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RELIGIONE : vita cristiana : educare oggi , del card. Camillo Ruini

 

S.E. Card. Camillo Ruini

EDUCARE OGGI : sfide e compiti della Chiesa alla luce dell'antropologia cristiana

          

Intervento presso la Domus Mariae al Convegno nazionale sul tema "Le sfide dell'educazione" (12-14 febbraio 2004) promosso dalla Commissione Episcopale per l'educazione cattolica, la scuola e l'università; l'Ufficio nazionale per l'educazione, la scuola e l'università e il Servizio nazionale per il progetto culturale.

 

 

1. L’importanza del tema dell’educazione, in riferimento alle sfide e alle prospettive poste dalla modernità e dal trapasso culturale in atto, è crescente. Nel corso degli ultimi anni la Chiesa italiana ha seguito con particolare attenzione la complessa vicenda della riforma scolastica, con l’intento di cogliere gli orientamenti e le coordinate culturali ad essa sottese. Il denominatore comune delle problematiche sottostanti alle riforme prospettate è sicuramente l’esigenza di ripensare e rimettere l’uomo al centro della politica, dell’economia, della cultura e, perciò, anche dell’azione educativa. Per questo è indispensabile, oggi, investire in educazione, anche sotto il profilo pastorale, secondo linee progettuali chiare in ordine ai fini da perseguire, ai valori da promuovere e ai protagonisti da sostenere.

 

2. Nel percorso del progetto culturale si è parlato delle possibilità, da parte della fede cristiana, non già di arrestare i cambiamenti in atto, ma di orientarli e indirizzarli. Si è cominciato ad affrontare, in questa ottica, il problema del nostro futuro, in ordine alla costruzione di un “progetto di vita buona”, il problema della trasmissione di generazione in generazione della cultura e della fede, dimensioni non riducibili l’una all’altra e tuttavia profondamente interconnesse.

Il problema della trasmissione della fede non è risolvibile soltanto all’interno della comunità cristiana, senza porsi il problema del divenire della società e della sua cultura e delle nostre capacità di orientare questo divenire, nelle sue manifestazioni ma anzitutto nei suoi presupposti e fattori dinamici. Su questo versante la consapevolezza delle trasformazioni culturali e del loro impatto sulla vita e sui processi di costruzione dell’identità personale e sociale sta portando la comunità ecclesiale nel nostro paese a interrogarsi sulla necessità di dare il primato all’evangelizzazione anche e soprattutto nei percorsi di iniziazione alla fede, coinvolgendo in questo radicale ripensamento anche la parrocchia.

Ma il Vangelo di Gesù altro non è che il Vangelo che è Gesù. In lui appare a noi il volto di Dio e nel contempo l’uomo è rivelato a se stesso. In lui si rivela e si compie l’umanità nuova, l’uomo nuovo. Non basta quindi ripetere verbalmente la formula del kerygma (“Cristo è morto ed è risorto”) senza un adeguato sforzo di ritraduzione del messaggio e di una sua intelligente e creativa inculturazione. L’irrinunciabile dovere della proposta della Chiesa di dire in Cristo la verità sull’uomo chiede oggi di essere adempiuto mediante un rinnovato e convinto annuncio accompagnato dal dialogo con la cultura odierna (spesso pesantemente condizionata da visioni unilaterali) allo scopo di superare la separazione tra Vangelo e cultura.

Studiare le condizioni dell’essere e del diventare cristiani oggi è pertanto compito intrinseco della nuova evangelizzazione, proprio perché la persona e la comunità cristiana in Italia si trovano al centro di un complesso di trasformazioni che “si risolvono tutte in trasformazioni dell’ethos civile”. Occorre rendere il percorso formativo ecclesiale centrato sull’annuncio, prestando attenzione alle sue condizioni di possibilità e di esercizio, per metterci in grado di proporre stili di vita cristiani praticabili e plausibili.

