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  RUBRICHE AUTORI :  Profezie sul Mistero Pasquale , di Padre Felice Artuso

 

PROFEZIE SUL MISTERO PASQUALE

di Padre Felice Artuso 

                           

 

 

Iniziamo un nuovo capitolo con una breve introduzione su alcuni aspetti degli annunci pasquali, eseguiti dai profeti, dai sapienziali e dagli apocalittici.
Dio è autonomo, intraprendente e imprevedibile nelle sue iniziative. Penetra d’improvviso nella vita di alcuni uomini, costituendoli suoi profeti. Adeguandosi alla loro psicologia e formazione culturale, rivela ad essi i suoi progetti salvifici e le sollecita di aderirvi con la propria collaborazione. Consapevoli dell’incarico ricevuto, i profeti si lasciano guidare docilmente da Dio. Accolgono i suoi messaggi e li trasmettono fedelmente ai destinatari. Adempiono la libera funzione di inviati, di portavoce e di interpreti di Dio. Talora scrivono i messaggi ricevuti o li dettano ad altri, per conservarne la memoria. Toccano sostanzialmente i problemi della vita e diventano una coscienza critica del popolo ebraico. Educano particolarmente la gente umile ad abbandonare le abitudini idolatre, a lottare contro le loro opinioni corrosive, a migliorare il costume di vita, ad osservare l’alleanza divina, a glorificare Dio con le opere di giustizia e ad attendere la realizzazione di ogni sua promessa. Proclamano con semplicità e umiltà il primato dell’amore fraterno sul sacrificio rituale, della grazia divina sul formalismo legale. Si rammaricano, se sono inascoltati, contrariati e perseguitati. Non mutano tuttavia parere, né scendono a trattative per ricevere i desiderati consensi. Annunciano la venuta del Messia, accentuandone la debolezza e la potenza, la sofferenza e la gloria. Attestano che egli toglierà ogni male, dispenserà beni temporali, rinnoverà la creazione e le conferirà un nuovo sviluppo.
I sapienziali, eredi della scuola profetica, elaborano un’etica religiosa e una teologia che hanno una dimensione universale. «… Sono come pungoli, come chiodi piantati» (Qo 12,11), che indicano la via che conduce alla maturità, al discernimento del bene sul male e alla permanente felicità. Aiutano i credenti ad abbandonare le stoltezze mondane, a sciogliere i loro dubbi di fede, ad accogliere la rivelazione di Dio, ad osservare fedelmente le sue norme, sancite nell'alleanza, a capire il senso della propria storia e ad attendere la retribuzione finale.
Gli apocalittici interpretano la storia del potere dispotico e influenzano gli scrittori del nuovo Testamento. Mediante un linguaggio tipicamente immaginario denunciano le immoralità della cultura politeista. Condannano la politica aggressiva e distruttiva dei governanti. Accendono la speranza di una prossima salvezza, annunciando l’arrivo di un Messia con caratteristiche trascendenti. Assicurano che egli sconfiggerà la potenza del male, inaugurerà il regno di Dio, giudicherà i popoli e sarà il centro di coesione di tutti quelli che gli furono fedeli.

 

 

LE SOFFERENZE DI GEREMIA.

