ARTCUREL: Arte, Cultura e Religione

 (Art , Culture and Religion)

   www.artcurel.it   ---  info@artcurel.it   ---   prima pagina                                                                   

  RUBRICHE AUTORI : Padre Felice Artuso : IL CAMMINO PASQUALE DEI RELIGIOSI - Le sofferenze negli esponenti più autorevoli della vita consacrata

 

IL CAMMINO PASQUALE DEI RELIGIOSI

Le sofferenze negli esponenti più autorevoli della vita consacrata

di Padre Felice Artuso


                           

 

 

 

Introduzione

  

    La vita consacrata è un prezioso dono, che Dio elargisce alla Chiesa, per renderla più bella e attraente. Non scaturisce da un’invettiva umana, ma dalla vita e dall’insegnamento Gesù Cristo. Mandato dal Padre nel mondo, egli assume la natura umana nel grembo di Maria sempre vergine. Si inserisce nella nostra storia, condividendo le preoccupazioni e le afflizioni di ogni persona. Durante la vita pubblica chiama i suoi discepoli ad abbandonare le loro attività e le loro relazioni con i familiari. Chiede ad essi di seguirlo sulla via, che lo conduce dall’umiliazione del Calvario e al trionfo della risurrezione. Raggiunta la maturità psichica e fisica, alcuni cristiani avvertono che Dio li elegge ad assumere degli impegni nella Chiesa. Tramite l’emissione dei voti religiosi, muoiono a se stessi, si consacrano a Gesù, incrementano un rapporto più saldo con lui,  interiorizzano il suo insegnamento, lo seguono con tutte le loro forze come unica necessità, sperimentano il valore delle beatitudini evangeliche, consolidano la speranza di accedere alla gloria eterna e passano ad un livello di maggiore libertà. Perseverando nella sequela di Gesù, Parola fatta carne, prendono coscienza della loro dignità, testimoniano la santità di Dio, riparano i guasti della società, attuano nella Chiesa una missione evangelica, crescono nella perfezione interiore, si compiacciono di servire i fratelli e si dispongono ad accogliere il dono della beatitudine eterna.

    Il nuovo Codice di Diritto canonico definisce, infatti, la vita consacrata «una forma stabile di vita con la quale i fedeli, seguendo Cristo più da vicino per l’azione dello Spirito Santo, si danno totalmente a Dio amato sopra ogni cosa. In tal modo, dedicandosi con nuovo e speciale titolo al suo onore, all’edificazione della Chiesa e alla salvezza del mondo, sono in grado di tendere alla perfezione della carità nel servizio del Regno di Dio e, divenuti nella Chiesa segno luminoso, preannunciano la gloria celeste» (573).

     In questo trattatello espongo i complessi aspetti della vita consacrata, suscitata dalla multiforme azione dello Spirito Santo e dai diversi carismi di alcune persone. Attenendomi il più possibile a quanto ci è pervenuto, presento il faticoso cammino spirituale dei fondatori e delle fondatrici, dei rifondatori e delle rifondatrici, che accolsero con acuta intelligenza l’originalità della rivelazione biblica.

   Docili alla grazia divina, queste persone abbandonarono le illusorie attrattive del mondo, decisero di lasciarsi purificare dai loro peccati, accondiscesero alla volontà salvifica di Dio, si impegnarono a testimoniare la fede della Chiesa in Gesù, servirono gratuitamente il prossimo, portarono ogni giorno la propria croce e ne sperimentarono un intimo appagamento. Nel loro movimento ascensionale inventarono uno stile di vita carismatica e la promossero decisamente agli altri.

   Senza eccedere nelle generalizzazioni e semplificazioni, si può affermare che furono ammirevoli nella risposta data alla loro speciale vocazione. Abbellirono la Chiesa del loro tempo, rendendo visibili, constatabili e comprensibili le virtù evangeliche. Faticarono alquanto per corrispondere alla chiamata del Signore, comprendere gli aspetti più rilevanti del Vangelo, evangelizzare i loro contemporanei, servire con amore il prossimo e difendere la dignità dei deboli, dei poveri, degli emarginati e degli afflitti. Non percorsero un cammino sulle molleggiate carrozze o sulle lussuose automobili. Combattendo le tendenze egoistiche, affrontarono un percorso angusto, irto e logorante. Soffrirono molto per stare vicini a  Gesù, rimanere vincolati saldamente a lui e ascendere ai più alti gradi di santità, possibile in ogni tempo e in ogni luogo.

   Ottenendo opposizioni e consensi, favorirono la crescita di comunità, dedite alla penitenza, alla santità, all’apostolato e all’espulsione del male. Indicarono delle valide soluzioni su alcuni problemi emergenti e preoccupanti. Raccomandarono ai loro seguaci di non aderire agli adescamenti ingannevoli della mentalità pagana, ma di ascoltare sempre la Parola di Dio, di pregare ogni giorno, di lavorare con responsabilità e di osservare fedelmente le norme, a cui essi si erano ispirati e ne avevano sperimentato l’efficacia.

   Oggi insegnano agli uomini e alle donne che occorre formarsi solide convinzioni, per anelare alla massima perfezione e al più sublime livello di santità. Sollecitano noi cristiani a intraprendere diverse iniziative come respingere ogni insidia diabolica, accogliere l’annuncio evangelico, sintonizzarci il più possibile con i problemi dei nostri coevi, dare un’incoraggiante risposta alle loro attese, promuovere un’autentica umanizzazione, ignorare le ricorrenti denigrazioni degli avversari e camminare verso la Gerusalemme celeste.

    Essendoci impossibile passare in rassegna tutti i fondatori e le fondatrici, i rifondatori e le rifondatrici, mi soffermo su quelli che hanno riscosso più adesioni e più risonanza nella Chiesa. Le loro esperienze, organizzazioni e disposizioni hanno un’importante dimensione teologica, mistica, apostolica, sociologica e giuridica. Costituiscono un tesoro, che dobbiamo capire, apprezzare e adattare alla nostra epoca, soggetta a rapidi cambiamenti.

   Nella mia esposizione non bado tanto ai loro dati cronologici quanto al loro cammino di conversione al Signore. Cerco di evidenziare gli elementi di lotta e di speranza, che emergono nel loro faticoso itinerario. Rilevo la loro tenace determinazione nel corrispondere alla vocazione di passare da una situazione di vita precaria ad un’esistenza soddisfacente, dall’umiliazione alla rivalutazione, dall’afflizione temporale alla gioia immortale. Procedo, partendo dagli inizi del cristianesimo e arrivo ai nostri giorni. Mancando nei primi secoli i fondatori religiosi in senso stretto, presento qualche promotore, sostenitore e sperimentatore della vita totalmente consacrata al Signore. Per una cognizione più dettagliata dei singoli e differenti personaggi, i lettori ricorrano alle fonti più specialistiche.

   Inserisco anche nel volume alcuni religiosi che hanno compiuto un camino di fede vigoroso ed  hanno reso presente il regno di Dio con la loro gioiosa testimonianza evangelica. Essendo moltissimi, la mia indagine si limita sui più popolari. Si tratta di una mia scelta metodologica e non tanto di una disattenzione, incuranza o sottovalutazione degli altri santi, che hanno un incisivo influsso nella Chiesa e rendono più splendida la nostra vocazione cristiana in questo tempo di esperienze futili, insoddisfacenti e perlopiù contrarie all’affermazione del Regno di Dio.

   Auguro ad ognuno di sintonizzarsi con lo scritto, di sentirsene attratto, di costatare la validità dei contenuti spirituali e di anelare maggiormente alla perfezione interiore. Darà allora una risposta più gioiosa al Signore, che sempre chiama gli uomini a relativizzare i valori provvisori e ad abbracciare la propria croce, percorrendo il faticoso cammino della donazione di sé. Questo procedimento, se impedisce un certo prestigio popolare, conduce parimenti alla sperimentazione e alla realizzazione del progetto salvifico di Dio.



