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  RUBRICHE AUTORI : Francesco Cuccaro :  Approfondimenti di Scienze Religiose Cristiane

 

GESU' E I MOVIMENTI DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA DEL I° SECOLO

di Francesco Cuccaro

 

 

 

Nell’ambiente accademico “laico”, fin dai primi decenni del secolo scorso, la ‘critica delle forme’ ( che analizza la stratificazione delle fonti per quanto concerne i Vangeli canonici e dove si mette in risalto il “Sitz im Leben”, cioé il “posto nella vita” ) e la ‘storia della redazione’ hanno insistito su tre livelli principali : a) una concezione originaria che i primi discepoli di Gesù di Nazareth ebbero di lui e dei suoi insegnamenti; b) l’inquadramento delle informazioni fornite dai seguaci del Messia di Nazareth entro categorie teologiche proprie di ciascun Evangelista ( che, del resto, rispecchia sempre il punto di vista della Chiesa primitiva come istituzione ); c) la vincente teologia della scuola paolina che ha adattato il messaggio originale del Nazareno all’orizzonte culturale ellenistico, rendendolo armonizzabile con le istanze politico-sociali dell’Impero romano.

Detto questo, si potrebbe dire praticamente che Gesù ha insegnato e predicato un certo “quid” ( in questo caso il ‘Regno di Dio’ ). Successivamente, la comunità dei fedeli ha giustapposto a questa figura preoccupazioni e pensieri che non erano i suoi e, pertanto, si avrebbe a che fare con una prima discontinuità con il suo “originario” e “genuino” messaggio. Paolo di Tarso avrebbe poi accentuato questa discontinuità, offrendo un inquadramento teologico originale della dottrina del Maestro galileo, con schemi e concetti desunti dal Giudaismo ellenistico e dalla cultura greca del periodo. Una constatazione va pure fatta : l’Apostolo delle Genti sembra non fare nessun richiamo, nei suoi scritti, alla nozione di ‘messianicità’ così debordante dai Vangeli canonici e così viva nel contesto storico-geografico palestinese del I secolo.

Questa “stratificazione tra i tre livelli”, per uno studio scientifico dei Vangeli canonici, si poggia però su un fondamento aprioristicamente accettato ma mai messo in discussione : la separazione del Gesù della storia dal Cristo della Fede che, magari, avrebbe potuto risentire di qualche beneficio di attendibilità se avessimo potuto disporre di molti documenti extracristiani del I secolo, con esplicite informazioni su Gesù di Nazareth, onde stabilire un loro aperto confronto con gli scritti del N.T. Il Testimonium Flavianum (corrispondente ad Ant. Giud. XVIII, 63-64 e 116-119 e Ant. Giud. XX, 200) di Giuseppe Flavio ( del 93 EV ) e gli Annali XV,44 di Publio Cornelio Tacito ( del 112 EV ) sono considerate, assieme alla Lettera di Mara Bar Serapione ( risalente al 73 EV circa ), confermano, in modo ormai inoppugnabile, un dato storico biblico : la certezza dell’esistenza di Gesù di Nazareth giustiziato ( crocifisso ) in Giudea ad opera di Ponzio Pilato. Invece il documento “Alethés Lògos” di Cecilio Celso é abbastanza posteriore agli eventi evangelici ( intorno al 178 EV circa) e presuppone già la conoscenza del N.T., mirando solo a screditarlo polemicamente.


E’ pacifico da parte di tutti sostenere che i Vangeli canonici più gli Atti degli Apostoli ( e tutti gli altri scritti della Chiesa del I secolo ) non sono fonti neutrali, per la forte commistione che sussiste in essi tra la storia e la teologia, per cui risulta che il Gesù della storia non solo é mai inscindibile, ma per niente concepibile senza il Cristo della fede. Infatti rimane ben poco, dal punto di vista biografico, del Nazareno se non la narrazione dei suoi episodi e dei suoi discorsi che fondano la fede dei credenti prima nella sua messianicità, poi nella sua resurrezione, e poi ancora nella sua divinità e in una concezione trinitaria di Dio.

Un libro intitolato “Gesù e gli Zeloti” di Samuel Brandon (1907 - 1971), un ministro di culto anglicano, celebre nel terzultimo decennio del secolo scorso, ponendosi in una linea ideale che lo collega a Hermann Samuel Reimarus e a Robert Eisler, vale a dire a studiosi apertamente razionalisti arriva a sostenere, in base ad una esclusiva e “serrata” critica interna ai libri storici del N.T., non soltanto una “congruenza”, addirittura una “omogeneità di fondo”, tra il discepolato pre-pasquale di Gesù di Nazareth ( e la futura Chiesa di Gerusalemme ), da un lato, e i movimenti di liberazione della Palestina del I secolo*, dall’altro.

*Si badi bene : movimenti politico-religiosi ebrei più o meno organizzati contro l’oppressivo dominio romano e contro il collaborazionismo del Sinedrio e dell’aristocrazia sacerdotale.

Se questa “omogeneità” venisse spinta fino alle ultime conseguenze, potremmo rischiare di ridurre i discepoli del Nazareno prima e i ‘giudeocristiani’ poi, raccolti attorno al loro primo vescovo Iakobo negli anni successivi alla morte e resurrezione del Maestro di Nazareth, “esclusivamente” ad una delle tante correnti religiose del più variegato Giudaismo palestinese, alla maniera degli Esseni, dei Farisei, dei Sadducei e degli Zeloti, e non piuttosto i giudeo-cristiani come sostenitori, più o meno consapevoli (autonomamente dall’affermazione del Cristianesimo paolino nel Mediterraneo), di una religione con una nuova ed originale fisionomia rispetto alla matrice mosaica dalla quale pur essa é derivata. Non solo : la teoria di Samuel Brandon ( che tra l’altro sembra richiamarsi a Reimarus e ai suoi epigoni ), davvero impressionante, é quella che fa riferimento a un “Gesù rivoluzionario sul piano politico-sociale” e ai suoi discepoli “armati”, con caratteri non dissimili e non difformi rispetto allo Zelotismo, inteso come un movimento ebreo integralista dal punto di vista religioso, duro e puro e tenacemente arroccato a posizioni indipendentistiche e teocratiche, del quale i ‘Sicari’ (‘Ekariots’) costituirebbero il braccio armato terrorista.

E’ chiaro che si tratta di una prospettiva storico–critica non conciliabile con i pronunciamenti del Magistero della Chiesa cattolica e con il credo di tante altre confessioni cristiane, ma risulterà alla fine abbastanza debole anche sullo stesso piano esegetico, come cercheremo di dimostrare.

Consideriamo distinte due fasi del Cristianesimo nascente in terra di Palestina :

1.La prima é quella che vede Gesù predicare, produrre conversioni e “opere sorprendenti” (citazione che si ritrova nello scritto già menzionato di Giuseppe Flavio), “miracoli”, “segni” ( secondo il Quarto Vangelo ), raccogliere attorno a sé un ben cospicuo discepolato e dal quale viene selezionata una cerchia di intimi da lui chiamati ‘Apostoli’ ( dal greco : “inviati” ), commentare la Torah e i Profeti, insegnare nelle più disparate sinagoghe e nel Tempio di Gerusalemme.


Gesù si muove nell’ambito della religiosità tradizionale. Anche lui é stato un “bar Mitzva” (un “figlio della Legge” già dal dodicesimo anno di età) e si comporta come un predicatore itinerante, un esperto conoscitore delle Sacre Scritture dell’A.T. che preferisce seguire un suo percorso teologico autonomo, non omologabile né irriducibile a nessuna delle “philosophiai” ( correnti religiose del Giudaismo palestinese in quel periodo ) come le chiama Giuseppe Flavio, nel pieno rispetto delle principali credenze mosaiche. Tutti e quattro i Vangeli canonici più gli Atti degli Apostoli non fanno mai menzione degli Esseni, né tantomeno in modo esplicito degli Zeloti ( unica eccezione é l’allusione ad un apostolo di nome Simone detto lo Zelota in Mc. 3,18; Lc. 6,15; At. 1,13 ). Il confronto invece con gli Scribi, i Farisei, i Sadducei e gli Erodiani, é aperto e quasi sempre reciprocamente ostile sul modo di intendere e sulla sostanza della ‘Legge di Mosé’**, il ‘Regno dei cieli’, la figura del ‘Messia escatologico’. E - a leggere i brani evangelici - le provocazioni tra Gesù e le prime due categorie cultural-religiose non si contano: incomprensioni, critiche aspre e severe, polemiche, intimidazioni, diverbi fino all’omicidio deliberato. Occorre ricordare che non tutti i Farisei, da un lato, e la classe sacerdotale gerosolimitana, dall’altro, costituiscono un blocco monolitico e compatto nell’opporre un deciso baluardo al Vangelo. Pochi casi ma significativi sono quelli di Nicodemo ( Gv. 3,1-21 e Gv. 19,39 ), di Giuseppe d’Arimatea (Mt. 27,57-60; Mc. 15,42-47; Lc. 20,50-56; Gv. 19,38), di Gamaliele I ( At. 5,33-39 ) che esprimono una posizione equilibrata ed attendista. Anche la nascente Chiesa di Gerusalemme potrà contare su una presenza di ex Farisei.

**Il Maestro di Nazareth non si qualifica, proprio per nulla, come un contestatore della Legge di Mosé e meno che mai uno che mette in discussione le profezie veterotestamentarie. I Vangeli canonici ci dicono al riguardo :

“Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a completare. In verità vi dico che fino a quando il cielo e la terra non passeranno, non scomparirà dalla legge neppure uno iota o un apice, finché non sia tutto adempiuto. Chi, dunque, violerà uno tra i più piccoli di questi comandamenti e insegnerà agli uomini a fare così, sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli; ma colui che li osserverà e insegnerà ad osservarli, sarà chiamato grande nel regno dei cieli. Poiché vi dico : se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei cieli ( Mt. 5,17-20ss.; si cfr anche Lc. 16,17 ).