Geremia nasce ad Anatot, villaggio a pochi chilometri da Gerusalemme. Vive in un periodo di vasta inquietudine religiosa, di formalismo morale, di antagonismo politico e di grande povertà. Gode tuttavia un tenore di vita economico migliore dei suoi coevi, perché appartine alla signorile famiglia del sommo sacerdote Abiatàr (1 Re 2,26). Giovane ventenne, si sente chiamato da Dio ad espletare un ufficio profetico (Ger 1,9) e lo svolge nell’arco di una quarantina d’anni, mentre al trono di Davide si succedono questi cinque re: Giosia (640-609), Joacaz (tre mesi), Joiakìm (609-598), Joiachìn (tre mesi) e Sedecia (597-586). Nonostante si reputi un incapace a compiere la missione affidatagli, ascolta i messaggi di Dio e li trasmette fedelmente (Ger 1,11-14). Rimprovera i governanti, i sacerdoti, i veggenti e il popolo di praticare l’idolatria, di trasgredire la Legge divina, di considerare il tempio come un amuleto che garantisce la fortuna, di ingannare gli ingenui con false promesse, di opprimere i più deboli, di commettere ingiustizie sociali e di trascurare la vocazione alla santità . Senza esitare annuncia rappresaglie, sventure, pianti e lutti, se non si sottometteranno alla volontà di Dio. Vieta loro di allacciare alleanze con gli stranieri, per impedire la devastazione e l’impoverimento del regno di Giuda. Prevede la vittoria dei babilonesi e la distruzione del territorio di Giuda, della città di Gerusalemme e del tempio (Ger 20,16; 26,18), ridotto ad «una spelonca di ladri» (Ger 7,11). Ripete il motto: “il terrore è tutt’intorno” e il ritornello: «ognuno abbandoni la condotta perversa, cerchi Dio e lo serva per tutta la vita» . Vorrebbe sposarsi, ma rinuncia al matrimonio, per essere un segno premonitore delle privazioni e delle sofferenze, che incombono sui trasgressori dell’alleanza (Ger 16,1-13). Paragona la prosperità dell'uomo fedele a Dio all'albero che affonda le sue radici lungo un corso d'acqua, mentre equipara la sterilità dell'infedele allo spinoso e rachitico tamarisco (Ger 17,5-8).
Trascorsi quindici anni dall'elezione profetica, confessa che Dio gli aveva detto: io ho pensato a te ancor prima del tuo concepimento; ti ho conosciuto, ti ho eletto tra molti, ti ho santificato, ti ho plasmato a mio piacimento e ti consacrato profeta delle nazioni (Ger 1,5). Tu dunque alzati, cingiti i fianchi, mettiti a camminare e preparati alla spossante lotta, perché i tuoi messaggi saranno taglienti ed esplosivi, determineranno derisioni, critiche, resistenze ed opposizioni. Ti affido il gravoso compito di abbattere e restaurare, di «sradicare e demolire, di edificare e piantare» la nazione (Ger 1,10). Non esimerti dall'incarico e non lasciarti invadere dal panico della tua giovane età, perché io sarò con te. Con la mia presenza ti fortificherò come una città, circondata da massicce mura. Tu allora prevarrai sicuramente sui tuoi oppositori (Ger 1,18-19).
I parenti, gli abitanti di Gerusalemme e di Giuda stimano Geremia, giovane riservato e zelante, mite e pacifico, sensibile e socievole. Lo consultano sovente, ma respingono i suoi insistenti inviti ad essere fedeli all’alleanza divina. Gli impediscono di profetizzare nel tempio, dove credono di godere la protezione di Dio a prescindere dall’osservanza alla sua alleanza (Ger 7,4-11), (Ger 36,5). Assumono anche un atteggiamento severo, ostile, insolente ed aggressivo verso Geremia (Ger 11,19.21; 19,18). Complottano persino di ucciderlo . Egli diventa un «oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese» (Ger 15,10). Vorrebbe chiudersi in se stesso, stare zitto, rinunciare di trasmettere i messaggi divini, per evitare nuove e laceranti contese: «Mi dicevo: non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!» (Ger 20,9). Dio vince tuttavia le sue titubanze, lo induce a parlare e a fidarsi di lui, vero difensore dei giusti: «Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”, ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,9).
Esterna il suo conflitto interiore con queste due impressionanti immagini: «Le mie viscere, le mie viscere! Sono straziato. Le pareti del mio cuore! Il cuore mi batte forte; non riesco a tacere, perché ho udito uno squillo di tromba, un fragore di guerra» (Ger 4,19). Si sente come un agnello mansueto, condotto al macello (Ger 11,18-20). Difende la sua attività profetica, che sviluppa la rivelazione divina, affermando di parlare con sincerità e trasparenza. Ricorda che altri profeti, desiderando il bene del popolo, avevano predetto l’arrivo della guerra, della fame, della peste e della morte, ma non erano stati ascoltati (Ger 28,8).
Geremia apprezza la riforma religiosa di Giosia, di cui è ispiratore. All’improvvisa morte del re segue un periodo di instabilità e di incertezza politica. Joacaz, figlio di Giosia, sale sul trono del padre, ma regna solo tre mesi. Gli succede il fratello Eliakin, chiamato Joiakìm dal faraone Necao (2 Re 23,30-35). Il nuovo monarca si comporta in modo dispotico e ambizioso. Autorizza l’introduzione del culto pagano nel palazzo regale e in tutta la nazione. Nabucodonosor, re di Babilonia, riesce a sottometterlo alla sua politica espansiva, che suscita intollerabili ingiustizie sociali. Trascorsi tre anni di vassallaggio, Joiakìm si ribella al potente Nabucodonosor (2 Re 24,1-7; 2 Cr 36,5-8).
Geremia consiglia Joiakìm di mandare a Nabucodonosor segni di subordinazione. Lo esorta di confidare nell’aiuto di Dio, di detestare i rapidi movimenti del malcostume, di togliere le ingiustizie sociali e di abrogare i sacrifici umani, il formalismo cultuale e le infedeltà all’alleanza divina, ma non ottiene consensi dal sovrano . In un acuto diverbio gli annuncia quindi la distruzione dello stato di Giuda e la morte in terra straniera (Ger 18,1-17; 22,10-12).
