| ARTCUREL:
Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| RELIGIONE: liturgia e spazio sacro: Nota pastorale: la Vita si è fatta visibile , della Conferenza Episcopale della Toscana |
LA VITA SI E' FATTA VISIBILE
Nota Pastorale della Conferenza Episcopale della Toscana (1997)
Premessa
Questa Nota è destinata in primo luogo ai sacerdoti, diaconi, religiosi e
religiose, nonché laici impegnati, o pronti a impegnarsi, nella comunicazione
della fede cri-stiana attraverso l'arte. E' indirizzata anche agli esperti di
storia dell'arte e ai responsabili della conservazione e tutela, perché colgano
il senso e la funzione che monumenti ed opere d'arte hanno avuto, e tuttora
hanno, nella vita della Chiesa. Ed è rivolta infine agli artisti, perché -
riflettendo sui valori che la comunità credente ravvisa nell'arte del passato -
possano interpretare i temi della fede in Cristo con forme adatte al terzo
millennio cristiano in arrivo. L'occasione immediata della Nota è infatti il
Giubileo del 2000, che porterà milioni di visitatori in Italia ed anche in
Toscana. Vogliamo suggerire alle nostre Chiese una forma nuova di accoglienza
per questi "pellegrini" alla ricerca di radici spirituali, che verranno a
contemplare le particolari testimonianze della fede cristiana che sono i nostri
monumenti.
In realtà, però, il Giubileo non sarà che l'accentuazione di un processo già in
corso da tempo e che continuerà dopo il 2000. Isolato nella sua "modernità",
l'uomo contemporaneo cerca un senso nella vita e nella storia e - in una
"cultura dell'immagine" com'è la nostra - rimane affascinato dalle immagini che
la tradizione del passato gli propone. Magari non viene alla Messa, ma entra in
chiesa per ammirare l'architettura, gli affreschi, le statue.
La presente Nota vuole far tesoro di quest'apertura, indicando come possiamo
usare il nostro "affascinante" patrimonio artistico per comunicare le cose in
cui crediamo, la Verità del Vangelo di Gesù Cristo. Stilata nel clima positivo
della nuova Intesa tra il Ministro per i Beni Culturali ed Ambientali e il
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, relativa alla tutela dei beni
culturali di interesse religioso appartenenti ad enti e istituzioni
ecclesiastiche (1996), la Nota si inserisce poi in una serie di iniziative
chiarificatrici a livello nazionale e regionale, tra cui il Documento CEI del
1992, "I beni culturali della Chiesa in Italia", e il Convegno Nazionale
organizzato dalla CEI a Siena nel 1993 sul tema "Cattedrali, chiese, abbazie e
monasteri nel giro turistico: quale accoglienza, quale pastorale?". Riattiva
anche, a distanza di decenni, la preoccupazione e l'impegno del Concilio
Plenario Etrusco, che già nel 1933 trattava alcune delle tematiche qui
esplorate, e della più recente Normativa CET per la difesa delle opere d'arte,
del 13 febbraio 1979. E riflette esperienze recenti, in diverse diocesi, nel
campo dell'accoglienza e della catechesi attraverso l'arte, sovente in
collaborazione con associazioni e gruppi non strettamente ecclesiali, quali Ars
et Fides e Terzo Millennio.
Infine, questa Nota è pastorale e toscana: anche in ricordo del nostro grande
Santo-Artista, Beato Giovanni da Fiesole, chiamato l'Angelico, queste pagine
parlano dell'arte della nostra Regione e non di altre terre, soprattutto della
grande tradizione figurativa per cui la Toscana è conosciuta nel mondo intero, e
che di fatto rende più facile il compito di comunicare i contenuti della fede.
Sarebbe stato utile, forse, estendere l'approccio sviluppato qui ad altre forme
creative: alla musica, alla poesia e prosa, alla danza e al teatro. Ma nello
spazio di un breve documento come deve essere la Nota, ci è parso preferibile
trattare almeno una categoria in profondità, piuttosto che toccare più materie
in modo superficiale. Se poi, da questa prima e parziale articolazione,
nasceranno altri testi o un Direttorio delle Arti, la presente Nota avrà
raggiunto uno dei suoi obiettivi. Il giorno che abbiamo scelto per la
pubblicazione della Nota Pastorale, la seconda Domenica di Quaresima - Domenica
della Trasfigurazione, nell'antica tradizione liturgica della Chiesa - può
servire ad indicare la logica che ci ha guidati: condotti dal Signore sul monte,
Pietro, Giacomo e Giovanni videro Dio presente nell'uomo Gesù, mentre Egli
parlava con i rappresentanti della Tradizione del passato, Mosè ed Elia. Così
anche nell'arte toscana, crediamo: sotto il "naturalismo" perfezionato dai
nostri pittori e scultori, la divinità di Cristo diventa visibile, in un fecondo
dialogo col passato. Ascoltare la testimonianza, godere della visione,
contemplare Dio rivelato nella materia, può aiutare a preparare la Pasqua del
Signore.
Prima
Parte
L'ARTE E LA MISSIONE DELLA CHIESA
1. La vita si è fatta visibile
La Chiesa crede che, nell'Incarnazione di Gesù Cristo, l'invisibile vita di Dio
sia diventata "visibile" agli uomini. Crede inoltre che la testimonianza resa a
questa vita "che era presso il Padre e si è fatta visibile" serva ad attirare
gli uomini nella comunione ecclesiale e trinitaria. Tale fede invita a una seria
riflessione sul ruolo delle arti figurative e dell'architettura
nell'evangelizzazione. Il messaggio evangelico infatti non è solo verbale. "Dio,
che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri
per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo
del Figlio (...) che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua
sostanza2 (Eb. 1, 3). "Chi vede me, vede il Padre" (Gv. 14, 9), afferma il
Signore: cioè, nella persona di Cristo rifulge in forma sensibile l'intera
realtà divina, penetrando il Vangelo cristiano di un insostituibile contenuto
visivo. Certo, "Dio nessuno l'ha mai visto", come c'insegna San Giovanni; ma
l'Evangelista aggiunge subito che, venendo nel mondo, il Figlio unigenito "lo ha
rivelato" (Gv. 1, 18). Con la sua vita, morte e risurrezione Cristo ha "narrato"
il Padre - ha "illustrato" il suo amore - con sì perfetta fedeltà
"ritrattistica" che la Lettera ai Colossesi può affermare semplicemente che:
"Egli è immagine (eikon) del Dio Invisibile" (Col. 1, 15).