LA SEQUELA DI GESÙ CRISTO NELLA CONSACRAZIONE RELIGIOSA



I fondamenti biblici della vita religiosa

  

   La Sacra Scrittura ricorda alcune persone che, mosse da Dio, inaugurano uno stile di vita più umano. Parla di Abramo, che abbandona la terra nativa, intraprende un lungo cammino, supera tante prove e attende l’attuazione delle promesse divine (Gn 22,1-17). Descrive Mosè, che docile alle iniziative di Dio, libera i suoi consanguinei dall’oppressione egiziana, li prepara ad entrare nella terra promessa e li educa a una forma di vita organizzata e contemplativa (Es 13,17ss). Presenta il profeta Geremia che rimane celibe, per dimostrare la bellezza della fecondità spirituale (Ger 16,1-4). Prefigura Gesù Cristo, fonte di grazia e di benedizione. Secondo l’evangelista Luca Giovanni Battista, della famiglia sacerdotale di Abia, non si sposa e si ritira nel deserto, dove prepara la gente ad accogliere il Messia e a intraprendere un nuovo percorso (Lc 1,80; 3,1ss).

   Inviato dal Padre (Gv 19,36; At 10,38) e consacrato dallo Spirito Santo (Lc 4,18), Gesù nasce da Maria vergine. Entra nel mondo, generato da colei che ha incontrato Dio, lo ha ascoltato e si è preoccupata di servirlo. A Betlemme inizia la vita terrena in uno stato di assoluta povertà. Nell’infanzia e nella prima giovinezza onora i suoi genitori, stando sottomesso a loro (Lc 2,51). Prega, lavora, condivide le buone abitudini della gente e occulta la sua divinità. Intrapreso il ministero pubblico, ha uno stile di vita talmente povero da non sapere dove posare il capo (Mt 8,20). Attesta che Dio lo ha consacrato e inviato ad annunciare a tutti il Vangelo di liberazione (Lc 4,16-21). Mantiene con il Padre celeste una relazione di pieno amore e di costante collaborazione. Senza contraddirsi, afferma di se stesso: «Io e il Padre siamo una cosa sola... Il Padre è in me ed io nel Padre... Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e di compere la sua opera» (Gv 10,30; 17,21). S’identifica con i piccoli, gli esclusi e gli ammalati d’ogni età (Lc 7,18-23). Li dichiara beati, perché si trovano nella situazione di accogliere con più prontezza il suo annuncio evangelico (Mt 5,3; Lc 6,20).  

   Insegna che all’inizio della creazione Dio ha istituito l’unità matrimoniale, per dare stabilità all’amore fecondo (Mc 10,6-9). Rinuncia a formare una famiglia, per offrire ai discepoli un segno visibile sulla presenza del Regno di Dio nel mondo (Mt 19,10-12). Si rivela lo sposo divino, prefigurato e annunciato dai profeti. Si espone al disprezzo, alla sofferenza e alla morte di croce, per portare a compimento la sua missione salvifica.

    Chiede ai suoi discepoli di distaccarsi dalle bramosie terrene, di condividere i loro beni temporali, di confidare nella provvidenza divina e di accumulare tesori incorruttibili (Mt 6,19-34). Tra loro sceglie i Dodici, perché rimangano con lui (Mc 3,14). Propone ad essi di rinunciare alle programmazioni personali, di seguirlo sulla via dell’immolazione e di prepararsi ad incontrarlo nella sua vita divina (Mt 16,24-26 e par). Esige che corrispondano generosamente ai suoi numerosi segni d’amore e di solidarietà. Attende che si abbassino e servano gli umili come lui stesso sta dimostrando (Gv 13,12-17.34). Li invia ad evangelizzare gli uomini, dicendo: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha inviato» (Lc 10,16).

    Toccati sensibilmente dalla parola di Gesù, gli apostoli accolgono la chiamata a seguirlo e ascoltarlo. Si distaccano dai loro familiari, amici, averi e attività quotidiane (Mc 1,16-20; 2,13.14). Cominciano a vincolarsi strettamente a lui come unica scelta necessaria (Lc 10,42), per attestare la tenerezza universale di Dio (Os  11,8; Ger 31,20), raggiungere la massima perfezione (Mt 19,21) e disporsi ad entrare nella gloria celeste (Mt 10,39). Alcune donne galilee si associano liberamente al gruppo apostolico e assicurano a Gesù i servizi di prima necessità (Mc 15,40-41). Altre hanno contatti coraggiosi e sorprendenti con lui (Lc 7,39; Gv 4,27). Seguendo Gesù, uomini e donne sperimentano una situazione di stretta vicinanza con Dio, ma anche d'incertezza, di solitudine, di debolezza, d’incomprensione, di ripudio, di umiliazione, di persecuzione, d’inefficienza e d’apparente fallimento (Mt 12,19). Conoscono la crisi e la defezione del Venerdì di  passione, in cui Gesù espia i peccati dell’umanità e muore nella completa offerta di sé al Padre (Eb 5,8; 10,5-9).

   Illuminati dallo Spirito Santo, gli apostoli si pentono d’aver abbandonato il Signore, si affidano alla sua misericordia e riprendono la loro missione. Si aiutano con la preghiera d’intercessione e con la condivisione dei loro beni. Servono i più bisognosi e smorzano le loro sofferenze. «Tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno... nessuno chiamava suo ciò che gli apparteneva» (At 2,42.45; 4,42). Si rendono conto che non manca niente a loro, pur avendo lasciato tutto.  Sperimentano la  promessa di Gesù «In Verità, in verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e del Vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto... e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29.30). Nella loro attività missionaria operano con generosità e gratuità. Ne abbiamo un’esplicita conferma in quest’espressione dell’apostolo Pietro a un paralitico di Gerusalemme: «Non ho né oro, né argento, ma ti do quello che ho; nel nome di Gesù il Nazareno, alzati e cammina» (At 3,6). Ne cogliamo una più precisa testimonianza nell'apostolo Paolo. Egli non si sposa per essere più libero di svolgere il suo ministero. Aggiunge che non mercanteggia la fede come fanno alcuni falsi evangelizzatori. Sicuro della sua salda unione con il Signore, annuncia gratuitamente il Vangelo e si mantiene con un suo lavoro manuale (Rm 15,26; 1 Cor 9,1-18; 2 Cor 6,10). Accetta le offerte spontanee e le devolve ai poveri.

   Gli apostoli organizzano anche le strutture caritative e applicano ai cristiani le similitudini che Gesù aveva raccontato: «Voi siete il sale della terravoi siete la luce del mondo» (Mt 5,13.14); «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla… Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (Gv 15,5.7). Esortano i neobattezzati a imitare il Signore, che per amore si è sacrificato «fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8). Propongono a tutti di stimarsi, di accogliersi, di amarsi, di correggersi, di perdonarsi, di incrementare la comunione, di partecipare alla ”kenosi” di Gesù, (svuotamento nell’avere e nel potere) e di porre in lui il significato ultimo di ogni sofferenza (Ef 4,32; 5,21; Rm 5,7.14).  Con il loro annuncio cambiano quelle strutture, che incrementavano le disuguaglianze, le ingiustizie, le rivalità e le sofferenze.  

   Guidati dall'azione dello Spirito Santo, che elargisce con abbondanza i suoi doni (1 Cor 12,11), alcuni uomini e alcune donne comprendono la risposta che Gesù diede a coloro che denigravano il suo celibato (Mt 19,11-12). Senza costrizioni esterne, scelgono di vivere nella condizione verginale, che equivale ad un sacrificio cruento (1 Cor 7,25.32-35). Compiono una rottura radicale con quella mentalità pagana, che illude e sottomette. Emettono il voto privato di castità e lo equiparano ad un vero matrimonio con il Signore. S’impegnano quindi ad amare lui con cuore libero, indiviso e sponsale.

   Si configurano ai suoi patimenti, attuando l’espressione dell’apostolo Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20); Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1-2). Ogni giorno ascoltano la Parola di Dio, pregano, si mortificano (Col 3,5), lottano contro gli spiriti maligni (Ef 6,12), testimoniano la loro fede e lavorano (2 Cor 11,1-2). Si reputano dei pellegrini, protesi verso il Signore, sposo delle loro anime e dei loro corpi (Ap 14,3-4). Suscitano emulazione e attuano nella loro vita il progetto salvifico di Dio.