L’osservanza della ‘Legge di Dio’ diventa una garanzia e una condizione indispensabili per l'accesso al Regno dei cieli. “Non sono venuto ad abolire la legge, ma a completare” ( Mt. 5,17 ) : questo versetto suggerisce l’idea di una nuova ‘rivelazione’ apportata da Cristo che si considera la “pienezza della Legge”.

Eppure questa nuova rivelazione ( si cfr. Lc. 16,16 ) fa leva su un ”carattere transitorio”, non diciamo solo dei Profeti che predicono l’avvento del Messia e del Regno di Dio ma addirittura della stessa Legge. Ci sarebbe un'apparente contraddizione con il versetto lucano successivo ( Lc. 16,17 ), se l’osservanza delle prescrizioni mosaiche non venisse associata allo studio dei Profeti, sottolineando in tal modo il valore profetico della stessa Torah, superato dalla venuta del Messia.

Comune a tutte queste tendenze riscontrabili nel Giudaismo palestinese del I secolo é la ‘apocalittica’, orientamento insieme spirituale ed esistenziale che si esprime in forme più radicali anche, e soprattutto, presso le correnti degli Esseni e degli Zeloti ). In questo effervescente contesto escatologico si inseriscono a pieno titolo le attività del Battista e di Gesù di Nazareth con i loro discepoli, e la futura Chiesa di Gerusalemme.

Gesù si configura pienamente come un ‘predicatore apocalittico’, questo é poco ma sicuro, soggetto di una investitura divina attestata dalle “opere sorprendenti”, con una missione pubblica ed universale che non sembra contestare il sacerdozio levitico e il Tempio di Gerusalemme e, soprattutto, nel pieno rispetto della rivelazione mosaica***.

***In forza del suo carisma profetico Gesù predice eventi futuri in cui sarà superato il culto nel Tempio di Gerusalemme, e un tempo in cui Jahveh non sarà più adorato né nella Città Santa né sul monte Garizim, luogo sacro della popolazione samaritana ( Gv. 4,19-21 ). Ma questa sua presa di posizione non si traduce affatto in una violenta contestazione delle istituzioni sacerdotali ebraiche, come si vorrebbe evincere in modo sbrigativo ( cercando di scorgere una convergenza tra la sua indignata ed audace azione dimostrativa e le rivendicazioni del movimento zelota ) da una lettura della cacciata dei mercanti dal Tempio ( Mt. 21,12-17; Mc. 11,15-19; Lc. 19,45-47; Gv. 2,14-16 ) o da un contrasto con i Gran Sacerdoti a motivo di una sua presunta o reale autorità messianica ( Mt. 21,23-27; Mc. 11,27-33; Lc. 20, 1-8 ) o dalle sue stesse predizioni sulle sciagure escatologiche riguardo al sacro edificio dei Giudei ( Mt. 24,1-3; Mc. 13,1-4; Lc. 21,5-7 ), oppure da una interpretazione fin troppo letterale di una sua iperbolica frase ( “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” in Gv. 2,19; “Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo” in Mc. 14,58 e si cfr. Mt. 26,61 e Mc. 15,29 ), oggetto di un grave atto di accusa contro di lui da parte del Sinedrio. Se la sua provocazione nei confronti dei mercanti e dei Gran Sacerdoti fosse dipesa e seguita da presunte “contestazioni” delle istituzioni cultuali degli Ebrei palestinesi, ciò dovrebbe comportare la sua “coerenza” nel rifiuto di predicare e di partecipare alle funzioni liturgiche nel suddetto Tempio. Ora, beninteso, un rifiuto del genere non traspare da nessuno dei Vangeli canonici. Dopo la resurrezione del Galileo, gli Apostoli e i primi fedeli giudeocristiani frequenteranno il Tempio senza manifestare mai, al riguardo, propositi eversivi ( si cfr. Lc. 24,53 e At. 2,46 ).

I ‘Nebiim’ ( gli scritti profetici ) e i ‘Ketubiim’ ( libri sapienziali come i Salmi ) dell’A.T. alludono all’orientamento apocalittico, ravvisato come il culmine della rivelazione di Jahveh nella storia dell’uomo, segnando l’inizio di un nuovo patto ( ‘berit’ ) di redenzione con Israele : con un Israele però disintegrato a causa del peccato ( ‘awon’ ) a tutti i livelli : politico-territoriale, sociale, religioso, morale…….

L’idea di una purificazione personale e collettiva dai peccati, come condizione per la premessa dell’instaurazione di un non meglio definito ‘Regno di Dio’ e forse magari dai caratteri politici e militari, é già riscontrabile nel Giudaismo palestinese ai tempi di Gesù. Sarà uno dei principali motivi della predicazione di Giovanni il Battista che sostiene un battesimo di penitenza come rito purificatore, comune anche agli Esseni. Così pure l’idea di un ‘Regno dei cieli’ non é stata introdotta per la prima volta da Gesù. Basti pensare al continuo richiamo a questa nozione da parte del Battista ( Mc. 3,1-2 ); come pure al suo esser oggetto di studio da parte di uno dei più grandi dottori della Legge di Mosé dei primi decenni del I secolo, quale é il venerato Hillel. Per non parlare poi della figura misteriosa del ‘Messia escatologico’ dai caratteri regali e sacerdotali, credenza ormai incontestabile nel territorio palestinese del I secolo.

Si può riscontrare, quindi, una relativa continuità del ministero pubblico di Gesù di Nazareth e dei suoi discepoli rispetto al Giudaismo del tempo. Gesù si serve di schemi culturali, di immagini e di nozioni, ricavati dal suo ambiente di origine, caricandoli però di un ‘contenuto nuovo, unico, inedito, originale’. Il suo modo di predicare e di rapportarsi ai contemporanei può apparire anche anticonformistico ( come per esempio la sua scelta del celibato contrariamente alla maggior parte dei rabbini dell’epoca ) e addirittura scandaloso, impegnandosi nella confutazione di certi luoghi comuni o di certi pregiudizi specie in campo etico-religioso. L’opzione preferenziale per i ‘peccatori’ sarà la “conditio sine qua non” di tutto il suo insegnamento incentrato sul ‘Regno di Dio’ : essa non va intesa come accettazione di ( o il compromesso con ) uno stato di peccato, ma come il ribaltamento di una pretesa umana di giustizia puramente esteriore e legalistica. Gesù può apparire un “radicale” nelle sue invettive, ma solo se mette a nudo la mistificazione ideologica, la simulazione di santità, la vanagloria religiosa che poggiano su deboli fondamenta morali, su tradizioni umane, su convincimenti di una ristretta mente carnale.

I Farisei accentuano fortemente le discriminazioni religiose e morali nel popolo ebraico, violando in un modo così palese il principio di ‘fraternità universale’ imposto da Jahveh.

Gesù non nega un’attenzione specifica a categorie sociali oppresse soprattutto dal lavoro, dalla rapacità fiscale, dai gravami signorili da parte dei dominatori stranieri e dei loro collaboratori indigeni, nonché da parte dei ceti possidenti. Anche i ‘poveri’ sono al centro delle preoccupazioni del Galileo che, del resto, ha vissuto prima del suo ministero pubblico in una famiglia di disagiate condizioni economiche. Ma nei suoi discorsi non rientrerà mai un messaggio di rivoluzione sociale. Nella tradizione sinottica non si riesce a riscontrare da parte di Gesù nessuna velleità di contestazione socio-economica. Si cfr. il suo incontro con il giovane ricco ( Mt. 19,16-30; Mc. 10,17-27; Lc. 18,18-30 ). La famosa citazione “é difficile per un ricco entrare nel regno dei cieli” non sta a significare la preclusione a un tale regno di chi detiene una proprietà. Infatti il Maestro asserisce che é “difficile” accedere al Regno per chi ha in gestione una ricchezza in modo disordinato ed egoistico o anche disonesto. Questo pensiero é rispecchiato facilmente nella parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro ( Lc. 16,18-31 ), ma che non mira mai a stabilire tra le due figure una frontale contrapposizione classista. Epulone viene punito nella vita ultraterrena non perché titolare di un patrimonio e neanche per aver vissuto in modo decoroso oppure gaudente, ma per aver fatto –lui possidente- del mancato esercizio della carità e della fraternità verso un suo simile una regola sbagliata di vita, volutamente ignorando, al riguardo, gli obblighi morali dettati dalla Legge di Mosé e dai Profeti.

Gesù sembra ritorcere, ma più volte in modo plateale e paradossale, contro gli Scribi, i Farisei, e persino contro i membri della casta sacerdotale, l’accusa di inadempienza della Legge di Mosé nella sostanza. Si attenga ora alla seconda formula di un grande comandamento : “ama il prossimo tuo come te stesso”.

“Or ecco, un dottore della Legge si alzò e domandò, per metterlo in imbarazzo : ‘Maestro, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna ?’. Egli rispose : ‘Che cosa é scritto nella Legge? Cosa vi leggi ?’. Quello rispose : ‘Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso’. Gesù soggiunse : ‘Hai risposto bene : fa così e vivrai !’. Ma egli, volendo giustificarsi, domandò a Gesù : ‘E chi é il mio prossimo ?’. Gesù riprese : ‘Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté nei ladri, i quali lo spogliarono, lo caricarono di percosse e se andarono lasciandolo mezzo morto. Ora, un sacerdote, a caso, scendeva per la medesima strada, lo vide ma passò oltre. Così pure un levita, sopraggiunto in quel luogo, lo vide e tirò innanzi. Ma un Samaritano, che era in viaggio, arrivatogli vicino, lo vide e ne ebbe pietà. Gli si accostò, fasciò le sue ferite, versandovi olio e vino; poi, fattolo salire sul suo giumento, lo condusse all’albergo ed ebbe cura di lui. Il giorno dopo prese due denari e li diede all’albergatore dicendogli : Abbi cura di lui e quando spenderai in più, io te li restituirò al mio ritorno. Quale di questi tre é stato il prossimo per quell’uomo che si imbatté nei ladri?’. Egli rispose : ‘Colui che ebbe compassione di lui’. E Gesù gli disse : ‘Và, e tu pure fa lo stesso !’” ( Lc. 10,25-37 ).