 

3. D’altra parte, quello di imprimere un diverso orientamento al divenire della società e della cultura non è un problema soltanto della Chiesa: sembra essere infatti una necessità per la società stessa, se intende assicurare le condizioni per un proprio futuro che sia umanamente migliore del passato e del presente. Tale è anche la questione educativa che questo Convegno intende approfondire nei termini di una sfida riguardante la stessa possibilità di trasmissione culturale tra generazioni, che chiama in causa la famiglia, la scuola, le associazioni operanti nella società civile, i media e le stesse comunità ecclesiali ai vari livelli. In effetti l’educazione, in quanto trasmissione della cultura di un popolo da una generazione all’altra, consiste nel rendere partecipi le nuove generazioni di ciò che sta alla radice della vita comune, vale a dire del senso profondo e ultimo del vivere, così come si trova inscritto nelle forme di vita personali e sociali della generazione adulta.

Questo Convegno rappresenta dunque una tappa nel comune cammino di riflessione civile ed ecclesiale circa i modi con cui l’uomo vive e trasmette la sua cultura, con cui concretamente costruisce il suo futuro.

 

4. La possibilità stessa dell’educare, nel suo significato di “generare”, implica il ricupero di una prospettiva realistica, attraverso cui far rivivere una cultura delle istituzioni (in specie di quelle educative) come luoghi di mediazione degli interessi e di trasmissione di un “senso”, in alternativa a una vita pubblica che sembra ormai irrimediabilmente scissa tra le progettualità di vertice e la quotidianità feriale delle relazioni personali. Proprio per questo il Convegno odierno vede convocati, ad un livello articolato per Regione, non solo il mondo della scuola (direttori generali degli uffici scolastici regionali – dirigenti, docenti, genitori), ma anche quello della famiglia (dove l’atto del generare educativo trova il suo punto più radicale e in un certo senso decisivo), quelli delle associazioni (professionali e non) di ispirazione cristiana, dei media e anche delle parrocchie (itinerari formativi dell’educazione cristiana, oratori, sale della comunità…). E’ possibile ricomporre la frammentazione individualistica e la frattura tra pubblico e privato, evidenziare possibili percorsi di continuità educativa tra famiglia, scuola, territorio e comunità cristiane? Nel contesto culturale odierno è urgente chiedersi come attivare le migliori condizioni per garantire l’unità dell’atto educativo che, nella coscienza della persona e nelle istituzioni, permetta di porre in rapporto di continuità dinamica e critica le dimensioni della fede, quelle della cultura e quelle della vita.

I lavori del Convegno si soffermeranno su alcuni contenuti tematici o luoghi dove la trasmissione culturale tra generazioni evidenzia un’accentuata divaricazione: quelli della bioetica, della rivoluzione digitale nel campo delle tecnologie informatiche, della costruzione dell’identità, della formazione alla professionalità in relazione alle trasformazioni dell’economia e dei processi lavorativi, dell’educazione interculturale e interreligiosa. Il Convegno potrà offrire pertanto un contributo prezioso anche per concrete iniziative culturali, nel contesto dei rapporti tra scuola, formazione professionale, famiglia e associazioni, oltre che per quel “discernimento comunitario” che coinvolge la comunità ecclesiale in tutte le sue componenti.

Mi soffermerò dunque su alcune prospettive particolarmente significative, che riguardano le relazioni, basilari per l’educazione, tra i soggetti operanti nel territorio: la famiglia, il sistema di istruzione e di formazione, la comunità cristiana.

 

5. Nelle società di massa l’appropriazione del patrimonio culturale non avviene spontaneamente, ma è affidata alle istituzioni appositamente deputate (il sistema scolastico e formativo in particolare), come è ben comprensibile data la complessità delle dinamiche socio-culturali in atto. L’appropriazione non può dar luogo però ad una più profonda assimilazione se non coinvolge l’identità personale e quelle questioni, collegate al senso ultimo della vita, che rimandano al vissuto e alle realtà di riferimento della generazione giovanile. Un sapere educativo che concorra alla crescita personale non può prescindere da essa senza rimanere inefficace per la stessa crescita culturale.

La famiglia è attualmente oggetto di un processo di marginalizzazione nel privato e in un certo senso lo sono anche le comunità cristiane. La famiglia infatti appare tendenzialmente espropriata delle sue fondamentali competenze in ordine alla trasmissione della cultura. Allo stesso modo anche l’esperienza della comunicazione e della crescita nella fede tende a non essere riconosciuta nella sua valenza sociale e culturale. Se non appare chiara alla coscienza dei giovani questa ragione di coerenza tra i modelli proposti dalle istituzioni (in primis la scuola) e la “verità” annunciata dall’esperienza relazionale primaria della famiglia, l’appropriazione di quei modelli rimarrà solo un fatto esteriore e non darà luogo ad un processo di identificazione. L’apporto della scuola e delle istituzioni deputate all’educazione è d’altronde necessario perché si compia adeguatamente il processo di trasmissione culturale.