  Alcuni di loro restano nella famiglia d’origine come le quattro figlie del diacono Filippo (At 21,9). Rendendosi utili, fungono da lievito nella chiesa locale, nella società  e nel mondo (Lc 13,20). Altri si distaccano da tutti, ritirano nelle grotte del deserto e danno la priorità alla vita contemplativa. Qualche giovane vedova non si risposa, per dedicarsi di più alla preghiera, all’ospitalità e al servizio comunitario (1 Tm 5,5-10; 1 Cor 7,8).


 

Prospetto sulle varie forme della vita consacrata

   La vita religiosa ha una molteplicità di tipologie, interpretazioni, trasformazioni e espansioni, dipendenti dai carismi dei fondatori. Conosce anche recessioni, fusioni, soppressioni e estinzioni, determinate dai mutamenti antropologici, culturali e politici.

   I Padri della Chiesa, fedeli alla tradizione apostolica, esaltano la scelta della verginità consacrata. La equiparano alla competizione atletica e al martirio dei cristiani perseguitati dall’autorità civile. Attribuiscono alle vergini consacrate il titolo di spose di Cristo, perché hanno deciso in piena libertà di amare, onorare e servire lui nei fratelli. Celebrano una liturgia nuziale, quando esse si presentano all’altare, per emettere il voto di verginità. Invocano su loro la benedizione di Dio, perché con la sua grazia vincano le seduzioni mondane e le tentazioni maligne. Adeguandosi alla costumanza civile di velare la testa delle donne coniugate, pongono sul capo delle vergini un velo bianco o rosso, simbolo del vincolo sponsale ed esse lo portano nei luoghi pubblici. Svolgono di solito i lavori domestici e le attività di volontariato.

      Alla prima forma di consacrazione verginale si afferma e rafforza la scelta della vita eremitica. Alcuni  uomini e donne, spinti dal desiderio ascetico, lasciano le loro abitazioni e si ritirano nella totale solitudine. Per distinguersi dalla gente comune indossano una divisa o esibiscono un segno di riconoscimento. Imitano Gesù che ha scelto di vivere nell’anonimato e prima di iniziare la missione pubblica si è ritirato nel deserto (Lc 2,39-40; Mt 4,1ss).

   Separati da ogni attrattiva mondana, si dedicano prevalentemente all’ascolto della Parola di Dio e alla preghiera salmodica. Tuttavia con gli altri cristiani mantengono il legame della fede in Gesù, della fraternità e della moralità. Nel giorno di domenica si radunano in una chiesa, dove assieme al popolo celebrano l’Eucaristia e comunicano agli altri le loro esperienze. Percorrono la via stretta del Calvario e del martirio interiore. Testimoniano ai coetanei che occorre cercare Gesù, vincolarsi al suo insegnamento e soccorre qualsiasi persona.

   Altri uomini e donne scelgono una forma di vita cenobitica, peraltro conosciuta dai buddisti, dagli induisti, dai giudei esseni di Qumran, da altre religioni e dalla comunità apostolica. Differenti per provenienza, carattere, formazione ed esperienza, si distaccano dalle vanità, dai frastuoni e dagli efficientismi disumanizzanti. Entrano in un monastero, dove indossano una tunica, vivono l’insegnamento evangelico nella comunità, emettono i voti religiosi, si attengono alla Regola del loro Fondatore e si sottomettono alla direzione spirituale dell’abate, del superiore o del più anziano del gruppo.

   Per vincere la pigrizia, la svogliatezza e l’aridità spirituale, meditano ogni giorno la Sacra Scrittura, contemplano le opere meravigliose di Dio, riproducono in se stessi i sentimenti di Gesù crocifisso e partecipano ai quotidiani ritmi della preghiera e del lavoro comunitario. Nel canto salmodico e corale lodano Dio, lo invocano, gli presentano le afflizioni della gente e si offrono a lui in olocausto d’amore. Consumano insieme i pasti frugali e condividono i profitti delle loro fatiche. All’inizio e alla fine di ogni azione si tracciano il segno della croce. Essendo quasi tutti dei laici, senza ministeri clericali, escono raramente dal monastero e conferiscono alla Chiesa un volto bello, attraente e avvincente. 

   I santi Padri approvano e lodano la scelta della vita monastica. Attestano che essa, radicata negli impegni battesimali, è una morte alle preferenze personali, una conformazione alle sofferenze di Gesù, una perfetta comunione con le tre Persone divine, una preparazione alla gloria celeste, un anticipo all’accesso paradisiaco e una sublime imitazione della fedeltà angelica. Raccomandano ai monaci l’osservanza della castità, della povertà, della carità e dell’obbedienza ai legittimi superiori. 

    I Benedettini, diffusisi rapidamente in Europa occidentale, pregano, lavorano, testimoniano la bellezza del cristianesimo  e nel libro “L’Imitazione di Cristo” irradiano questo tipo di spiritualità: «Ricorda il tuo proposito di perfezionarti nella pietà, e tieni davanti agli occhi il Crocifisso ... Il devoto che attentamente e pienamente riflette sulla vita santissima e sulla passione del Salvatore, vi trova in abbondanza ciò che è utile e necessario... Oh se Gesù crocifisso fosse sempre presente nel nostro cuore, quanto rapidamente e completamente saremmo ammaestrati»[1][1]; «Bisogna che tu divenga stolto per amore di Cristo, se vuoi condurre una vera vita religiosa»[2][2]; «La vita completamente religiosa è proprio croce, ma una croce che porta in Paradiso»[3][3].

   All’inizio del secondo millennio i monaci si diramano in famiglie autonome. Incrementano uno stile di vita più contemplativo, più povero, più apostolico e più adeguato ai ritmi della società in veloce trasformazione. Organizzano scuole di teologia, di direzione spirituale e di emancipazione umana. Alcuni accettano l’ordinazione presbiterale, per annunciare il Vangelo nelle assemblee liturgiche e  amministrare i sacramenti alla gente.

  Sorgono poi altre famiglie religiose, che condividono le crescenti necessità del popolo emarginato, sottomesso, sfruttato e deviato dalla propagazione delle eresie. Attenendosi alle loro legislazioni carismatiche, approvate dal papa, recano dei servizi relativi alle urgenze, alle necessità e alle attese delle singole persone.

   Evochiamo i più noti Ordini della storia d’Occidente. I Trinitari rinunciano alle prestigiose nomine ecclesiastiche e imitano il cammino di spogliazione, attuato da Gesù. Si dedicano particolarmente alla liberazione degli schiavizzati dai regimi musulmani. I Mercedari assumono un’attività simile ai Trinitari. Si offrono persino in ostaggio sostitutivo, per liberare i prigionieri degli islamici. Gli Ordini cavallereschi e militareschi si impegnano a custodire i Luoghi Santi e agevolano il cammino dei pellegrini, diretti in Palestina o in altre località. Gli Ospedalieri si occupano degli infermi e assicurano a loro una gradevole assistenza.  

   Gli Agostiniani, i Francescani, i Domenicani, i Gesuiti, i Carmelitani, i Teatini, i Barnabiti e gli altri Chierici regolari erigono strutture corrispondenti al loro carisma. Si dedicano primariamente alle diverse forme di preghiera, allo studio della Bibbia, della teologia, della spiritualità e delle molteplici acquisizioni scientifiche, all'insegnamento scolastico e alla testimonianza evangelica. Escono dalle loro abitazioni e vi entrano, senza dover ricorrere a speciali concessioni. Sensibili ai bisogni spirituali della gente, promuovono tornate di predicazione popolare, distolgono i cristiani dalle defezioni morali o dagli errori teologici, rafforzano la pratica delle devozioni e si attirano dei vasti consensi.

   Nel secolo XVII nascono, si moltiplicano e si diffondono le Congregazioni maschili e femminili, che differiscono dagli Ordini religiosi menzionati, per una sottile distinzione giuridica: non emettono i voti solenni, ma quelli semplici. Mantengono una caratteristica monacale, incrementano i contatti con il popolo, danno una risposta concreta alle attese dei poveri e indicano a loro la via da percorrere.

     Nel secolo XVIII il regime napoleonico sopprime gli Ordini e le Congregazioni dei religiosi contemplativi e apostolici, perché ritiene che essi svolgano un’attività superflua. Costretti alla clandestinità, non scompaiono del tutto. Riescono a sopravvivere nell’anonimato e, ottenuta la precedente libertà, riattivano le loro opere.