2. Un Vangelo visivo
Il Verbo resosi visibile diventò pertanto "icona", e l'importanza delle immagini
nella tradizione liturgica e devozionale dei cristiani va colta in questa
prospettiva. Il messaggio visivo del Vangelo - spontaneamente e quasi
necessariamente ha generato forme espressive visive, cui del resto la Tradizione
e il Magistero hanno attribuito singolare profondità teologica. Citando l'opera
patristica che meglio riassume il pensiero antico sull'argomento, il "Discorso
sulle immagini" di San Giovanni Damasceno, Giovanni Paolo II scrisse nel 1987:
"L'arte della Chiesa deve mirare a parlare il linguaggio dell'Incarnazione ed
esprimere con gli elementi della materia, Colui che si è degnato di abitare
nella materia e di operare la nostra salvezza attraverso la materia". Non è
quindi solo questione di una "Biblia pauperum", di immagini didattiche che, in
circostanze particolari, sostituiscono il testo scritto (come la nota lettera di
San Gregorio Magno al Vescovo Sereno sembra suggerire). Nella concezione
cattolica, l'immagine può toccare l'intima realtà della persona: "La nostra
tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i fratelli ortodossi,"
dice Giovanni Paolo II, "c'insegna che il linguaggio della bellezza, messo al
servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore degli uomini, di far
conoscere loro dal di dentro Colui che noi osiamo rappresentare nelle immagini,
Gesù Cristo". In un documento parallelo, ugualmente del 1987, il Patriarca
Dimitrios I di Costantinopoli arriva ad affermare che, nella tradizione
ortodossa, "l'immagine (...) diventa la forma più potente che prendono i dogmi e
la predicazione".
3. Lex orandi, lex credendi
Nell'una e nell'altra tradizione - nella Chiesa d'Oriente come in quella
d'Occidente - l'uso di immagini sacre nel contesto della vita liturgica è
servito nei secoli a manifestare il particolare rapporto che, grazie
all'Incarnazione di Cristo, sussiste tra "segno" e "realtà", all'interno
dell'economia sacramentale. Tale rapporto, invero, traspare in tutte le opere
che l'uomo associa al culto divino: dai vasi sacri e tessuti alle più
monumentali costruzioni architettoniche. L'uso delle cose nella liturgia della
Chiesa rivela ed attualizza la vocazione del mondo infraumano, chiamato insieme
all'uomo e per mezzo dell'uomo a rendere gloria a Dio. Per un processo
misterioso e nel contempo semplice, questa "rivelazione" diventa parte
integrante della fede vissuta, specialmente nell'ambito della celebrazione e del
culto eucaristico: trovando Dio presente nella materia, il credente è portato a
cogliere la nuova dignità di ogni cosa materiale, diventa ormai (almeno
tendenzialmente) "ostensorio", come ogni "vedere" umano è ormai chiamato a farsi
contemplazione adorante. Tuttavia il soggetto dell'esperienza estetica, come
dell'esperienza culturale, rimane l'uomo: è a lui che parlano i colori e le
forme, il fruscio della seta, lo scintillio dell'oro, lo spazio "mistico" o
"razionale" dell'architettura dei diversi periodi. Se, dagli oggetti e dagli
spazi che circondano la sua preghiera, l'uomo impara a offrire al Creatore tutta
la sua vita sensoria, è però soprattutto dall'arte figurativa che si sente
interpellato nella sua vita spirituale, come un essere libero e ragionevole,
capace di entrare in rapporto, amare, donarsi. Le raffigurazioni di Cristo, di
Maria e dei santi che l'uomo vede nel contesto liturgico gli comunicano i
contenuti della fede e il senso dei riti con forza e chiarezza come poche altre
forme espressive.
4. La riscoperta dell'icona cristiana
Giovanni Paolo II sottolinea la necessità di una rinnovata attenzione al ruolo
delle immagini nella vita della Chiesa, puntualizzando che ""a riscoperta
dell'icona cristiana aiuterà a prendere coscienza dell'urgente bisogno di
reagire contro gli effetti spersonalizzanti e spesso degradanti delle molteplici
immagini che condizionano la nostra vita, nella pubblicità e nei media". In una
situazione di crescente secolarizzazione della società, - che così diventa
estranea ai valori dello spirito, al mistero della nostra salvezza in Gesù
Cristo e alla speranza di un mondo a venire - l'arte della Chiesa "ci dà accesso
alla realtà del mondo spirituale ed escatologico", afferma il Pontefice. Un
altro papa - Paolo VI, nel messaggio agli artisti pronunciato l'8 dicembre 1965,
a chiusura del Concilio Vaticano II - suggerisce sia l'origine sia il fine di
quest'apertura alle realtà spirituali offerte dall'arte. A nome dei Padri
Conciliari, con tono commosso, Papa Montini implorava gli artisti di non
rifiutare di mettere il loro talento al servizio della verità divina e a non
chiudere il loro spirito al soffio dello Spirito divino. "Questo mondo nel quale
viviamo", diceva, "ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La
bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto
prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa
comunicare nell'ammirazione".
Ecco dunque alcuni "vantaggi" che si possono sperare da una riscoperta dell'arte
cristiana all'insegna della verità e sotto l'influsso dello Spirito: un antidoto
alla spersonalizzazione e abbrutimento dell'esperienza visiva, ormai ineludibile
nella nostra cultura; una riaffermazione dei valori spirituali inerenti al
mistero cristiano; la visione "eloquente" del mondo a venire; una gioia
interiore duratura; il senso di una continuità nel tempo o, meglio, la
continuità del senso da un tempo ad un altro, dal passato al presente; un filo,
un anello di collegamento tra vecchi e giovani: un amore del bello condiviso da
diverse generazioni che "le fa comunicare nell'ammirazione". Nella vita della
comunità credente, l'arte a servizio del culto ci conduce insieme sul monte e
"trasfigura" i nostri occhi, per così dire. Non aggiunge un contenuto nuovo al
mistero già comunicato con altri mezzi, ma - come la Trasfigurazione del Signore
sul Tabor - svela per un attimo la gloria latente sotto l'aspetto materiale dei
contenuti della fede.
5. Una nota sull'arte nella prospettiva del 2000
L'avvicinarsi del nuovo millennio e la ricorrenza del Giubileo rendono urgente
una simile "riscoperta" e rivalorizzazione dell'arte della Chiesa. L'ansia di
preservare, per il futuro, il meglio di un passato già minacciato dai traumatici
mutamenti a ogni livello della vita del nostro secolo e il desiderio di trovare
le radici profonde della nostra esperienza comune, ci riportano alla
straordinaria testimonianza di valori e di umanità "incarnata"
nell'architettura, nella scultura e nella pittura della tradizione cristiana.
L'anno giubilare poi - che, nella visione biblica, deve essere una liberazione e
un ritorno - similmente invita alla riscoperta dell'arte della Chiesa.
"Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel
paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno tornerà nella
sua proprietà e nella sua famiglia" (Lv. 25, 10). Ognuno cioè potrà
riappropriarsi dell'eredità dei suoi padri, riconoscersi uguale agli altri nella
speranza, nella gioia e "nell'ammirazione"; ognuno potrà incominciare a
liberarsi dalla banalizzazione totale di uno tra i più importanti ambiti
dell'esperienza individuale e collettiva, quello visivo: liberarsi dall'immagine
pubblicitaria condizionante, dall'immagine frammentaria dispersiva,
dall'immagine pornografica distruttiva.
