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Ballatoio delle campane
Il Museo di Arte Sacra ha
sede in alcuni locali dell’antica Canonica, oggi palazzo vescovile con
ingresso dall’attuale via Roma, a lato del quattrocentesco campanile.
Auspicato da Corrado Ricci ai primi del nostro secolo, fu costruito e
aperto il 20 dicembre 1932, grazie al Canonico Maurizio Cavallini, che curò
la raccolta degli oggetti e la disposizione. Danneggiato durante gli eventi
bellici del 1944, fu riaperto al pubblico completamente riordinato dalla
Soprintendenza il 4 giungo 1956. Rimasto in questi ultimi anni chiuso per
interventi strutturali e per dotarlo dei necessari impianti di allarme e
antincendio, il Museo è stato riaperto al pubblico il 19 dicembre 1992.
L’esposizione presenta opere provenienti dalla Cattedrale e, in piccola
parte, da chiese della Diocesi; ma il suo pregio maggiore è quello di
conservare, oltre ad alcuni dipinti, sculture in legno e fittili, paramenti
sacri, le uniche sculture in marmo superstiti dei grandi monumenti
trecenteschi eretti nella Cattedrale.
Sotto il loggiato della canonica sono allineate alcune colonne del secolo XI.
Lungo le scale si trova l’architrave della chiesa di di S. Lorenzo a
Montalbano databile al secolo X. Il fregio marmoreo con rappresentazioni di
cherubini, è opera di Mino da Fiesole. Undici archetti trilobati e
due colonne in marmo, pertinenti forse ad un antico coro della Badia di S.
Giusto, presentano i ritratti degli abati e di angeli con iscrizioni gotiche
e latine del secolo XIV.
La prima sala ospita i frammenti lignei rimasti della decorazione dei
soffitti a cassettone delle navate laterali del duomo, smontati nel secolo
XIX. Le figure intagliate sono opera dello scultore Jacopo Paolini,
che insieme all’architetto Francesco Capriani, realizzarono sul finire del
secolo XVI il soffitto della Cattedrale. L’influenza pisana durante il
duecento, è manifesta nelle eleganti formelle del recinto presbiteriale e
dell’antico altare maggiore della Cattedrale, sei delle quali qui collocate,
insieme ai calchi delle altre otto, che rimaste nella Cattedrale, sono
sistemate a guisa di paliotto sotto il monumento dell’Incontri.
I più importanti e noti tra i marmi trecenteschi sono le sette formelle
rettangolari a rilievo che illustrano episodi della vita dei santi Ottaviano
e Vittore. Quattro storie raffigurano il processo e il martirio di San
Vittore, mentre le altre tre formelle esprimono episodi legati alla storia
di Sant’Ottaviano.

Sala dei Corali e dei Paramenti
Il primo a porre i sette rilievi in
relazione con il cenotafio Tarlati di Arezzo, fu il Venturi che li attribuì
ad Agostino di Giovanni ed Agnolo di Ventura.
Oltre a questi, i marmi più antichi, vi sono i quattro medaglioni circolari
con i busti dei Santi Giusto, Clemente, Ottaviano e Vittore, eseguiti a
bassorilievo di cui si vuole autore il grande Tino da Camaino.
Il sarcofago romano databile nei primi secoli d.C., segna il più precoce
caso di riuso essendo stato impiegato come sepolcro del Vescovo Goffredo
l’anno 1037. La pietra tombale ritraente il guerriero Michele Pigi Bonaguidi
di Volterra, vestito con la corazza e la spada, eseguita nel 1378 chiude la
rassenga degli oggetti conservati in questa sala.
Nella seconda sala si conservano una Madonna col Bambino fiancheggiata da
due angeli in piedi che presentano due committenti inginocchiati, fortemente
caratterizzati nella loro fisionomia, si dicono eseguiti da Giovanni
d’Agostino. Provine dalla lunetta del portale della Chiesa San Michele
l’altra Madonna seduta col Bambino, che conferma quanto sia stata intensa
l’operosità svolta a Volterra durante la prima metà del Trecento. Degno di
nota per la pittura è il Crocifisso dipinto su tavola sagomata a forma di
croce, eseguito da artista vicino a Giunta Pisano.
Inoltre vi è la pala di Ulignano, creato da Daniele Ricciarelli
nel 1545, ritrae la Vergine in trono col Bambino e i Santi Pietro e Paolo;
ed è considerata opera di capitale importanza.
Oltre alle argenterie presenti nelle vetrine della terza sala, è da
ricordare il crocifisso in bronzo dorato opera del Giambologna, che lo
eseguì per la Cappella di san Paolo in Duomo su commissione dell’Ammiraglio
Inghirami.
La pala di Villamagna, opera del Rosso Fiorentino, che la
eseguì lo stesso anno 1521 della più celebre Deposizione oggi nella
Pinacoteca Civica.
Nelle vetrine, fra i vari oggetti contenuti, come custodi di cuoio, croci,
turiboli, navicelle, reliquari sono da segnalare: Sant’Ottaviano busto
reliquario in argento sbalzato e rame dorato, opera si dice scampata alle
spoliazioni Ferrucciane e riconsegnata dal Comune di Volterra alla sagrestia
del Duomo l’anno 1534, opera di Antonio del Pollaiolo. Dello stesso
orafo si dice la bellissima croce d’argento a doppia faccia, con disegni
cesellati, foglie e ghiande, con dodici figure smaltate entro formelle
quadrilobe donata da Mario Maffei il 15 agosto 1535, in luogo di altra
simile rapita dal Ferrucci nel 1530.
Busto reliquario in argento di San Vittore Martire che il Ricci attribuisce
all’orafo Antonio da Volterra degli inizi del secolo XV, ma la
tradizione lo dice donato dal Papa Callisto II nel 1120; la base con i
leoncini è opera trecentesca dei maestri Senesi Ugolino di Vieri e Viva di
Lando.
Cassetta di rame dorato e pietre false, ridotta a reliquario per conservare
una testa dei Santi Innocenti, dono dell’Imperatrice d’Austria al Vescovo
Antinori, è ritenuto dal Ricci opera di Benvenuto Cellini.
Il ciborio di alabastro del 1575 e l’acquasantiera eseguita in marmo
e alabastro datata 1567, sono due squisiti oggetti che documentano la
ripresa dell’attività artigianale alabastrina, interrottasi durante il
Medioevo.
Una raccolta di parati sacri databili dai secoli XV al XIX, due libri
corali in pergamena con notazione gregoriana e notevolissime miniature
eseguite da frate Agostino l’anno 1299, sei libri corali detti “soderini”
con miniature nella prima pagina, donati, tra il 1508 e il 1510, dal
Proposto della Cattedrale Antonio Zeno per onorare i Vescovi volterrani
Francesco Soderini, poi Cardinale, e suo nipote Giuliano, chiudono la
rassegna di questo piccolo, ma interessante museo.
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