   Sorgono contemporaneamente le Società di vita comune con un’impronta secolare e una specializzazione apostolica secondo l’età, la formazione, il lavoro e i bisogni del popolo. Nascono anche gli Istituti Laicali, che si vincolano a Dio con dei voti, osservano una Regola, suscitata dallo Spirito Santo e percorrono il cammino spirituale indicato da Gesù. Senza indossare una divisa, che nella società ha sempre avuto una rilevanza, mantengono un’unità d’intenti, rispondono alle domande esistenziali della gente, propagano la conoscenza del mistero divino, diffondono uno specifico carisma, fungono da fermento nella Chiesa e ne garantiscono la credibilità.


[1] IMITAZIONE DI CRISTO, L, I6

[2] Ivi, L, I XLII,1.

[3] Ivi, L, III, LVI, 5.


  

 

La vita consacrata secondo il Concilio Vaticano II e le successive precisazioni

   Nessun Concilio ecumenico elabora un’articolata definizione della vita consacrata. Solo il Concilio ecumenico Vaticano II, composto da parecchi vescovi di Istituti religiosi, cerca di descrivere l’essenza della vita consacrata e di purificarla dalle concezioni ambigue. Asserisce che essa è una consapevole qualificazione e sviluppo della grazia, scaturita dall'iniziazione battesimale. «Ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale e ne è un’espressione perfetta» (PC 5). Inserisce i religiosi nel mistero Trinitario, nell’universale chiamata alla santità e nel cammino di fede di ogni cristiano. Attribuisce alla loro speciale vocazione uno statuto teologico, basato su Dio Padre, che convoca quelli che ha scelto a una specifica attività. Chiede a loro di seguire Gesù sull’ardua via del Calvario e di dargli una gioiosa testimonianza. Dichiara che sono chiamati a partecipare alla missione universale della Chiesa: «I consigli evangelici... congiungono i loro seguaci alla Chiesa ed al suo ministero ... La loro vita spirituale deve essere consacrata al bene di tutta la Chiesa» (LG 44). «Riconosce di buon grado i meriti e ringrazia Dio, per i tanti sacrifici da loro affrontati per la gloria di Dio e il servizio delle anime» (AG 40). Esorta i religiosi a «vivere per Cristo e per il suo corpo che è la Chiesa» (PC 1), mettendosi «a completo servizio della sua missione» (PC 6). «I religiosi corrispondano alla loro vocazione di seguire Cristo e di servirlo nelle sue membra» (PC 8).

   Se essi corrispondono alla loro vocazione, spinti dalla forza dello Spirito Santo, intrecciano con Gesù Cristo un’inscindibile comunione d’amore. Ascoltano la sua Parola, lo contemplano, lo pregano e lo seguono come unico valore, vanto e speranza. Riproducono in se stessi la sua forma di vita casta, povera e obbediente (PC 1).  Praticano i suoi consigli evangelici come Regola suprema (PC 2), contribuendo a «radicare e consolidare negli uomini il Regno di Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra» (LG 43). Sono quindi un dono insigne a tutta la Chiesa pellegrinante. Evocano in modo eminente i beni, che Dio ha promesso ai suoi servi fedeli e preannunziano l’ingresso nella gloria eterna (LG 42, 44; PC 5).

   Reputando necessario un loro rinnovamento spirituale e apostolico, il Concilio ordina che essi procedano su questi quattro percorsi: 1) Ritorno alle fonti bibliche; 2) Approfondimento del proprio carisma; 3) Attenzione ai diritti di ogni religioso; 4) Apertura ai bisogni e alle attese della gente (PC 2; 18). Immettendosi su queste direzioni, testimonieranno con audacia la loro specifica vocazione, produrranno nella società copiosi frutti di bene e riscuoteranno un’alta stima.

    Il nuovo Codice di Diritto canonico riconosce che la vita consacrata, suscitata dall’azione dello Spirito Santo, esige il distacco dalla mentalità mondana e l’amorosa sequela di Gesù Cristo. Apprezza la dimensione comunitaria, orante, fraterna, servizievole e apostolica dei religiosi. Precisa che il voto di castità, tanto denigrato dall’individualismo odierno, comporta la rinuncia dei piaceri corporali e delle gioie familiari, inoltre è «segno della vita futura e fonte di una più ricca fecondità nel cuore indiviso, comporta la perfetta continenza nel celibato» (c 599). Ammette che il voto di povertà volontaria è «imitazione di Cristo, che essendo ricco si è fatto povero per noi… comporta la limitazione e la dipendenza nell’usare e nel disporre dei beni» (c 600). Asserisce che il voto d'obbedienza, «accolto con spirito di fede e di amore per seguire Cristo obbediente fino alla morte, obbliga a sottomettere la volontà ai superiori legittimi, quali rappresentanti di Dio» (c 601).  

     L’agnosticismo, il relativismo, il permissivismo e il consumismo assoggettano le persone deboli. Suscitano roventi dibattiti e opposti schieramenti. Causano disorientamenti, perplessità e incertezze nella Chiesa e in quelle religioni che hanno degli elementi di verità e dei barlumi di santità (NE 2). Ne deriva la diminuzione delle vocazioni religiose, l’affievolimento delle loro opere e la perdita della loro rilevanza sociale.

   Per arginare questa complessa problematica, Giovanni Paolo II convoca un Sinodo episcopale, che al termine del lavoro analitico presenta una visione teologica e sintetica della vita consacrata. Citando i documenti del Concilio ecumenico Vaticano II, dichiara che questo tipo di scelta ecclesiale è una testimonianza dell’amore di Dio, Padre, Figlio e Spirito. Chiede ai religiosi di riscoprire il loro carisma originario, di approfondirne l’identità, di coltivare la formazione permanente, di evitare gli indugi sulle programmazioni, di rinunciare agli interessi personali e di perseverare nella sequela di Gesù. Allora potranno rivitalizzarsi e risultare più innovativi.

   Più volte Giovanni Paolo II richiama i religiosi a comprendere l’essenza della loro vocazione. Seguendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II e le riflessioni del Sinodo episcopale, nel 1996 scrive l'esortazione apostolica "Vita Consacrata", uno dei più importanti documenti del suo magistero apostolico. Conferisce al suo testo un'autorevole impostazione trinitaria, comunitaria e ecclesiologica. Ricorda che la vita consacrata, vissuta con gioia, è un dono di Dio alla sua Chiesa e una testimonianza delle sue grandi opere. Per vincere le forze centrifughe e disgregatrici, domanda ai religiosi di conservare la memoria della loro consacrazione alla Santissima Trinità. «Chiamati a seguire Cristo» (VC 15), li esorta «ad approfondire continuamente il dono dei consigli evangelici con un amore più sincero e forte in dimensione trinitaria: amore a Cristo, che chiama alla sua intimità; allo Spirito Santo che dispone l'animo ad accogliere le sue ispirazioni; al Padre, prima origine e scopo supremo della vita consacrata» (VC 21). Raccomanda che permangano congiunti a Gesù come il tralcio alla vite. Saranno così «una memoria vivente del modo di esistere e di agire del Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli» (VC 22).  

    Giovanni Paolo II riconosce inoltre che i religiosi hanno promosso nella Chiesa un tenore di vita trasfigurata. Auspica quindi che siano fedeli alla loro missione, per contribuire «a tenere viva nella Chiesa la coscienza che la Croce è la sovrabbondanza dell'amore di Dio che trabocca su questo mondo, è il grande segno della presenza salvifica di Cristo. E ciò specialmente nelle difficoltà e nelle prove» (VC 24). Rivolgendosi ai religiosi anziani chiede di «lasciarsi plasmare dall'esperienza pasquale, configurandosi a Cristo crocifisso che compie in tutto la volontà del Padre e s'abbandona nelle sue mani fino a rendergli lo spirito» (VC 70).

    Nel messaggio al congresso internazionale della vita consacrata, svolto a Roma dal 23 al 27 novembre 2004, usa il linguaggio dei mistici, asserendo che «non si può partecipare al mistero dell’Amore che si dona restando a guardare da lontano. Bisogna lasciarsi investire dalle fiamme che bruciano l’olocausto. E diventare amore»[1].