Uno sguardo alla direzione in cui sembrano andare la cultura e i costumi  rafforza le motivazioni di una simile attenzione alla formazione della persona. «Sono impressionato dal sentimento di paura che dimora sovente nel cuore dei nostri contemporanei», ha detto il Papa nel discorso del 12 gennaio scorso al Corpo Diplomatico, rinnovando e per così dire “aggiornando” la diagnosi che aveva proposto 24 anni prima nell’enciclica Redemptor hominis (nn. 15-16). Il Papa aggiunge giustamente che tutto questo può cambiare, in quanto «ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale di fede, di probità, di rispetto altrui, di dedizione al servizio degli altri». Proprio le capacità di sviluppare questo potenziale appaiono tuttavia gravemente ostacolate, anzitutto a quel livello sorgivo che riguarda le attitudini a riflettere e valutare. Così, in questi ultimi mesi, si è scritto di un “anno zero” del pensiero, inutilmente occultato dalla moltitudine degli annunci di novità, di proposte e di opinioni.

Questa situazione, che non facilita una responsabile presa di coscienza riguardo a noi stessi e alla realtà che ci circonda, rende ancora più difficile l’autentico processo di trasmissione culturale. Essa richiede pertanto un consapevole impegno pastorale che abbini alla proposta di fede la cura per la maturazione delle capacità critiche della persona, e uno sforzo a tutto campo per incidere sull’attuale sistema informativo e formativo.

Per conferire valenza educativa al processo di trasmissione culturale appare dunque necessario dar vita ad un patto che metta in rete sul territorio l’apporto delle istituzioni, e al contempo riconoscere il ruolo imprescindibile delle primarie relazioni familiari e delle appartenenze religiose.

 

6. In particolare, per quanto riguarda l’attuale sforzo per rinnovare lo slancio missionario delle nostre comunità parrocchiali, si tratta di trovare il filo che possa garantire la continuità della tradizione della fede all’interno del mutamento culturale che caratterizza il nostro tempo. Non quindi una resa di fronte al processo di frammentazione presente nell’esperienza religiosa, ma la consapevolezza che questa esperienza è pienamente umana solo se è anche socialmente condivisa, storicamente rilevante.

La domanda che ci poniamo è la seguente: è in grado la parrocchia di accogliere e attuare quella grande svolta che va sotto il nome di conversione missionaria della nostra pastorale, o è invece destinata a rimanerne, purtroppo, sostanzialmente al di fuori, restando prigioniera di due tendenze, tra loro parzialmente contrastanti, ma entrambe poco aperte alla missionarietà: quella di concepirsi come una comunità piuttosto autoreferenziale, nella quale ci si accontenta di trovarsi bene insieme, e quella di una “stazione di servizio” per l’amministrazione dei sacramenti, che continua a dare per scontata in coloro che li richiedono una fede spesso assente?.

La domanda ci sprona a capire se la parrocchia, nella sua forma e nelle sue modalità attuali, è all’altezza di affrontare la sfida della cosiddetta secolarizzazione e di un “ritorno del sacro” non esente da ambiguità; ci invita a discernere se le comunità locali siano realmente capaci di alimentare nei loro membri, soprattutto laici, quello zelo apostolico e quella urgenza di annunziare Cristo che sono richiesti dalla nuova evangelizzazione, instancabilmente richiamata dal Santo Padre.

Servire l’educazione non è compito solo della scuola. Lo è anche della Chiesa e in particolare della sua azione pastorale, oggi tesa all’evangelizzazione anche attraverso l’iniziazione cristiana e la catechesi. Si avverte l’esigenza di ricuperare la dimensione educativa e culturale dell’annuncio della salvezza, in quanto centrato sulla persona.

 

7. Tre aspetti sembrano particolarmente significativi. La definizione dei contenuti che dovranno tradurre nell’azione educativa quanto prospettato dalla riforma della scuola. Si tratta di saperi che devono concorrere alla funzione critico-educativa della cultura e quindi non possono essere semplicemente piegati alle esigenze informativo-addestrative; occorre realizzare la promozione della razionalità, della libertà e della responsabilità, evitando i rischi di un impianto funzionalistico. Un’educazione così intesa non può ignorare le grandi domande di senso e l’apertura alla trascendenza.