I capi del popolo reagiscono alle parole di Geremia. Si adirano contro di lui, bruciano i suoi scritti, lo arrestano, lo chiudono in un carcere e lo condannano a morte per aver predetto una immensa catastrofe. Geremia si difende affermando che il suo sangue innocente colpirà loro e la città di Gerusalemme (Ger 26,15). Rimane in prigione soltanto una notte, perché Achikàm, un potente della corte reale, spinto da un sentimento di compassione, va a liberarlo e gli vieta di parlare in pubblico, per impedire di irritare nuovamente i suoi oppositori . Il profeta non si arrende. Pronuncia un oracolo di distruzione sulla città e sul tempio, suscitando un forte sconcerto. Interviene Pascùr, figlio di Immèr, sacerdote e capo degli agenti del tempio. Ordina alle guardie di fustigare il profeta e di imprigionarlo, per indurlo a mutare opinioni. Il suo intervento fallisce, perché Geremia gli annuncia: «Tu, Pascùr, e tutti gli abitanti della tua casa andrete in schiavitù; andrai a Babilonia, là morirai e là sarai sepolto, tu e tutti i tuoi cari¼» (Ger 20,6). Uomo di comunione il profeta soffre molto per dover andare contro corrente. Esterna la sua angoscia con questa espressione: «Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: Violenza! Oppressione! Così la parola del Signore è divenuta per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno» (Ger 20,8).
Deportato in Babilonia, Joiakìm è graziato e ritorna in patria, dove muore assassinato a soli 36 anni. Gli succede il figlio Joiachìn, che governa, solo tre mesi, perché Nabucodonosor assedia Gerusalemme, gli toglie il potere, lo trasferisce a Babilonia, lo incarcera e vi rimane trentasette anni. Ottenuta la libertà, riceve la proibizione di ritornare in patria e scompare dalla storia politica (2 Re 24,8-16; 25,27-30). Geremia parla di lui, chiamandolo Conia (Ger 22,24) e Ieconia (Ger 24,1). Per indurlo a conversione, gli comunica che non avrebbe avuto discendenti. Pertanto la sua famiglia si sarebbe estinta (Ger 22,30).
Sedecia, eletto re di Giuda da Nabucodonosor, prosegue la politica dei suoi predecessori. Si oppone ai babilonesi (2 Re 24,17-20). Geremia disapprova la sua politica. Insiste sulla resa incondizionata alle truppe nemiche, che assediano la città da diversi mesi e definisce Nabucodonosor, servo di Dio (Ger 27,6). Predice a Sedecia la distruzione del palazzo regale e del tempio, se non sarà ascoltato (Ger 22,6; 34,1-6). Il re reagisce all’annuncio del profeta, accusandolo d’essere un antipatriota e un disertore. Lo condanna a languire in una cisterna fangosa, dove è percosso dai carcerieri (Ger 28 e 38). Dopo alcuni giorni si pente d’avergli inflitto un severo castigo. In segreto scende nella cisterna e lo consulta, per comprendere la ragionevolezza delle sue affermazioni. Potrebbe concedergli la libertà, ma, condizionato dall’opinione pubblica, preferisce lasciarlo nello stato di detenzione. Stabilisce quindi che i suoi dignitari lo trasferiscano in una prigione più salubre e gli assicurino i viveri giornalieri .
Nella prigionia Geremia è informato sugli avvenimenti esterni ed sollecita il popolo di deporre le armi. Gli inflessibili ufficiali di Sedecia si schierano contro il profeta e propongono al re di ucciderlo. Autorizzati dal sovrano, essi afferrano il profeta e lo calano nuovamente nella cisterna melmosa del principe Malchia. Un etiope, Ebed - Mèlech, al servizio del re, si oppone alla loro spietatezza e difende Geremia. Corre dal sovrano e ottiene da lui il permesso di estrarlo dalla fossa (Ger 38,1-13). Sedecia interroga ancora il profeta, che ha ritrovato la libertà. Riceve da lui l’annuncio della morte, se non si consegnerà ai babilonesi (Ger 38,17-18). Il re respinge la previsione di Geremia e lo lascia nella detenzione: «Geremia rimase nell’atrio della prigione fino al giorno in cui fu presa Gerusalemme» (Ger 38,28). Qui il profeta tenta di lenire il disastro nazionale e favorisce la ripresa spirituale del popolo. Inascoltato, si abbandona a Dio e lo implora di usare misericordia alla gente corrotta e sventurata . In una sua intercessione gli confida: «Ricordati quando mi presentavo a te, per parlare in loro favore, per stornare da loro la tua ira» (Ger 18,20).
Affranto dal sentore del fallimento profetico, maledice perfino il giorno in cui è nato (Ger 15,10-15). Vorrebbe vendicare le umiliazioni e le violenze subite, ma sceglie di pazientare e ripete i lamenti precedenti: «Le mie viscere si commuovono per lui (Israele), provo per lui profonda tenerezza» (Ger 31,20); «Mi si spezza il cuore nel petto, tremano tutte le mie membra, sono come un ubriaco e come chi è inebetito dal vino, a causa del Signore e a causa delle sue sante parole» (Ger 23,9); «Quando le tue parole, (o Dio), mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore. Perché il mio dolore è senza fine?» (Ger 15,16.18). Chiede quindi a Dio di convertirlo al suo amore misericordioso e di liberarlo da ogni afflizione: «Guariscimi, Signore, e io sarò guarito; salvami ed io sarò salvato» (Ger 17,14-18). Dio risponde alla supplica di Geremia, infondendogli serenità e speranza (Ger 15,19-21). Il profeta dichiara pertanto fortunato l’uomo, che obbedisce alla voce di Dio e si rifugia in lui: «Benedetto l’uomo che confida nel Signore ed il Signore è la sua fiducia» (Ger 17,7).
Occupata Gerusalemme, le truppe straniere s’impossessano dei tesori, distruggono il tempio, fanno scomparire l’Arca dell’alleanza e catturano Sedecia, che aveva tentato di fuggire. Uccisi i suoi figli davanti a lui, lo accecano e lo deportano in Babilonia assieme alle persone abili ad un qualificato lavoro (Ger 29,1-3; 2 Re 25,1-7). Liberano invece Geremia, che sceglie di restare in patria per sostenere i più poveri. I ribelli al governatore Godolia, giudeo filobabilonese, quando fuggono in Egitto, costringono il profeta a seguirli. Nell’esilio, che aveva cercato di evitare, Geremia resta solidale con il suo popolo sofferente e continua la sua missione profetica. Come aveva invitato i deportati a Babilonia a non ribellarsi ai loro oppressori, così ora esorta i fratelli della diaspora egiziana a perseverare nella fede in Dio (Ger 44,7-14). Muore probabilmente in Egitto (Ger 43,8-13), lapidato dai suoi stessi connazionali secondo una tardiva tradizione ebraica.
I giudei della seconda deportazione babilonese leggono le profezie di Geremia. Costatano che le sue predizioni sulla distruzione di Gerusalemme e sul loro esilio si sono avverate. Iniziano perciò a stimare il profeta, reputandolo un esemplare maestro, un fedele testimone e un potente intercessore. I giudei del periodo dei Maccabei lo rivalutano completamente. Riconoscono che egli è il martire della sofferenza di Dio, il maggiore ispiratore dei cantici del Servo di Jahvé e il più vicino ai tribolati di ogni tempo. Si recano quindi a Tafnis, dove pregano sulla sua tomba, si affidano alla sua intercessione e prevedono che il Messia rassomiglierà a lui .

