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RELIGIONE : vita cristiana : lettera del priore dei carmelitani


Lettera del
Priore Generale
JOSEPH CHALMERS, O.Carm.
alla Famiglia Carmelitana
in occasione del
550° Anniversario della Bolla "Cum Nulla"

NELLA TERRA DEL CARMELO 

 

Introduzione

1. La Famiglia Carmelitana celebra in questo anno 2002 il 550° anniversario della Lettera del Papa intitolata: "Cum Nulla". Emessa dal Papa Nicolò V, è indirizzata al B. Giovanni Soreth, Priore Generale del tempo (7 Ottobre 1452).

2. Risposta del Papa alla richiesta da parte dell'Ordine di riconoscere i privilegi del priore della casa carmelitana di Firenze per aggregare laici all’Ordine, la Bolla pontificia aprì la via a quel riconoscimento ufficiale di ciò che avveniva ufficiosamente da almeno cento anni.

3. Le origini dell'associazione laicale con gli Ordini religiosi risalgono al monachesimo dell’XI secolo. Quanti desideravano condurre uno stile di vita simile ai religiosi ma non erano monaci o suore venivano denominati: conversi (gli uomini) o conversæ (le donne). Queste persone laiche prendevano i voti e vivevano in comunità. Ne sono prova i monasteri femminili aggregati all’Ordine dal XIII secolo in poi. Il più antico gruppo di sorores (sorelle) conosciuto nell’Ordine risale al 1300 quando il Priore Generale Gerardo di Bologna aggregò un gruppo di Venezia all’Ordine. Si ha notizia del più antico gruppo di "laici carmelitani" a Lucca, sempre in Italia, nel 1284.

4. Prima della Bolla "Cum Nulla" c’erano già uomini e donne associati all’Ordine a vario titolo. Questi individui e gruppi erano considerati appartenenti all’Ordine, indipendentemente dalla loro condizione giuridica. L’Ordine è stato sempre ricco di creatività e ha condiviso il carisma con altri che ad esso si ispiravano. Il riconoscimento ufficiale è venuto più tardi. È il modo normale con cui accadono le cose. Anche oggi in diverse parti dell’Ordine è riscontrabile questo. Le nuove avventure sono sempre un rischio ma possiamo imparare dal passato che Dio può trarre cose meravigliose da inizi molto piccoli.

5. La Bolla "Cum Nulla" aprì la porta all’entrata nell’Ordine delle sorelle di vita apostolica, impegnate per la diffusione del regno di Dio in tutto il mondo. Queste donne carmelitane testimoniano la buona novella che Gesù Cristo portò principalmente ai poveri. L’anniversario della Bolla è un’opportunità perché tutta la Famiglia Carmelitana rifletta sui diversi modi di vivere i valori fondamentali carmelitani. Con questa lettera desidero soffermarmi particolarmente sull’importanza per la Famiglia Carmelitana delle nostre monache e laici carmelitani.

Le monache carmelitane

6. Le Costituzioni delle monache carmelitane così si esprimono: «L’Ordine ebbe, fin dal secolo XIII, con la sua diffusione in Europa, alcune donne particolarmente unite al suo spirito, le quali ben presto si legano con gli stessi vincoli dei religiosi. La bolla "Cum Nulla" di Nicolò V, dell’anno 1452, mentre approvava una situazione di fatto, poneva le basi per un ordinato sviluppo del Carmelo femminile, affinché "la madre di Dio fosse venerata dalle religiose così come lo era dai religiosi dell’Ordine" (desiderio espresso dalle monache di Ten Elsen al B. Giovanni Soreth, in risposta ad una lettera del 14 Ottobre 1453: in AOC, 11 (1940-42), 41)» (Costituzioni n. 19). Da inizi modesti è sorto un movimento che ha interessato donne di tutto il mondo, consacrate al servizio di Dio e del prossimo con una vita gioiosa di preghiera e di penitenza. Questo stile di vita ha generato molte sante la maggior parte delle quali rimane sconosciuta eccetto che a Dio. La figlia più famosa del movimento claustrale carmelitano è la grande S. Teresa di Gesù che con spiccato ingegno nelle sue molte fondazioni rielaborò gli elementi tratti dalla tradizione carmelitana. Vivendo in un’epoca di grande fermento e sconvolgimento, incorporò il meglio del passato in una visione nuova e creativa della vita contemplativa, una visione che influenza tutte le monache carmelitane. E infatti tutti i carmelitani guardano a S. Teresa come a una impareggiabile fonte di ispirazione e guida per la vita spirituale. Nelle Costituzioni delle monache, si usano le parole di S. Teresa per descrivere la chiamata ricevuta da Dio: «Ci sentiamo "chiamate all’orazione e alla contemplazione perché in ciò è la nostra origine e siamo progenie di quei santi padri del Monte Carmelo che, in grande solitudine e nel totale disprezzo del mondo, cercavano questo tesoro e preziosa margherita" (S. Teresa di Gesù, Mansioni V, 1, 3)». (Costituzioni n. 61).