Il dottore della Legge interloquisce con il Nazareno rivolgendogli una domanda ipocrita, volendo rimanere nel vago circa questa nozione. Con una parabola Gesù sottolinea come per “prossimo” non si intenda solamente un “fratello generico” ( quale può rientrare anche un samaritano, uno scomodo confinante allora visto come “diverso”, “scismatico”, “impuro” da parte di chi si crede di essere possessore della verità e non rispetta la dignità personale di chi la pensa e vive in modo diverso ), ma soprattutto un “fratello sofferente che si trova in una situazione di svantaggio materiale e/o spirituale”, come il poveruomo che si é imbattuto nei banditi. Gesù mostra, nella suddetta similitudine, la paradossale incoerenza di chi si ritiene difensore della stessa Legge ( come il levita e il sacerdote giudei del racconto ) calpestandola e svuotandola poi nella sostanza. La Legge di Mosé potrà anche imporre di versare l’elemosina e le decime delle rendite, ma sempre sulla base di un importante fondamento religioso ed etico che é l’amore di Dio e del prossimo.

Il ‘Regno di Dio’ non é suscettibile di essere inquadrato entro categorie politiche o secondo coordinate geografiche ( si cfr. “il mio regno non é di questo mondo” in Gv. 18,36 ) : esso sorge per iniziativa divina ma non si “edifica” senza l’uomo. Bensì dentro l’uomo ! E la sua instaurazione più completa non avverrà se non dopo la sofferenza, il ripudio e la morte del Messia ( Lc. 17,25 ). Si tratta di un ‘Regno’ che si inscrive nella storia con il ministero pubblico di Gesù di Nazareth e il suo prolungamento nel tempo che é la ‘Chiesa’, dove la misericordia, l’umiltà, la mitezza, la giustizia e la pace sono le condizioni imprescindibili per accedervi.

Nel Vangelo secondo Matteo, ritenuto dalla tradizione come un vangelo scritto solo per ebrei convertiti, ricorre un “loghion” di Gesù di Nazareth interessante ma non di facile interpretazione :

“Dai giorni di Giovanni il Battista fino a questo momento il ‘Regno dei cieli’ é sottomesso alla violenza, e i violenti se ne impadroniscono” ( Mt. 11,12; ma si cfr. pure Lc. 16,16 ).

Un bell’articolo di padre Giovanni Vannucci OSM, riportato nel sito www.nuovimagi.it/Archivio/Testi, offre un tentativo di attingimento del significato di questo versetto matteano : “in esso vengono riportate le parole di Cristo che stabiliscono una netta separazione tra i modi di conquista propri dei Profeti fino a Giovanni e quelli iniziati da Cristo…..I Profeti annunziarono il regno futuro, Giovanni il regno presente, Cristo il regno che non é in nessuno spazio terreno, ma nell’intimo di ciascun credente”. La prospettiva del ‘Regno’ non può essere più inquadrata in coordinate spazio – temporali, per cui un interrogativo del tipo “quando verrà il Regno di Dio ?”, rivolto a Gesù dai dottori della Legge, é alquanto irrisorio. Ma non per questo una tale prospettiva non ha un carattere storico : il Regno si é inaugurato con il Messia galileo e diviene già realtà dinamica ed operante nell’oggi dell’accoglienza della sua Parola. Regno di Dio denota sovranità di Dio su ogni cosa e la signoria divina nel cuore di ogni persona, della quale l’Altissimo non intende violentarne la libertà creaturale. Le riflessioni di padre Vannucci sono illuminanti al riguardo : “la violenza appartiene al tempo che in Giovanni é giunto al termine. Cristo é la Vita, il suo e il nostro Dio non é un dio di crudeltà, ma un Dio che dona se stesso perché la vita nelle sue manifestazioni avanzi senza impoverimenti o deformazioni. La più alta moralità é nel dono costante, silenzioso, alla vita perché produca i suoi frutti di matura gioia…..Egli é venuto in mezzo a noi, perché vivessimo la sua vita, ci amassimo del suo amore…..”. Insomma, viene evidenziato il carattere gratuito di questa realtà del Regno di Dio.


“Dai giorni di Giovanni il Battista fino a questo momento……” : la tematica del ‘Regno dei cieli’ é stata spesso esasperata ed abusata dai movimenti messianisti ed apocalittici del periodo del Nazareno. La citazione di Mt. 11,12 andrebbe vista anche come una implicita sconfessione dei movimenti di liberazione della Palestina del I secolo (compresi gli Zeloti), attraverso un’espressione dal sapore ironico che deplora un’appropriazione ed un uso indebiti del concetto di ‘regno di Dio’ da parte dei sostenitori della lotta armata.

Interprete di una teocrazia diretta in campo temporale, lo Zelotismo non ammette mediazioni, né una separazione né tantomeno una distinzione tra i due ordini religioso e civile, sostenendo che Jahveh é il vero padrone di Israele. Per questa corrente religioso-politica ( che, secondo Giuseppe Flavio, ha avuto origine con Giuda di Gamala -identificato con Giuda il Galileo menzionato in At. 5,37- e con il fariseo Saddoq, responsabili di una sollevazione armata accaduta nel 6 EV per protestare contro un censimento imperiale ) non si può preservare la fedeltà a Dio a contatto con l’idolatria espressa dai Gentili che, per giunta, tengono assoggettati i Giudei, occupando una “terra santa” che appartiene solo all’Altissimo.

Questa del ‘Regno di Dio’ é una categoria escatologica che ha dato alimento alla letteratura e alle predicazioni apocalittiche nel periodo intertestamentario, convinzione diffusa nel mondo giudaico dell’epoca. La gerarchia sacerdotale e i maggiorenti di Gerusalemme intendono mantenere, diciamo, lo “status quo” con un’odiosa e sofferta, ma necessaria, politica di equilibrio e di collaborazione con una soverchiante potenza straniera, capace di distruggere ( se questa fosse la volontà dell’Onnipotente ) una intera e minuscola nazione. Questo spregiudicato ma sano realismo, basato sul “divide et impera”, permette sia ai notabili ebrei di conservare i costumi e la religione del loro popolo più i loro privilegi, e sia agli occupanti romani di consolidare il loro vantaggio strategico militare ed amministrativo in Palestina. La frammentazione del mondo giudaico nell’area medio-orientale ( che si accompagna anche al fenomeno della Diaspora ) é un punto di forza per l’Impero romano ma anche, al contempo stesso, di debolezza a causa di questa turbolenza periferica che espone sempre più preoccupanti scenari ( come l’indebolimento del fronte orientale anti-partico ), richiedendo una continua e massiccia presenza di contingenti militari sul posto.

Anche per questo motivo il controllo delle masse si fa sempre più oppressivo ed intollerante da parte dei notabili ebrei, propensi alla repressione di gruppi destabilizzanti e, all’occorrenza, all’eliminazione fisica contro presunti o reali agitatori, qualora questi ultimi possano compromettere la loro leadership nazionale o il loro equilibrio di potere.

“I Gran Sacerdoti e i Farisei radunarono perciò il consiglio e dicevano : ‘Che facciamo ? Quest’uomo fa molti miracoli ! Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno la nostra città e la nostra nazione’. Uno di loro, Caifa, Sommo Sacerdote in quell’anno, disse : ‘Voi non capite nulla. Non comprendete come vi convenga che un uomo solo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione’. Questo non lo disse di suo ma, essendo Sommo Sacerdote n quell’anno, profetò che Gesù doveva morire per la sua nazione, e non soltanto per la sua nazione, ma per raccogliere insieme i dispersi figli di Dio. Da quel giorno decisero di farlo morire ( Gv. 11,47-53 ).

“Dopo averli condotti, li presentarono al Sinedrio e il Sommo Sacerdote li interrogò dicendo : ‘Non vi avevamo noi severamente proibito di insegnare quel nome ? Invece, avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo” ( At. 5,27-28 ).


Altre correnti del Giudaismo sono, invece, decise ad incrinare un certo monopolio delle coscienze da parte del Sinedrio per mezzo dei dottori della Legge di Mosé ad esso asserviti. Alcune acquisiscono però una dimensione più o meno settaria, altre una base popolare, insistendo su una rigenerazione di tutto Israele, non solo morale ma anche sociopolitica. Altre si richiamano, rifacendosi alla tradizione profetica dell’A.T., al ‘resto di Israele’ ( si cfr. per esempio Sof. 4,11-13 oppure Zc. 13,7-9 ) come di un gruppo che presume di mantenere la fedeltà all’alleanza con Jahveh in modo esclusivo e che deve salvarsi dalla “generazione perversa” ( si cfr. Mt. 12,39; Mc. 8,12; Lc. 11,29 ) nella quale si trova a vivere.

Gli Esseni, per esempio, si isolano in prossimità dei deserti ( uno di questi nuclei si costituisce a Qumran ), lontani da eventuali vessazioni da parte del Sinedrio, promuovendo un culto più interiore della Legge di Mosé, incentrato sulla penitenza, rifiutando di onorare il Tempio e rimanendo critici nei confronti della politica del Sommo Sacerdote. Un'altra corrente integralista, quella degli Zeloti, si rivolge ai ceti popolari, facendo leva sui loro sentimenti di oppressione, rivendicando il principio della lotta armata contro i Romani ma soprattutto contro i vertici collaborazionisti ( cioé Erode Antipa e il Sinedrio ). Gli Zeloti operano nelle campagne palestinesi e sono diffusi specialmente in Galilea.

Un’altra corrente, quella dei discepoli di Giovanni il Battista, insiste sull’imminenza del Regno di Dio e sulla purificazione dai peccati con un battesimo di penitenza. L’attività del Precursore, in prossimità dei deserti, predilige l’ascetismo e si rivolge soprattutto a diverse categorie moralmente discutibili come pubblicani e soldati mercenari ( Lc. 3,12-14 ).