Come Vescovi cui è affidata la responsabilità delle Chiese particolari della
Toscana sentiamo il dovere di intervenire in questa materia. Chiamati a
insegnare la Parola, desideriamo offrire delle indicazioni per l'esegesi del
Vangelo visivo scritto attraverso i secoli nel "volgare" eloquente di questa
regione. Chiamati a guidare la preghiera, vogliamo orientare i fedeli alla
contemplazione estatica attraverso opere ispirate; chiamati a formare gli uomini
nella vita cristiana, vogliamo definire l'equilibrio, nel presente come in
passato, tra componenti economiche e spirituali, in queste opere generate dalla
fede; il rapporto, cioè, che sussiste, ad esempio, tra fruizione turistica e
nuova evangelizzazione (analogo, per la sua struttura, al rapporto sussistente
nella stessa genesi dell'opera, tra l'uso dei mezzi materiali e la comunicazione
di un messaggio spirituale). Chiamati a promuovere l'ecumenismo e la comunione,
vogliamo infine preparare i credenti a vedere e a mostrare agli altri - ai
"pellegrini giubilari", anche se di altre confessioni cristiane o di altre
religioni - un patrimonio comune a tutti e che tocca ogni uomo. Nel nostro
romanico e in maniera eccelsa nell'arte del '300 e del '400 toscano, credenti e
non credenti riconoscono un linguaggio che li accomuna, un'eredità fraterna;
anche questo costituisce una "liberazione" e un "ritorno".
6. Imago dei, imago hominis
Soprattutto, come maestri della fede in Gesù Cristo, nell'occasione di un
Giubileo dal "carattere spiccatamente cristologico" (come Giovanni Paolo II lo
ha definito nella Tertio Millenio Adveniente 40), "che celebrerà l'Incarnazione
del Figlio di Dio, mistero di salvezza per tutto il genere umano", vogliamo
riproporre l'immagine sconvolgente e salvifica, consolante ed edificante
dell'umanità di Dio (cfr. Tito 3, 4 nella versione della Vulgata) rivelata in
Cristo: tema centrale dell'arte della Chiesa, trattato con ineguagliabile
eloquenza dai maestri toscani. In opere innumerevoli, tra cui capolavori di
Nicola e Giovanni Pisano, Duccio di Boninsegna e Giotto, di Donatello, Jacopo
della Quercia, Masaccio, Beato Angelico, Piero della Francesca, Botticelli,
Verrocchio, Leonardo e Michelangelo, credenti e non credenti possono cogliere
l'umanesimo inerente alla fede cristiana, secondo cui, facendosi uomo nel grembo
della Beata Vergine, "il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha
lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha amato con cuore
d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in
tutto simile a noi fuorché nel peccato". L'invito a contemplare Cristo nell'arte
è poi un invito alla comunione. Immagine dell'invisibile Dio, egli è
l'esemplare, il "modello" al quale i cristiani devono essere resi conformi,
interiormente rifatti in un processo creativo nuovo che ha come obiettivo una
comunità "estratta dalla cava" e "tagliata nella roccia" che è Abramo (cfr. Is.
51, 1-2): un popolo nuovo "scolpito" dall'amore del Padre. "Siamo infatti opera
sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi
le praticassimo" (Ef. 2, 10).
Seconda Parte
L'ARTE SACRA E L'ESPERIENZA ECCLESIALE
7. L'arte e la parola
L'arte cristiana mette il credente a contatto con la parola di Dio in maniera
diretta ed altamente ecclesiale. I "soggetti" illustrati sono, per la maggior
parte, biblici, fino al punto che San Gregorio Magno affermava: "ciò che lo
scritto ottiene a chi legge, la pittura fornisce agli analfabeti che la
guardano". Il settimo Concilio Ecumenico, Nicea II (787), ha perfino formulato
una "norma scritturistica" per l'arte a servizio del culto cristiano, desunta
dal versetto 9 del salmo 47: "sicut audivimus, sic vidimus in civitate Dei
nostri" - "come abbiamo udito, cosi abbiamo visto nella città del nostro Dio".
Nella città del nostro Dio: l'iconografia "scritturistica" dell'arte cristiana
ha dunque un carattere ecclesiale: trova riscontro agiografico nella memoria
collettiva della comunità ascoltatrice della Parola. Gli eventi e i personaggi
dell'Antico e del Nuovo Testamento più raffigurati e lo stile sviluppato per la
loro raffigurazione corrispondono, infatti, alle esigenze della comunità
credente nei diversi momenti e luoghi della sua storia.
La liturgia in modo particolare ha determinato la scelta dei soggetti biblici:
l'iconografia cristiana si concentra infatti intorno ai testi relativi ai
periodi forti dell'anno liturgico: Natale e Pasqua. Anche quando il soggetto non
è strettamente biblico - nel caso di raffigurazioni dell'Assunzione o
dell'Incoronazione di Maria, ad esempio - gli elementi iconografici spesso
riportano ai testi biblici adoperati nella liturgia per esplicitare il senso
dell'evento: la veste luminosa della Vergine, "donna vestita di sole" (Apoc.
12,1), o l'apparato regale della scena dell'Incoronazione, che evoca la poesia
del Salmo 44,14-15, "la figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d'oro è
il suo vestito. E' presentata al re in preziosi ricami...".
Alcuni tra i soggetti più frequenti dell'arte cristiana non fanno altro,
infatti, che visualizzare il senso ecclesiale dei testi biblici usati nella
liturgia. La Madonna col Bambino fra Santi, ad esempio - forse il soggetto più
comune in tutta l'arte cristiana, dal medioevo in poi - riporta alle immagini
letterarie usate nell'Ufficio della Beata Vergine Maria, relative alla sua
maternità non come un fatto individuale, ma sociale: testi che parlano cioè
della "città santa", "madre" di un popolo che in essa trova le sue sorgenti e al
quale Dio "annunzia la sua parola": una città "salda e compatta" cui si accede
con gioia, e su cui si domanda pace, pensando ai fratelli e agli amici (cfr.
Salmi 147, 45, 86, 121). Pregare l'Ufficio o assistere all'Eucaristia davanti ad
immagini così impregnate di senso può costituire, nel contempo, un'esperienza di
approfondimento biblico e un momento di formazione comunitaria.
8. Il Dio Creatore e la creatività dell'uomo
La Bibbia presenta Dio stesso come un artista: Deus artifex, creatore
sottilissimo di opere stupende, cosi che l'uomo esclama infine, "quanto sono
grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra e piena
delle tue creature" (Salmo 104, 24). Ma anche l'uomo è "creativo": fatto "a
immagine e somiglianza di Dio" (Gen. I, 27), e artista pure lui; fa cose belle
per sua natura. La spinta umana verso una creatività analoga a quella divina
costituisce in pratica l'ambito del rapporto tra creatura e Creatore. Nelle
scritture, sia ebraiche che cristiane, quando Dio si rivela agli uomini, sovente
essi rispondono col "fare qualcosa", erigendo un monumento come segno permanente
dell'incontro. Così dopo il sogno in cui vide il Signore, Giacobbe "si alzò,
prese la pietra che s'era posta come guanciale e la eresse come una stele" (Gen.