Ma il problema della definizione dei contenuti nella nuova scuola si pone tenendo conto del fatto che questa responsabilità ricadrà anche sulle singole scuole, in forza dell’autonomia ad esse riconosciuta. In seguito alla riforma del Titolo V della Costituzione per la prima volta, e in maniera formale, le istituzioni scolastiche e formative sono riconosciute autonome dalla nostra Costituzione e non solamente da una legge ordinaria, come la legge n. 57/1997. Inoltre gli articoli 117 e 118 della Costituzione permettono ulteriori precisazioni, nella direzione soprattutto della sussidiarietà. Anzitutto, l’attività scolastica e formativa è espressione della società civile, entro le norme generali di competenza dello Stato e le leggi ordinarie di iniziativa regionale. In questo quadro anche le istituzioni scolastiche non statali che operano nel rispetto delle norme generali devono godere di piena libertà ed essere accessibili a tutti. Ciò significa che il processo di riforma va nella direzione di una maggiore responsabilità educativa e culturale affidata alle comunità locali. Di qui l’importanza di porre il tema educativo al centro di una rete di relazioni e di soggetti operanti nel territorio.

L’introduzione di un percorso graduale e continuo di formazione professionale, parallelo a quello dell’istruzione liceale e universitaria dai 14 ai 21 anni, che porti all’acquisizione di qualifiche e titoli, fa sì che la formazione professionale non venga più concepita come un addestramento finalizzato esclusivamente all’insegnamento di destrezze manuali. Essa diventa piuttosto un percorso capace di rispondere alle esigenze del pieno sviluppo della persona, secondo un approccio specifico fondato sull’esperienza reale e sulla riflessione, e quindi è in grado di intervenire nel processo di costruzione dell’identità personale. E’ questo un ambito significativo di incontro tra scuola e mondo del lavoro.

 

8. Il primato dell’educazione di fronte a queste sfide significa anche testimoniare in un contesto fortemente pluralistico una chiara visione antropologica, tesa a impedire al pluralismo di smarrirsi nella confusione. Si tratta di un contributo culturale insostituibile, che ha lo scopo di contribuire a fondare, ad aggiornare e a rimotivare l’impegno educativo, soprattutto per quanto riguarda le mete ultime, le grandi domande di senso, l’apertura alla trascendenza, per sconfiggere la cultura della banalità, purtroppo diffusa anche nel mondo della scuola.

Ad esempio, nella legge di riforma appare utilizzata per la prima volta l’espressione “convivenza civile”, assunta come sintesi di vari tipi di educazione (alla cittadinanza, ambientale, stradale, alla salute, alimentare, all’affettività). Tutto ciò significa che la scuola si assume, tra i suoi compiti educativi, anche i comportamenti e gli atteggiamenti degli alunni. Non si tratta di una nuova disciplina, ma di un compito che vede impegnati tutti i docenti. L’obiettivo si presenta nobile e degno: la scuola è interessata anche alla saggezza del vivere e dell’agire bene. Nello stesso tempo, però, il compito appare assai problematico, se pensiamo al disorientamento della società in cui viviamo e al clima di relativismo diffuso che si respira. Si può paventare, lecitamente, che non si vada oltre la definizione di un galateo sociale. Perciò, nella realizzazione di questo nuovo compito educativo della scuola i cristiani possono e devono essere presenti con quell’apporto originale che è loro possibile, “rendendo ragione della speranza che è in loro”.

Da questo punto di vista risulteranno utili i lavori di queste giornate di Convegno, che possono avvalersi anche dei frutti di alcuni seminari che hanno visto riuniti pedagogisti e teologi attorno a quattro tematiche riconducibili ad alcune delle istanze più controverse del dibattito in corso: Manipolazione, artificializzazione, educazione (28/29 marzo 2003), La costruzione dell’identità (20-21 giugno 2003), Economia, lavoro, educazione (26/27 settembre 2003), Interculturalità e educazione (7/8 novembre 2003).

