Nelle comunità ecclesiali si dà forse per scontata la loro conoscenza ed il loro giusto apprezzamento, ma spesso così non è. In realtà, sono testi in cui sono contenute ricchezze che custodiscono ed esprimono la fede e il cammino del Popolo di Dio lungo i due millenni della sua storia. Altrettanto importante per una giusta ars celebrandi è l'attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori liturgici dei paramenti. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l'essere umano. La semplicità dei gesti e la sobrietà dei segni posti nell'ordine e nei tempi previsti comunicano e coinvolgono di più che l'artificiosità di aggiunte inopportune. L'attenzione e l'obbedienza alla struttura propria del rito, mentre esprimono il riconoscimento del carattere di dono dell'Eucaristia, manifestano la volontà del ministro di accogliere con docile gratitudine tale ineffabile dono.

41. Il legame profondo tra la bellezza e la liturgia deve farci considerare con attenzione tutte le espressioni artistiche poste al servizio della celebrazione. Una componente importante dell'arte sacra è certamente l'architettura delle chiese, nelle quali deve risaltare l'unità tra gli elementi propri del presbiterio: altare, crocifisso, tabernacolo, ambone, sede. A tale proposito si deve tenere presente che lo scopo dell'architettura sacra è di offrire alla Chiesa che celebra i misteri della fede, in particolare l'Eucaristia, lo spazio più adatto all'adeguato svolgimento della sua azione liturgica. Infatti, la natura del tempio cristiano è definita dall'azione liturgica stessa, che implica il radunarsi dei fedeli (ecclesia), i quali sono le pietre vive del tempio (cfr 1 Pt 2, 5).

Lo stesso principio vale per tutta l'arte sacra in genere, specialmente la pittura e la scultura, nelle quali l'iconografia religiosa deve essere orientata alla mistagogia sacramentale. Un'approfondita conoscenza delle forme che l'arte sacra ha saputo produrre lungo i secoli può essere di grande aiuto per coloro che, di fronte a architetti e artisti, hanno la responsabilità della committenza di opere artistiche legate all'azione liturgica. Perciò è indispensabile che nella formazione dei seminaristi e dei sacerdoti sia inclusa, come disciplina importante, la storia dell'arte con speciale riferimento agli edifici di culto alla luce delle norme liturgiche. In definitiva, è necessario che in tutto quello che riguarda l'Eucaristia vi sia gusto per la bellezza. Rispetto e cura dovranno aversi anche per i paramenti, gli arredi, i vasi sacri, affinché, collegati in modo organico e ordinato tra loro, alimentino lo stupore per il mistero di Dio, manifestino l'unità della fede e rafforzino la devozione.

















[1] Relazione tenuta a Lentiai il 26 agosto 2016, in Diocesi di Vittorio Veneto, Esultanti cantiamo. Foglio di collegamento ad uso degli operatori liturgico-musicali. A cura dell’Ufficio per la Pastorale liturgica, n. 67, ottobre 2016, p. 26.

[2] Sacramentum Caritatis, Esortazione Apostolica Postsinodale di Papa Benedetto XVI del 22 febbraio 2007, n. 35. In appendice si riportano i numeri 34 e 35.

[3] Walter Kasper, Tornare al primo annuncio. In Riforma e santità. Lo stile di una Chiesa in un tempo di trasformazioni. Ancora, Milano 2012, p. 24-26.

[4] Mariano Magrassi, Celebrare oggi: senso e obiettivi di un incontro. in Commissione Episcopale per la Liturgia, Celebrare oggi. Atti del corso di aggiornamento per i Vescovi sulla liturgia. Roma 8-12 febbraio 1988. CEI, Roma 1988, p. 33.

[5] Cfr. Manlio Sodi, Celebrazione nel Dizionario Liturgia. San Paolo, Roma, 2001, p. 386-390.

[6] Associazione Professori di Liturgia, Celebrare in spirito e verità. C. L. V., Roma 1992, n. 93.