28,10-22); nello stesso modo, dopo la visione di Gesù trasfigurato sul Tabor,
l'Apostolo Pietro desiderò fare "tre tende": una per Gesù, una per Mosè e una
per Elia, per prolungare la gioia del momento (Lc. 9, 33).
Nella Bibbia, l'umana creatività è la risposta più naturale all'incontro col Dio
Creatore. Tale creatività - che si può esprimere in molti modi, come poesia o
musica, come danza, scultura o architettura - è una "risposta" essenzialmente
religiosa, per la quale la terra si "rilega" al cielo, l'uomo a Dio. La stele
eretta da Giacobbe a Betel segnò infatti il luogo dove questi aveva visto una
scala che poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo, e sulla
quale gli angeli di Dio salivano e scendevano (Gen. 28,12); e similmente le
tende volute da Pietro avrebbero segnato un punto di convergenza: il posto dove
Pietro, Giacomo e Giovanni videro un uomo, Gesù, cambiare d'aspetto e parlare
con Mosè ed Elia - dove videro insomma ciò che era stato promesso a Natanaele:
"il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo" (Gv
.1,51). L'opera fatta a ricordo di simili esperienze e pertanto un'opera di
sintesi suprema, una scala paradisi in cui i poli opposti si congiungono, i
limiti vengono superati, il tempo e l'eternità s'incontrano. Questa "sintesi"
avviene in maniera misteriosa, come ogni artista sa: non fa parte del mondo
normale dei progetti e delle decisioni consce dell'uomo. "Pietro e i suoi
compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli" (Lc. 9,32), mentre
Giacobbe s'era già coricato, e vide collegarsi cielo e terra nel sogno.
Svegliatosi poi disse: "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo".
Ebbe timore e disse: "Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa
di Dio, questa è la porta del cielo" (Gen. 28, 16-17). Il contesto creativo è
quindi numinoso: lo stato d'animo idoneo è il rapimento, che può esprimersi
anche come stanchezza, sfinimento, quando - venute meno le proprie forze -l'uomo
si abbandona e sogna, pur rimanendo sveglio. L'uomo deve essere disorientato per
creare, deve trovarsi su un terreno nuovo, meraviglioso, che gli sembri "la casa
di Dio", "la porta del cielo".
Come Pietro sul Tabor, l'artista si deve sentire avvolto in una nube: deve
"avere paura". Non saprà quel che dice, eppure chiederà di prolungare l'istante,
costruendo qualcosa - "tre tende"- solo perché "è bello per noi stare qui" (Lc.
9, 32). E' questa l'atmosfera in cui l'arte si fa e si recepisce: l'istante di
sintesi creativa stimolata dalla voce uscita dalla nube. In analogia con il
testo ispirato, anche l'arte ci espone all'impatto dell'incontro col
sovrannaturale: anche l'arte comunica la gioia di chi, dal mezzo del "sonno" e
del "timore", afferma che "è bello per noi stare qui".
9. L'arte e la preghiera
Già il rapporto con la Parola, nella prospettiva liturgica, e quello con la
sorgiva creatività dell'uomo indicano la finalita ultima delle opere d'arte a
servizio della Chiesa: un contatto con Dio che si può caratterizzare come
"preghiera", "contemplazione" e "adorazione". Anche Gregorio Magno, difensore
della funzione didattica dell'immagine nel contesto ecclesiale, insiste che i
fedeli debbano alla fine passare dalla visio all'adoratio. "Altro è adorare un
dipinto, altro imparare da una scena rappresentata in un dipinto che cosa
adorare. (...) La fraternità dei presbiteri è tenuta ad ammonire i fedeli
affinché questi provino ardente compunzione davanti al dramma della scena
raffigurata e così si prostrino umilmente in adorazione davanti alla sola
onnipotente Santissima Trinità". Nel medesimo spirito, Giovanni Damasceno dirà:
"la bellezza e il colore delle immagini sono uno stimolo per la mia preghiera.
E' una festa per i miei occhi, così come lo spettacolo della campagna sprona il
mio cuore a rendere gloria a Dio".
Appellandosi all'insegnamento del Secondo Concilio di Nicea, il Catechismo della
Chiesa Cattolica parla delle sacre immagini nel capitolo dedicato, appunto, alla
preghiera liturgica: "La celebrazione sacramentale del mistero Pasquale".
All'affermazione di Nicea II, che "le venerande e sante immagini (...) debbono
essere esposte nelle sante chiese di Dio", il Catechismo aggiunge che "la
contemplazione delle sante icone, unita alla meditazione della Parola di Dio e
al canto degli inni liturgici, entra nell'armonia dei segni della celebrazione
in modo che il mistero celebrato si imprima nella memoria del cuore e si esprima
nella novità di vita dei fedeli".
A descrivere il processo interiore per cui i "segni" contribuiscono alla
conversione del cuore è Sant'Agostino. "La presentazione della verità mediante
segni ha il potere di accendere ed accrescere quell'ardente amore per il quale
noi, come fiamme che obbediscono alle leggi della natura, gravitiamo verso
l'alto e contemporaneamente verso le profondità, cercando un luogo di riposo.
Presentate in questo modo, le cose ci commuovono ed attivano le nostre emozioni
molto di più che se venissero esposte con la mera ragione. (...) Credo che le
emozioni vengano accese meno facilmente mentre l'anima è assorta nelle cose
materiali, ma quando essa viene condotta a segni materiali delle realtà
spirituali, e da questi poi verso le cose che i segni rappresentano, allora
l'anima si rafforza nell'atto stesso di passare dagli uni alle altre, appunto
come la fiamma di una fiaccola che, muovendosi, arde sempre più intensamente".
10. Stile e spiritualità
Nella storia dell'arte cristiana, tale oscillazione tra segno materiale e realtà
spirituale si è espressa in diverse maniere. Già nei primi secoli di vita della
Chiesa, accanto al naturalismo ereditato dall'arte ellenistica e romana, si è
sviluppato un linguaggio simbolico analogo - nel suo assetto formale - alla
mistagogia che caratterizza l'insegnamento dei Padri: un'arte "aniconica" o non
figurativa, basata sull'abbinamento di forme, colori e materiali in
configurazioni astratte, che non deve essere scambiata per mera "decorazione".
Nell'arte della Chiesa d'Oriente, legata a questo primo "stile" cristiano, il
rapporto tra segno materiale e realtà spirituale verrà evidenziato con un
linguaggio stilistico che relativizza l'aspetto "naturale" delle cose. Dei
particolari esteriori di un soggetto, l'icona bizantina tipicamente "conserva
solo ciò che è strettamente necessario per riconoscere la storicità di un fatto
o la dimensione fisica della persona di un santo", scrive Dimitrios I: "e questo
poi con tratti totalmente purificati e dematerializzati, appartenenti alla sfera
celeste piuttosto che all'ambito della natura". In Occidente, invece - come
conferma la Sacrosanctum Concilium, 123 - "la Chiesa non ha mai avuto come
proprio uno stile artistico, ma, secondo l'indole e le condizioni dei popoli e
le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca".