    Il card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, sollecita i religiosi a rinnovarsi continuamente per essere «più profondamente presenti, con il cuore di Cristo, ai propri contemporanei» (CCC 932). Eletto papa, il 27 settembre 2005 ricorda ai superiori maggiori che sconfiggeranno la crisi delle vocazioni, mai apparsa così complicata, se ameranno Gesù e se attueranno le indicazioni che egli rivolse ai suoi primi discepoli. Allora elimineranno incertezze, disagi e lamenti frustranti. Compiendo scelte coraggiose, rinnoveranno la loro spiritualità, rivaluteranno la loro funzione nella Chiesa e infonderanno fiducia alle giovani generazioni. Proveranno quindi la soddisfazione di essere più amati, cercati, ascoltati, stimati e necessari agli altri.  

   Appartenendo all’Ordine dei Gesuiti e avendovi svolto un ruolo di primaria responsabilità, il papa Francesco Bergoglio ha sperimentato i limiti e i pregi dei consacrati. Ne conosce le rigidezze e le         prodezze, gli indugi e le audacie, i dolori e le gioie, i fallimenti e i successi. Attesta che i religiosi, sopravvissuti alle trasformazioni e ai cambiamenti epocali, hanno grandi meriti. Dichiara che nella Chiesa sono una perla, che brilla e attrae. Asserisce che «sono segno di Dio nei diversi ambianti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e più fraterna, sono profezia di condivisione con piccoli e i poveri»[2]. Li sollecita pertanto a investire maggiormente sui formatori, capaci di liberare i giovani dalle illusorie ideologie, di inserirli nel cammino della Chiesa e di accompagnarli nella loro carismatica testimonianza. Mantiene un atteggiamento di apertura, di accoglienza e di dialogo con tutte le persone che riesce ad incontrare. Ascolta e dialoga anche con le religiose e con i religiosi, tentati di evidenziare solo gli aspetti preoccupanti dei loro problemi. Dedica alla vocazione religiosa l’anno 2015, cinquantesimo anniversario del decreto conciliare “Perfectae Caritatis” sul rinnovamento della vita religiosa. Auspica che nel corso dell’anno emerga la sorprendente e intrinseca bellezza di questo tipo di vita, voluto dal Signore. Nella lettera, inviata ai consacrati, propone che si concentrino sulle relazioni di Gesù Cristo verso gli altri, approfondiscano la loro storia, agiscano nella piena comunione con l’insegnamento della Chiesa, siano sensibili alle concrete attese dei popoli e intraprendano le iniziative apostoliche, che umanizzano le persone.



[1] GIOVANNI PAOLO II, Sempre pronti alle nuove chiamate, in Testimoni 21,15 dicembre 2004, p. 2, n. 7.

[2] FRANCESCO, All’angelus nel giorno dedicato alla vita consacrata, in OR 3-4 febbraio 2014, p. 8.



 
 


 
Il difficoltoso rinnovamento della vita consacrata

   

 Le religiose e i religiosi accolgono l’insegnamento del Concilio Vat. II e del Magistero pontificio. Approfondiscono i fondamenti biblici della loro vocazione. Studiano di seguire Gesù Cristo, che si è fatto servo debole e vulnerabile. Rafforzano i loro vincoli con la Chiesa universale. Danno più rilevanza alle celebrazioni liturgiche, alla vita comunitaria, al proprio carisma, ai dinamismi psicologici e ai bisogni della società. Avviano un immenso movimento di ristrutturazione, di sperimentazione e di rinnovamento, che non ha precedenti nella storia del cristianesimo.  Iniziano a cambiare il modo di pensare, di vestire, di pregare, di lavorare, di governare, di distribuirsi le responsabilità, di scambiarsi le esperienze e di consumarsi per salvezza degli uomini. Capiscono che debbono impegnarsi a crescere interiormente, per attuare la loro specifica funzione carismatica e alternativa alle scelte dei loro contemporanei.

   In questa fase di transizione e sperimentazione non mancano gli aspetti negativi, relativi al crollo di un mondo che garantiva la tranquillità, la stabilità e l’ordine esteriore. Gli entusiasti innovatori non prendono sul serio le norme del cambiamento. Idealizzano diversi tipi di comunità, corrispondenti alle loro possibilità e attitudini. Assumono gli aspetti competitivi della società odierna, eliminano certe forme sterili di devozione e suscitano un grande imbarazzo nelle comunità, mentre i nostalgici difensori delle vecchie tradizioni respingono fermamente gli orientamenti conciliari. Entrati in crisi d’identità, non si raccapezzano più di fronte ai repentini cambiamenti. Non trovano più l’appoggio nei valori tradizionali, che hanno garantito una certa stabilità e una sicurezza psicologica. Disapprovano rabbiosamente ogni adeguamento alle esigenze della nostra epoca. Impazienti, rilevano i segni di disordine, di caos, di provvisorietà, di insuccesso e di indebolimento. Criticano coloro che si dissociano dalle loro rigidezze strutturali e ideologiche. Auspicano quindi un ritorno ai sistemi tradizionali dell’osservanza, ma poco realizzabili ai nostri giorni di ridotte vocazioni e di sofferta sopravvivenza.

   Tra gli innovatori e i nostalgici si sviluppano contrapposizioni, risentimenti, rivendicazioni,  inquietudini, crisi e incapacità d’attrazione. Alcuni religiosi assumono un atteggiamento freddo, distaccato e pessimista nei cammini esplorativi. Altri, senza ostentare rimorsi, abbandonano la loro famiglia religiosa. Si inseriscono nella società, dove intraprendono un’altra attività e si accollano nuove difficoltà.  

    Dopo la breve fase esplorativa e sperimentale i Capitoli generali adeguano la loro Regola e loro Costituzioni, attenendosi alle specifiche indicazioni del Magistero. Gli specialisti del Vaticano  esaminano le nuove leggi dei religiosi, vi suggeriscono qualche modifica e le approvano. Ogni religioso riceve infine le normative rielaborate, aggiornate e autorizzate dalla Santa Sede. Viene quindi invitato a studiarle, per assimilarne lo spirito, mostrare la sua fedeltà vocazionale e attuare quanto disse Gesù: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio» (Lc 9,62).

    La nuova e incoraggiante legislazione religiosa non blocca l’avvento di ulteriori problemi interni ed esterni. I religiosi conoscono altre difficoltà, relative alle negligenze personali, all’urgenza di un radicamento in Gesù, al bisogno di una continua riforma, all’incessante fluidità della società, alle abitudini locali, all’esigenza di nuove pianificazioni e alle insistenti politiche antievangeliche. Più specificamente si trovano in una situazione di desolante apprensione per il grande calo delle vocazioni, per la debole risposta ai bisogni reali della gente e per la notevole indifferenza delle persone, succubi del dilagante individualismo e relativismo.  

   I religiosi, propensi a nuove forme di vita, riconoscono l’alto valore della loro scelta. Attestano che essa impegna a risolvere le loro difficoltà, mantenendo una relazione d'amore con le tre persone divine. Incrementano il loro rapporto con Dio Padre, confidano nella grazia di Gesù Cristo, prestano attenzione alla voce dello Spirito, approfondiscono l’esperienza originaria del loro Fondatore e s’inseriscono con entusiasmo nella società multietnica e multiculturale. Indagano su un loro spazio di azione nella Chiesa e nelle realtà locali, senza equipararsi ad un’azienda, specializzata in diversi servizi. Intensificano l’applicazione di se stessi, per conferire più trasparenza alla loro attività, affermarsi negli ambienti difficili e rendere più comprensibile la potenza della Croce. Favoriscono un sereno dialogo con la gente, che incontrano. Servono, educano, illuminano e sostengono qualsiasi persona. Per migliorare la qualità della vita e per accelerare la venuta del Regno di Dio, s’inoltrano in una forma di radicale abbassamento, di conformazione a Gesù crocifisso, di dedizione alla preghiera comunitaria e di fraterna collaborazione.  