Anche Gesù di Nazareth, con il suo discepolato, si muove lungo la via tracciata dal Battista, del quale riconosce a più riprese il carisma profetico ( Mt. 11,1-15; Lc. 7,24-35 ), rifiutando le pratiche ascetiche e sviluppando una teologia propria dai contenuti nuovi, ancora non meglio definiti, ritenuti abbastanza oscuri dai suoi discepoli e dalle folle che lo seguono, come il sacrificio espiatorio del Messia escatologico in riscatto di una estesa moltitudine (Mt. 20,28; Mc. 10,45).

Sia il Nazareno che il Battista sono convinti che le peggiori disuguaglianze -che sono alla base del traviamento della nazione ebraica- non vadano combattute contrapponendo se medesimi più le categorie dei disadattati e degli oppressi ( alle quali il vangelo viene pur rivolto ) a chi detiene una specifica istituzione. Anche il ‘Regno di Dio’ va preceduto ed accompagnato, nella sua attuazione, da una rigenerazione nei rapporti interpersonali. Non con gli atteggiamenti di contestazione velleitaria dei poteri costituiti, facendo uso anche della violenza contro cose e persone ( come fanno gli Zeloti e i loro movimenti fiancheggiatori che esercitano il terrorismo ). Non con la disobbedienza civile o altri elementi destabilizzanti, come il rifiuto di pagare le imposte. ma mirando solo alla conversione del ‘cuore’ ( il nucleo più interiore di una persona ), rimuovendo il male sociale alle radici attraverso la correzione fraterna, l’esempio, la testimonianza di un’esistenza vissuta all’insegna dell’amore di Dio e del prossimo, con il richiamo al rispetto della Legge divina liberata, però, dalle maglie pesanti di consuetudini e tradizioni puramente umane, e l’appello all’ultimo giudizio di Dio.

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Samuel Brandon, nelle sue ricerche, espone il suo teorema : i) tra gli Apostoli é sicuramente presente uno zelota e non é escludibile che altri appartenenti al discepolato di Gesù abbiano aderito o, quanto meno, simpatizzato per lo Zelotismo; ii) nei quattro vangeli canonici non si fa accenno agli zeloti, trattandosi di scritti probabilmente redatti - dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 EV- per un contesto ormai ellenistico-romano, in modo da allontanare dalla figura del Galileo ogni connotazione eversiva; iii) Gesù entra trionfalmente nella Città Santa come un capo politico, compiendo “un’azione provocatoria” nei confronti del Tempio; iv) i suoi discepoli sono armati e reagiscono contro le Guardie del Tempio durante la sua cattura nel Gethsémani; v) il Nazareno viene condannato a morte dai Romani per delitto di lesa maestà, per essersi fatto re e, quindi, comportandosi da sedizioso; vi) l’ultimo dei vangeli, quello secondo Giovanni ( risalente al 98-100 EV ), riabilita più degli altri la figura di Gesù di Nazareth, rivolgendosi ad un pubblico ormai ellenistico-romano, mostrando un Pilato reticente nell’eseguire una condanna a morte voluta dal Sinedrio per motivi religiosi, spoliticizzando del tutto il Maestro galileo e ribadendone l’innocenza da qualsiasi reato di diritto comune.

Se queste sono le premesse, la conclusione (che tra l’altro non riesce ad essere convincente) é che Gesù Cristo risulta essere un Messia politico, un combattente apocalittico volto alla redenzione politica e sociale di Israele. La Chiesa di Gerusalemme ha condiviso il destino dei suoi connazionali giudei ortodossi, facendo causa comune con gli Zeloti, partecipando alla resistenza antiromana ed antisinedrita e finendo per scomparire dalla storia, lasciando in piedi la Grande Chiesa di origine paolina che ha fondato ( o ri-fondato ) il Cristianesimo. E, come ciliegina sulla torta, si potrebbe dire che la Chiesa primitiva ha introdotto il Cristo della fede con un suo messaggio di redenzione universale del genere umano in senso spirituale, inventando di sana pianta la sua resurrezione o intendendola in un senso solo mistico. Sarebbe il caso di riscrivere i vangeli con un’operazione demistificatrice, con gli strumenti della ricerca storico-critica.

E’ bene sottolineare che ci sono molte aporie in tutte queste riflessioni di Brandon.

Possiamo ravvisare tre diversi procedimenti di confutazione del suo teorema. In primo luogo conviene indagare sui tempi di composizione delle fonti evangeliche canoniche e degli Atti degli Apostoli, cercando di scoprire la loro datazione anteriore al 66-70 EV. In secondo luogo, occorre ricercare una coerenza logica interna dei suddetti documenti neotestamentari. Terzo : insistere sul supporto dato alle tesi tradizionali da parte di una delle poche ma più importanti fonti extrabibliche coeve : le ‘Antichità Giudaiche’ di Giuseppe Flavio ( sempre che si possa garantire l’autenticità dei brani concernenti il personaggio Gesù di Nazareth ).

In questo articolo ci soffermeremo sul secondo itinerario di ricerca.

Che tra gli Apostoli ci sia uno zelota non é un dato sufficiente per poter qualificare il discepolato del Nazareno come un movimento di sovversivi o, quanto meno, di contestatori violenti dal punto di vista politico e da quello sociale.

Basti pensare solo alla presenza, tra loro, di un pubblicano di nome Levi detto Matteo, appartenente ad una categoria socialmente e moralmente disprezzata dai contemporanei, già connivente con il potente di turno e fonte di guadagno ai margini della liceità. Non si spiegherebbe bene un suo passaggio così repentino da una condizione di simpatizzante filo-romano ad una di resistente indipendentista.

Il gruppo denominato dei ‘Dodici’ é fortemente disparato al suo interno in relazione alla provenienza di origine dei suoi membri : pescatori, uno zelota, discepoli di Giovanni il Battista, parenti carnali o acquisiti di Gesù di Nazareth……Nel più ampio discepolato vi figura una donna di nome Giovanna, già moglie di Cusa, nientemeno un procuratore di Erode Antipa ( Lc. 8,3 ). Tutte persone con un indice di istruzione medio, per non dire medio-basso, una elementare conoscenza dell’A.T., ma dotate di un buon senso pratico in relazione alle loro vicende ed attività quotidiane.

Eppure la loro ‘vocazione’ ( o ‘chiamata’ ) per noi, ancor oggi, costituisce un grande mistero. I Vangeli canonici sottolineano come la ‘chiamata di Gesù’ possa avere un carattere di estrema esigenza, focalizzandosi sul valore della ‘rinuncia’, fortemente messo in risalto dalla tradizione sinottica :

“Disse poi ad un altro : ‘Seguimi !’. Costui rispose : ‘Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre’. Gesù gli disse : ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti : tu va a predicare il Regno di Dio’. Un altro disse : ‘Signore, io ti seguirò ma permettimi di andare prima ad accomiatarmi da quelli di casa mia’. Gesù gli rispose : ‘Chiunque mette mano all’aratro e si volta indietro, non é adatto per il regno di Dio’” ( Lc. 9,57-62 ).

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace ma la spada. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno i suoi familiari. Chi ama il padre o la madre più di me, non é degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non é degno di me. E chi non prende la sua croce e mi segue, non é degno di me. Chi tiene conto della sua vita, la perderà, e chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la ritroverà” ( Mt. 10,34-39 ).

“Mentre si rivolgeva ancora alla folla, la madre e i suoi fratelli erano fuori e cercavano di parlargli. E uno gli disse: ‘Ecco tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori e desiderano parlarti’. Ma egli rispondendo a chi gli aveva parlato, disse : ‘Chi é mia madre e chi sono i miei fratelli ?’. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse : ‘Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chi fa la volontà del Padre mio che é nei cieli, egli é mio fratello e mia sorella e mia madre ( Mt. 12,46-49 ).

“E chiamata la folla insieme coi suoi discepoli, disse loro : ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare l’anima sua, la perderà; e chi perderà l’anima sua per me e per il Vangelo, la salverà. Che giova, infatti, all’uomo guadagnare il mondo intero, se perde l’anima sua ? E che darà l’uomo in cambio della sua anima ?. Se uno si vergognerà di me e delle mie parole tra questa generazione perversa, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà sulla gloria del Padre suo con gli Angeli santi” ( Mc. 8,34-38 ).

“Pietro prese a dirgli : ‘Ecco, noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito’. Gesù rispose : ‘In verità vi dico : non c’é nessuno che abbandoni casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi per me e per il Vangelo e non riceva il centuplo fin d’ora, in questo tempo, in case, fratelli, sorelle, madre, figli, campi, insieme con persecuzioni, e nel secolo futuro, la vita eterna. Molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi” ( Mc. 10,28-31 ).

Il sacrificio nei confronti delle persone care e dei propri beni non risulta essere un comportamento eccezionale per gli israeliti dell’epoca che stiamo studiando. Anzi, l’emigrazione appare una opzione preferibile per sfuggire ad una situazione di miseria o anche richiesta per l’esercizio di determinate occupazioni quotidiane ( per esempio, la mercatura ), nonostante che nei contemporanei di Gesù siano vivissimi il senso della famiglia e il legame con il proprio paese di origine. Certo per la causa indipendentista, o per qualche altro ideale superiore, un tale sacrificio ha il suo costo e il suo peso.

Ma quello che il Nazareno esige dai suoi ascoltatori é una rinuncia radicale per costruire il ‘Regno’, e non tanto a cose e persone quanto a se stessi e ai propri attaccamenti egocentrici. Non solo per la causa del Vangelo : una tale richiesta comporta l’adesione di mente e cuore alla ‘persona di Gesù’. Il patriottismo zelota non si é spinto fino a tanto, analogamente al cenobitismo esseno.