 

9. Il punto di partenza, e al tempo stesso l’obiettivo, per contribuire alla ricomposizione della cultura, e quindi del senso, è proprio la comunicazione del Vangelo, intenzionalmente posta al centro degli Orientamenti pastorali per questo primo decennio del duemila.

Molte delle problematiche che toccano più da vicino l’evangelizzazione, la pastorale tutta e i rapporti tra fede, vita e cultura, ruotano oggi intorno alla cosiddetta questione antropologica, cioè alla domanda su chi sia, realmente, l’uomo, con tutte le conseguenze che la risposta, o meglio le diverse risposte a questa domanda portano con sé. Ciò che sembra particolarmente rilevante è la progressiva caduta del ruolo di “orientamento” che la cultura, intesa come appartenenza a un complesso di idee e di valori, ha sempre svolto nella storia dell’umanità. In più occasioni e con diverse motivazioni siamo chiamati a confrontarci con la valenza multiculturale del contesto in cui viviamo. Giovanni Paolo II, nella Fides et ratio, ha denominato questo fenomeno “frammentazione del senso”. Mi soffermerei in particolare su due aspetti tematici: quello che si riferisce alla concezione dell’uomo alla luce dell’antropologia cristiana e quello che riguarda il rapporto tra le culture in un contesto educativo pluralistico.

 

10. Il pensiero antropologico cristiano rifiuta il dualismo, inteso come scissione tra le componenti della persona. Riprendere la prospettiva unitaria dell’antropologia cristiana significa proporre all’uomo d’oggi adeguate interazioni fra la dimensione conoscitiva e intellettuale, quella affettiva e quella volitiva dell’esistenza.

L’Italia offre la possibilità di una presenza significativa dei cattolici ed è dovere dei credenti vivere la fede in un modo che sia incarnato nella storia e nella cultura del popolo italiano. Non si serve il Paese vivendo la cittadinanza a prescindere dalla fede, ma offrendo il proprio patrimonio di valori per la costruzione del bene comune. Le questioni di primaria importanza che toccano la vita, la tutela e la promozione della famiglia fondata sul matrimonio, l’educazione e la scuola, il lavoro e la solidarietà, prima ancora della formulazione legislativa, pongono un problema culturale. Quale visione abbiamo dell’uomo e del suo destino? Quale uso fare delle innovazioni tecnologiche e delle scoperte scientifiche, soprattutto sul versante della vita umana? Quale significato dare alla natura umana e alla struttura sessuata della persona? Come intendere il significato dei rapporti sociali?

Un particolare settore dove concentrare l’attenzione e il discernimento è quello della ricerca scientifica sull’uomo e del vasto campo delle neuroscienze e delle loro applicazioni tecnologiche. Certamente va data una valutazione positiva dello sforzo delle scienze per l’esplorazione del fenomeno umano, ma esso dev’essere accompagnato dal necessario discernimento sui limiti della ricerca stessa. Infatti, essa attiene alla comprensione analitica dei fenomeni e ha competenza nella costruzione di una visione globale solo in un contesto interdisciplinare, in cui filosofia e teologia garantiscano il punto di vista dell’intero e del senso.

Una delle radici più profonde e determinanti del problema dell’uomo, come oggi si presenta, va ricercata nel modo attuale di concepire la verità. La nostra cultura ha spostato drasticamente l’accento dalla filosofia verso le scienze (positivismo), anzi verso le tecniche applicate. Ciò fa sì che il problema umano sia già all’inizio gravemente pregiudicato, perché si decide che la verità umana in quanto tale (la domanda di senso, di valore, di progetto intenzionale, di relazione vissuta, la libertà che produce storia e significati umani) sia sottoposta al giudizio prevalente, se non esclusivo, del sapere scientifico-tecnologico.

Questa cultura è ulteriormente sostenuta dalla comunicazione mass-mediale, che tende ad omologare verso il basso atteggiamenti e comportamenti di ogni genere. Si nota, di conseguenza, un degrado dell’aspetto propriamente umano dell’esperienza diffusa della gente. Questa riduzione dell’umano porta con sé una privazione che oscura ogni riferimento “alto” alla destinazione del vivere (scelte incondizionate, ideali liberanti e impegnativi, relazioni fedeli e segnate dalla gratuità…, ecc.) e si traduce in uno stato diffuso di sofferenza, per cui “si vive male”, come è ampiamente attestato dalla cultura occidentale sotto tutte le sue forme: filosofica, letteraria, artistica…. (cfr Pier Angelo Sequeri, L’apprendista al timone. Il ministero ordinato per la nuova evangelizzazione, in: La rivista del Clero Italiano, 10 (2002), pp. 642-654).