   Non essendoci comunità senza condivisione di sofferenze, deplorano gli atteggiamenti smaniosi e sdegnosi, rigidi e passivi. Denunciano la poca chiarezza tra rinnovamento e aggiornamento, tra fedeltà al Vangelo e apertura alle esigenze odierne. Evitano di arroccarsi su strutture di vita arcaica, di conservare ad ogni costo le tradizioni statiche, di indossare un abito con i caratteristici colori medievali oppure di ignorare completamente il passato e di adeguarsi con spregiudicatezza a comportamenti oggettivamente mondani. Riconoscono di essere all’inizio di un nuovo ed enigmatico periodo di vita religiosa, che esige la massima apertura e il confronto con le idee pluraliste odierne, così ridicolizzate da un certo Jovanotti: «Ho un crocifisso sul mio lettino; - e un piccolo Buddha sul comodino; - leggo la Sura del Corano; - ed ho anche un piccolo talismanoche mi ha regalato un amico africano»[1].

   I religiosi odierni, che hanno raggiunto la maturità psichica e spirituale, sono consapevoli di essere deboli, fragili, limitati e incostanti negli impegni assunti. Accettano le nuove norme giuridiche, elaborate dagli esperti. Non attendono di sperimentarne altre, che fungano da lievito per la loro crescita interiore. Stimano quelli che le osservano in piena libertà e trasmettono agli uomini tanta speranza. Ammettono che non si rinnovavano, basandosi sulle imposizioni esteriori o privilegiando le forme di vita, che nel passato risultavano piacevoli e rassicuranti. Dichiarano bensì che si perfezionano puntando sull’umile cambiamento dei sentimenti e degli atteggiamenti. Auspicano di pervenire ad una teologia della vita consacrata, che esprima un modello di condotta veramente totalizzante, qualificante, convincente, aggregante e gratificante. Si sforzano quindi di perseverare nella sequela di Gesù, sofferente dalla culla alla morte di croce. Ogni tanto compiono delle verifiche, per precisare quello che non ha funzionato nelle loro programmazioni. Si informano sulle nuove proposte dell’autorità ecclesiastica, valutano il modo di poterle attuare e lanciano alla Chiesa appelli di attenzione e di sostegno su quello che compiono.

   Non azzardano previsioni sul loro futuro, strettamente collegato alla fedeltà personale e ai mutamenti telematici. Lasciandosi guidare dagli impulsi dello Spirito di Dio, incrementano l’acculturazione, rivalutano la bellezza della vita comunitaria, danno una priorità alla formazione permanente e favoriscono l’inserimento delle donne nei molteplici servizi ecclesiali. Accompagnano i giovani chiamati a perseverare nel rinvigorimento spirituale e nella maturazione psicologica.

   Senza inscenare allarmanti tragedie, i religiosi dei continenti occidentali si dispongono all’evidente calo di numero, alla riduzione delle programmazioni, alla diminuzione delle attività insostenibili, alla perdita di prestigio sociale e al rischio di estinguersi come è accaduto a parecchi istituti, che al loro sorgere conobbero una grande espansione. Si rallegrano che sorgono nuove forme di vita consacrata con specifiche finalità.

    Non dimentichiamo la nascita di gruppi laicali. Essi riconoscono che la vita consacrata è una scuola di autentica testimonianza evangelica. Ne condividono la singolare spiritualità e attività. Diretti da uno o più religiosi, si radunano spesso, per pregare insieme, per riflettere sugli argomenti programmati e per disporsi a prestare un loro appoggio. Percorrono con gioia il cammino della Via Crucis che porta alla realizzazione della vocazione universale alla santità, alla perfezione nella carità e alla gloria immortale (LG 40).

   Senza appartenere a un gruppo, altri laici partecipano privatamente al carisma di un Istituto religioso. Accenniamo l’esempio della Venerabile Elisabetta Tasca in Serena (1899-1978). Sposa e madre di straordinaria fede, conosciuti i Passionisti, interiorizza la loro spiritualità. Confida, infatti, ad uno dei suoi figli: «Io ringrazio il Signore che mi dà la forza di sopportare le mie croci. Sì, mio caro, nelle mie croci vedo il Signore, che mi vuole vicina a Lui, crocifisso. Non devo più lagnarmi delle mie croci, perché troppe grazie mi acquistano»[2].

   Padre Amedeo Cencini, noto psicologo, scrive che in questo periodo di grandi mutamenti sociali e di universali disagi sia necessario parlare «di più della croce, di questo mistero di liberazione e di libertà, d’amore e di speranza! Mistero tremendo e affascinante come nessun altro, perché nessuno come il Dio della croce può dare al giovane la certezza d’essere amato, da sempre e per sempre, e la certezza di poter e dover amare, per sempre»[3].



[1] RINO COZZA, Giovani e vocazione religiosa, in Testimoni 15 marzo 2011, p. 12; RICARDO VOLO P., Attirati da Gesù, Ed San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2014.

[2] Lettere,, Collezione privata.

[3] AMEDEO CENCINI, Vocazioni, dalla nostalgia alla profezia, EDB, Bologna 1990, p. 261.




    
 
 
 
Lo svolgimento rituale della professione religiosa

   Il rito della professione religiosa non è uniforme. Differisce nei secoli e negli Istituti maggiori. I giovani Benedettini, che intendono proseguire il cammino di donazione intrapreso durante il noviziato, si radunano nella chiesa del monastero e partecipano alla celebrazione eucaristica. All’offertorio rispondono alle specifiche domande del loro Superiore e emettono i voti. Firmano poi un documento al cospetto dei testimoni e lo depongono sull’altare. I novizi degli Ordini Canonicali accedono invece nella sala capitolare, dove emettono i voti nelle mani del loro Superiore. Si impegnano con ciò a servire Dio e la comunità, che li accoglie con gioia. I novizi degli Ordini mendicanti o degli altri Istituti pronunciano la formula dei voti davanti all’altare o al legittimo Superiore, mentre appoggiano una mano sul Vangelo o sulla Regola. Attenendosi all’esempio di sant’Ignazio di Loyola e dei suoi primi compagni, i giovani Gesuiti si inginocchiano ed emettono i tre voti davanti all’Ostia, sorretta dal celebrante. Evidenziano così la loro consacrazione al Signore, presente nel sacrificio eucaristico. In un tempo successivo, a loro discrezione, aggiungono il voto di vittima espiatrice o di obbedienza al papa. I novizi Passionisti adottano un rito di origine medievale. Riunitisi nella chiesa conventuale, promettono al loro Superiore di promuovere la memoria della passione del Signore, cui uniscono gli altri tre voti. Al che il Superiore appunta sulla loro tonaca il distintivo dell’Istituto. Adagia poi una croce sulle loro spalle e una corona di spine sulla loro testa. Consegna infine un crocifisso, dicendo ad ognuno: «Ricevi, fratello carissimo, questo Crocifisso. Dopo averlo assiduamente contemplato, possa tu imparare ad esprimere incessantemente in te stesso la parola della croce e a testimoniarla agli altri, affinché tu possa conseguire il frutto eterno del mistero pasquale»[1]. 

   Il rito della prima professione femminile ha quest’altri particolari di origine antica. La Superiora consegna alle neoprofesse una croce. Pone poi a ciascuna un anello all’anulare e posa sul capo sia un velo sia una corona di fiori rossi e bianchi. L’anello simboleggia la partecipazione alla dignità regale e gloriosa del Signore. Il velo rappresenta lo sposalizio. I fiori rossi e bianchi richiamano la morte e la rinascita[2].   

   Nel 1970 la Congregazione per il Culto divino pubblica il rito della professione religiosa per tutti gli Istituti. Dispone che il novizio o la novizia emetta i voti durante una celebrazione eucaristica o in un’altra azione liturgica. Nel momento prestabilito egli si avvicina al Superiore, s’inginocchia davanti a lui, risponde alle sue domande e ad alta voce formula i voti prestabiliti[3] in cui si prefigge di stare stabilmente unito a Gesù Cristo, vittima d’amore, e di attuare quanto egli disse ai suoi discepoli: «Se il chicco di grano caduto a terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto» (Gv 12,24). Spera così di togliere gli ostacoli, che impediscono di crescere nella carità, di compiere nel tempo delle buone opere e di divenire un convincente segno delle realtà celesti.

    Dio Padre accetta i voti del novizio, lo riconsacra a sé e lo destina ad essere un testimone credibile di Gesù. A sua volta il Superiore ricorda al novizio gli impegni, che ha assunto. Secondo l’usanza tradizionale gli dona quindi il libro della Regola e delle Costituzioni. Conoscendo che il percorso della consacrazione religiosa non è agevole, gli assicura che riceverà un adeguato aiuto dal Signore e dai confratelli. Da ultimo implora su di lui la grazia e la benedizione di Dio.