La chiamata dei discepoli, soprattutto dei ‘Dodici’, ha qualcosa di straordinario. La risposta all’invito alla sequela di Gesù rimane un mistero se si pensa al carattere spontaneo ed immediato del riscontro da parte di alcuni suoi seguaci, tanto marcato dalla tradizione sinottica. Un evento insolito appare così d’eccezione, tanto é vero che Gesù ne rivendica il carattere provvidenziale e gratuito, esaltandolo come prodotto dell’iniziativa del Padre ( si cfr. Gv. 17,6ss. ).

Quali possono essere le motivazioni della sequela del Galileo ? La straordinarietà e la dimensione carismatica del personaggio in questione. La forte impressione suscitata dai “segni” che lo accompagnano e che manifestano in lui un qualcosa di soprannaturale. Ma Gesù appare anche un “soggetto difficile da gestire” e che fa appello ad un linguaggio figurato, velato, simbolico, spesso ricco di sensi doppi, che mette a dura prova la capacità di comprensione di chi lo ascolta. Anche i Dodici faticano a capirlo. Numerosi suoi discepoli lo abbandonano in occasione del suo discorso sul ‘pane di vita’ ( Gv. 6,60-71 ) e il Quarto Vangelo riporta spesso la citazione “molti non credettero in lui”, insistendo sul paradosso di una mancanza di fede intorno alla sua persona nonostante le “opere sorprendenti” da lui compiute ( si cfr. tutto il brano di Gv. 12,37-50 ).

I suoi più intimi ( comprese Maria Maddalena e le donne del suo seguito ) si legano di un amore fraterno al loro Maestro. E nonostante questo rapporto affettivo così consolidato, si insinuano in esso l’ombra e la minaccia del tradimento. Un mistero questo ma, purtroppo, anche una eventualità.

Non ci sono motivi per dubitare neanche più di tanto della sincerità dell’affetto di Giuda Iscariota per Gesù, nonostante la sua azione ancor più riprovevole perché mercenaria. L’Iscariota avrà desiderato (inconsapevole, del resto, dell’eterogenesi dei fini che lo travolgerà in modo inesorabile), forse, il danno al movimento e/o all’immagine del Nazareno, ma non la sua morte. Solo il pensiero di quest’affetto sincero e reciproco lo ha condotto poi al pentimento e alla disperazione.

E’ evidente che la personalità carismatica ed affascinante del Maestro di Nazareth, da un lato, e i “paradoxon ergon”, dall’altro, non bastano a spiegare da soli i motivi della sequela. Nei Dodici e negli altri discepoli non può certo mancare lo zelo religioso : sono credenti osservanti, sinceramente devoti alla causa di Israele, nella sua rigenerazione religiosa e nella sua emancipazione politica. Anch’essi si credono desiderosi e partecipi di un tempo messianico ed escatologico ( caratterizzato dalla scomparsa del male e delle miserie morali e dal trionfo della pace e della giustizia ) predetto dai Profeti, del quale si crede già imminente fin dalla frequentazione del Battista, ed inaugurato dall’annuncio della parola di Cristo.

Gli interlocutori di Gesù –e in primo luogo i suoi discepoli- non riescono a dissociare la religione dalla politica : sono fedeli alla radice veterotestamentaria della nozione di un Regno di Dio dai caratteri trionfalistici e militari che vede signoreggiare Israele su tutte le nazioni.

Occorre fare una constatazione molto importante : Gesù non sconfessa apertamente fino all’ultimo, con le parole, questa concezione che i suoi connazionali ( e in fondo anche i suoi discepoli ) hanno del ‘Regno di Dio’ :


“Trovandosi essi ( gli Apostoli ) riuniti, gli domandarono : ‘Signore, é questo il tempo in cui tu ristabilirai il regno di Israele ?’. Egli rispose loro : ‘Non sta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato in suo potere. Ma con la discesa dello Spirito Santo riceverete dentro di voi la forza di essermi testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella Samaria e fino all’estremità della terra” ( At. 1,6-8 ).

Il Maestro non corregge questa loro prospettiva. Saranno gli eventi successivi a far loro prendere coscienza di cosa egli avesse inteso quando affrontava questo tema. Per il momento lascia che i suoi contemporanei diano questa interpretazione ( come nel caso riferito dal versetto lucano ), mentre egli la svuota solo del suo senso nazionalistico ed esclusivistico, dilatando e caricando il tema del Regno di una precisa valenza spirituale. Cristo segue una pedagogia progressiva nel processo di rivelazione e tempi opportuni per manifestare nuove verità, senza forzare la mente umana e la storia. Gli Apostoli, tutti gli altri discepoli e i fedeli della Chiesa di Gerusalemme, in forza dello Spirito Santo e delle circostanze ( l’apertura e la conversione dei Gentili al Vangelo, la distruzione di Gerusalemme nel 70 EV ), perverranno alla consapevolezza che il nuovo ‘Israele di Dio’ sarà tutta l’umanità redenta nel sangue del Messia galileo.

Tornando all’indagine sul suo ministero pre-pasquale, la tradizione sinottica ci informa che Gesù, contrariamente ai suoi contemporanei, promuove la distinzione tra la ‘religione’ e la ‘politica’ con il celebre episodio del ‘Tributo a Cesare’ ( Mt. 22,15-22; Mc. 12,13-17; Lc. 20,20-26 ). Un pericoloso tentativo di screditarlo davanti all’opinione pubblica, oppure di incolparlo di sedizione, gli viene prospettato da alcuni Farisei e da alcuni Erodiani : “é lecito pagare il tributo a Cesare ?”. Rifiutando il tributo, Gesù si sarebbe ingraziato i movimenti di resistenza antiromana e quelle folle gerosolimitane fortemente entusiaste di fronte ad una sua identificazione con l’immagine del Messia politico e guerriero, ma sarebbe stato denunciato dai notabili a Pilato per ribellione. Accettando il tributo -cosa che effettivamente fa- avrebbe deluso le aspettative degli indipendentisti e avrebbe “apparentemente” compromesso la prospettiva messianica della sua nazione. Anche in quest’ultima alternativa i Farisei e gli Erodiani ci avrebbero lo stesso guadagnato nel produrre il malcontento popolare nei suoi confronti.

Gesù, teorizzando la distinzione tra due diversi ambiti di autorità, fa capire che a Dio si deve l’adorazione e il culto e all’autorità civile ( nella misura in cui essa non interferisce nella sfera religiosa ) la sottomissione in quanto garante della pace e dell’ordine, invitando anche -a causa del peccato- ad accettare una dominazione straniera nella misura in cui essa é tollerabile, con la consapevolezza che la violenza é sempre deleteria ( Mt. 26,52 ) e con il sano realismo di chi constata quasi impossibile un ribaltamento dei rapporti di forza tra il minuscolo popolo ebraico e il soverchiante potere romano. Il rapporto di Gesù con l’Impero non risulta essere lontano dalla linea seguita dal Sinedrio, con la differenza che egli introduce questa dissociazione tra la religione e la politica.

Tuttavia il suo destino rimane segnato. Il giorno della Passione, accanto ai facinorosi, ai corrotti dai Capi, non mancherà la folla disillusa ad invocare la sua crocifissione da Pilato.

L’episodio del ‘Tributo a Cesare’ rende Gesù inviso con molta probabilità anche agli Zeloti che, nel loro fanatismo, considerano solo Jahveh il padrone esclusivo della Terra Santa e il pagamento delle tasse non solo come un incentivo allo sfruttamento del popolo, ma anche un riconoscimento all’idolatria desunta dalle immagini impresse sulle monete ( la Legge di Mosé infatti proibisce la raffigurazione di esseri viventi ).


Anche Giuseppe Flavio ( sempre con il beneficio dell’autenticità delle sue fonti ), bene informato sugli avvenimenti palestinesi del I secolo, non sembra riconoscere all’attività di Cristo un carattere politico o interpretabile in questo senso.

Il Nazareno riabilita con vigore un’altra delle categorie sociali più disprezzate nel mondo mediterraneo : la ‘condizione servile’. Egli non sostiene nessun programma di emancipazione giuridica dello schiavo, ma adduce quest’ultimo come paradigma del perfetto credente nel suo rapporto con Dio e con i fratelli. Il rapporto di servizio ( che é di dipendenza ) deve essere, secondo il pensiero di Cristo, fondato sull’amore e sull’umiltà, condizioni imprescindibili per l’accesso al Regno di Dio. Sono molti i brani evangelici che alludono a questa tematica. Valga un passo significativo tra i tanti : Gesù non asseconda la richiesta, dettata da un’ambizione apparentemente grossolana, dei figli di Zebedeo di avere un posto di privilegio nella sua gloria :

“Or Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui e gli dissero : ‘Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quanto ti chiediamo’. Egli domandò loro : ‘Che volete che io faccia per voi ?’. Essi gli dissero : ‘Concedici di sedere uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nella tua gloria’. Gesù disse loro : ‘Voi sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io berrò e ricevere il battesimo con cui io sarò battezzato ?’. Gli risposero : ‘Lo possiamo !’. Gesù disse loro : ‘Voi, sì, berrete il calice che io berrò e riceverete il battesimo con cui io sarò battezzato, però, quanto a sedere alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me il concedervelo, ma é per coloro per i quali é stato preparato’. Gli altri dieci, inteso ciò, si sdegnarono contro Giacomo e Giovanni. Allora, chiamatili presso di sé, Gesù disse loro : ‘Voi sapete che quelli che passano per capi delle nazioni le tiranneggiano e i loro grandi fanno pesare il potere su di esse. Ma non così dev’essere fra di voi, colui che vorrà diventare grande fra voi, sarà il vostro servo; e colui che fra voi vorrà essere il primo, sarà il servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo, non é venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mc. 10,35-44 ).

In questo passo é implicita l’allusione al Regno dei Cieli, evidenziando come il comportamento di chi vuole essere grande debba essere quello del ‘servizio’. Il ‘Regno’, annunciato da Gesù, non sarà mai espressione di potere e di dominio di un uomo su un altro uomo.