 

11. Sulle motivazioni profonde e sui requisiti essenziali della testimonianza missionaria a cui la Chiesa è chiamata occorre riflettere anche alla luce del pluralismo sociale e culturale della nostra società.

Un punto essenziale è rendere di nuovo presente e operante nel popolo cristiano la consapevolezza diffusa che Dio ha preso l’iniziativa di rivelarsi a noi, nella nostra storia, la quale diventa per ciò stesso storia di salvezza. Di tutta questa rivelazione salvifica, nella quale Dio, per amore gratuito, ci fa conoscere se stesso e il mistero della sua volontà – cioè il suo concreto atteggiamento verso di noi – e ci fa entrare in comunione con Lui, Gesù Cristo «è insieme il mediatore e la pienezza» (Dei Verbum, n. 2; cfr n. 4).

È questo il motivo fondamentale per il quale, pur essendo pienamente aperti e cordialmente partecipi agli sviluppi della cultura e della scienza, non possiamo adattarci a una mentalità scientista e nello stesso agnostica e relativista.

Parimenti insoddisfacenti sono però alcune tendenze che hanno le loro matrici nelle grandi religioni orientali, ma anche – per quanto riguarda il nostro passato – in larghi strati del pensiero filosofico e religioso ellenistico, e che oggi sembrano di nuovo diffondersi in Occidente, sulla base di una certa sintonia con il relativismo e l’agnosticismo presenti nella nostra cultura. Queste tendenze sottolineano la presenza di Dio, o più esattamente del divino, al fondo di ogni realtà e insistono però sull’impossibilità, per la nostra mente limitata, di averne alcuna reale conoscenza. Il divino così inteso sarebbe alla fine impersonale, identificandosi con la dimensione più profonda e misteriosa dell’universo.

Al loro confronto il cristianesimo può mantenere intatta anche oggi quella rivendicazione di verità – di una verità superiore alla nostra ragione, ma al contempo ad essa profondamente corrispondente – che era stata un suo fondamentale punto di forza nel confronto con il mondo filosofico e religioso dell’Antichità. Anche oggi, infatti, l’annuncio che il Verbo di Dio, la Sapienza creatrice, è all’origine di tutta la realtà e di ogni suo mutamento o evoluzione – compreso l’emergere di quella realtà unica che è l’uomo – conserva pienamente e vede semmai accresciuta la sua plausibilità, dato che l’avanzare delle nostre conoscenze richiama sempre più l’attenzione sull’intelligibilità dell’universo e della sua stessa evoluzione.

Aprendoci nella fede, sotto l’impulso dello Spirito Santo che opera in noi, alla rivelazione del vero volto di Dio, siamo contestualmente chiamati ad entrare in una nuova forma di vita, il cui ethos è incentrato sull’agape, l’amore puro e generoso che scopre Dio nel prossimo e vede nell’altro il fratello. Su questa base l’Apostolo Paolo ammonisce la prima generazione cristiana: «Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8). Dio, infatti, è amore (cfr 1Gv 4,8.16) e quindi ciò che Egli dona e chiede è anzitutto l’amore.

Anche oggi la fede cristiana, coerentemente vissuta, conserva integra la sua capacità di toccare nel profondo il cuore degli uomini, proprio perché riconosce nel comandamento dell’amore la legge suprema e il senso profondo dell’esistenza, sia personale che sociale.

Su queste basi diventa possibile coniugare l’apertura e l’accoglienza nei confronti di coloro che provengono da una diversa matrice religiosa e culturale con la conservazione e la riproposizione attiva e fiduciosa di quella identità che il popolo italiano ha acquisito e maturato nel corso della sua storia.

 

12. Concludendo, formulo l’auspicio che il passaggio dall’una all’altra generazione sia basato su una ritrovata capacità di “generare” da parte del mondo adulto, intendendo così la capacità stessa di amare e di donarsi. Le sfide dell’educazione ci richiamano a riflettere sulla carità, sull’amore oblativo come chiave della costruzione del futuro.

 

 

 


 

FONTE :  www.chiesacattolica.it