   Il neoprofesso manifesta visibilmente i suoi impegni nel momento dell’offertorio. Consegna il pane e il vino al presbitero, che li prende, li presenta a Dio Padre e lo prega di trasformarli mediante l’intervento dello Spirito Santo nel corpo e nel sangue di Gesù. Con questa procedura simbolica  il neoprofesso si associa all’immolazione sacramentale del Signore, percorre la via della donazione di se stesso e intercede per l’umanità. Senza allarmarsi, si immette in un faticoso e lodevole percorso. Accetta di dilatare il suo amore e di consumarsi gradualmente per la vita altrui. Scrive, infatti, p. R. Cantalamessa: «Carisma ed istituzione sono come due bracci della croce. Il carismatico è spesso la croce dell’istituzione e l’istituzione è la croce del carismatico»[4].

      La cultura odierna, radicata nelle ideologie e nelle teorizzazioni, sconsiglia l’assunzione degli impegni definitivi. Incute un’enorme apprensione nei giovani che si preparano a compiere una scelta definitiva. In alcuni Istituti di recente fondazione i religiosi rinnovano annualmente i voti. Cercano così di incrementare il loro amore verso il Padre celeste, di seguire l’insegnamento di Gesù, di assecondare gli impulsi dello Spirito Santo, di progredire spiritualmente, di servire meglio il prossimo e di impedire le frequenti insoddisfazioni. Distanziandosi dall’opinione pubblica, che favorisce la diserzione, si conformano di più alla volontà di Dio, sviluppano maggiormente le loro potenzialità e richiamano gli sbandati ad uscire dal dannoso percorrono dell’erotismo, del consumismo, dell’anarchismo, dello scetticismo, del soggettivismo e dell’esclusione dei valori trascendenti. Fedeli al carisma del loro Istituto, non si fermano a guardare nostalgici le belle opere del passato, intensificano bensì i loro impegni. Accettano la vocazione all’apertura, all’inserimento, alla concretezza e al dinamismo quotidiano. Offrono un aiuto ai fratelli che amano. Promuovono quei valori, che arrecano dignità, serenità, speranza e gioia[5].



[1] RITO DELLA PRIMA PROFESSIONE RELIGIOSA NELLA CONGREGAZIONE DELLA PASSIONE. A cura di Max Anselmi, Moricone (Roma), Ed. 13 Settembre 1997, p. 28.

[2] MATIAS AUGE’, La professione religiosa, in ANAMNESIS, I SACRAMENTALI E LE BENEDIZIONI, Ed. Marietti, Genova 1986; pp. 47-63; AaVv, La vita consacrata, in Scienza liturgica, Ed. PIEMME, Casale Monferrato (AL), 1998, pp. 317-340.

[3] DOCUMENTI SULLA VITA RELIGIOSA 1963-1990, Rito della professione religiosa, Ed. Elle Di Ci, Leumann (TO) 1992, pp. 79-88.

[4] R. CANTALAMESSA, Il canto della Spirito, Ancora, Milano 1987, p. 200.

[5]  AAVV, Professione, in DIP/7, pp. 884-970.



  

 
 

 

LA SEQUELA DI GESÙ CRISTO NEI PRIMI FONDATORI E RIFONDATORI



 

San Cipriano (210-258)


    Cipriano nasce a Cartagine (Tunisia). I suoi ricchi genitori gli procurano degli educatori, che lo introducono nella cultura dell’impero romano. Dimostrando di essere molto eloquente, insegna retorica nella città natale. Attratto dai pochi e attivi cristiani, decide di prepararsi a ricevere i sacramenti dell’iniziazione e inizia una vita ascetica. Pratica la castità, vende una parte della sua eredità e ne distribuisce ai poveri il ricavato. Acclamato presbitero e vescovo dal popolo, sale sulla cattedra di Cartagine. Esercita il sacro ministero con autorevolezza e con determinazione. Si mostra un pastore diligente, premuroso, rispettoso e misericordioso con tutti. Lotta contro la diffusa corruzione e le troppe infedeltà al Vangelo. Raccomanda ai cristiani, sconvolti dalla persecuzione dell’imperatore Decio e dalla defezione dei fratelli, detti lapsi, ossia i caduti negli errori teologici, propagati da alcuni eretici, di perseverare nella sequela evangelica, di conservare l’unità della fede in Gesù e di amare la Chiesa, madre e maestra di comunione. Promuove nella sua comunità un’organizzazione, che cerca i bisognosi e ne garantisce una materna assistenza. Compone dei trattati in cui si propone di far conoscere agli aristocratici Gesù di Nazareth, convertirli al suo insegnamento, disporli ad abbracciare il cristianesimo e rafforzare l’autorità dei vescovi. Nei tre libri a Quirino compila una raccolta di citazioni bibliche e di figure tipologiche, che si sono storicamente attuate nell’esodo pasquale di Gesù[1].  Nel libro sulla Peste, propagatasi a Cartagine, scrive: «Tema di morire chi non sta sotto la croce e la passione di Cristo. Tema la morte chi sarà tormentato da pene eterne quando lascerà questo mondo. Tema la morte chi vuole illudersi di differire i suoi gemiti e i suoi dolori»[2]. Distinguendo i precetti dai consigli evangelici, attesta: «Segue Cristo, chi segue i suoi precetti, colui che marcia nel cammino segnato, che segue i suoi passi, che imita quello che Cristo ha insegnato e fatto»[3].

   Nel trattato sul Contegno delle Vergini condanna quei costumi pagani, che corrompono, degradano e sviliscono le persone. Ricorda alle Vergini consacrate di mantenersi fedeli agli impegni, che hanno assunto solennemente nel giorno del Battesimo. Le esorta a seguire Gesù, che svolge un ruolo salutare in chi si affida alla sua grazia: guarisce le ferite del peccato, accompagna con la potenza dello Spirito santificante, favorisce il miglioramento della convivenza umana, infonde serenità negli animi e garantisce la gloriosa risurrezione. Trascriviamo alcune delle sue più belle espressioni: «A nessun cristiano conviene, tanto meno ad una vergine, dare importanza alla bellezza e all’avvenenza del corpo. Deve interessarsi soltanto della parola di Dio ed affezionarsi ai beni che non periscono»[4]. «La vergine è il fiore della chiesa, luce ed ornamento della grazia spirituale, frutto prezioso, opera scelta ed incorrotta, degna di elogi e di onore, immagine di Dio che riproduce la sua santità, la porzione più illustre del gregge di Cristo»[5].  «Giacché chiediamo il bene della castità, evitiamo tutto ciò che è pernicioso ed infesto»[6]. «Come i martiri non pensano alle cose carnali e mondane… così voi dovete essere pari ad essi nella sofferenza»[7]. «Quello che tutti dobbiamo diventare, voi avete già cominciato ad esserlo»[8].

   L’insegnamento pastorale di Cipriano influenza i Padri della Chiesa. Ricorda a loro il dovere di prendere in seria considerazione la chiamata dei cristiani ad ascoltare la Parola di Dio, mantenersi in comunione con lui, osservare l’insegnamento di Gesù, lasciarsi illuminare dal mistero della sua croce, lottare fermamente contro le ingiustizie umane e perseverare nella pratica delle virtù morali e teologali.   

   Durante la persecuzione dell’imperatore di Decio, decretata nel 250, Cipriano si ritira in un nascondiglio, per non cadere nelle sconvolgenti rappresaglie dello Stato totalitario. Nel silenzioso isolamento non rimane passivo e inerte, ma si mostra vigilante e attivo pastore. Prosegue a svolgere il ministero episcopale, guidando la sua chiesa e condividendone le afflizioni. Mediante un’assidua corrispondenza le offre dei contenuti spirituali, per affrontare con tenace fermezza l’inquietante persecuzione. In particolare esorta i sacerdoti e i laici a perseverare nella professione di fede cristiana e a rifiutare l’imposizione di sacrificare agli idoli, per dimostrare la piena uniformazione alle leggi statali. Nella persecuzione dell’imperatore Valeriano si trasferisce a Carubi, località situata nella vicinanza di Cartagine. Qui prega, accoglie i suoi collaboratori, analizza le notizie che gli recano e li consiglia di perseverare nella fraterna coesione. Un nuovo editto dell’imperatore impone alle autorità locali di arrestare, processare e condannare a morte i capi delle comunità cristiane. Cipriano è quindi ammanettato e condotto nel tribunale. Al termine del processo il proconsole Galerio Massimo emette su di lui questa sentenza di condanna: «Si ordina di decapitare Tascio Cipriano». Il vescovo accetta la sentenza di morte, emessa dal rappresentante dello Stato, e gli risponde: «Siano rese grazie a Dio»[9]. Condotto nel luogo della decapitazione, si toglie la sopravveste, s’inginocchia per una breve preghiera, si benda gli occhi, si lascia legare le fasce ai polsi e attende che il carnefice lo decapiti.