A differenza dell'immagine religiosa orientale "purificata" e "dematerializzata",
la tradizione latina, erede del naturalismo dell'arte greco-romana, ha
sviluppato un linguaggio visivo più aderente all'esperienza sensoria del
soggetto umano: un linguaggio contrassegnato da elementi realistici quali
l'anatomia e la prospettiva lineare. Ciò non implica però una diminuzione del
ruolo spirituale dell'opera d'arte nella vita di preghiera del singolo fedele e
della comunità. Al contrario, il naturalismo stilistico che nasce nel medioevo
europeo ed italiano (e toscano in particolare) riveste un carattere francamente
mistico. La riscoperta del corpo umano e del mondo naturale, nella pittura e
scultura delle generazioni che vissero la prima diffusione della spiritualità
francescana, va interpretata nella stessa chiave in cui Tommaso da Celano spiega
l'amore del Poverello d'Assisi per le cose di questo mondo: "In ogni opera loda
l'Artefice, tutto ciò che trova nelle creature lo riferisce al Creatore. Esulta
di gioia in tutte le opere delle mani del Signore e, attraverso questa visione
letificante, intuisce la causa e la ragione che le vivifica (...). Attraverso le
orme impresse nella natura, segue ovunque il Diletto e si fa scala di ogni cosa
per giungere al suo trono".
In quest'ottica, il realismo più o meno ideale che, da Nicola Pisano e Giotto, a
Donatello, Masaccio, Leonardo e Michelangelo, trasforma l'arte europea, ha un
contenuto altamente contemplativo. Non a caso il primo utilizzo sistematico e
monumentale della prospettiva razionale del Brunelleschi avviene in un'immagine
mistica: la Santissima Trinità affrescata da Masaccio tra il 1425 e il 1428 in
Santa Maria Novella, a Firenze. Situando l'ineffabile mistero teologico in uno
spazio matematicamente misurabile, l'opera comunica la "reale presenza" nel
nostro mondo delle realtà divine. Ne sorprende che la medesima costruzione
prospettica venga riutilizzata per tutto il '400 toscano nel disegno di
tabernacoli eucaristici: il mistero del Dio entrato nel tempo e nello spazio
umano implica precisamente una santificazione di tutta la nostra esperienza
spazio-temporale. Come dice un teologo moderno: "Nell'incarnazione di Cristo la
profondità naturale della realtà simbolica di tutte le cose, in sé limitata a
questo mondo o con al massimo una "trascendenza" naturale verso Dio, ha ricevuto
- come dato ontologicamente reale - un'estensione infinita, dal momento che tale
realtà è diventata una determinazione dello stesso Logos o del suo ambito. Ormai
ogni realtà data all'uomo da Dio, laddove non è stata degradata da
strumentalizzazioni umane o da scopi meramente utilitaristici, comunica molto
più che il suo significato proprio. A modo suo, ogni singola realtà è un'eco e
un'indicazione di tutta la realtà".
11. L'arte e la vita
Quest'arte vicina all'esperienza comune degli uomini, che però media il mistero
del "Santo in mezzo a noi" (Os. 11, 9), ha un rapporto speciale con la vita
delle persone. Leon Battista Alberti, architetto e teorico del '400, dice a
proposito della nuova pittura "realista" della sua epoca: "muoverà l'istoria
l'animo quando gli uomini ivi dipinti molto porgeranno suo proprio movimento
d'animo. Interviene la natura, quale nulla più che lei si trova rapace di cose a
sé simile, che piagniamo con chi piange, e ridiamo con chi ride, e doglianci con
chi si duole". Si tratta di un rapporto di esemplarità, operativo nell'arte
toscana sin dai tempi di San Francesco (si pensi al monumentale gruppo ligneo
della Deposizione nel Duomo di Volterra, degli anni venti del 1200) e che ne
segna lo sviluppo fino all'epoca moderna. Ne può essere considerato
insignificante l'impatto "esemplare" delle immagini sulla vita, sulle decisioni,
sulla stessa libertà del credente, se la Prima Lettera di San Pietro dichiara
che "Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme" (1
Pt 2, 21), e San Paolo a più riprese invita i credenti a farsi suoi imitatori,
persuaso di non essere più lui che vive, "ma Cristo vive in me" (Gal. 2,20).
Altrove infatti l'Apostolo ci assicura che, nel Giudizio, Cristo sarà
"glorificato nei suoi santi e (...) riconosciuto mirabile in tutti quelli che
avranno creduto" (2 Ts. 1, 10).
La Chiesa può dunque proporre, attraverso l'immediatezza dell'immagine
"naturale", l'esempio della vita del Signore, della Beata Vergine, dei santi.
Così l'immagine entra a far parte dei mezzi di cui i cristiani si servono per
comunicare la verità che hanno ricevuto: il nuovo Catechismo Universale infatti
dedica una parte del capitolo sull'ottavo comandamento al tema "Verita, bellezza
e arte sacra", un paragrafo che segue immediatamente altri sul "vivere nella
verità", "rendere testimonianza alla verità", e "l'uso dei mezzi di
comunicazione sociale". In ogni periodo della sua storia, in effetti, l'arte
cristiana è stata concepita come un "mezzo di comunicazione" atto a "rendere
testimonianza" al patrimonio di cui sono depositari coloro che "vivono nella
verità".
In questa luce, la comunicazione della fede attraverso l'arte si rivela un
ministero e una testimonianza: illustrare la verità che viviamo, attraverso
opere da essa generate, è un modo eccellente di mostrarci "pronti sempre a
rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi" (1 Pt. 3,
15). Far vedere Cristo che si offre sulla croce, Maria che ascolta l'Angelo con
fede umile, i santi in cui è evidente il dono dello Spirito su "ogni carne",
significa comunicare la fede della Chiesa, la vita eterna che ora si è fatta
visibile nell'ordinarietà del tempo e dello spazio. Per i fedeli, costituisce un
"formidabile strumento di catechesi" (come Giovanni Paolo II ha ricordato ai
Vescovi della Toscana durante la visita ad limina del 1991), e per coloro che
stanno ancora fuori della vita ecclesiale, costituisce un potente mezzo di
evangelizzazione, mediando culturalmente il contenuto umano del messaggio
evangelico.
In quest'ottica, nell'imminenza di un Giubileo che porterà in Toscana milioni di
persone, si possono forse armonizzare i due obiettivi articolati in un recente
documento della CEI su "I beni culturali della Chiesa in Italia": da una parte,
"un'accoglienza generosa ed intelligente", atta "a soddisfare le legittime
esigenze dei visitatori", e, dall'altra, "l'attenzione a tutelare e conservare i
beni culturali a edificazione della comunità cristiana cui appartengono, e la
preoccupazione a non alterare la loro finalità riducendoli a semplici beni di
consumo turistico". La presenza dell'accompagnatore "testimone" inviterà
spontaneamente a un comportamento rispettoso.