Arriviamo ora alla condanna a morte di Gesù di Nazareth.

Gli studiosi che sostengono “la linea ribellista e politica dell’attività del Nazareno e dei suoi discepoli” accentuano la responsabilità solo romana nell’evento della crocifissione, con la connivenza del notabilato ebraico di Gerusalemme. Ovviamente, i risultati delle loro indagini sono realmente in contrasto con tutta la prospettiva neotestamentaria che attribuisce la causa della morte di Gesù solo ai Giudei e, nello specifico, ai loro più autorevoli Capi religiosi. Pilato sarebbe intervenuto a ratificare un giudizio di condanna emesso dal Sinedrio e a far eseguire una conseguente pena capitale.

I suddetti storici razionalisti fanno leva sull’ipotesi di una redazione tardiva dei libri storici del N.T., posteriore alla definitiva Diaspora del 70 EV ( ipotesi che finora non é stata scientificamente suffragata ), insistendo su un preteso abile “escamotage” della Chiesa primitiva, consistente nel riscattare l’operato politico di un crocifisso, mostrandolo all’opinione pubblica ellenistico-romana come un innocente fatto uccidere, per volere dei capi del suo popolo, per ragioni puramente religiose. Secondo questi studiosi sarebbe il caso di riscrivere i vangeli.


Gli unici supporti extracristiani alla tesi tradizionale potrebbero essere riscontrati nel suddetto Testimonium Flavianum e nella Lettera di Mara Bar Serapione -sempre che siano ritenuti attendibili - che addebitano la responsabilità della morte di Gesù al solo notabilato ebreo. Però, anche in questi documenti potrebbe non essere, di primo acchito, smentita l’ipotesi di una condanna a morte per altri motivi accanto a quelli religiosi. Eppure Giuseppe Flavio non fa riferimento ad un diretto ed esplicito impegno politico da parte di Gesù; e lo stoico siriaco lo considera un sapiente al pari di altri due grandi dell’antichità, come Socrate e Pitagora, anch’essi non impegnati sul piano politico e, tuttavia, fatti morire ingiustamente.

Neanche gli Annales XV,44 di Tacito possono offrire un indizio attendibile a favore dell’ipotesi dell’uccisione di Gesù di Nazareth fondata su reali motivazioni politiche. Riportiamo il brano in questione :

“Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi é di turpe e di vergognoso……..”.

Questa di Tacito é una fonte abbastanza tendenziosa ma, sicuramente, una prova storica extrabiblica tanto della nascita del Cristianesimo in Giudea e della sua diffusione a Roma nel I secolo EV, quanto dell’esistenza terrena di Cristo, fatto giustiziare da Ponzio Pilato sotto l’imperatore Tiberio. Essa raccoglie le dicerie popolari circolanti nell’Urbe intorno a questa “exitialis superstitio”, senza vagliarle criticamente e senza che Tacito stesso perda tempo nel conoscere la consistenza di questa nuova realtà del Cristianesimo. Allo storico latino questo fenomeno non interessa più di tanto, anche perché disgustato dalla provenienza orientale di nuove “mode” e di nuovi culti stranieri. Cristo viene liquidato in poche parole come origine di questa “morbosa” superstizione e del gruppo che a Roma la professa spudoratamente. Forse sarà stato giustiziato come un ribelle o come un malfattore, ma Tacito non lo afferma in maniera esplicita. Semplicemente collega la figura di un ebreo palestinese con l’origine di una credenza di natura religiosa.

A nostro avviso risulta essere abbastanza valida la tesi di un biblista che ravvisa -nel contesto della tradizione sinottica- nei capitoli precedenti alla narrazione della Passione quasi una sorta di propedeutica rispetto a quest’ultima, sulla base di un ragionamento di fondo a posteriori che é a monte della redazione dei primi tre vangeli che conosciamo : il senso ultimo di tutto il precedente ministero pubblico di Gesù di Nazareth é costituito dal duplice Evento della Passione e della Resurrezione.

I primi cristiani ( giudeo-cristiani ed etnico-cristiani ) devono rendere ragione storicamente, a se stessi e all’esterno, del loro kerygma e della loro fede in Cristo fisicamente risorto; ma anche rendere comprensibile la sua morte violenta più volte annunciata. Una condanna capitale non per un reato di diritto comune, ma in conseguenza di quello che il Galileo predica : cioé dei suoi insegnamenti solo religiosi e morali che non chiamano in causa né l’indipendenza da Roma, né il rifiuto di pagare le decime al Tempio e le imposte al dominatore straniero, e né il ricorso ai fatti di sangue. Separatamente dalla narrazione della Passione e della Resurrezione, il precedente racconto del suo ministero pubblico finirebbe per mostrare -se volessimo pure espungere i miracoli dalla stessa- un Cristo semplice maestro di morale, con buona pace di Hegel e dei suoi ‘Scritti teologici giovanili’ ( 1793-1800 ), un rabbino che inculca massime per la buona condotta dell’uomo.

Il ‘titulus crucis’ riporta la dicitura “Gesù Nazareno re dei Giudei” e l’evangelista Giovanni gioca sui paradossi. Il Maestro é sovrano, ma di un “regno che non é di questo mondo” (Gv. 18,36) ed é re di Israele solo dal punto di vista della fede. Pilato ironizza su questo “strano” personaggio al quale viene attribuita la regalità. Il Quarto Vangelo e i Sinottici sottolineano in che modo é stato giudicato e messo a morte un “sedizioso” o un “ribelle” solo ed abbandonato al suo destino. Il gioco dei paradossi non finisce qui : l’inerme e pacifico re viene messo a confronto con un omicida di nome Barabba, responsabile di un delitto commesso durante un tumulto. E’ come se i vangeli volessero dirci : sia l’intelligenza di chi ci ascolti o di chi ci legga a giudicare chi sia l’autentico criminale politico. Un innocente di nome Gesù al quale viene attribuita una regalità non meglio definita ? Oppure : un omicida còlto in flagrante nel contesto di una sollevazione popolare antiromana ? Oppure ancora : i Capi religiosi che giocano in malafede sull’equivocità dell’uso gesuano del termine “regno” per far meglio condannare a morte un innocente con la menzogna ? Oppure : Pilato che non considera il Nazareno reo di niente, ma alla fine calpesta il senso della giustizia presa sul serio, coprendo politicamente ( diciamo per “ragion di Stato” ) un’uccisione per cause puramente religiose ?

L’evangelista Giovanni poi mette in luce il vero punto di vista degli accusatori :

“Gli ( = Pilato ) replicarono allora i Giudei : ‘Noi abbiamo una legge secondo la quale deve morire, perché si é fatto ‘Figlio di Dio’ ” ( Gv. 19,7 ).

Cioé : per il reato di bestemmia punibile con la morte secondo la Torah, ma solo in relazione alla religione israelitica.

I redattori biblici narrano gli episodi della Passione anche con la preoccupazione di salvaguardare l’innocenza di Gesù.

Ci si può anche porre questa domanda. Perché narrare una serie di avvenimenti crudi e dolorosi che possano dare adito anche all’illazione contraria ? Se la composizione dei vangeli canonici risulta essere posteriore al 70 EV e diretta solo al mondo ellenistico-romano, perché presentare una scomoda e raccapricciante crocifissione, dal momento che Pilato e gli altri comprimari della tragica vicenda sono morti e non possono dichiarare più l’estraneità ( oppure la colpevolezza ) di Gesù di Nazareth dai crimini di diritto comune ? Che bisogno c’é di “inventare” la sentenza di condanna del “prefectus Juadae”, la flagellazione, i due briganti citati con il nome latinizzato di ‘latrones’ ? Semmai, col pretesto di evidenziare il paradosso ripugnante dello spettacolo di un uomo puro assieme a due malviventi, si può anche avere la tentazione di confonderlo con loro ? Non si può inventare la “bella favola” dell’ascensione di un Gesù diverso, possente ed “immortale” come Elia su un carro di fuoco, dal Monte degli Ulivi, a conclusione di una vicenda fatta di miracoli più che strepitosi e di idillici rapporti con il suo popolo che si esprimono in gratificazioni e successi ?

E invece no perché gli eventi sono quelli che sono e descritti nel Nuovo Testamento.

Gli Autori ( preceduti dagli Apostoli e dalla prima generazione dei fedeli ) hanno –bisogna riconoscerlo- il coraggio della sincerità e della testimonianza a doversi misurare con un ambiente a loro estraneo e prevenuto, a prezzo dell’irrisione, dell’ostracismo, dell’ostilità più o meno aperta, della vita……Cosa ancor più eclatante se la redazione degli vangeli canonici viene effettuata nel periodo in cui gli Apostoli risultano essere ancora viventi.

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2. La seconda fase del Cristianesimo nascente che esponiamo é quella che considera la storia della Chiesa di Gerusalemme dalla Pentecoste del 30 EV fino alla prima guerra giudaica del 66-70 EV.

Abbiamo notizie della Chiesa primitiva di Gerusalemme, sorta come istituzione per impulso dello Spirito Santo e degli Apostoli e che fa capo a Simone detto Cefa, a Giacomo “fratello del Signore”, e al futuro evangelista Giovanni ( le tre “colonne” come le chiama Paolo di Tarso in Gal. 2,9 ), la quale condivide in tutto e per tutto il destino collettivo degli Ebrei palestinesi fino alla “catastrofe” del 66-70 EV. Fonti più dirette di informazione sull’esistenza di questa comunità primitiva sono gli ‘Atti degli Apostoli’ ( scritto attribuito dalla tradizione a Luca ) e quella di Egesippo riportata da Eusebio di Cesarea nella sua ‘Storia Ecclesiastica’.

Indirettamente, qualche indizio ce lo possono offrire anche gli altri scritti del Nuovo Testamento, come le Lettere paoline -in modo particolare la ‘Lettera agli Ebrei-, non tanto per la storia di questa Chiesa-madre, quanto per il relativo pensiero teologico che si potrebbe ricostruire in relazione all’epistola summenzionata.