7. Le monache di clausura carmelitane ricordano a tutta la Chiesa l’esigenza assoluta dell’amore di Dio. Danno una risposta radicale alla chiamata del Signore consacrando la propria vita interamente alla preghiera. Lo scopo di questo genere di vita è la contemplazione e così le monache di clausura sono spesso chiamate "monache contemplative". La contemplazione è il cuore del carisma carmelitano. Vivendo in questo modo radicale, testimoniano la centralità della contemplazione per tutti i carmelitani e la loro vita silenziosa testimonia al mondo che solo Dio può rispondere ai desideri infiniti del cuore umano.

8. Nel corso dei secoli troviamo molti modi di pensare la contemplazione. Talvolta è stata confusa con certe esperienze estatiche ed emotive di preghiera. La contemplazione può o non può includere tali esperienze ma sembra spesso svilupparsi in una dimensione di oscurità e di aridità. È contemplativo chi ha una relazione matura e intima con Dio. Le relazioni umane che arrivano alla vera intimità sono passate attraverso vari stadi ed entrambe le parti sono maturate. Naturalmente nella relazione umano-divina, Dio non cambia mai ma noi sì, e davvero dobbiamo. Le relazioni umane possono insegnarci tantissimo sulla relazione con Dio, ma hanno i loro limiti. È Dio che ci cerca e ci sollecita per introdurci nell’itinerario di trasformazione verso il fine della vita umana: l’unione con Dio nella quale noi diventiamo simili a lui. La vita in una clausura carmelitana ruota intorno alla riposta alla chiamata di Dio a crescere in questa relazione con lui.

9. Maria, nostra Signora, era una vera contemplativa nel senso che si trovava sulla stessa lunghezza d’onda di Dio, anche se non sempre comprendeva ciò che avveniva. «Meditava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51), cercando la volontà di Dio negli eventi della sua vita. È il modello della vita contemplativa.

10. La Chiesa ha sottolineato spesso l’importanza dell’esempio della Madre di Dio per i contemplativi. Troviamo: «Le monache rivivono e continuano nella Chiesa la presenza e l’opera di Maria. Accogliendo nella fede e nel silenzio adorante il Verbo, si pongono al servizio del mistero dell'Incarnazione, e unite a Gesù Cristo nella sua oblazione al Padre, divengono collaboratrici del mistero della Redenzione. Come Maria nel Cenacolo con la sua presenza orante custodì nel suo cuore le origini della Chiesa, così al cuore amante e alle mani giunte delle claustrali è affidato il cammino della Chiesa» (Verbi Sponsa 4).

11. In ogni momento della sua esistenza, la monaca carmelitana vive alla presenza di Dio, in preghiera per le molte necessità del mondo. Essa può scorgere in Maria, nella scena del vangelo delle nozze di Cana (Gv 2,1-11), un modello meraviglioso per la preghiera. Nostra Signora disse a Gesù molto semplicemente: «Non hanno più vino» e poi affidò tutto con piena confidenza alle sue mani. Le sue parole rivolte ai servi della festa: «Fate quello che vi dirà», riecheggiano intorno ai monasteri di monache e oltre nel mondo. Forse il momento nella vita di Maria che rappresenta perfettamente la vocazione della monaca carmelitana è quando stava in silenzio ai piedi della croce. Il suo silenzio era più eloquente di molte parole.

12. Per i carmelitani anche il profeta Elia è un forte modello di vita contemplativa. La Parola di Dio lo ha interamente trasformato ed egli con zelo ardente l’ha proclamata ai suoi contemporanei. Stava alla presenza di Dio, pronto a servire e obbedire pagando di persona. Elia sfidò il popolo perché smettesse di zoppicare su due piedi (cfr 1 Re 18,21) nel senso di servire Jahvè e Baal. Ogni uomo è chiamato a operare una scelta. Il contemplativo è consapevole della tentazione sottile di evitare le implicazioni che nascono nel rispondere alla chiamata di Dio, sostituendo la nostra volontà alla sua. Chi è stato toccato dal fuoco della Parola di Dio rifiuta di accettare placidamente ogni tentativo di manipolare il nome di Dio per scopi unicamente umani. Elia sul monte Horeb era disponibile a incontrare Dio nelle sue nuove e inattese manifestazioni e a comprendere come Dio sia presente anche quando tutte le apparenze mostrano il contrario (cfr 1 Re 19, 9-13). La monaca carmelitana ha una vocazione contemplativa e profetica, o meglio la sua vocazione contemplativa include e ispira la sua vocazione profetica. Non è chiamata a predicare in pubblico ma la testimonianza della sua vita ricorda a tutti noi l’importanza di ascoltare la voce di Dio nella brezza leggera o nel suono del solo silenzio (1 Re 19, 12). Quando sentiremo questa voce, saremo trasformati per sempre.

13. Il fine della vita claustrale e di tutte le normative che la regolano è di creare il luogo ideale per accogliere e vivere il sublime dono di Dio: la contemplazione, attraverso la quale l’essere umano si unisce a Dio e quindi si purifica e trasforma. Il contemplativo guarda tutte le cose create con gli occhi di Dio e ama come se avesse il Suo stesso cuore. La contemplazione non è una scienza esatta, ecco perché i mistici, quando tentano di descrivere la loro esperienza, scelgono di esprimersi in poesia anziché in prosa La contemplazione non è mai un dono personale, ma per il mondo. Essa trasforma la persona rendendola capace di vedere tutto dalla prospettiva di Dio. Ciò richiede una profonda conversione del cuore perché il contemplativo ha costantemente sotto il suo sguardo l’ingiustizia e la mancanza di unità nel nostro mondo e tenta di adoperarsi maggiormente a che i valori del Regno di Dio diventino realtà.