   Egli è il primo vescovo africano, che affronta il martirio, per difendere e diffondere l’insegnamento evangelico. Sigilla con il sangue la sua testimonianza di fede nel Signore. Al tramonto del sole i cristiani prendono il suo corpo e gli danno degna sepoltura. Negli anniversari del suo martirio ne commemorano l’insegnamento, adatto al rinvigorimento spirituale.

-----------------------------------

[1]   S. CIPRIANO DI CARTAGINE, I trattati, Le Testimonianze, Libro secondo, n. 13ss, Tip. Cantagalli, Siena 1969, p. 26-27.

[2]  Ivi, I trattati, La peste, n. 14, o. c., p. 138.

[3]  Ivi, I trattati, Gelosia e Invidia, n. 11, o. c., p. 187.

[4]  Ivi, I trattati, Delle Vergini, n. 6, p. 55.

[5]   Ivi, n. 3, o. c., p. 53.

[6]  Ivi, n. 18, p. 62.

[7]  Ivi, n. 21, p. 64.

[8]  Ivi, n. 22, p. 65.

[9]   ATTI DEL MARTIRIO DI CIPRIANO,4,3, in Classici della tradizione cristiana 9, Vite dei Santi, o, c., p. 79.

 

 


 

Sant’Antonio abate (250-356)


    Antonio, primo santo non martire, nasce a Coma, piccola città egiziana. Riceve dai suoi genitori una discreta formazione cristiana. Fin dalla giovinezza anela dedicarsi a una vita sobria e ascetica. Durante una celebrazione eucaristica ode la lettura evangelica in cui Gesù propone a un giovane ricco, se vuole tendere a una maggiore giustizia, di vendere tutti suoi possedimenti, di distribuirne il ricavato ai poveri e di seguirlo (Mc 10,17-22). Antonio applica il consiglio di Gesù. Vende l’eredità immobile, consegna alla sorella la metà del ricavato e dona l’altro ai poveri. Fiducioso nella provvidenza divina (Mt 6,34), abbandona le attrattive del suo villaggio, si ritira in un luogo solitario e si lascia guidare da un anziano asceta. Disturbato alquanto dalla gente, si nasconde nei sepolcri vuoti, suscitando un grande stupore nei suoi concittadini. Cerca la massima solitudine, dove memorizza la Sacra Scrittura, prega con la recita dei salmi e offre un contributo positivo al mondo, avviato verso un radicale cambiamento. Nel giorno di sabato o di domenica interrompe la rigorosa solitudine, entra nel villaggio e si associa agli altri cristiani, che partecipano alla liturgia eucaristica. Imponendosi una moderata penitenza, si oppone alle tentazioni diaboliche, rifiuta le illusioni umane, incrementa l’unione con Dio e attua l’insegnamento di Gesù.  

   S’inoltra poi nel deserto e si segrega sul monte Pispir presso un fortilizio romano diroccato, divenuto il rifugio dei nomadi, dei briganti e degli aspidi. Qui si procura il nutrimento ordinario, coltivando il frumento, gli ortaggi e gli alberi da frutto. Intreccia anche delle ceste e le vende, per acquistarsi l’occorrente. Si concede il riposo notturno, distendendosi su una stuoia o sulla nuda terra. Trascorre circa vent’anni nell’isolamento, nella preghiera, nel lavoro e nella lotta contro le tentazioni.

    Sensibile ai problemi sociali ed ecclesiali, Antonio esce talora dal suo domicilio e si reca nei centri abitati, per dialogare con le persone bisognose di consigli spirituali. Nel 311 durante la persecuzione dell’imperatore Massimino Daia entra nelle prigioni di Alessandria, dove avvicina i fratelli nella fede. Si espone al pericolo di essere condannato e ucciso, perché testimonia la sua identità cristiana. Inoltre dà segni di amore e di sostegno al suo vescovo, Atanasio, avversato dagli eretici ariani.

   Terminata la dolorosa persecuzione, si rifugia a Qolzoum, zona deserta, in cui prosegue il suo itinerario spirituale. Lotta contro le forze schiavizzanti; contempla la bellezza della creazione e della rivelazione divina; si purifica dai peccati commessi; si modella alla santità di Gesù e raggiunge un alto livello di perfezione.

   I pagani se ne meravigliano: trascorre una vita isolata e penitente; inizia la preghiera, tracciandosi un piccolo segno di croce sulla fronte, sulle labbra e sul petto; porta cucita sul suo mantello la lettera T (tau) e la tiene scolpita nel suo bastone. Incapaci di capirlo, lo scherniscono e deridono. Egli non si preoccupa dei loro sgarbi. Non ne prova imbarazzo e rossore. Convinto di avere compiuto una scelta ragionevole, si difende con queste semplici asserzioni: «Quel che noi diciamo è testimonianza di virtù e segno di disprezzo della morte; le vostre credenze, invece, risultano soltanto passioni vergognose»[1]. «È la croce, dunque, che merita derisione oppure quelle cose che la croce ha reso inutili e di cui ha rivelato l’impotenza[2].

   Un consistente numero di cristiani intuisce invece che ha scelto di mantenersi in contatto con Dio. Va a trovarlo nel suo rifugio, per essere da lui illuminati e sostenuti nella rinascita evangelica. Egli li accoglie e negli intrattenimenti li istruisce e li sollecita a perseverare nella fede cristiana, Scrive anche delle lettere in cui dimostra di conoscere e di osservare la sapienza evangelica.

   Alcuni ammiratori condividono la sua lotta contro l’empietà. Si stabiliscono in una grotta o in una stanza, vicina a quella di Antonio. Accolgono la sua direzione spirituale, che incrementa l’espansione e la crescita della civiltà cristiana. Apprendono da lui il metodo di pregare più con il cuore che con le labbra, più con la mente che con le parole. Diventano eremiti austeri, pazienti, penitenti, dediti alla ricerca di Dio, premurosi verso i sofferenti e ardenti difensori dell’ortodossia cristiana. Edificano dei piccoli eremi, dove salmeggiano, adorano, lavorano, offrono protezione e anticipano la bellezza paradisiaca.

   Antonio diviene il pioniere di una piena consacrazione a Dio e l’iniziatore di un nuovo e stimato stile di via. Tramite il suo biografo, sant’Atanasio di Alessandria, continua a parlare ai cristiani, che cercano di stabilire un permanente contatto con Dio. Attesta a tutti che la vocazione cristiana è chiamata a seguire il cammino di Gesù verso Dio. Finisce il suo lungo esodo pasquale nell’eremo di Qolzoum. Qui lascia la sua tunica di pelo, simile a quella di san Giovanni Battista, il precursore della vita eremitica. Gli artisti, che s’ispirano alla biografia di Antonio, scritta dal patriarca Atanasio, raffigurano questo eremita attorniato da alcuni animali domestici e da altri selvatici. Salvator Dalì esegue uno dei più bei dipinti su Antonio, ritraendolo nel deserto, mentre alza un crocifisso, per allontanare un branco di felini, simbolo dei demoni.

--------------------------------------- 
 

[1]  ATANASIO DI ALESSANDRIA, Vita di Antonio, 77,3, In I Classici della tradizione cristiana 10, Vite di Santi, Mondatori Printing S.p. A., Italy 2005, p. 172.

[2]  Ivi, 79,2, p. 176.









 


 

Fonte : scritti e appunti di Padre Felice Artuso (religioso Passionista) , e-mail: feliceartuso@katamail.com  .