Sebbene nasca come istituzione strutturata sui Dodici, nel giro di così poco tempo i suoi membri aumentano a dismisura : da centoventi persone ( At. 1,15 ) si passa ad un numero elevato di circa tremila fedeli ( At. 2,41 ). E non é poco in proporzione al numero degli abitanti della Città Santa a quell’epoca. Pur prospettandosi inizialmente un quadro quasi idillico di fraternità ( At. 4,31-37 ), non mancano però problemi di organizzazione interna e i ‘Dodici’, al riguardo, istituiscono i due ministeri della ‘diakonìa’ ( del servizio alla comunità con incarichi di assistenza ai poveri e alle vedove ) e del ‘presbiterato’ nelle funzioni liturgiche. Questa primitiva Chiesa é costituita inizialmente da abitanti della Giudea e da ellenisti, cioè ebrei provenienti dalla Diaspora ( ma anche da ‘proseliti’ e ‘timorati di Dio’, vale a dire da ex pagani che, in precedenza, hanno accettato usi, costumi e credenze giudaiche ).

Ebrei o Cristiani ?    Si tratta di sapere se questi nuovi credenti in Cristo si considerano a pieno titolo ebrei ortodossi sì ma che alla fine credono chiaramente che i tempi escatologici siano stati finalmente inaugurati da Gesù che, oltre a possedere qualità profetiche e taumaturgiche, é il vero Messia di Israele ( ma questo Messia é stato tuttavia ripudiato dalla “generazione perversa” come attesta Pietro in At. 2,40, e pertanto tale comunità si considera il ‘resto di Israele’ vaticinato dai profeti dell’A.T. ) ? Oppure sono ebrei profondamente innovatori che cominciano ad essere consapevoli della natura divina del personaggio Gesù Cristo, in modo tale da ritenere il suo operato come l’espressione di una nuova ‘rivelazione di Dio’, superiore a quella mediata da Mosé e dai Profeti dell’A.T., e che fonda una nuova religione che nasce dal ceppo dell’Ebraismo ? Tutta la comunità dei giudeocristiani ortodossi fa capo agli Apostoli, e successivamente alla figura di Iakobo, esprimendo le due già accennate prospettive****che si implicano dialetticamente tra loro e talora si scontrano, ma il più delle volte riescono a trovare il loro giusto punto di equilibrio, rendendo così vivace la vita della Chiesa-madre.

****Alcuni studiosi sono convinti che la Chiesa di Gerusalemme possa comprendere pure una terza corrente supposta molto critica nei confronti del Tempio, idealmente collegata alle “provocazioni” di Gesù al sacro edificio di culto ( si cfr i Vangeli canonici al riguardo ), concludendo che essa é rappresentata dagli Ellenisti ( At. 6,1 ), in base al lungo discorso del diacono Stefano protomartire della Chiesa primitiva :

“Ma fu Salomone che gli edificò un Tempio. L’Altissimo, però, non abita in templi manufatti, come dice il profeta: ‘Il cielo é il mio trono e la terra sgabello ai miei piedi; qual casa mi edificherete, dice il Signore, e quale sarà il luogo del mio riposo ? Non é stata forse la mia mano a far tutto questo ?’. Duri di cervice e incirconcisi di cuore e di orecchie, voi sempre resistete allo Spirito Santo : come furono i vostri padri, così siete voi. Quale profeta non perseguitarono i vostri padri ? Essi uccisero coloro che predicevano la venuta del Giusto, di cui voi, in questi giorni, siete stati i traditori e gli omicidi. Voi che avete ricevuto la Legge per ministero di Angeli e non l’avete osservata” ( At. 7,47-53 ).

Stefano viene lapidato presumibilmente intorno all’anno 36 EV. Il Sinedrio forse approfitta dell’assenza del prefetto Ponzio Pilato, destituito per ordine di Tiberio a causa di sue maldestre operazioni nella repressione di una rivolta di Samaritani, per scatenare una prima persecuzione contro la neonata Chiesa di Gerusalemme (si cfr. At. 8,1-3 e 9,1-2). Il suo braccio armato é un fariseo nativo di Tarso di nome Saulo ( At.8,1-3ss ). Numerosi credenti vengono imprigionati. Molti altri, soprattutto della Diaspora, fuggono diffondendo il Vangelo altrove ( si cfr. At. 11,19 ).

Ora questi studiosi ritengono che, data la tensione apocalittica ed escatologica che pur pervade la giovane Chiesa, non manchino le intemperanze di molti fedeli che, in preda all’eccentricità e alla provocazione, contrapponendo il carisma profetico al sacerdozio, sobillino gli ascoltatori a polemizzare contro il Tempio e il sacerdozio levitico. Si tratta di una debole ipotesi, ma gli Atti degli Apostoli citano il discorso di Stefano come pretesto occasionale per una violenta vessazione sinedrita contro i fedeli del Galileo crocifisso, senza alcuna discriminazione.

Perfino la Lettera agli Ebrei ( composta verosimilmente intorno al 64 EV ), inviata dall’Italia  ( forse da Roma ? ) ai giudeocristiani ( quelli di Gerusalemme oppure quelli delle comunità della Diaspora ) e che rivendica la superiorità del sacerdozio di Cristo su quello levitico e il superamento di quest’ultimo, non nasconde l’ancora persistente attaccamento al Tempio e le relative pratiche cultuali da parte dei credenti di origine giudaica, già quasi all’indomani della più generale sollevazione antiromana dell’intera Palestina. Di fronte a questa constatazione perde credito la posizione di chi vuol ravvisare nei primi seguaci degli Apostoli, compresi gli ‘Ellenisti’, un movimento di contestazione del Tempio di Gerusalemme.

Se il greco ‘Chrestòs’ traduce l’ebraico ‘Mashiàh’, l’equivalente ‘chrestianòi’ dovrebbe corrispondere ai ‘messianici’ o ‘messianisti’. Con questo termine, in senso lato, si intenderebbe un qualsiasi partito religioso-politico di tipo apocalittico che fa capo ad un ‘Messia’. Beninteso : una delle tante correnti religiose ebraiche.

Non sono mancati storici non cattolici che ritengono gli ‘Ellenisti’ ( citati negli Atti degli Apostoli nel cap. 6 ) - per il fatto che numerosi ebrei della Diaspora, convertiti al Vangelo dagli Apostoli, dopo la morte di Stefano si sono rifugiati in Siria, in Fenicia e nell’isola di Cipro, per sfuggire alla persecuzione del Sinedrio - come i ribelli e contestatori messianisti facenti parte della Chiesa di Gerusalemme. E da Antiochia di Siria molti di questi si sono dati poi l’appellativo greco di ‘chrestianòi’, cioé l’equivalente greco di ‘messianisti’ ( anzi combattenti messianisti nella madrepatria ). In ultima analisi, la persecuzione del Sinedrio sarebbe stata un atto politico oltre che religioso. Si tratta, anche questo, di un teorema che non regge ad un’attenta lettura del passo degli Atti degli Apostoli relativo alla fondazione della Chiesa di Antiochia :

“Frattanto quelli che erano stati dispersi dalla persecuzione contro Stefano, si sparsero sino in Fenicia, a Cipro e ad Antiochia, annunziando la parola soltanto ai Giudei. Vi furono però tra loro alcuni di Cipro e di Cirene i quali, giunti ad Antiochia, si rivolsero anche ai Greci, parlando loro del Signore Gesù. La mano del Signore era con loro e grande fu il numero di quelli che credettero e si convertirono al Signore. La notizia giunse agli orecchi dei membri della Chiesa di Gerusalemme ed essi inviarono Barnaba fino ad Antiochia. Quando egli fu giunto ed ebbe veduto l’effetto della grazia di Dio, si rallegrò ed esortò tutti a rimanere con animo fermo uniti al Signore. Egli era un uomo dabbene, pieno di Spirito Santo e di fede. Ed una folla assai numerosa si unì al Signore. Barnaba poi si recò a Tarso in cerca di Saulo e, avendolo trovato, lo condusse ad Antiochia. Per un anno intero lavorarono assieme in quella Chiesa e istruirono molti. In Antiochia per la prima volta i discepoli presero il nome di ‘Cristiani’” ( At.11,19-26 ).

Nessuna fonte cristiana del I secolo e nessuna fonte giudaica del periodo intertestamentario hanno utilizzato il termine ‘toi chrestianòi’ in senso lato per indicare un qualsiasi movimento messianista circolante nell’ambiente ebraico palestinese. Ma quando si é parlato di ‘toi chrestianòi’ nel senso stretto dell’espressione, si é alluso tanto ai seguaci di Gesù Cristo crocifisso sotto Pilato ( si cfr. Ant. Giud. XVIII, 63-64 e Annales XV,44 ) e poi risorto da morte, ritenuto Messia e Figlio di Dio, quanto ancora ai professanti una religione diversa dal Giudaismo, in corrispondenza alla citazione di At. 11,26 che riferisce come i fedeli della Chiesa di Antiochia ( composta dagli esuli ellenisti di Cipro e di Cirene e da ex pagani ivi residenti, confermata dagli Apostoli e dalla Chiesa di Gerusalemme ) abbiano dato “per la prima volta” ( nel senso di un termine mai utilizzato prima di allora in nessun contesto ebraico ) a se stessi il nome di ‘cristiani’.

A nostro avviso risulta essere debole anche l’ipotesi di un “Cristianesimo al plurale”, proposta da alcuni storici non cattolici ( alcuni che hanno insegnato nelle Facoltà umanistiche fino a pochi anni fa “campando di rendita su questi argomenti religiosi” ). Se l’espressione ‘toi chrestianòi’ fosse stata utilizzata da una fonte giudaica del periodo intertestamentario, indipendentemente dal N.T., Luca non avrebbe avuto reticenza nell’operare dei “distinguo”, facendoci capire che questa espressione veniva già adoperata in altri contesti.