14. L’avventura della vita umana è un processo di crescita nell’amore e parte essenziale di questo processo è la purificazione del cuore: senza la quale non si può amare nella verità. La purificazione è dolorosa perché attraverso questa notte oscura tutte le nostre pretese e illusioni devono cadere. Arriviamo così a comprendere nelle profondità del nostro essere che noi viviamo soltanto in virtù della grazia di Dio È facile dirlo ma altra cosa è capirlo fino in fondo. Per prima cosa dobbiamo passare attraverso la notte oscura che non è una punizione ma un segno dell’amore di Dio per noi e un segno che Dio ci libera perché diventiamo ciò per cui siamo stati creati. L’oscurità è più intensa quando l’amore di Dio raggiunge le parti più intime del nostro essere, ma più buia è la notte, più si avvicina l’alba.

15. Il Papa ha apprezzato molto lo stile di vita contemplativo e ha sottolineato la sua grande importanza per la Chiesa e per il mondo. Il valore di questo modo di vivere è che coloro che ad esso sono chiamati entrano coscientemente nel processo di purificazione e di trasformazione. San Giovanni della Croce ci dice: «... è più prezioso agli occhi di Dio per l'anima e di più grande profitto per la Chiesa una singola goccia di amore puro che tutti gli altri lavori messi insieme uniscono». (Cantico Spirituale B, 29.2). L’uomo che si è completamente purificato e dal quale risplende fortemente la presenza di Cristo, può fare molto più di quanto possiamo immaginare. In tal senso, un monastero carmelitano riflette l’amore e la presenza di Dio nel mondo.

16. Le Costituzioni delle monache carmelitane affrontano questo punto quando dicono: «La monaca carmelitana, fedele alla ricca tradizione dell’Ordine, presta un inestimabile servizio al popolo di Dio, consumando la vita nella presenza di Dio, nell’ardore della preghiera e nello zelo apostolico. A somiglianza di Elia, ispiratore del Carmelo, assume la linea profetica come caratteristica propria della vita, orientata all’ascolto interiore della Parola di Dio e ad una particolare testimonianza del Dio vivente e delle esigenze supreme del suo Regno. In intima unione con Maria, "libro nel quale è scritta la Regola nostra perché in lei è scritto il Verbo", si propone di vivere il mistero della sua vita interiore e dell’unione intrinseca con Dio in Cristo Gesù». (Cost. 22). E poi continuano: «Infatti, un’autentica vita contemplativa è necessariamente apostolica. Perciò lo spirito apostolico penetra tutta la nostra vita, di modo che l’orazione e l’immolazione sono animate dall’ardore ecclesiale e missionario, secondo l’esempio del nostro padre s. Elia: "Ardo di zelo per il Signore Dio degli eserciti (1 Re 19,10)» (Cost. 92).

17. La vita di clausura potrebbe sembrare un mondo molto piccolo e una riduzione in tal senso costituisce una tentazione costante per coloro che la vivono. Essa tende ad allargare il cuore della persona chiamata perché possa abbracciare il mondo intero. S. Teresa di Lisieux esclamava con gioia: «Ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo posto, o mio Dio, me l’hai dato tu. Nel cuore della Chiesa mia madre, io sarò l’amore… così sarò tutto» (Man. B, 3V). Scoprì la sua vocazione personale e io direi la vocazione di tutte le monache carmelitane. Qualsiasi cosa facciano, dicano e pensino nel piccolo mondo del monastero ha un significato eterno e universale. In passato ho spesso incoraggiato a un contatto assiduo tra frati e monache per fomentare un maggior senso di famiglia tra di noi: siamo fratelli e sorelle. Abbiamo il compito sacro di aiutarci concretamente l’uno con l’altro, ma soprattutto in modo tale da poter vivere pienamente la nostra vocazione. Il modo più importante con cui le monache possono aiutare gli altri membri della Famiglia Carmelitana è attraverso il senso della preghiera e il sacrificio quotidiano. Dalla prospettiva contemplativa possono ricordare a tutti noi la comune vocazione profetica per testimoniare l’amore di Dio per i poveri.

18. Non riusciamo a valutare quanto la preghiera aiuti gli altri. È questione di fede e sappiamo dai vangeli quanto Gesù avesse stima della fede. La preghiera e il sacrifico di s. Teresa per gli altri sono ben conosciuti. Lei credeva che l’amore soltanto rendesse possibile agli apostoli predicare e ai martiri spargere il sangue. (Man. B, 3V). Tutta la Famiglia Carmelitana è unita nel e attraverso la preghiera che ci apre alla presenza e azione di Dio nella nostra vita.

Modelli della vita claustrale

19. La vita claustrale carmelitana ha santificato molte donne la maggior parte delle quali è conosciuta solo a Dio. La Chiesa ha beatificato o canonizzato alcune di loro additandole come modelli per tutta la Chiesa. Queste hanno una risonanza che supera i confini della clausura e testimoniano che Dio appaga il desiderio del cuore umano. Seppur questa mia lettera non intende descrivere tutte queste donne sante, desidero brevemente presentare alcune figure di spicco che restano esemplari per una vita di clausura.