12. L'arte e la comunione
Nella semplicità di una pieve romanica, come nella dolcezza di un Cristo del
Beato Angelico o nel dramma interiore delle statue di Donatello e Michelangelo,
ogni credente e, invero, ogni uomo, credente o no, può cogliere aspetti
significativi della propria ricerca spirituale. Attraverso il tempo, e al di là
delle divisioni culturali e storiche che ci separano, quest'arte cosi umana
rivela una sottostante comunione, insita nella nostra natura, primo dono del
Creatore. Invitando vicini e lontani a contemplare i racconti evangelici e
vetero-testamentari e le vite dei santi, illustrate nei mosaici ed affreschi,
nelle vetrate, pale d'altare e statue, compiamo ciò che i Padri del Concilio
Vaticano II prospettarono quando, nella Gaudium et spes, scrissero che la Chiesa
invita perfino gli atei a voler prendere in considerazione il Vangelo di Cristo
con animo aperto e li invita "cortesemente" - humaniter nel testo latino - come
un uomo parla ad un altro uomo in base alla comune esperienza umana. Con i
cristiani di altre confessioni, come con i non cristiani, la Chiesa si può
permettere questa cortesia perché - come dice il paragrafo 21 della stessa
Costituzione Conciliare - essa "sa perfettamente che il suo messaggio è in
armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano, quando difende la causa
della dignità della vocazione umana, e così ridona la speranza a quanti
disperano ormai di un destino più alto".
Attraverso l'arte delle nostre chiese siamo chiamati quindi a soddisfare non
solo "le legittime esigenze" turistiche del visitatore, con un'adeguata
introduzione storico-artistica, ma "le aspirazioni più segrete del cuore umano":
così segrete che sovente il visitatore non le avverte, ma ciononostante reali:
l'aspirazione a trovare un senso nella vita, trovare significato nella storia,
trovare la comunione con i prossimi e con i lontani, nello spazio e nel tempo,
comunione con chi ci ha preceduto, con il nostro passato. A questo scopo, vanno
coinvolti nell'impegno dell'evangelizzazione attraverso l'immagine gli stessi
artisti, da sempre associati alla missione della Chiesa in una "alleanza feconda
fra tutte", come Paolo VI l'ha definita.
Sia nell'aiuto che gli artisti ed architetti possono dare per capire le opere
del passato, sia nelle loro proposte per opere nuove atte a mediare il mistero
dell'esperienza cristiana, cogliamo il dinamismo della creatività al servizio
della fede. Guidandoci a meditare "perché" un architetto abbia progettato lo
spazio in una certa maniera, e "perché" lo scultore abbia modellato in un certo
modo le forme del corpo di Cristo in una Pietà, e "perché" il pittore abbia
scelto un determinato colore per esprimere la gioia di una Madonna, gli artisti
rivelano per analogia la struttura della creatività personale, il modo cioè in
cui ogni uomo e donna "progetta", "modella", "colora" la propria vita per meglio
servire Dio e il prossimo. L'artista "è il veicolo, il canale, l'interprete, il
ponte tra il nostro mondo religioso e spirituale e la società", come affermava
Paolo VI. "Noi onoriamo grandemente l'artista", continuava il Pontefice,
"precisamente perché egli compie un ministero parasacerdotale accanto al nostro.
Il nostro ministero è quello dei misteri di Dio, il suo è quello della
collaborazione umana che rende questi misteri presenti ed accessibili". "E la
vostra arte", concludeva Papa Montini, parlando direttamente agli artisti, "è
quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola,
di colori, di forme, di accessibilità".
13. L'arte e la fede in Cristo
In un'era come la nostra, contrassegnata dalla cultura dell'immagine effimera e
da interessi commerciali, c'è un rischio legato alla rivalutazione dell'arte
della Chiesa. Tra le preoccupazioni della CEI, in effetti, vi è quella di non
alterare la finalità dei monumenti religiosi, "riducendoli a semplici beni di
consumo turistico". Il rischio si estende poi dal turista al fedele stesso, che
tenderà a vedere gli edifici e le opere d'arte nell'ottica culturale vigente.
Bisogna resistere a ogni riduzione dei contenuti dell'opera d'arte religiosa e a
ogni forma di "scoraggiamento didattico".
Similmente, bisogna resistere al tecnicismo odierno, incline a una presentazione
che antepone l'opera materiale al suo significato ultimo. Non è facile: davanti
al visitatore o parrocchiano curioso di sapere gli effetti dell'inquinamento
sulle statue o l'esito di un restauro, il discorso iconologico dapprima
deluderà. Bisogna aver ben chiaro il messaggio di fondo che l'arte della Chiesa
ha sempre voluto comunicare. Il Signore stesso ci insegna questo messaggio. "Un
giorno, mentre istruiva il popolo nel Tempio ed annunciava la parola di Dio,
(...) mentre alcuni parlavano del Tempio e delle belle pietre e dei doni votivi
che lo adornavano, disse: Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate,
non resterà pietra su pietra che non venga distrutta" (Lc. 20,1; 21,5-6). Non
che Gesù volesse sminuire la bellezza del Tempio: come ebreo piissimo, con un
forte senso della storia del suo popolo, doveva amare il luogo simbolico
dell'elezione d'Israele. Ma come Figlio di Dio mandato a portare molti fratelli
nella vera casa del Padre, condannò ogni esteriorità che collocasse l'ombra al
posto della verità. E come Verità ultima della storia in persona, il Signore
enunciava un fatto semplice, che tutti sanno: nessuna costruzione umana è eterna
e, se Dio non edifica la casa, invano faticano i costruttori.
Né fedeli né visitatori delle nostre chiese fanno dell'arte un idolo, anche se
ne sono cultori e talvolta esperti. Sanno che, nella vita, occorre qualcosa di
più: sanno che la bellezza estetica non basta e non basta la storia di popoli e
città. Oltre la storia, al di là dell'arte, chi viene nelle nostre chiese vuol
sentire di più, vedere di più. E' questa infatti la più "legittima esigenza" del
visitatore come anche del credente davanti all'arte: vedere e sentire qualcosa
"di più". Dietro alle belle pietre e ai doni votivi dei nostri templi noi siamo
chiamati a far vedere il vero Tempio, Gesù Cristo crocifisso e risorto.
Attraverso i "beni culturali" dei nostri monumenti, noi dobbiamo rivelare i beni
dello spirito e una "Bellezza tanto antica quanto nuova" dentro l'uomo e che
l'uomo incessantemente cerca: Bellezza che lo chiama, che lo illumina, che lo
inebria, che lo tocca infondendo pace. Perché, anche se gli edifici e le
suppellettili sono destinati a scomparire, ciò che queste opere significano
resterà: "i beni, quali la dignità dell'uomo, la fraternità e la libertà, e cioè
tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo
diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li
ritroveremo di nuovo, purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati,
allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno ed universale".