 

 

LA PROFEZIA MESSIANICA DI GEREMIA.

L’alleanza bilaterale, sancita nel Sinai, è un dono, che Dio concede agli ebrei per unirli a sé e costituirli il suo popolo santo. Geremia si rammarica profondamente, quando constata che essi sottovalutano gli impegni stabiliti con l’alleanza. Per impedire che conoscano drammatici eventi, rimprovera più volte la loro defezione e li esorta ad osservare la volontà di Dio. Compie anche degli atti simbolici per indurli ad attenersi alle clausole dell’alleanza: spezza una brocca nuova (Ger 19,1-13); si cinge i fianchi con una cintura marcita (Ger 13,1-11); compra un capo, pegno di una sicura prosperità (Ger 32,8-9) ed offre del vino a chi non ne può bere (Ger 35,1-10).
Moltiplica inoltre gli appelli alla conversione e nel nome di Dio annuncia che la salvezza scaturirà da un discendente della dinastia davidica: «Ecco, verranno giorni - dice il Signore- nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele starà sicuro nella sua dimora; questo sarà il nome con cui lo chiameranno: (Jahvé sidqenu) Signore - nostra - giustizia» (Ger 23,5-6).
In un altro oracolo aggiunge che Dio misericordioso perfezionerà l’alleanza del Sinai, incidendola non più su fredde e corruttibili tavole di pietra, ma nell’intimo d’ogni cuore. Eliminerà allora in modo indelebile e definitivo le defezioni del passato, connesse all’ideologia nazionalistica dei monarchi. Dio sarà quindi sempre con il suo popolo, per ammaestrarlo, proteggerlo, santificarlo e renderlo capace di osservare l’alleanza: «Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda io concluderò una nuova alleanza. Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (Ger 31,31.33). Israele ricreato da Dio non smarrirà più la coscienza della sua identità di popolo eletto. Capirà che Dio è un padre, pronto al perdono e disposto ad allacciare rapporti d'amore con tutti i suoi figli (Ger 31,34). S'impegnerà dunque ad essergli fedele, lo servirà con gioia e godrà la sua rassicurante protezione (Ger 32,40).
Influenzato dall’annuncio di Geremia, un redattore del libro del Deuteronomio precisa che Dio ferirà interiormente Israele, per indurlo al amarlo e a vivere in perfetta comunione con lui: «Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima e viva» (Dt 30,6).
Il profeta Ezechiele si spinge oltre l’annuncio di Geremia: afferma che Dio, stipulando una nuova alleanza, purificherà il suo popolo da ogni male (Es 36,25). Gli toglierà il cuore vecchio, indurito, chiuso ed accartocciato. Porrà al suo posto uno spirito vitale, che rinnova le realtà, decadenti e morte. Compirà nel popolo una trasformazione interiore, che lo renderà capace di adorarlo, di osservare le norme dell’alleanza, di riconoscere i propri errori e di vivere nel pieno amore: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io vi diedi e vi farò vivere secondo ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36,26-28). Il secondo Isaia chiarisce che la nuova alleanza avrà un carattere universale ed abbraccerà tutti i popoli (Is 55,3-5).
Riflettendo sul contenuto di queste profezie, il popolo d’Israele attende che Dio riprenda con lui nuove relazioni e rinnovi l’alleanza nella quale «il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà» (Is 11,6).
Geremia, profeta docile, affabile, sofferente, condannato più volte a morte e rivalutato, prepara l’éra messianica. In senso largo prefigura i martiri inascoltati, rifiutati e perseguitati da coloro che seguono gli ideali puramente umani e trascurano la Legge di Dio. Rappresenta tutte le persone che soffrono e gemono per la loro fedeltà a Dio. Incoraggia ogni credente a non abbattersi nelle difficoltà e a confidare in Dio, che ama le sue creature.
Geremia annuncia particolarmente Gesù Cristo, che nell’obbedienza al Padre celeste s'immerge nei drammi della gente, condanna le fissazioni mentali dei caparbi, guarisce gli ammalati ed esorta i singoli ad osservare l'alleanza divina (Mt 5,17-19). Come questo grande profeta Gesù non riscuote larghe intese, Anzi più di lui è avversato dai parenti, dai compaesani, dal popolo come anche dalle autorità civili e religiose. Durante la sua vita pubblica patisce quindi l’opposizione, l’insidia, la calunnia, la persecuzione e la solitudine. Non recede tuttavia dalla sua missione di testimone e di rivelatore della volontà di Dio. Connette le sofferenze personali e quelle dei suoi discepoli alla sorte toccata ai profeti, che lo hanno preceduto . Annuncia che il tempio, divenuto un covo di ladroni (Mt 21,13), sarà demolito e abbandonato da Dio «Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta!» (Mt 23,38). Piange sull’amata Gerusalemme (Mt 23,37), ne predice la distruzione e l’uccisione di una parte cospicua di coloro che la abitano (Lc 19,39-44). Si rattrista, constatando che pochissimi credono al suo messaggio d’amore e lo interiorizzano. Mite e umile, prevede che molti si ribelleranno apertamente a lui nell’ora della sua passione e morte. Prima di consegnarsi nelle mani dei nemici, istituisce l’Eucaristia, il memoriale della nuova ed eterna alleanza (Lc 22,30). Condotto sul Calvario come un agnello mansueto, giusto tra gli ingiusti, parla pochissimo, subisce l’obbrobrio della croce, versa tutto il sangue e muore nel totale isolamento. Nella risurrezione inaugura la nuova alleanza ed effonde la pienezza dello Santo Spirito, che trasforma i cuori dei credenti e scolpisce in essi la legge dell'amore .
Alcuni Padri della Chiesa riconoscono che Geremia prefigura le sofferenze d’ogni persona ed è l’iniziatore di una nuova spiritualità, che si sviluppa nei secoli, si estende ovunque e alimenta speranza in ognuno. Trovano in questo profeta delle pertinenti analogie con Gesù, perseguitato e massacrato. Origene, esegeta tra i più rappresentativi dei Padri alessandrini, osserva nel commento del libro di Geremia: qui «io vedo Gesù che consegna il suo dorso ai flagelli. Tanti schiaffeggiano e flagellano lui che tace e non parla» .
Il lezionario romano presenta diversi brani, riguardanti la vita e l’annuncio di Geremia. I liturgisti li hanno inseriti specialmente nel periodo quaresimale, perché il loro contenuto ci introduce ad un maggiore approfondimento delle sofferenze di Gesù e c'incoraggiano a perseverare nella lotta contro qualsiasi infedeltà. Gli artisti evocano qualche episodio dell’attività di Geremia. Qualcuno raffigura il profeta angosciato, soffrente e piangente. Qualche altro lo rappresenta, nel simbolo dell’agnello, destinato al sacrificio del tempio.