B. Francesca d’Amboise (1427-1485)

20. La B. Francesca d’Amboise è riconosciuta fondatrice delle monache carmelitane in Francia. Con suo marito che divenne duca di Bretagna nel 1450, regnò come duchessa per sette anni fino alla morte di lui. Dopo vari incontri con il B. Giovanni Soreth decise di diventare monaca carmelitana e procurò i finanziamenti per la fondazione del primo monastero in Francia, che si costituì a Bondon, vicino Vannes nel 1463, con monache da Liegi. La B. Francesca le raggiunse nel 1468. Nel 1477 fondò un secondo monastero a Nantes. Ebbe anche una profonda influenza sulla legislazione delle monache carmelitane. Insistendo sulla stretta clausura, anticipò di un secolo la legislazione del Concilio di Trento.

B. Giovanna Scopelli (1428-1491)

21. La B. Giovanna era nata a Reggio Emilia in Italia e fin da giovanissima cercava di vivere una vita dedicata a Dio. Appartiene alla preistoria della monache carmelitane ed è una delle principali figure del Secondo Ordine in Italia. Ricevette grazie mistiche da Dio ma dovette soffrire un lungo periodo di purificazione interiore. Si può comprendere il suo cuore carmelitano dalla relazione profonda che aveva con Nostra Signora. Il monastero, fondato nel 1485, ebbe come suo principale scopo la preghiera per la Chiesa. La B. Giovanna con ventidue giovani donne si misero sotto la congregazione mantovana dell’Ordine. Fu lei la priora del monastero così come la guida spirituale. Non c’era tradizione di monasteri femminili carmelitani in Italia cui guardare per ispirarsi, ma con il suo ingegno seppe adattare i valori fondamentali carmelitani alla nuova situazione. Simili sviluppi stavano accadendo in Francia come si è detto sopra, in Belgio e in Spagna, sempre nello stesso periodo.

B . Arcangela Girlani (circa 1460-1495)

22. Altra nota figura nel consolidarsi delle monache carmelitane in Italia è la B. Arcangela. Entrando nel monastero di Parma assieme alle sue due sorelle nel 1477 prese il nome di Arcangela perché desiderava passare la sua vita nella lode di Dio proprio come gli angeli in cielo. Divenne priora non molto tempo dopo la sua professione e a breve la sua santità fu conosciuta in tutta la zona. Le venne chiesto di realizzare una nuova fondazione a Mantova. La storia dice che i cittadini di Parma era dispiaciuti di perdere la loro santa mentre i cittadini di Mantova ne gioivano. Questo entusiasmo medievale non si verificherebbe più ai nostri giorni ma dà indicazione di come un monastero contemplativo non sia finalizzato esclusivamente alla santificazione delle monache, ma testimonia l’amore che Dio ha per tutti gli uomini e le donne.

S. Teresa di Gesù (1515-1582)

23. Di quando in quando Dio coltiva persone che sono specialmente dotate per affidare loro qualche opera particolare. Le linee principali della vita di S. Teresa di Gesù sono ben conosciute. Divenne monaca carmelitana nel monastero dell’Incarnazione ad Avila nel 1536. In questo monastero Teresa ricevette la sua prima formazione come carmelitana e là ritornò come priora .

24. Nel 1554 visse in monastero una profonda esperienza di conversione in seguito alla quale fece voto di non smettere più la pratica della preghiera personale. Nel 1562 Teresa fece la sua prima fondazione: il monastero di san Giuseppe ad Avila. Sebbene la fondazione incontrasse molte difficoltà di natura politica locale, ebbe l’approvazione del Provinciale di Castiglia, fra Angelo di Salazar. Fra Rossi, Priore Generale dell’Ordine, durante la sua visita in Spagna nel 1568 per controllare la realizzazione delle riforme del Concilio di Trento, si accorse della portata spirituale di Teresa e le diede l’autorizzazione di «aprire tanti monasteri quanti i capelli che aveva in testa». Vide che il desiderio di un nuovo stile di monastero non intendeva essere un rifiuto del Carmelo, ma il voler vivere in profondità l’ideale carmelitano in modo originale e creativo. In monastero trovò molte monache che condividevano lo stesso pensiero.

25. S. Teresa ricevette grandi doni nella preghiera e soprattutto la capacità di descrivere le sue esperienze per aiutare molti nel loro cammino verso Dio. Teresa è una persona di molta praticità quando afferma che per una vita di preghiera in monastero e ovunque sono necessari: «l’amore l’uno per gli altri, il distacco da tutte le cose create e la vera umiltà – l’ultima è la più importante di queste tre e comprende tutto il resto» (Cammino di perfezione 4, 4). Queste tre virtù si riferiscono alla nostre relazioni fondamentali: con gli altri, con il mondo attorno a noi e con Dio. Scrive spesso del bisogno di purificare il nostro amore perché possa portare del bene a coloro a cui è rivolto assistendoli nella crescita. Distacco significa porsi nella giusta relazione con gli altri e con le cose coinvolgendoli in un processo di purificazione.