Terza Parte
L'ARTE TOSCANA E LA CATECHESI
14. Letture dell'arte in Toscana
L'arte in Toscana si presta ad una lettura in chiave religiosa. Da una parte,
maestri formati od operanti in questa regione hanno creato alcuni tra i
capolavori più celebri d'iconografia cristiana a livello mondiale; d'altro
canto, la tradizione storiografica fiorita in Toscana dal '300-'400 in poi,
permette, come in poche altre regioni d'Europa, di documentare il rapporto del
messaggio spirituale con la vita realmente vissuta dai committenti delle opere e
qualche volta perfino dagli artisti. Dai "commentari" e dalle "vite" degli
artisti, è possibile ricostruire il contesto vitale di cui gli edifici e le
opere sono venerande testimonianze: un contesto d'intensa religiosità
ecclesiale, monastica, conventuale e popolare in cui gli artisti vennero
direttamente coinvolti (si pensi a Lorenzo Monaco, Beato Angelico, Fra
Bartolomeo e alle "conversioni" di Sandro Botticelli e Michelangelo).
La lettura cristiana dell'arte ha una sua tradizione, di grande suggestione,
anche se trascurata dalla storiografia moderna. Già nel '500, l'aretino Giorgio
Vasari, nella sua Vita di Michelangelo, interpretò lo sviluppo delle arti in
Toscana come parte del piano divino, analogo nel suo evolversi alla stessa
storia della salvezza. La sua presentazione di Michelangelo Buonarroti come
"l'inviato da Dio" che colma la secolare ricerca di un "popolo eletto" nelle
cose d'arte, rientra in una visione spirituale dello sviluppo delle arti non
dissimile da quella sapienziale che riscontriamo nella Sacra Scrittura. L'idea
stessa che l'ispirazione artistica sia un dono d'intelligenza dato per la
crescita spirituale del popolo risale a Esodo, capitoli 31,35 e 36: "Il Signore
ha chiamato per nome Bezaleel, figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di
Giuda. L'ha riempito dello spirito di Dio, perché egli abbia saggezza,
intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per concepire progetti e
realizzarli". "Bezaleel, Oliah e tutti gli artisti che il Signore aveva dotati
d'intelligenza perché fossero in grado di eseguire i lavori della costruzione
del santuario, fecero ogni cosa secondo ciò che il Signore aveva ordinato".
15. Itinerari ideali e reali
La stessa tradizione locale offre pertanto uno schema, una sorta di itinerario
ideale, per la comprensione religiosa dell'arte toscana. L'evoluzione verso
forme espressive capaci di comunicare la vita interiore mediante raffigurazioni
"naturali" dell'uomo e del suo mondo, che il Vasari e i suoi contemporanei
interpretarono come "progresso" voluto da Dio stesso, ha influito in maniera
decisiva sull'esperienza spirituale oltre che visiva dell'Occidente.
Tracciare le tappe di tale evoluzione dal 1000 al 1500 significa ripercorrere
l'iter spirituale del cristianesimo europeo nei secoli che hanno formato la sua
sensibilità moderna: dall'icona a Michelangelo, da una fede in qualche modo
dematerializzata, alla santificazione della materia e all'incontro pieno col
mondo. Percorsi o itinerari concreti, da definire zona per zona, potrebbero
seguire questo schema tradizionale: dal pre-romanico al romanico, e poi alla
graduale "riscoperta" dell'uomo e del suo mondo come credibili ambiti di
esperienza spirituale, nell'arte del tardo '200 fino al '500, cui seguire l'arte
del '600, '700 ed '800 come "osservatorio" ideale per misurare i mutamenti
avvenuti nella spiritualità e nella prassi devozionale cattolica all'alba
dell'epoca contemporanea.
Tematiche di particolare rilievo nell'arte religiosa della Toscana potranno
essere proposte all'attenzione degli studiosi e del pubblico, anche in forma di
"itinerari tematici"; ad esempio: i pulpiti in Toscana dal romanico al
rinascimento; i tabernacoli eucaristici nella loro forma ed iconografia; i
cenacoli conventuali con la loro decorazione pittorica; la spiritualità popolare
e l'arte delle "compagnie".
16. Collaborazioni proficue e necessarie
Le Chiese della Toscana accolgono con forte interesse le diverse iniziative già
in corso a livello regionale, provinciale e comunale, tra cui la preparazione di
itinerari e sussidi relativi alle "vie" e ai "luoghi" della fede, nella
prospettiva del 2000. Alle autorità preposte alla tutela e supervisione dei
monumenti religiosi offriamo la nostra collaborazione, sia per l'accessibilità
ed accoglienza, sia soprattutto per una lettura in senso storico globale
dell'edificio o opera d'arte non come realizzazione architettonica generica, o
"oggetto" isolato, ma piuttosto come spazio condizionato dalla fede, dalla
liturgia, dalla devozione dei cristiani, e singole opere concepite come
componenti di un programma illustrante la fede della Chiesa.
Sottolineiamo questo concetto - di "programma" con un suo "senso storico
globale" per la comunità credente - e, pur nel rispetto delle concrete esigenze
di salvaguardia e conservazione, ribadiamo come principio fondamentale che
l'opera d'arte religiosa debba rimanere, ogni volta che sia possibile, nel suo
contesto d'origine. Qualora necessitasse di un intervento di restauro, deve
essere restituita alla comunità in tempi ragionevoli, come funzionale componente
dell'esperienza vitale di uomini e donne che, anche in rapporto a tali opere,
vivono la loro fede. E poiché la fede è, appunto, un'esperienza vitale - e la
vita di sua natura è dinamica - ribadiamo anche il diritto della comunità
credente, in colloquio con le autorità preposte, a modificare l'assetto interno
del luogo di culto, laddove mutate esigenze liturgiche o devozionali lo
richiedessero.
Nel contempo, consapevoli dei nostri limiti, anche noi cerchiamo collaboratori.
Vogliamo coinvolgere le istituzioni e gli studiosi in un lavoro di
ricontestualizzazione storico-religiosa dei monumenti e delle loro
suppellettili: ricontestualizzazione mirata ad evidenziare il rapporto tra
l'opera d'arte, con i suoi determinati connotati stilistici, e i valori
religiosi che l'opera e le stesse scelte che la definiscono sul piano formale
vollero esprimere. Siamo disponibili a promuovere corsi di aggiornamento,
conferenze, pubblicazioni e sussidi, nella speranza di plasmare un nuovo modo di
avvicinare l'opera d'arte religiosa nella prospettiva della fede. In modo
particolare, cerchiamo la collaborazione degli artisti. Come da tempo la Chiesa
ha indirizzato una pastorale ai giovani, alle famiglie, agli studenti
universitari, è arrivato il momento in cui essa si rivolga agli artisti, a
questi suoi figli prediletti. "La Chiesa ha bisogno di santi, lo sappiamo, ma
essa ha bisogno anche di artisti bravi e capaci; gli uni e gli altri, santi ed
artisti, sono testimoni dello spirito vivente in Cristo" - cosi diceva Papa
Paolo VI il 4 gennaio 1967 ai membri delle Commissioni Diocesane d'Arte Sacra
d'Italia.