 

 

IL NUOVO PASTORE ED IL TAU DI EZECHIELE.

Il nuovo pastore (Ez 34,23-31)
Ezechiele nasce, cresce e dimora nel territorio della Giudea. Nella periodo della formazione intensiva riceve un’educazione adatta ad espletare la funzione di sacerdote, profeta, teologo, predicatore e scrittore. Assieme al re Joiakín e gli alti dignitari dello Stato di Giuda conosce il dramma della prima deportazione in Babilonia (2 Re 24,10-17). Condotto lontano dalla patria, si stabilisce su una sponda del canale Chebàr, dove parla sia ai corrieri ebrei che lo informano sugli eventi patriottici, sia agli esiliati, che desiderano dialogare con lui (Ez 3,24; 8,1). Per convertirli all’amore di Dio, comunica a loro le sue mistiche visioni e previsioni . Si distingue palesemente dai sacerdoti e dai maghi politeisti, che conservavano il segreto delle loro astuzie, per ottenere dal popolo dei profitti personali. Profeta molto concreto come Geremia, rimprovera i connazionali di aver perduto la coscienza dell’elezione divina, di essere una genia di ribelli, di aver indurito il cuore, di non aver ascoltato le sue parole, di aver praticato l’idolatria perfino nel tempio di Gerusalemme e di non attribuirsi le colpe dello squilibrio sociale (Ez 5,11; 23,38). Li avverte che Dio li ha scelti e amati più degli altri popoli. Assicura a loro che Dio stesso li ha condotti in esilio, per purificarli dalle incoerenze e infedeltà . Si rattrista delle loro defezioni più che dell’improvvisa morte della sua giovane moglie (Ez 24,15-24). Resta dei mesi senza parlare, per sollecitarli ad abbandonare le loro durezze (Ez 3,26-27).
Annuncia che Dio ha compassione di loro. Per condurli alla fedeltà, abolirà la fallimentare e catastrofica dinastia dei monarchi dividici e lui stesso assumerà il potere che aveva affidato ai suoi rappresentanti sulla terra (Ez 11,17-21). Sarà il nuovo Davide, che sorveglia, guida e protegge la gente, abbandonata dai suoi governanti.. Osserverà tutta la Legge dall'alef al tau, dalla prima all'ultima lettera. Si occuperà direttamente d’ogni persona come il buon pastore, che condivide la vita del gregge. Si mostrerà un premuroso principe, che serve i deboli, i malati, gli abbandonati e gli sbandati. Si preoccuperà di curarli, di nutrirli, di unificarli e di toglierli dalle loro indigenze (Ez 34,11-16; 48,1-28). Abbandonato provvisoriamente il tempio di Gerusalemme, si è trasferito a Babilonia, per stare accanto agli esiliati (Ez 3,22-23). Arriverà tuttavia il tempo in cui li condurrà in patria, restaurerà l’alleanza e sarà per loro un nuovo tempio (Ez 34,23-30; 47,1-12). Allora essi lo conosceranno meglio, lo serviranno con più amore e saranno felici di servirlo (Ez 36,24ss).
Ezechiele, fedele testimone della gloria e della misericordia di Dio, esercita l’attività profetica per circa ventidue anni. Secondo una tradizione giudaica, raccolta nel Martirologio Romano, i deportati ribelli, lo avrebbero respinto ed ucciso.
Gesù si qualifica il bel pastore, che attua le visioni di Ezechiele. Infatti, denuncia le ingiustizie dei potenti, condivide le sofferenze delle persone, soccorre i malati nel corpo e nello spirito, dà a tutti un insegnamento, che rivoluziona il comportamento umano, cammina inoltre davanti al gruppo dei discepoli per tenerlo compatto e guidarlo sulla retta via. Nel momento prestabilito si sacrifica sulla croce, rinnova l’alleanza ed entra nell’oscurità della morte. Tra tutti i defunti è il primo a risorgere, ad accedere ad una vita gloriosa e a conferire un senso di compimento alla profezia delle ossa aride (Ez 37,1ss). Libera pertanto l’umanità dal timore della morte e le promette di unirla alla sua vita divina (Gv 10,11-16). Oggi la Chiesa insiste sull’urgente necessità di imitare Cristo buon pastore, per formare la coscienza degli uomini, sconfiggere le varie forme di schiavitù, distogliere ognuno dall’adorazione del consumo e difendere i diritti di qualsiasi persona.
Il tau (Ez 9,1-7)
I greci scrivevano il tau, tracciando un T maiuscolo. I militari romani mettevano nelle loro liste una T per segnalare che un soldato era vivo. Il popolo d’Israele poneva un sigillo di metallo o di pietra sulle proprie cose. Usava marchiare gli oggetti o le persone con un tau, l’ultima lettera dell’alfabeto, che nell’antica grafia ebraica aveva la forma di una + o di una Ҳ .
In una visione presso il canale Chebàr Ezechiele ha l’impressione di trovarsi a Gerusalemme, dove scorge sei messaggeri celesti, che accedono nel tempio e si fermano presso il piccolo altare di bronzo, consacrato dal re Salomone (1 Re 8,64). Osserva che un settimo angelo li precede, vestito di lino, l’abito sacerdotale, tipico del servizio liturgico, ed ha la borsa dello scriba, che gli pende ad un fianco. Ode che Dio gli ordina: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono» (Ez 9,4). Ode anche che Dio comanda agli altri angeli di sterminare tutti gli uomini che non sono stati segnati con il tau, perché nel sacro tempio adorano le immagini delle divinità dei loro vincitori e ne propagano il culto. Ezechiele contempla quindi il terribile sterminio degli angeli. Attonito più che mai, trepida, piange e grida il suo dolore. Comunica infine ai suoi uditori la sua spaventosa visione, perché essi abbandonino le idolatrie, si convertano a Dio e sperimentino la gioia di appartenergli. Il profeta Aggeo aggiunge che Dio imporrà un personale sigillo a Zorobabele, governatore della Giudea e figura del futuro Messia (Ag 2,23).
Gesù afferma di portare impresso il sigillo del Padre (Gv 6,27) ed invita i suoi discepoli a seguirlo, portando il segno della croce, che li associa alle sue sofferenze e li pone sotto la protezione di Dio: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Gli apostoli collegano il tau alla croce di Gesù e pare che lo traccino sulla fronte dei neofiti, per ricordare loro che Dio li configura a Cristo crocifisso, li costituisce suo possesso e li prepara ad entrare nella beatitudine celeste . L’apostolo Paolo allude forse a tale gesto liturgico, scrivendo che Dio: «ci conferma, insieme a voi in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Cor 1,21); ed ancora: «Voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore» (1 Cor 9,2). L’autore dell’Apocalisse descrive un angelo, che nel giudizio finale imprime sui santi il tau, il sigillo dell'appartenenza a Dio, della figliolanza divina e dello stato di perenne salvezza. Segnati sulla fronte con il nome di Dio (Jahvé) e dell’Agnello, godono la cittadinanza celeste e lo sterminatore non può infierire su di loro .
Il giudaismo tardivo inventa un racconto parabolico, dove il tau non appare più un segno di protezione divina ma di sofferenza e di morte. Infatti, le 22 lettere ebraiche personificate si dispongono in cerchio davanti a Dio ed entrano in dialogo con lui. Parla per primo il tau, il quale chiede a Dio di aiutarlo a realizzare un suo ambizioso desiderio e riceve da lui la promessa che sarà un segno di morte: «Signore del mondo! Ti prego, crea il mondo per mezzo di me, perché sarà per mezzo di me che tu darai la Torah ad Israele, come è scritto: Mosé ci ha dato la Torah. Ma il Santo, Benedetto egli sia, rispose di no. E la (lettera) Tau, perché no? E Dio: perché un giorno ti sceglierò come segno di morte sulla fronte degli uomini» .
I Padri della Chiesa connettono il tau al sigillo della croce, che libera dalle potenze maligne . Lo associano alla forza salvifica del sangue dell’agnello, spruzzato dagli ebrei sugli stipiti delle loro porte (Es 12,21-23). In un'omelia sull’evangelista Marco san Girolamo pertanto commenta: «Chiunque abbia sulla fronte il vessillo della croce (il tau), non potrà essere colpito dal diavolo. Questo segno non può essere cancellato da niente, eccetto che dal peccato» . San Cirillo di Gerusalemme in una catechesi battesimale attesta che questo marchio: «è il terrore dei demoni, poiché sulla croce egli (Cristo) trionfò su di loro e con sicurezza lo mostrò a tutti. Quando vedono la croce, essi si ricordano del Crocifisso e temono colui che schiacciò il capo al drago» . San Gregorio Magno esorta il popolo a segnare le porte delle case con il tau, perché non vi entri lo spirito sterminatore. Accogliendo l’insegnamento dei Padri, i cristiani tracciano un tau sui sarcofagi della catacombe, sui frontoni delle chiese e sugli stipiti delle abitazioni. Imprimono il tau anche sui vestiti personali, sugli utensili casalinghi, sugli oggetti preziosi, sui sigilli e sugli stemmi familiari o associativi.
Nel XI secolo san Jacopo d’Altopasco, dedito al servizio dei malati e dei pellegrini, fonda a Lucca un Ordine i cui monaci indossano una divisa scura con un mantello, segnato da una croce bianca. La gente li chiama quindi i Cavalieri del tau. Nel medesimo periodo sant’Antonio Eremita fonda un Ordine con caratteristiche simili ai Cavalieri menzionati. I monaci portano una divisa che ha l’emblema del tau e si dedicano alla cura degli appestati come pure all’accoglienza dei pellegrini. Nel XII secolo un monaco benedettino scrive un libro in cui invita il lettore a farsi penitente ed a portare il tau, quale segno di conversione e di rassomiglianza al Signore.
Il pontefice, Innocenzo III, apre il concilio ecumenico Lateranese IV nel mese di novembre 1215. Nella seconda parte del discorso inaugurale egli commenta il testo profetico di Ezechiele, da cui ricava l’esortazione a portare il tau, per sconfiggere le defezioni umane, promuovere la misericordia e rinnovare il volto della Chiesa. Cultore della liturgia, collega il tau al canone della preghiera eucaristia, che inizia con le parole “Te igitur, clementissime Pater…”. (Te dunque, Padre clementissimo…).
Francesco d'Assisi aveva probabilmente appresa la devozione al tau e l'amore per i lebbrosi nei contatti con i monaci di Sant’Antonio Eremita. Colpito dalle parole di Innocenzo III, sceglie una forma di vita molto penitente e predica la conversione al Signore. Traccia poi il tau sulla propria fronte e su quella di coloro che desiderano uniformarsi a Cristo. Il 14 settembre 1224 riceve l’impressione delle stimmate e sulla sua fronte appare la lettera T con diversi colori. Segnato esternamente dalle sofferenze di Gesù, intensifica la venerazione del tau e san Bonaventura attesta che esortava i fratelli a coltivare un profondo affetto verso questo simbolo: «Il santo nutriva una profonda venerazione ed affetto verso questo segno, ne parlava spesso per raccomandarlo e lo usava per sottoscrivere di proprio pugno le lettere che inviava, come se tutta la sua cura fosse, secondo le parole del Profeta, di tacciare il Tau sulla fronte degli uomini, sinceramente convertiti a Gesù Cristo, che gemono e che soffrono» .
Frate Leone, eletto nuovo superiore generale, prega Francesco di lasciargli un ricordo. Francesco acconsente alla sua domanda: scrive su un foglio di carta questa preghiera di lode, ricavata dalla Scrittura: «Il Signore ti benedica e ti custodisca. Ti mostri la sua faccia ed abbia di te misericordia. Rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace» (Nm 6,24-26). Marca le parole: “Dio ti benedica,” e disegna la testa di fra’ Leone. Appone infine la sua firma, tracciando accanto alla preghiera e al disegno un grossolano tau. Restituisce quindi lo scritto al superiore, che lo porta sempre al collo come un’inestimabile reliquia . Il tau diventa un venerato distintivo delle famiglie francescane, di qualche associazione religiosa e di tanti devoti della passione del Signore.