26. Quando Teresa scrisse le sue opere, era una grande mistica. Dopo aver sperimentato quei momenti di luce e tenebre propri dell’esperienza dell’uomo in preghiera, seppe andare oltre; poté volgere serenamente il suo sguardo al passato e aiutare coloro che nel cammino incontravano tribolazioni. Insegnò con grande autorità e con profonda comprensione della condizione dell’uomo. Lei stessa per quasi venti anni lasciò la preghiera personale intesa come intima conversazione con Dio. E quando riprese a farla, promise di non smetterla più per nessuna ragione. Quando scrive sulla preghiera il suo obiettivo è aprirsi per ricevere il dono della contemplazione e pone in rilievo l’importanza della conoscenza di sé per compiere il cammino spirituale (Castello Interiore 1,8). Nella contemplazione noi non dialoghiamo più con il mistero di Dio; siamo introdotti nel mistero di Dio. Ci prepariamo a ricevere questo dono se e quando Dio vorrà concederlo attraversa la fedeltà nella preghiera e nella vita quotidiana. Chi riceve il dono della contemplazione, è trasformata. La verifica di una crescita autentica nella preghiera è che la persona diventa più semplice, più umile, più amorevole, e così via. È vitale che l’individuo continui a cercare Dio e non se stesso. S. Teresa sta molto sul pratico. Mette in guardia contro la centralità di sé nell’orazione. La via per l’unione con Dio non dipende da ciò che si sente pregando, ma dal come si risponde a Dio nella vita di ogni giorno.

S. Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607)

27. Entrò nel monastero carmelitano di S. Maria degli Angeli all’età di sedici anni nel 1582, anno della morte di S. Teresa. Era un monastero fiorente di circa ottanta monache. I primi cinque anni della vita religiosa di Maria Maddalena furono contrassegnati da visioni, estasi e altri fenomeni straordinari. Le sorelle della comunità scrissero le sue espressioni estatiche; a loro dobbiamo la nostra conoscenza di Maria Maddalena.

28. Caratteristica della spiritualità di S. Maria Maddalena è il grande amore per la Chiesa, la passione per la sua riforma e per la riforma della vita consacrata. È testimone eminente dello zelo apostolico e della dimensione ecclesiale, frutto della vera contemplazione.

29. Il monastero carmelitano è parte viva della Chiesa locale, non un rifugio dal mondo. La monaca carmelitana come S. Maria Maddalena affonda le sue radici nel cuore della Chiesa e nella sua missione di diffondere la buona novella del regno di Dio. La clausura separa fisicamente dal mondo la monaca carmelitana per renderla più libera di essere unita spiritualmente ad ogni essere umano: «La loro vita diviene una misteriosa fonte di fecondità apostolica e di benedizione per la comunità cristiana e per il mondo intero» (Verbi Sponsa 7).

30. S. Maria Maddalena de’ Pazzi nutrì profonda devozione alla passione di Cristo e vide in questo il luogo della ri-creazione dell’essere umano. La sua spiritualità è cristocentrica e allo stesso tempo mariana. Intese il cammino spirituale come ritorno dell’uomo a Dio e conflitto tra due amori: l’amore di se stessi e l’amore di Dio. L’orgoglio distrugge l’unione tra Dio e l’uomo, e tra uomo e uomo; l’umiltà ristabilisce l’unione. L’amore è la chiave della relazione umano-divina. La vita spirituale per la monaca fiorentina è circolare: ha il suo inizio e la sua fine in Dio. La persona trasformata, vivendo la vita di Dio, è di grande beneficio per tutta la Chiesa.

31. La liturgia fu il luogo di molte delle estasi di S. Maria Maddalena. Spesso dopo aver ricevuto la Comunione che percepiva come sacramento di amore, entrava in una preghiera profonda. La liturgia è elemento essenziale della vita della monaca carmelitana. Come gli eremiti sul monte Carmelo la monaca carmelitana va dalla solitudine della sua cella alla cappella, cuore del monastero, per poi tornare alla sua cella. Porta alla preghiera della comunità – che è la preghiera di Cristo: testa e membra - un cuore che è stato purificato dalla comunione con Dio nella solitudine della cella. Si rafforza con la preghiera della comunità per continuare la sua ricerca di Dio.

32. La celebrazione fedele della liturgia divina è parte integrante della missione di una comunità claustrale. La celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e l’Ufficio divino sono una partecipazione alla continua preghiera di Cristo al Padre. L’intero essere della monaca carmelitana si allarga attraverso la sua vita di unione con Dio: essa si apre a tutti i bisogni della Chiesa e del mondo e li presenta per mezzo di Cristo al Padre nello Spirito Santo.

S. Teresa di Gesù Bambino (1873-1897)

33. La figlia più conosciuta di S. Teresa di Gesù è la santa di Lisieux. Pur facendo parte delle carmelitane scalze, il suo insegnamento ed esempio sono validi non solo per tutte le monache carmelitane ma anche per tutti i cristiani. Andò contro la spiritualità dei suoi tempi che tendeva a vedere Dio come un rigido "sorvegliante" e la vita spirituale come una serie di montagne da scalare. Teresa capì che Dio le era padre, che l’amava infinitamente e desiderava far di lei una santa. Era consapevole di non avere in sé la forza di scalare le impossibili montagne dell’altezza spirituale, ma sapeva che Gesù stesso l’avrebbe sollevata. Era necessaria unicamente una grande fiducia in Dio. Con questa fiducia, Teresa divenne una grande santa e dottore della Chiesa. Da sempre voleva essere missionaria e sembra che la sua volontà sia stata letteralmente realizzata ai nostri giorni dal momento che le sue reliquie sono venerate da milioni di persone in molti paesi.