E' giunto il momento di richiamare gli artisti alla Chiesa e che in essa abbiano
"casa". Tale richiamo dovrà essere un servizio, una mano tesa, una disponibilità
all'ascolto; laddove le circostanze lo consiglino, le singole Chiese potranno
designare un "cappellano degli artisti". Potrà essere utile, in alcuni casi, un
invito specifico a creare opere nuove, coinvolgendo anche i fedeli nel processo
di ideazione preliminare, con relativa sensibilizzazione alla finalità e senso
dell'opera commissionata. Anche l'organizzazione di mostre d'arte religiosa può
costituire l'occasione di un riavvicinamento. All'artista non credente, infine,
confermiamo la nostra apertura fraterna: ogni espressione creativa autentica ci
interessa e ci stimola e può rivelare ciò che noi definiamo l'azione dello
Spirito Santo sulla vita dell'uomo. Invitiamo gli artisti non-credenti ad
aprirsi, a loro volta, alle grandi tematiche della fede cristiana, che tanto
hanno provocato i maestri del passato. In esse troveranno sicuramente
ispirazione e tale ispirazione, noi crediamo, può servire anche alla Chiesa.
17. Una pastorale d'accoglienza
Nelle nostre chiese storiche, vogliamo infine coinvolgere i fedeli in un
servizio di accoglienza "generosa ed intelligente", informata ad un'unica
disciplina, pur nel rispetto delle diverse situazioni, in tutta la regione.
Vogliamo preparare operatori culturali cristiani, capaci di "rendere ragione
della speranza" comunicata dai monumenti e dalle opere: guide ed accompagnatori,
ma anche studiosi, archeologi, critici "ferventi nel bene" che adorino il
Signore nei loro cuori (cfr. 1 Pt 3, 13-15).
Vogliamo dare a questi collaboratori il senso della dignità di tale servizio,
confermando con autorità ecclesiale l'autentico scopo apostolico del lavoro nel
campo dell'illustrazione dei monumenti. Contemporaneamente, con uno sguardo
verso l'avvenire, ci impegniamo ad introdurre, nel curriculum dei seminari e
degli studi teologici, corsi di storia dell'arte sacra, focalizzati sui
monumenti della nostra regione, per creare nel clero diocesano, nei religiosi e
nei laici impegnati un senso forte del "formidabile strumento di catechesi"
costituito dall'architettura e dall'arte.
Intendiamo offrire agli insegnanti di religione ed ai catechisti gli aiuti, la
formazione, l'approfondimento che permetterà loro di portare gli alunni, i
bambini che preparano alla prima Comunione o alla Cresima, a vedere, a toccare
con mano, a respirare l'aria della fede dei loro avi. Tale strategia del resto
non mira solo a risolvere il "problema turistico", ma costituisce una vera opera
pastorale, in cui la Chiesa adempie al comando del Signore di pascere il gregge.
"Perseverando nell'amore fraterno" dell'accoglienza, i volontari così formati
riceveranno un dono grande: vedranno arricchita la loro fede personale,
approfondita la loro comprensione del mistero cristiano. "Praticando
l'ospitalità", sentiranno di aver "accolto angeli senza saperlo" (cfr. Eb. 13,
1-2), cioè di aver ricevuto dai visitatori più di quanto non avranno dato loro.
Né dobbiamo esitare davanti alle esigenze economiche dell'impegno. Come, nel
loro nascere, gli edifici e le opere d'arte rappresentarono un investimento
materiale nella missione della Chiesa, così oggi la catechesi e la nuova
evangelizzazione attraverso l'arte richiedono una disponibilità economica. Corsi
di preparazione per i volontari d'accoglienza e per le guide, sussidi
plurilingue ed altre iniziative studiate (come specifica il documento CEI) per
"soddisfare le legittime esigenze dei visitatori", potranno essere
sovvenzionati, almeno in, parte, con contributi liberi dei visitatori o
biglietti d'accesso ai monumenti religiosi.
18. Il Giubileo della speranza
Stiliamo queste pagine in uno spirito di speranza e fraternità. La "invasione"
delle nostre chiese da parte di milioni di visitatori non deve essere motivo di
sgomento, bensì occasione preziosa di accoglienza e condivisione. Vogliamo, sì,
arginare la volgarizzazione del turismo nelle chiese, monasteri e santuari, ma
non arginare i turisti, i quali - anche se non sempre in maniera consapevole -
sono fra i pellegrini di quest'era alla ricerca del senso. Attraverso l'arte del
passato - il "deposito" visivo che la fede dei toscani ci ha affidato - e
attraverso l'arte del presente, ricca di intuizioni anche profetiche, vogliamo
"vedere" e far vedere, "udire" e far udire il Verbo della Vita, Gesù Cristo, che
era presso il Padre ma si è reso visibile agli uomini. Uniti a tanti fratelli
venuti da lontano, vogliamo contemplare il volto trasfigurato del Salvatore
nella fede e nelle "opere" dei credenti di questa terra.
Nelle raffigurazioni di Cristo, di Maria, dei santi - ma anche nell'ordine
astratto dell'architettura e in quello mistico delle immagini simboliche -
vogliamo purificare il nostro sguardo, elevare la nostra mente, preparare il
nostro cuore all'impegno che ci aspetta. Guardando insieme alle immagini,
vogliamo insieme crescere nella sostanza di quella gioia di cui le opere
dipinte, scolpite, costruite, musicate, ritmate e rimate sono la bella veste
esterna, come la danza esprime nelle membra del corpo l'abbondanza del cuore.
Vogliamo preparare sacerdoti e fedeli a riconoscere l'arte vera in cui si muove
lo Spirito di Dio, nel rispetto dei valori umani ed estetici che hanno dato vita
ai diversi stili e periodi dell'espressione artistica.
Vogliamo, infine, misurarci con le visioni di fede cristiana offerte dalla
nostra storia e dall'arte, per comprendere la bellezza della nostra chiamata e
per aprirci alla conversione interiore. Nel coraggio, nell'amore, nel sacrificio
e nella compassione che vediamo nei volti dipinti e scolpiti - nella gestualità
umana raffigurata dagli artisti e nella razionalità di spazi architettonici
ordinati per la lode - vogliamo riconoscere la fedeltà dell'Artefice Divino che
ha definito "cosa molto buona" la creazione uscita dalle sue mani. A Lui la
gloria, in Gesù Cristo suo Figlio e sua immagine, nello Spirito a noi donato.
Amen.
Firenze, 23 febbraio 1997
Seconda Domenica di Quaresima, "della Trasfigurazione"
Fonte : www.arsetfides.com
Fonte foto : www.maranatha.it/Miscel/volto/volto19w.jpg