 

 

I CANTI DEL SERVO SOFFERENTE.

I quattro poemi del libro di Isaia hanno avuto una lunga storia di riflessione e un’accurata elaborazione letteraria. Costituivano un’unica composizione, ma gli autori successivi l‘avrebbero frazionata in quattro parti e vi avrebbero conferito una stesura definitiva. Presentano lo stile letterario della lamentela, molto frequente nei salmi, nel libro di Giobbe e nelle confessioni del profeta Geremia. Evocano le vicende di schiavitù e di liberazione, d’umiliazione e di trionfo, sperimentate dalla collettività e da un singolo individuo, che possiede le qualità di un patriarca, di un profeta, di un sapiente e di un re. Raccontano che il Servo anonimo riceve da Dio una missione onorifica, tuttavia nell’eseguirla sperimenta una grande emarginazione e sofferenza. Attestano che il Servo è una persona dotata, efficiente, gloriosa e superiore ad ogni altro umano. Suppongono che sia ben conosciuto dal popolo ma non è mai stato identificato dagli esegeti ebrei e cristiani. I traduttori dall’ebraico al greco, denominati i LXX, danno a questo personaggio enigmatico un’interpretazione collettiva, perché nella loro traduzione inseriscono il nome di Giacobbe o di Israele. Agli inizi del Nuovo Testamento i giudei identificano il Servo con il Messia promesso. Assegnano al Servo un solo ruolo onorifico, mentre escludono la dimensione umiliante e dolorosa.
Durante la vita pubblica Gesù non si definisce mai il Servo di Dio. Tuttavia attesta esplicitamente che è venuto per servire e redimere l’umanità dalle sue molteplici afflizioni. Basa la sua attività, ispirandosi sui poemi enigmatici del Servo sofferente. Nei momenti più difficili annuncia ai discepoli che passerà dal rifiuto alla gloria, dall’umiliazione al trionfo, dal disprezzo alla riabilitazione. Nell'istituzione eucaristica s’identifica con il Servo di Dio e con le sofferenze del popolo d'Israele . Nell'immolazione della croce imprime tacitamente ai cantici la sua definitiva interpretazione.
Gli apostoli, riconoscono che Gesù è il Messia, che giustifica e redime gli uomini mediante le sofferenze della croce. Scorgono nei carmi del Servo di Dio, l'annuncio del rifiuto, della persecuzione, della sofferenza e del trionfo di Gesù, nonché di tutte le persone impegnate nella giustizia e nella testimonianza apostolica .
I Padri della Chiesa scorgono in questi poemi la previsione delle ripulse e dei dolori salvifici di Gesù. Inseriscono parti di queste espressioni poetiche nella liturgia quaresimale, perché le ritengono adatte ad illustrare il percorso pasquale, attuato da Gesù. Ci concentriamo ora nei dettagli di ogni cantico.

Il primo canto abbozza la missione profetica del Servo (Is 42,1-9)
Il testo contiene due oracoli. Nel primo oracolo Dio si attiene alla prassi dei re, che sogliono presentare ai loro cortigiani il nuovo governatore. Egli convoca una assemblea di regnanti di ogni nazione. Presenta a loro il Servo, che ha eletto a collaborare all’attuazione del suo disegno salvifico. Mantiene con lui una relazione d’affetto, di tenerezza, di sostegno e di compiacimento, visibile ordinariamente tra il padre e il figlio (Is 42,1-4). Infonde su di lui il suo Spirito d'amore, che lo consacra profeta e lo abilita a compiere una missione regale, spirituale e universale. Lo manda quindi alle nazioni più lontane per stabilirvi l'alleanza, la giustizia, il culto, la libertà ed il diritto alla vita. Lo invia ad insegnare la verità, la misericordia e la speranza. Gli affida il compito di educare alla fede i popoli, divenuti ciechi, sordi, perfidi e miseri . Promette ai sovrani che egli espleterà bene il suo mandato. Si differenzierà dai dominatori di questo mondo. Assumerà un atteggiamento discreto e fermo, mite e determinato, umile e coraggioso. Non ricorrerà ad atteggiamenti propagandistici, clamorosi e impressionanti. Rinuncerà ai mezzi frastornanti, offensivi e violenti. Rispetterà la vita e la dignità d’ogni persona. Onorerà i deboli e gli indifesi. Educherà benissimo gli uomini. Non si abbatterà di fronte alle difficoltà, né vendicherà i torti subiti. Agirà con saggezza e delicatezza come fece Mosè nel periodo dell’esodo. Eseguirà a perfezione la missione mediatrice, nella quale rivelerà la sapienza, la potenza e l’amore del suo mandante. Trasmetterà a tutti quei valori su cui si fonda la vera umanità.
Nel secondo oracolo Dio si rivolge direttamente al suo Servo. Gli ricorda che lo ha inviato, additandogli questi incarichi: portare la luce ai pagani, guarire i malati, liberare i deportati dall’oppressione straniera e stabilire un'alleanza tra Israele e le nazioni del mondo. Gli assicura d’avergli assegnato un compito, che ha una dimensione sociale, politica e spirituale: «Ti ho chiamato perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,6-7). Gli garantisce che lo assisterà, perché possa adempiere con successo la missione rinnovatrice e redentrice (Is 42,8-9).
Gesù Cristo, l’eletto alla sofferenza e al trionfo, adempie i due oracoli. Conserva un rapporto di tenerezza unica e filiale con Dio Padre, che nel giorno del battesimo gli assegna l’investitura messianica, dicendogli: «Tu sei il Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). Riconosce che lo Spirito Santo si è posato su lui e lo ha confermato Messia. Condivide i sentimenti, le sofferenze, le speranze e le debolezze della gente. Affronta le difficoltà e gli ostacoli senza lasciarsi prendere dal panico. Agli ebrei e ai gentili che incontra annuncia il Vangelo di grazia. Si definisce luce del mondo, promuove la giustizia, difende i diritti divini, libera gli oppressi, guarisce gli infermi, dà la vista ai ciechi e rinnova l’alleanza, morendo sulla croce nell’apparente abbandono di Dio . Chi accetta Gesù Cristo e lo accoglie confessa che egli è la «salvezza, preparata davanti a tutti i popoli, luce che illumina le genti e gloria» d’Israele (Lc 2,30-32). La Chiesa affronta innumerevoli sofferenze, per proseguirne la missione onorifica e regale. Esponendosi a fatiche ed imprevisti, evangelizza i popoli, li redime dalle loro schiavitù, li introduce nell'alleanza divina e accompagna il loro cammino interiore mediante le celebrazioni liturgiche.