34. La vita in un monastero di clausura può apparire molto restrittiva ma S. Teresa insegnò col suo esempio e la sua "piccola via" che è possibile testimoniare il nostro amore per Dio in tanti modi, amore che Dio userà per la salvezza di tutti. La santa di Lisieux portò a un nuovo livello ciò che S. Teresa per prima aveva insegnato: «Dio non guarda tanto alla grandezza di ciò che noi facciamo quanto all’amore col quale lo facciamo» (Castello Interiore 7, 4, 15). La monaca carmelitana è chiamata a vivere interamente in Dio per la salvezza del mondo. Facendo le piccole cose con grande amore diventerà ciò per cui è stata creata, apostolo ardente dell’amore di Cristo fino ai confini della terra.

Il futuro

35. In linea con la tendenza generale in Europa e in Nord America la vita claustrale soffre per mancanza di vocazioni. In altre parti del mondo invece si assiste a una fioritura di vocazioni: ultimamente sono stati fondati due nuovi monasteri nelle Filippine. L’Ordine ha anche realizzato recentemente una fondazione in Africa (Machacos, Kenya). Il Consiglio Generale ha deciso di aiutare le monache a preparare la Ratio per la formazione iniziale e permanente di quante entrano e vivono la vita di clausura oggi. Questo processo è iniziato: ci sarà nel febbraio del 2003 il primo incontro degli assistenti delle monache con alcune rappresentanti dei monasteri e i membri del Consiglio Generale. Tutte le monache saranno coinvolte in questo lavoro prima della pubblicazione della Ratio che mi auguro possa essere entro la fine del 2005.

36. Nel pensiero comune il Carmelo è intimamente legato alla vita di preghiera e alla testimonianza di una vita interamente dedicata a Dio, tanto necessarie oggi nel nostro mondo lacerato dall’odio e dalle guerre. S. Edith Stein, compatrona di Europa, vittima dell’odio razziale e religioso, trionfò nell’abbraccio della croce di Cristo. La vita di clausura testimonia che l’amore di Dio è più forte dell’odio e un giorno conquisterà ogni cuore umano. Il documento post-sinodale Vita consecrata così si esprime: «Le comunità claustrali, poste come città sul monte e lucerne sul lucerniere (cfr Mt 5, 14-15), pur nella semplicità della loro vita, raffigurano visibilmente la meta verso cui cammina l'intera comunità ecclesiale che, «ardente nell'azione e dedita alla contemplazione», avanza sulle strade del tempo con lo sguardo fisso alla futura ricapitolazione di tutto in Cristo, quando la Chiesa «col suo Sposo comparirà rivestita di gloria (cfr Col 3, 1-4)», e Cristo «consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza, perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 24.28)». (VC 59)

I Laici Carmelitani

37. In questo 550° anniversario della Bolla Cum Nulla celebriamo anche l’incorporazione dei laici nella Famiglia Carmelitana. La maggior parte di loro appartiene a quello che è ancora chiamato il "Terzo Ordine". I termini "primo", "secondo", "terzo" sono stati presi dall’Ordine dei Serviti all’inizio del XVI secolo. Non intendevano riferirsi a una gerarchia ma semplicemente riflettere la realtà storica di alcuni gruppi, fondati ufficialmente prima di altri.

38. In alcune Province i membri del Terzo Ordine sono chiamati con il nome generico di "laici carmelitani" sebbene tra i laici carmelitani sono comprese molte altre realtà e gruppi. In parecchi paesi esistono antiche fraternità e confraternite carmelitane. Sono diversi i gruppi che sorgono oggi nelle varie parti del mondo, espressione di quell’energia creativa propria dell’Ordine. Da non dimenticare i milioni di persone che vestono lo Scapolare di Nostra Signora del monte Carmelo. La vita carmelitana ha da sempre ispirato molti laici a vivere profondamente il vangelo in maniera talvolta eroica.

39. Mi soffermo con questa Lettera particolarmente sui membri del Terzo Ordine, qualunque possa essere il termine usato nei diversi paesi. Credo fortemente che i laici carmelitani, membri del Terzo Ordine, abbiano una vera vocazione e siano portatori del carisma carmelitano quanto i frati, le monache e le suore.

40. Gli elementi principali del carisma carmelitano sono ben conosciuti: preghiera, fraternità, servizio. Essi sono legati insieme dalla contemplazione. Come carmelitani siamo chiamati a seguire Gesù Cristo e a vivere il vangelo nella vita quotidiana. Nella nostra sequela Christi noi ci ispiriamo a due figure bibliche: Nostra Signora e il profeta Elia. Ogni carmelitano sia religioso che laico è chiamato a vivere questo carisma. La modalità con cui vivremo questi elementi sarà differente in base allo stile di vita assunto. I laici possono vivere il carisma carmelitano propriamente come laici. Gesù non chiedeva al Padre di togliere i suoi amici dal mondo, ma di proteggerli dal male (Gv 17,15). Tutti i carmelitani sono in qualche modo nel mondo, ma la vocazione dei laici è quella di trasformare il mondo secolare.