[7] Pierangelo Sequeri, La via pulchritudinis: limiti e stimoli di una spiritualità estetica. In Credere oggi 117 (maggio - giugno 2000); www.credereoggi.it

[8] SC 28: EV 1/46. Si veda anche il numero seguente (29) sulle modalità con cui svolgere un ministero. Il tema è ripreso anche nei Principi e Norme per la Liturgia delle Ore, 253: “Nella celebrazione della Liturgia delle Ore, come in tutte le altre azioni liturgiche, «ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio, si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza»”. 

[9] Cæremoniale Episcoporum (1984). Per il nostro argomento si veda in particolare De ecclesia cathedrali (42-54); e inoltre i numeri 55; 56-67;115.

[10] Gugerotti Claudio, L’uomo nuovo un essere liturgico. Lipa, Roma, 2005, p. 48.

[11] Silvano Maggiani, Presentazione in L’arte del celebrare. APL XXVII Settimana di Studio, Brescia 1998. Edizioni Liturgiche, Roma 1999 (BEL 102) p. 5; tutto il volume è dedicato al tema che qui si tratta con approfondimenti scientifici di valore.

[12] Lauro Tisi, Silenzio e attesa, Trento 2106, p. 8.

[13] MRit p. 308: Il sacerdote, all'altare, prende la patena con il pane e tenendola leggermente sollevata sul­l'altare, dice sottovoce: Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo… Quindi depone sul corporale la patena con il pane. Se non si esegue il canto di offertorio, il sacerdote può dire questa formula ad alta voce e al termine il popolo può acclamare: Benedetto nei secoli il Signore.

 

[14] Al n. 7 del documento.

[15] Al n. 9.

[16] Cfr Sacramentum Caritatis, Esortazione Apostolica Postsinodale di Papa Benedetto XVI del 22 febbraio 2007, n. 40.

[17] Antonio Santantoni, Arte del celebrare: uno stile per comunicare in Commissione Episcopale per la Liturgia, Celebrare oggi. Op. cit. p. 76.

[18] Al n. 16. Interessanti per questa trattazione anche i paragrafi seguenti (19 – 31) che formano il capitolo 2: La liturgia: culto esterno ed interno.

[19] SC 10: EV 1/16.

[20] SC 48: EV 1/84.

[21] PNLO, n. 9 e 33.

[22] Crispino Valenziano, L’anello della sposa. Qiqaion, Bose, 1993, p. 21.

[23] Messale Romano (italiano) edizione del 1983²; l’Ordinamento Generale del Messale Romano – OGMR - è del 2004 (in latino l’Insitutio Generalis Missalis Romani – IGMR - è del 2000, mentre la terza edizione del Missale Romanum è del 2002); dell’OGMR si vedano i capitoli V e VI (n. 288-351). MRit p. 371.

Ordo Lectionum Missae (Ordinamento per le Letture della Messa o Premesse al Lezionario) 2 ed., del 21 gennaio 1981, in EV 7/999-1125 (o nel primo volume del lezionario festivo A).

Institutio Generalis Liturgiae Horarum (Principi e Norme per la Liturgia delle Ore) del 1° novembre 1970, in EV 3/2803-2826 e EV 4/132-424 ( on el primo volume della Liturgia delle Ore).

[24] Al n. 49.

[25]CEI, In Cristo Gesù il nuovo umanesimo. Una traccia per il cammino verso il 5° Convegno Ecclesiale nazionale, Paoline 2014, p. 53.

[26]Evangelii Gaudium, Esortazione Apostolica di Papa Francesco del 24 novembre 2013, n. 24.

[27] Si vedano le affermazioni di San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia - Lettera Enciclica del 17 aprile 2003, n. 47-50 (allegato).

[28] Lauro Tisi, Silenzio e attesa, Trento 2106, p. 16.

[29] G. Zanchi in Rivista Liturgica, 1/102, 2015, p. 69-81; tutto il numero è monografico e dedicato al tema Liturgia e povertà evangelica; interessante l’articolo di Goffredo Boselli di Bose: un’antologia di testi patristici sul tema.

[30] SC 14: EV 1/23.

[31]  SC 34: EV 1/55.