E’ chiaro che l’Autore degli Atti degli Apostoli ci offre l’informazione secondo la quale i credenti in Gesù ad Antiochia di Siria, “per la prima volta”, si attribuiscono la denominazione ‘toi chrestianòi’ in senso stretto per qualificare se stessi come i seguaci di Gesù Messia crocifisso da Ponzio Pilato ( e poi risorto ), ma anche sostenitori di una nuova religione che lo considera Figlio del Dio altissimo. Teniamo presente che si tratta di un termine introdotto già in un ambiente extrapalestinese ( Antiochia era una “città gentile” per eccellenza ) per intendere già di per sé una “philosophia” o una “stirpe” ( se vogliamo attenerci alle diciture ricorrenti negli scritti di Giuseppe Flavio ) che si pone agli albori già al di là del mondo religioso ebraico ( nel quale rientrano le correnti dei Farisei, dei Sadducei, degli Esseni, degli Zeloti, ecc. ).

Altri problemi interni finiranno per costituire, negli anni successivi, un travaglio per la giovane comunità gerosolimitana, come l’apertura al Vangelo dei Gentili senza passare per la circoncisione e l’osservanza delle prescrizioni mosaiche. In tal modo “l’Israele secondo la carne” perde il suo privilegio di priorità in ordine alla Salvezza, per cui non basta solo la fede nell’uguaglianza del Figlio con il Padre a fare la differenza sostanziale tra il Cristianesimo nascente e il Giudaismo. Quest’ultima viene marcata soprattutto in forza di una concezione teologica di capitale importanza. Il principio paolino della giustificazione per la fede in Gesù Cristo crocifisso e non per le opere della Legge viene accettato da tutti gli Apostoli viventi, compresi Pietro e Iakobo, presidente della Chiesa-madre. Anche se quest’ultimo avanzerà un compromesso pratico nei rapporti con i Gentili ( At. 15,13-21 ), puntualizzando poi, in una sua celebre e omonima Epistola, il complementare principio che la fede non può bastare, ma che occorre anche l’osservanza dei comandamenti divini, in quanto “la fede senza le opere é morta” ( Gc. 2,26 ). Si tratta di uno spunto dottrinale di Iakobo, fatto valere come un tentativo estremo per garantire la compattezza del Giudeo-cristianesimo ortodosso attorno a lui, cercando di evitare non solo l’eventualità di deviazioni ereticali miranti a sconfessare la divinità di Gesù in nome di un rigido monoteismo jahvista, quanto la stessa apostasia e il ritorno dei delusi al Giudaismo ufficiale, con il quale anche lo stesso Apostolo intende misurarsi e mantenervi un canale di collegamento al fine di scongiurare ulteriori vessazioni da parte del Sinedrio, dei Farisei più irriducibili e delle correnti integraliste.

A questi problemi interni alla Chiesa nascente si aggiungono quelli di coesistenza con il Giudaismo ufficiale. Dal 30 al 66 EV la comunità gerosolimitana constata la sua base popolare in aumento, ma l’equilibrio tra gli Apostoli e i nuovi credenti, da un lato, e il Sinedrio, dall’altro, si interrompe a più riprese. Prima con l’arresto di Pietro e Giovanni, poi con il martirio del diacono ellenista Stefano, poi ancora con un tentativo di persecuzione a vasto raggio che vede il fariseo Saulo ( originario di Tarso ) come attivo protagonista principale, e poi ancora con un’altra persecuzione -questa volta legale- voluta da Erode Agrippa I d’accordo con il Sinedrio ( e che conosce il martirio di uno dei due figli di Zebedeo, l’allontanamento di Pietro da Gerusalemme e la dispersione degli Apostoli ), infine con l’uccisione dello stesso Iakobo autorizzata dal Sommo Sacerdote Anano circa l’anno 62 EV.

I periodi di difficile e precaria coesistenza tra le autorità religiose d’Israele e la Chiesa di Gerusalemme sono garantiti : i) da un numero crescente di convertiti al Vangelo nella Città Santa che sembra non rendere efficace un’azione repressiva risolutiva; ii) il controllo continuo e costante esercitato dai procuratori romani e dai loro contingenti militari sul posto, pronti a prevenire o, quanto meno, a soffocare eventuali disordini; iii ) il prevalere di una linea moderata ed attendista da parte di alcuni rabbini accreditati presso il Sinedrio come Gamaliele I (At. 5,33-40ss); iv) il senso di responsabilità assunto dagli Apostoli, e soprattutto da Iakobo, in ordine al kerygma pubblico incentrato sul carattere messianico del personaggio di Cristo crocifisso e poi risorto da morte, e non piuttosto ostentando la sua natura divina che lo rende uguale al Padre. Una provocazione quest’ultima che non sarebbe stata né tollerabile né perdonata dai Capi religiosi d’Israele.

Tre sono le documentazioni che riguardano Iakobo o Giacomo “fratello di Gesù detto il Cristo” ( identificato dalla tradizione come Giacomo il Minore e come Giacomo il Giusto ), quale capo della Chiesa-madre almeno negli anni che vanno dal 44-49 EV fino alla sua morte avvenuta per lapidazione nel 62 EV circa : due di provenienza cristiana, come il Nuovo Testamento ( dell’Apostolo si conserva l’Epistola omonima ) e un’informazione fornita da un giudeocristiano del II secolo di nome Egesippo e riportata, successivamente, da Eusebio di Cesarea nella sua ‘Storia Ecclesiastica’; l’altra, invece di parte ebraica, costituita dal già citato Testimonium Flavianum.

La Chiesa-madre di Gerusalemme del I secolo condivide il destino collettivo del popolo ebraico della Palestina, dalla sua nascita come istituzione fino alla dispersione negli anni della prima guerra giudaica. Presume di mantenere un rapporto di continuità con il Giudaismo ufficiale nel senso che gli ebrei convertiti continuano ancora a professare le consuetudini e le pratiche cultuali del Tempio ( si cfr. At. 2,46 ), non ignorando tuttavia l’insegnamento di Gesù circa il valore della Legge morale e l’inutilità delle tradizioni farisaiche che l’appesantiscono e la svuotano dall’interno. Anche i giudeocristiani della Palestina pagano le decime al Tempio e le imposte all’Imperatore, come tutti gli ebrei ortodossi.

Ebrei o Cristiani ?    Iakobo e i suoi seguaci, con il passare del tempo, cominciano però a non illudersi più su una “sostanziale continuità”, anche sul piano teologico, del loro Vangelo con il Giudaismo ufficiale. Quest’ultimo non si lascia riformare al proprio interno e farsi permeare dalle nuove credenze nella messianicità di Gesù Cristo ( nella sua resurrezione fisica e nel carattere profetico e taumaturgico del suo operato storico ), non mira a dissociare la religione dalla politica, caratterizzandosi come fortemente conservatore sia sul piano di un rigido monoteismo che su quello di un legalismo esteriore puramente asfittico, inconcludente e disumano, e in una sorta di angusto esclusivismo nel rapporto con le genti pagane.

Iakobo e i primi fedeli gerosolimitani si possono ritenere ebrei solo su un piano formale ed esteriore, ma sostanzialmente cristiani in quanto, constatando il considerevole numero di conversioni dei Gentili extrapalestinesi al Vangelo senza passare per la circoncisione, grazie anche alla solerte attività di Paolo di Tarso, stanno maturando la consapevolezza che “l’Israele secondo la carne” non conta più nel piano divino di salvezza, subentrando ad esso il ‘nuovo Israele’, erede dei beni promessi in una ‘Nuova Alleanza’ suggellata nel sangue del Figlio di Dio*****. E in questo nuovo ‘Popolo di Dio’, costituito da quelli che credono in Gesù Messia, gli ex pagani risultano essere molto più numerosi degli ebrei convertiti.

*****La separazione della Chiesa dalla Sinagoga é un processo che si consuma non in modo uniforme, bensì in maniera potremmo dire “elastica”, a seconda delle circostanze e dei diversi territori mediterranei in cui si diffonde il Vangelo. Nelle Chiese di fondazione paolina il distacco dal Giudaismo ufficiale é netto e repentino, e l’Apostolo delle Genti deve faticare non poco nella sua opposizione decisa ai Giudaizzanti. Il distacco é anche più facile ( constatando che in alcune comunità il numero degli ebrei convertiti rispetto a quello degli ex pagani é esiguo, in altre é nullo ), presumendolo già una realtà compiuta dopo il 50 EV. Processo abbastanza tardivo, invece, nelle comunità cristiane siriaco-palestinesi-mesopotamiche, dove persisterà per molto tempo un legame più o meno stretto con il Giudaismo ufficiale da parte di alcune correnti giudeo-cristiane eterodosse ( come gli Ebioniti ), non riconoscentisi più nella Tradizione apostolica custodita dai vescovi in comunione con il successore di Pietro.

E’ questa “coscienza” che fa essere “cristiani” anche i fedeli della Chiesa di Gerusalemme, al pari delle comunità di fondazione paolina. Ecco perché l’autore degli Atti degli Apostoli, componendo il suo scritto ( non sappiamo se intorno al 65 oppure verso il 70 EV ), riporta questo dato storico molto eloquente : nel 40 EV circa, i credenti in Gesù ad Antiochia di Siria si attribuiscono, per la prima volta, una nuova denominazione : ‘toi chrestianòi’ ( ‘i cristiani’ ), come si evince in At. 11,26. Non solamente per offrire una loro configurazione, diciamo di tipo sociologico e giuridico all’esterno, nei rapporti con gli Ebrei e con i pagani sul piano religioso, e con i Romani su quello politico, ma proprio perché viventi questa consapevolezza di fondo. La suddetta categoria sarà estesa retrospettivamente anche alla Chiesa di Gerusalemme fin dai suoi primordi.

 

 

 

 

 

 

 


 

Fonte : scritti e appunti di Francesco Cuccaro , e-mail  cuccarof@alice.it  .