La Regola e i laici carmelitani

41. La Regola di S. Alberto è il documento carismatico che fonda tutte le forme di vita carmelitana. In questo breve testo troviamo in embrione gli elementi essenziali del carisma carmelitano, poi elaborati attraverso gli anni che seguirono. La tradizione carmelitana si è arricchita per la vita di moltissime persone, in particolar modo da quanti veneriamo come nostri santi. I chiamati a vivere secondo lo stile carmelitano operano in qualche modo effetti sulla tradizione, e lo trasmettono ad altri.

42. I religiosi carmelitani attraverso le Costituzioni rendono attuale la Regola di S. Alberto ai propri giorni. Allo stesso modo il Terzo Ordine possiede una Regola. La prima di cui abbiamo notizia è stata pubblicata nel 1675 da Filippo della Visitazione. Si diceva che fosse stata in origine del B. Giovanni Soreth (1455), ma sembra che non sia così. La Regola attuale del Terzo Ordine come le Costituzioni dei religiosi tende ad armonizzare l’ideale carmelitano con la realtà presente di quanti si impegnano a viverla. Per diversi anni si sono svolti discussioni e studio a livello nazionale e internazionale con lo scopo di aggiornare la Regola del Terzo Ordine. Spero di poter essere in grado al più presto di presentare un testo adeguato alla Santa Sede per l’approvazione e la pubblicazione.

43. Sparsi nel mondo molti preti diocesani e diaconi permanenti sono membri del Terzo Ordine. La loro vocazione è diversa dalla maggior parte dei laici. Tuttavia, per tutti i membri la spiritualità carmelitana vuole essere ispirazione ad una vita fedele al messaggio del vangelo nella vita di tutti i giorni.

44. La Regola del Terzo Ordine è centrata sulla missione dei laici radicata nel battesimo e attraverso la quale ogni cristiano condivide il sacerdozio comune di Cristo, la sua dignità regale e il suo ministero profetico. I laici esercitano queste funzioni partecipando pienamente alla vita della Chiesa. Estendendo i benefici della liturgia alla vita quotidiana, contribuiscono alla santificazione del mondo.

45. Dentro questa comune vocazione battesimale alcuni laici sono chiamati a partecipare al carisma di una particolare Famiglia religiosa. La Professione come membri dei laici carmelitani è una conferma intensificata delle promesse battesimali. Entrando nell’Ordine assumono in sé il carisma carmelitano, profondamente contrassegnato dalla preghiera. La preghiera sia liturgica che personale è parte vitale e integrante della vita del laico carmelitano. La partecipazione, quotidiana se possibile, alla Celebrazione dell’Eucaristia è la fonte della vita spirituale e della fecondità apostolica. L’Ufficio divino come partecipazione alla preghiera di Cristo è molto raccomandato ai laici carmelitani come fonte di grande aiuto nel cammino spirituale. La preghiera personale è essenziale per la vita dei laici carmelitani attraverso i modi tradizionali della spiritualità soprattutto la lectio divina, l’ascolto orante della Parola di Dio che apre alla relazione intima con lui in e attraverso Gesù Cristo. La devozione a Nostra Signora sarà una caratteristica del laico carmelitano perché è la madre del Carmelo.

46. Come tutti i carmelitani il laico carmelitano è chiamato a qualche forma di servizio, parte integrante del carisma dato all’Ordine da Dio. I laici ricevono la missione di trasformare la società secolare. Possono farlo in modi diversi secondo le proprie possibilità. Grande esempio per l’azione profetica è Elia la cui attività scaturì da una profonda esperienza di Dio.

47. Anche la fraternità è un elemento essenziale del carisma carmelitano. Il laico carmelitano può creare comunità in vari modi: nella propria famiglia che è Chiesa domestica; in parrocchia dove è chiamato ad adorare Dio insieme agli altri e a partecipare alle attività comunitarie; nella propria comunità laica carmelitana in cui trova sostegno per il cammino spirituale; sul posto di lavoro e nel proprio ambiente di vita. Proprio in questo ambito è necessario testimoniare l’amore ai fratelli così come Cristo ha insegnato per contribuire alla trasformazione del mondo secondo il piano di Dio.

48. La contemplazione è ciò che lega tutti gli elementi del carisma. Come tutti i membri della Famiglia Carmelitana, i laici carmelitani sono chiamati a crescere nella loro relazione con Cristo fino a diventare suoi amici intimi, in grado di influenzare il mondo per trasformarlo. I mezzi tradizionali per favorire la contemplazione sono spesso assenti nel nostro mondo, caratterizzato dalla frenesia dell’attivismo. Tuttavia i laici carmelitani devono impegnarsi a trovare il tempo, potendo accantonare per un momento gli affanni della vita quotidiana, per consentire a Dio di parlare al loro cuore nel silenzio. Rafforzati da questo cibo potranno continuare il cammino e guardare il mondo con occhi nuovi. I contemplativi sono in grado di intravedere in qualunque situazione la presenza di Dio e di constatare come Egli ci precede sempre in ogni evento. È nostro dovere scoprire Dio nella nebbia che avvolge ciò che ci circonda e proclamare questa presenza al mondo.