[32] P. Chiaramello, “Nobile semplicità”, in Rivista di Pastorale Liturgica, n. 317, 4/2016, p. 35-41.

[33] Si vedano le affermazioni di San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia - Lettera Enciclica del 17 aprile 2003, n. 51 (allegato).

 

[34] SC 7: EV 1/11.

[35] Gugerotti, op. cit. p. 65.

[36] Vedi OGMR n. 20.

[37] Op. cit.: Rivista Liturgica, 1/102, editoriale, p. 17.

[38] Per esempio l’orazione dopo la comunione della festa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo “Donaci, Signore di godere pienamente della tua vita divina nel convito eterno che ci hai fatto pregustare in questo sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue”. MRit p. 287.

[39] Evangelii Gaudium, Esortazione Apostolica di Papa Francesco del 24 novembre 2013, n. 142. Dell’omelia si tratta dal numero 135 fino al 159. La frase sulla bellezza è citata anche nella lettera apostolica Misericordia et misera del 20 novembre 2016 al n. 6.

[40] In Sacramentum Caritatis, n. 41.

[41] In Ecclesia de Eucharistia, n. 49-50 (allegato).

[42] Premesse al Lezionario, 1982² (Ordo Lectionum Missæ – OLM, 1981²); si vedano in particolare i numeri 16 e 32- 37. Anche nel Benedizionale, n. 1238-1266.

[43] Conferenza Episcopale Italiana - Commissione episcopale per la liturgia, La progettazione di nuove chiese. Nota pastorale. Roma, 1993, n. 8.

[44] Edizione 2004.

[45] CEI (Conferenza Episcopale Italiana), MRit: Messale Romano, edizione italiana 1983: “L’altare fisso della celebrazione sia unico e rivolto al popolo. Nel caso di difficili soluzioni artistiche per l’adattamento di particolari chiese e presbitèri, si studi, sempre d’intesa con le competenti Commissioni diocesane, l’opportunità di un altare «mobile» appositamente progettato e definitivo. Se l’altare retrostante non può essere rimosso o adattato, non si copra la sua mensa con la tovaglia. Si faccia attenzione a non ridurre l’altare a un supporto di oggetti che nulla hanno a che fare con la liturgia eucaristica. Anche i candelieri e i fiori siano sobri per numero e dimensione. Il microfono per la dimensione e la collocazione non sia tanto ingombrante da sminuire il valore delle suppellettili sacre e dei segni liturgici”.

[46] MRit, Prefazio Pasquale V, p. 331.

[47] Ordo dedicationis ecclesiæ et altaris, Pontificale Romanum ex decreto Sacrosancti Œcumenici Concilii Vaticani II instauratum Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, editio typica, Libreria Editrice Vaticana, MCMLXXVII. Edizione italiana: Benedizione degli oli e Dedicazione della chiesa e dell'altare, 1980; in particolare n. 93, p. 61.

[48]OGMR: 304. Per rispetto verso la celebrazione del memoriale del Signore e verso il convito nel quale vengono presentati il Corpo e il Sangue di Cristo, si distenda sopra l’altare sul quale si celebra almeno una tovaglia di colore bianco, che sia adatta alla struttura dell’altare per la forma, la misura e l’ornamento.

305. Nell’ornare l’altare si agisca con moderazione. Nel tempo d’Avvento l’altare sia ornato di fiori con quella misura che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore. Nel tempo di Quaresima è proibito ornare l’altare con fiori. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste. L’ornamento dei fiori sia sempre misurato e, piuttosto che sopra la mensa dell’altare, si disponga attorno ad esso.

306.  Infatti sopra la mensa dell’altare possono disporsi solo le cose richieste per la celebrazione della Messa: l’Evangeliario dall’inizio della celebrazione fino alla proclamazione del Vangelo; il calice con la patena, la pisside, se è necessaria, il corporale, il purificatoio, la palla e il Messale, siano disposti sulla mensa solo dal momento della presentazione dei doni fino alla purificazione dei vasi. Si collochi pure in modo discreto ciò che può essere necessario per amplificare la voce del sacerdote.