 

Secondo canto: il Servo inizia la sua missione profetica (Is 49,1-7)
Per alcuni esegeti questo poema termina al settimo versetto, mentre per altri si prolunga fino al tredicesimo. Noi seguiamo il tratto più corto del canto. Qui il Servo di Dio, che s'identifica con tutti i profeti d'Israele, si presenta ad un vasto uditorio e lo esorta a prestare attenzione alla sua comunicazione. Attesta che Dio lo ha chiamato per nome fin dal grembo materno, gli ha affidato una missione profetica permanente e lo ha inviato ai giudei deportati. Assicura che gli ha chiesto di ricostituire le loro tribù, di ricondurre in patria gli esiliati e di farli uscire dalle loro angustie. Asserisce che ha impresso alla sua parola una forza penetrante simile ad una spada tagliente e ad una freccia, che colpisce il bersaglio. Dichiara di esser entrato in crisi nell’eseguire il suo mandato, perché nessuno lo ha ascoltato. Egli ha impiegato tutte le sue qualità spirituali e fisiche. Ha indicato agli uomini dl via percorribile per arrivare alla propria realizzazione. Non ha tuttavia ottenuto consensi, anzi è stato oggetto di un irragionevole disprezzo. Stanco, deluso e mortificato, ha la sensazione di aver fallito nella sua ardua missione. Eleva quindi a Dio questo lamento: «Invano mi sono affaticato; per nulla e inutilmente ho consumato le mie forze» (Is 49,4).
Dio ascolta il gemito del suo inviato e gli risponde di non sgomentarsi per l’apparente insuccesso. Egli lo ha tratto dal nulla fin dal seno materno. Lo ha plasmato per realizzare il suo progetto di salvezza. Lo ha assistito come ha fatto con altri profeti (Ger 1,5), conferendogli una nuova dignità (Sal 8,4-6). Lo esorta pertanto a perseverare nella missione ricevuta e a non lasciarsi bloccare dallo scandalo della sofferenza. Gli promette inoltre che gli affiderà una missione più ampia e più gloriosa di quella precedente. Lo invierà in tutte le nazioni della terra, perché con il suo illuminante annuncio le liberi dagli effetti disgreganti del male, le conduca al prestigio dell’unità e le renda molto prosperose: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6). Mediante la testimonianza del Servo i sovrani di questo mondo conosceranno che Dio è il “go'el”, il vero redentore d'Israele e il suo Santo. Si prostreranno allora davanti a lui e lo onoreranno, organizzando atti di culto.
Gesù adempie il contenuto spirituale di questo cantico. Inviato da Dio nel mondo, svolge in Israele una missione salvifica universale. Combatte sino all'ultimo respiro gli errori e le defezioni umane. Indica a tutti quelli che incontra la via che conduce alla sorgente della vita. Non ottenendo un immediato consenso, sperimenta il rifiuto, la solitudine, il disprezzo e la morte. La sua Parola, trasmessa dalla Chiesa a tutte le nazioni della terra, salva coloro che l’accolgono, mentre condanna quelli che la respingono .

Terzo canto: il Servo è maltrattato (Is 50,4-11)
Il poema rispecchia la forma letteraria dei salmi di fiducia. Costituisce il traguardo della storia di fedeltà tra Dio e il popolo d’Israele. Echeggia le sofferenze conosciute dal profeta Geremia, mentre svolgeva la sua missione (Ger 1,4-10). L’inviato di Dio racconta ad un supposto interlocutore la sua esperienza profetica. Attesta che Dio gli ha aperto ogni mattina le orecchie, lo ha istruito, lo ha introdotto nella conoscenza del suo progetto salvifico, lo ha dotato di un linguaggio scorrevole e lo ha mandato ad Israele, popolo isolato e smarrito. Egli non ha posto impedimenti all’azione di Dio. Si è lasciato istruire e modellare ininterrottamente dalla sua Parola. Ha assunto l’atteggiamento dello scolaro che ascolta e trasmette l’insegnamento del suo maestro. I destinatari dei suoi messaggi si sono tuttavia ribellati a lui. Hanno assunto un atteggiamento altamente aggressivo. Lo hanno flagellato alla schiena, come si usa con i pazzi e con i condannati a morte. Gli hanno sputato in faccia come se fosse un buffone, meritevole del massimo disprezzo . Lo hanno talmente maltrattato da togliendogli la dignità e la reputazione. Egli non si è ribellato alle loro brutali violenze. Non ha inveito contro di loro, né si è disperato. Si chiuso bensì in un prolungato silenzio, ha dominato le ingiuriose vessazioni e ha indurito la faccia come una pietra. Ha patito, pregato ed espiato il peccato dei fratelli che lo rifiutavano. Ha confidato in Dio, difesa e salvezza degli umili.
Terminati i maltrattamenti, convoca i suoi avversari ed esige che gli spieghino la ragione della loro aggressione. Non potendosi giustificare, essi tacciono. A questo punto Dio, giudice della storia umana, interviene: dichiara che il suo Servo ha sofferto per riparare l’iniquità umana e lo riabilita, facendolo passare dall'umiliazione all'onore, dall'abbassamento alla gloria. Infligge invece agli aggressori un severo castigo.
Molti giusti perseguitati esperimentano le sofferenze del Servo di Dio. Gesù patisce più di qualsiasi giusto, Con autorità, fedeltà e sapienza divina comunica agli uomini tutto quello che da sempre ascolta presso il Padre: «Ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui» (Gv 8,26). Dirigendosi per l’ultima volta a Gerusalemme, presagisce di dovervi soffrire molto ed indurisce la sua faccia (Lc 9,51). Nel giorno della passione si mette nelle mani degli aguzzini, che lo ingiuriano, lo percuotono, lo torturano e lo disonorano (Mt 26,67; 27,30). Negli spasimi della morte non inveisce contro di loro, ma si affida a Dio, che lo assiste e nel giorno della risurrezione lo esalta, avvalorando il suo insuperabile sacrificio Gv 16,8-11).
La Chiesa, che imita Gesù, ascolta sempre la Parola di Dio. Ogni giorno si lascia istruire da lui e trasmette fedelmente agli uomini quanto egli ha rivelato. Condanna quindi gli abusi, che limitano la libertà altrui. Indica poi a tutti la strada che devono percorrere, per trovare l’ambita promozione, elevazione, gratificazione e salvezza. Non ottenendo larghi consensi, ma frequenti rifiuti e aggressioni, sopporta, pazienta, espia i peccati ed attende che Dio glorifichi tutti i suoi figli.

 