La sfida

49. Essere laico carmelitano non è una devozione aggiunta, ma uno stile di vita, una vocazione. Per tale ragione si richiede una buona formazione proprio come per i frati, le monache e le suore. La sfida principale da affrontare è tradurre gli elementi essenziali del carisma carmelitano nella vita quotidiana. Prendiamo ad esempio la devozione a Nostra Signora che è parte intima della nostra tradizione. Che senso ha tale devozione all’inizio del XXI secolo? Nell’anno 2001 l’Ordine ha celebrato il 750° anniversario dello Scapolare. Il Papa ha fatto notare nella sua Lettera per l’anno mariano carmelitano che, essendo lo Scapolare abito dell'Ordine, coloro che lo indossano devono avere qualche legame con l’Ordine e la sua spiritualità. Lo Scapolare è un simbolo efficace della presenza di Nostra Signora non solo in questa vita, ma anche nel passaggio da questa vita all’eterna vita con Dio. Lo Scapolare implica un impegno da ambo le parti. Nostra Signora è la patrona, sorella e madre dei carmelitani e come tale si prende cura di noi. D’altra parte noi dobbiamo cercare di mettere in pratica le sue virtù nella vita di tutti i giorni. La devozione carmelitana a Nostra Signora non si adempie semplicemente recitando preghiere, poche o molte che siano.

50. Negli ultimi anni come Ordine abbiamo riscoperto la lectio divina come metodo di preghiera e di conseguenza esperienza di vita. La lectio divina è un ascolto orante della Parola di Dio che come ogni forma di preghiera ci apre alla contemplazione. Nostra Signora è modello di ascolto della Parola di Dio. Ovviamente non basta ascoltare. Come Maria che la mette in pratica, così noi (Lc 8,21). Nel metodo tradizionale della lectio divina c’è un tempo per la meditazione sulla Parola ascoltata, riflessione che conduce alla preghiera che a sua volta conduce al silenzio, e un profondo silenzio apre alla contemplazione. San Giovanni della Croce scrisse: «Cerca leggendo e troverai nella meditazione. Bussa con la preghiera e ti sarà aperta la contemplazione» (Massime e Consigli 79).

51. Maria, madre del Carmelo, ascoltò la Parola e la visse. La ascoltò e meditò in qualunque forma le venne incontro negli eventi della sua vita. Nell’Annunciazione accettò e cooperò con la volontà di Dio, espressa attraverso il messaggio dell’angelo; ai piedi della croce accettò e cooperò con la volontà di Dio nel dolore. Nelle parole del Magnificat incontriamo Maria, la contemplativa, che guarda il mondo con gli occhi della fede e glorifica Dio per il compimento del suo progetto di amore.

52. Tutti i carmelitani vivono una particolare relazione con Maria. I laici carmelitani sono chiamati a vivere questa relazione, a imitare le sue virtù, ad ascoltare la Parola di Dio dentro e attraverso la vita di ogni giorno. Il mondo nel quale viviamo ci lancia molte sfide. Da molte parti le strutture sociali che sostengono la fede sono scomparse e la scelta della sequela di Cristo richiede coraggio. La vocazione dei laici cristiani è di essere un fermento nel cuore del mondo secolare. I laici carmelitani vivono questa vocazione ispirati dalla tradizione carmelitana. Nel Magnificat Nostra Signora dà gloria a Dio, consapevole della sua opera nella trasformazione del mondo, anche se le apparenze dovessero dire altrimenti. I laici carmelitani stanno con Maria ai piedi della croce, cooperando con la misteriosa volontà di Dio che vuole salvare tutti, uomini e donne. Vivendo il vangelo nella vita quotidiana come Maria, nostra patrona, sorella e madre, i laici carmelitani offrono il loro contributo alla trasformazione del mondo.

Conclusione

53. Negli ultimi anni il concetto di "Famiglia carmelitana" è diventato parte del nostro modo normale di pensare. Tutti i carmelitani, religiosi e laici, sono membri della stessa Famiglia e vivono la stessa vocazione in modi differenti secondo i diversi stati di vita. Eredi di una grande tradizione, abbiamo il dovere sacro di trasmetterla ad altri e lo facciamo in modo consono alla nostra vocazione personale.

54. Quali membri della stessa Famiglia siamo uniti l’un l’altro attraverso la preghiera e l’aiuto reciproco. In tal modo diventiamo testimoni efficaci nella Chiesa e nel mondo della vitalità del nostro carisma carmelitano che continua a ispirare molti nel vivere il messaggio di Gesù Cristo. Attraverso la secolare esistenza dell’Ordine molti sono stati i modi in cui gli individui hanno trovato ispirazione nel nostro carisma. La Chiesa ne ha ufficialmente approvato alcuni, mentre altri sono rimasti legati alla Famiglia in maniera blanda. Un nuovo modo di essere carmelitani sta emergendo ai nostri giorni in varie parti del mondo: può essere l’inizio di un nuova opera dello Spirito. Restiamo aperti alla sua ispirazione e con discernimento leggiamo i segni dei tempi. Il carisma del nostro Ordine possiede grande creatività. Ringraziamo Dio per averci chiamato al Carmelo e per tutti i nostri fratelli e sorelle.

55. Possa Dio benedire la nostra Famiglia e condurci tutti alla casa celeste. Possa Nostra Signora del monte Carmelo insegnarci come ascoltare la Parola di Dio e attuarla nella vita di tutti i giorni.
 

P. Joseph Chalmers O.Carm.
Priore Generale

25 maggio 2002
Festa di S. Maria Maddalena de’ Pazzi

 

 

 

 

 


 

Fonte del testo : http://www.ocarm.org/ita/index.htm