307. I candelabri, richiesti per le singole azioni liturgiche, in segno di venerazione e di celebrazione festiva (Cf. n. 117), siano collocati o sopra l’altare, oppure accanto ad esso, tenuta presente la struttura sia dell’altare che del presbiterio, in modo da formare un tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare.

308. Inoltre vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato. Conviene che questa croce rimanga vicino all’altare anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche, per ricordare alla mente dei fedeli la salvifica Passione del Signore”.

Visto che è citato riportiamo anche il n. 117: “L’altare sia ricoperto da almeno una tovaglia bianca. In ogni celebrazione sull’altare, o accanto ad esso, si pongano almeno due candelabri con i ceri accesi, o anche quattro o sei, specialmente se si tratta della Messa domenicale o festiva di precetto; se celebra il Vescovo della diocesi, si usino sette candelabri. Inoltre, sull’altare, o vicino ad esso, si collochi la croce con l’immagine di Cristo crocifisso. I candelabri e la croce con l’immagine di Cristo crocifisso si possono portare nella processione di ingresso. Sopra l’altare si può collocare l’Evangeliario, distinto dal libro delle altre letture, a meno che non venga portato nella processione d’ingresso”.

[49] Dispensa ad uso degli studenti.

[50] Nel citato A. Santantoni, p. 83-84. Interessanti le diverse tipologie di celebrante e celebrazione che vengono esemplificate sotto il titolo Una galleria di modelli e di stili (p. 84 – 87): L’intimistico - Lo ieratico - Il rubricistico - L’impassibile - Il tuttofare - Lo sportivo - L’esibizionista -Il demagogico-cameratesco - Il familiar-popolare - L’irrequieto.

[51] Vedi OGMR n. 352: “L’efficacia pastorale della celebrazione aumenta se i testi delle letture, delle orazioni e dei canti corrispondono il meglio possibile alle necessità, alla preparazione spirituale e alle capacità dei partecipanti. Questo si ottiene usando convenientemente quella molteplice facoltà di scelta che sarà descritta più avanti.    Nel preparare la Messa il sacerdote tenga presente più il bene spirituale del popolo di Dio che la propria personale inclinazione. Si ricordi anche che la scelta di queste parti si deve fare insieme con i ministri e con coloro che svolgono qualche ufficio nella celebrazione, senza escludere i fedeli in ciò che li riguarda direttamente. Dal momento che è offerta un’ampia possibilità di scegliere le diverse parti della Messa, è necessario che prima della celebrazione il diacono, il lettore, il salmista, il cantore, il commentatore, la schola, ognuno per la sua parte, sappiano bene quali testi spettano a ciascuno, in modo che nulla si lasci all’improvvisazione. L’armonica disposizione ed esecuzione dei riti contribuisce moltissimo a disporre lo spirito dei fedeli per la partecipazione all’Eucaristia”.

[52] Testo allegato.

[53] SC 113: EV 1/205.

[54] Stefano Parenti, La bellezza del Volto di Cristo nella liturgia Bizantina, in Communio 217, 2008, p. 24.

[55] Cfr la colletta e l’orazione sopra le offerte della Messa del giorno di Natale.

Colletta: O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa' che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo...

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem et mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti, da, quæsumus, nobis eius divinitátis esse consórtes, qui humanitátis nostræ fíeri dignátus est párticeps. Qui tecum.

Sulle Offerte (orribilmente tradotta!): Ti sia gradito, Signore, questo sacrificio, espressione perfetta della nostra fede, e ottenga a tutti gli uomini il dono natalizio della pace. Per Cristo…

Oblátio tibi sit, Dómine, hodiérnæ sollemnitátis accépta, qua et nostræ reconciliatiónis procéssit perfécta placátio, et divíni cultus nobis est índita plenitúdo. Per Christum.

 

 

 

 

 

 


 

Fonte :  Arcidiocesi di Trento - Settimana Formazione Clero , Villa Moretta, 18 e 25 gennaio 2017 - Mons. Giulio Viviani : BELLEZZA DELLA E NELLA LITURGIA - La bellezza nel celebrare e nello spazio liturgico.