Quarto canto: il Servo espia i peccati e Dio lo esalta (Is 52,13-15; 53,1-12)
Questo poema, drammatico e commovente, ha una struttura tripartita in cui un'alternanza di cori, parlano del Servo di Dio, che compie un percorso di discesa e di ascesa, di sofferenza e di gloria, di annientamento e di esaltazione. Il canto inizia con un oracolo, nel quale Dio dichiara che il suo Servo fedele si comporterà da vero figlio, eseguirà la missione conferitagli e conoscerà un sorprendente trionfo. Segue il racconto di un anonimo gruppo di carnefici, che traccia coralmente il profilo biografico del Servo e pone in risalto l’esito finale della sua missione. Ispirandosi allo stile delle orazioni funebri, un coro di voci ricorda che costui era cresciuto davanti a Dio come un germoglio solitario e rigoglioso; non apparteneva a nessun personaggio insigne; né aveva nobili antecessori. Inseritosi nella società, non possedeva qualità esteriori da meritare apprezzamento, né il suo messaggio ottenne consensi tra i connazionali. I membri di un tribunale iniquo, ciechi e sordi, lo disprezzarono, percossero, gli tolsero ogni bellezza, lo condannarono a morte e lo trafissero. Sfigurarono talmente il Servo da renderlo un oggetto irriconoscibile ed abbietto. Sembrava un ripugnante lebbroso, che Dio aveva giudicato, colpito a morte e abbandonato alla sepoltura con gli empi. Quelli che lo videro pieno di lividi e piaghe, ne provarono orrore. Si coprirono perfino il volto, per impedire di essere contaminati dalla sua impurità.
Solidale con le sofferenze del popolo il Servo accettò la sconvolgente punizione degli aggressori. Nei maltrattamenti rimase in un silenzio sereno, attivo ed eloquente. Assunse l’eccezionale ruolo della vittima innocente e paziente. Permise ai suoi avversari che lo conducessero al macello come un giovane agnello, destinato al sacrificio liturgico o come una pecora muta nel momento della tosatura. Con l'aiuto di Dio patì al loro posto fino all’eliminazione fisica. Riuscì così ad orientarli verso Dio, ad espiare i loro delitti e a redimerli da ogni colpa. La sua intercessione sacerdotale, simile ai riti d'espiazione , è stata uno straordinario evento salvifico, che muta radicalmente la mentalità umana. I dileggiatori non avrebbero mai immaginato che la sua morte vicaria fosse il mezzo, scelto da Dio, per trasformare il male in bene, l’offesa in dono salutare. Pertanto si stupirono immensamente ed ammutolirono.
Segue un’altra confessione di colpevolezza collettiva. Alcune persone hanno partecipato al dramma del Servo. Si sono pentite del male che gli hanno recato e lo ammettono apertamente. Infatti affermano: noi lo reputammo un malvagio, castigato da Dio e abbandonato degli amici più fedeli, mentre eravamo come un gregge sbandato. Non ci preoccupammo che fosse aggredito, ucciso e sepolto nella fossa dei criminali, né piangemmo la sua morte.
Un terzo gruppo di persone esalta la cruenta immolazione del Servo, asserendo che Dio ha apprezzato il sacrificio espiatorio del suo Servo, perché l’ha compiuto in favore d’Israele e di tutte le genti. Pertanto gli promette che lo riabiliterà e lo ricompenserà, facendolo passare dall'umiliazione alla gloria. Gli conferirà una vita, che sarà preziosa, luminosa e illimitata. Lo costituirà potente sovrano ed universale intercessore.
Il Servo di Dio rappresenta la città di Gerusalemme offesa e ristabilita (Is 54,11.14.17). Raffigura una porzione del popolo eletto, che soffre e muore per conservarsi fedele alleanza divina. Delinea in particolare il Messia che nelle umiliazioni e nei tormenti mortali espia i peccati degli uomini.
Cresciuto nell'anonimato, Gesù privilegia questo poema, che predice la sua efferata passione e la sua stupenda esaltazione. Modella la sua missione salvifica sul ruolo eroico svolto dal Servo di Dio (Mc 10,45). Ama davvero la gente, partecipa attivamente alle sue tribolazioni, lotta con forza contro il male, guarisce le malattie e annuncia la buona novella (Mt 8,16; Lc 4,21). Assume il volto del buon pastore, che guida, protegge e rinvigorisce il suo gregge. Si identifica con il Servo, che soffre per redimere e santificare i fratelli. Scontrandosi con le persone avverse, si adempiono veramente in lui queste parole del poema: «Signore, chi ha creduto alla nostra parola? E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?» (Is 53,1; Gv 12,37-38).. Nella vigilia della passione, istituita l’Eucaristia, avverte i discepoli, che sarà annoverato tra gli empi e adempirà gli annunci profetici della Scrittura (Lc 22,37; Is 53,12).
Giunta l’ora attesa, si consegna nelle mani dei peccatori. Conosce il rifiuto, il disprezzo, la condanna a morte, la crocifissione e l’apparente fallimento del sua missione. Nella taciturna sofferenza svolge il ministero sacerdotale, glorifica Dio, espia i peccati di tutti e abolisce i sacrifici antichi. Chi lo vede pensa che sia un peccatore, fallito e un respinto da Dio. In verità si rivela il solo giusto che con la sua sofferenza vicaria attua il piano di Dio. Con la sua gloriosa risurrezione trionfa sui vincoli della morte, capovolge il giudizio degli uomini e riceve onore dai suoi seguaci.
Gli apostoli conservano il ricordo dell’insegnamento di Gesù e dei fatti che lo riguardano. Rileggendo attentamente le sconvolgenti parole del quarto cantico di Isaia, riscontrano una notevole corrispondenza con la morte e risurrezione di Gesù. Applicano quindi il poema al suo passaggio pasquale ed annunziano che egli è il Giusto, il Santo, il Servo, il nuovo Mosè, il nuovo Adamo e l’Agnello, «senza bellezza, né splendore». Dio ha risposto al sacrificio di Gesù, elevandolo al di sopra d’ogni creatura e costituendolo salvatore universale. Tutti gli uomini sono ora chiamati a rendergli culto, ad attenersi alla sua dottrina e a soffrire con lui. Conosceranno così il riscatto dalla schiavitù del peccato, saranno benedetti da Dio e saranno fruitori della sua santità .
I giudeocristiani ed i Padri della Chiesa mantengono la stessa interpretazione degli apostoli. Insegnano che i cantici si compiono totalmente in Gesù. Attribuiscono quindi a lui il titolo di Servo e lo inseriscono nella liturgia eucaristica come si evince da queste parole della Didaché: «Per l’eucaristia ringraziate così: Prima sul calice “ Ti rendiamo, o Padre nostro, per la santa vite di Davide tuo servo che a noi rivelasti per mezzo di Gesù tuo figlio"» . San Clemente Romano nella lettera ai Corinzi allude al quarto cantico del Servo, per dimostrare che Gesù veramente sofferse e divenne il modello di vita per ogni cristiano . Lo pseudo Barnaba attesta che Gesù «sopportò di dare la sua carne alla distruzione, perché fossimo santificati con la remissione dei peccati, vale a dire con l'effusione del suo sangue» . Sant'Agostino vede nel quarto poema tutto il senso della passione di Gesù e ne trae quest'esortazione: «Ponete attenzione! Amiamo lo sposo! Quanto più ci è presentato deforme, tanto più splendido, tanto più dolce è diventato per la sua sposa» .
Proclamato nella liturgia del Venerdì Santo, il quarto cantico aiuta i cristiani ad imitare l'esempio di Gesù, servo di tutti. San Gregorio Magno, cosciente del suo ufficio pastorale nella Chiesa, si definì il servo dei servi di Dio. Santa Teresa di Lisieux si preoccupò di servire con amore le consorelle claustrali senza mai brillare di fronte a loro. Charles De Foucauld decise di scendere nella più bassa reputazione umana, per rassomigliare a Gesù. Le nostre scelte siano sempre conformi al suggestivo comportamento del Servo offerente.

 

 

 

 

 


 
 

 

 


 

Fonte : scritti e appunti di Padre Felice Artuso (religioso Passionista) , e-mail: feliceartuso@katamail.com  .