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RELIGIONE : teologia simbolica : Presentazione dei quadri per la Cattedrale di Bologna , del Card. Carlo Caffarra

 

 PRESENTAZIONE DEI QUADRI (Cattedrale 21 giugno 1997)

 del Card. Carlo Caffarra , Arcivescovo Metropolita di Bologna

 

 

 

Dobbiamo essere grati alla Soprintendenza ai Beni artistici e storici di Bologna per aver riportati alla loro originaria bellezza i tre quadri. Grati dobbiamo esserlo noi credenti, poiché il luogo più santo di tutti, la Cattedrale, viene ad essere ancora più impreziosita. E grati devono esserlo anche i non credenti, perché vengono messe a disposizione opere di così elevato valore artistico.
 Il fatto che stiamo vivendo questa sera è un’occasione straordinaria per riflettere assieme sullo strettissimo rapporto che vige fra la fede cristiana, la celebrazione dei divini misteri, il luogo santo in cui essa avviene e la raffigurazione artistica. La terribile “controversia della immagine”, che ha dilacerato l’impero bizantino sotto gli imperatori isaurici Leone III e Costantino V fra il 730 ed il 780 e di nuovo sotto Leone V dall’843, si spiega principalmente con la consapevolezza che la Chiesa aveva di quel legame inscindibile fra fede ed immagine sacra: il concilio ecumenico Niceno II (787) ha veramente salvato l’arte. La difesa dell’arte coincise in quel momento con la difesa della fede. Ma che cosa sta veramente dentro a questa coincidenza fra “causa dell’arte” e “causa della fede”?
 Non è esclusa certamente una forte preoccupazione didattica, sulla quale soprattutto insistette il papa S. Gregorio Magno, che scrivendo a Sereno vescovo di Marsiglia, raccomandava le immagini sacre perché gli analfabeti “guardandole possano almeno leggere sui muri, quello che non sono capaci di leggere sui libri” (cfr. ............)
 Ma non è questo il punto nodale della coincidenza fra “causa dell’arte” e “causa della fede”. La nostra fede infatti è nel suo nucleo centrale fede nel fatto che il Verbo invisibile di Dio si è fatto carne, si è reso visibile. Dice un’antica preghiera natalizia: “Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili”. E’ un testo mirabile! Esso pone la carne (il corpo) del Verbo esattamente sul confine in cui il mondo invisibile tocca il mondo visibile: essa è questo punto di tangenza, unico ed insuperabile. In quella carne, in quel corpo il Verbo invisibile si dona a vedere e attraverso quella carne l’uomo “è rapito all’amore delle cose invisibili”. Si noti bene: non è un ingresso qualsiasi. E’ un rapimento, atto dell’amore; non è solo un processo intellettivo. E’ un momento in cui convergono tutte le facoltà dell’uomo.
 I difensori dell’arte cristiana contro gli iconoclasti hanno percepito subito che questa era la vera “materia del contendere”: era “l’economia divina secondo la carne” come si espresse la più illustre vittima della furia iconoclasta, il patriarca di Costantinopoli S. Germano. L’arte può condurre colui che contempla, all’ineffabile mistero del Dio fatto uomo per la nostra salvezza. Il papa Adriano scriverà: «Per il tramite di un volto visibile, il nostro spirito sarà trasportato per attrazione spirituale verso la maestà invisibile della divinità attraverso la contemplazione dell’immagine, in cui è rappresentata la carne che il Figlio di Dio si è degnato di prendere per la nostra salvezza; così adoriamo e insieme lodiamo, glorificandolo in spirito, questo medesimo Redentore, poiché, come è scritto, “Dio è spirito”, ed è per questo che adoriamo spiritualmente la sua divinità».
 E dunque il Concilio Niceno II ha stabilito: «sono da esporre immagini venerabili e sante, a colori, in mosaico e in altra materia adatta, nelle sante chiese di Dio, sui vasi e paramenti sacri, sui muri e sulle tavole, nelle case e nelle vie; e cioè sia l’icona del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, sia quella della nostra Signora immacolata, la santa Theotokos, sia quella dei venerabili angeli e di tutti gli uomini santi e pii».
 Certamente questa coincidenza fra la “causa dell’arte” e la “causa della fede” orienta profondamente il significato dell’arte, secondo il cristianesimo. L’arte per l’arte, l’arte cioè che non rimanda se non al suo autore e non stabilisce alcun rapporto colle “realtà invisibili”, non trova posto nella concezione cristiana dell’arte. Gli stili possono essere diversi, ma ogni opera d’arte è chiamata ad esprimere la fede e la speranza della Chiesa: l’artista cristiano ha la coscienza di compiere una missione ecclesiale. Scriveva Michelangelo: «Non v’ha nulla di più nobile e di più devoto della buona pittura [...]. Non basta ad un pittore, per imitare in parte la venerabile immagine del Signor Nostro, essere un grande maestro, ma deve tener buona vita e, se possibile, essere santo, acciocché il suo intelletto sia ispirato dallo Spirito santo».
 La vera arte cristiana consente di intuire, mediante la percezione sensibile, che il Signore è presente nella sua Chiesa e che la gloria promessaci già trasforma la nostra esistenza.
 La vera arte ci aiuti a guarire dagli effetti spersonalizzanti e spesso degradanti delle molteplici immagini che stanno devastando il nostro spirito: essa porta su di noi lo sguardo di un Altro invisibile, e ci rapisce all’amore del mondo spirituale, facendoci pienamente vivere nella nostra carne.

 La nostra Cattedrale sarà da questa sera più bella. Potremo perciò dire con più verità celebrando i misteri divini: “è cosa degna e giusta lodarti e ringraziarti”. Lo possiamo fare in modo più degno, cioè più adeguato allo splendore dell’amore di Cristo che dona se stesso per la salvezza del mondo.

 

 

 


 

 Fonte :  http://www.caffarra.it/quadri97.php