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Arte, Cultura e Religione
(Art , Culture and Religion) |
| RUBRICHE AUTORI : Francesco Cuccaro : Approfondimenti di Scienze Religiose Cristiane |
SENECA E IL CRISTIANESIMO
di Francesco Cuccaro
Una liberta di nome Epicharis, denunciata dall’ammiraglio della flotta del Miseno, Volusio Proculo, viene sottoposta ad atroci sevizie per costringerla a rivelare la consistenza di una congiura e i nomi dei partecipanti, con l’obiettivo di eliminare fisicamente l’imperatore Nerone. La donna si rifiuta e si suicida, destando stupore ed ammirazione nello storico Tacito che la descrive nei suoi Annales XV 51 e 57. Ma sarà un altro ex-schiavo, Milico che, dimostrando la propria ingratitudine verso il suo ex padrone, Flavio Scevino, tradisce quest’ultimo e altri comprimari della vicenda i quali, uno dopo l’altro, cadono in trappola accusandosi reciprocamente.
Si conclude in modo inglorioso la parabola della ‘congiura dei Pisoni’ nell’anno 65 d. Cr., caratterizzata dalla goffaggine dei suoi maggiori promotori : Calpurnio Pisone, il prefetto del pretorio Fenio Rufo, Afranio Quinziano, Claudio Senecione, Antonio Natale, Plauzio Laterano, Vestino Attico, Cervario Proculo, Giulio Augurino, Munazio Grato, Marcio Festo; i tribuni militari Subrio Flavo, Gaio Silvano, Stazio Prossimo; i centurioni Sulpicio Aspro, Massimo Scauro, Veneto Paolo. L’obiettivo prescelto é l’uccisione di Nerone durante un pubblico spettacolo al Circo Massimo.
L’Imperatore accentua i caratteri dispotici del suo governo, a causa della sua personalità disturbata e del regime di terrore scatenato da Sofonio Tigellino, suo fidato prefetto del pretorio, facendo sì che alcuni senatori e cavalieri e alcuni ufficiali della guardia pretoriana, uomini di cultura, siano accomunati da un medesimo intento. Le congiure si moltiplicano e, circa un anno dopo quella dei Pisoni, succedono la condanna a morte del proconsole d’Asia Barea Sorano (implicato nella cospirazione di Annio Viniciano) e del filosofo padovano Trasea Peto, e il bando di esilio di Elvidio Prisco, genero di quest’ultimo.
La vicenda dei Pisoni é passata alla storia per aver coinvolto i più bei nomi della cultura latina del I secolo : il filosofo Lucio Anneo Seneca, il poeta Anneo Lucano suo nipote, lo scrittore Caio Petronio Arbitro. Oggi gli storici sembrano essere d’accordo sul fatto che Seneca sia stato consapevole ma non partecipe di questo evento, in quanto amico di Antonio Natale e di Calpurnio Pisone, ma tanto basta a Nerone per liquidare uno scomodo ed autorevole testimone dei suoi delitti e una sorta di coscienza critica dell’assolutismo imperiale. Con la sua morte per dissanguamento e soffocamento, il celebre filosofo riscatta una vita vissuta all’insegna dell’ambiguità, della dissimulazione e dell’opportunismo.
Figlio del retore Lucio Anneo Seneca detto il Vecchio e di Elvia, fratello di Anneo Novato, noto anche come Giunio Gallione, e di Anneo Mela, nasce a Cordova intorno al 4 av. Cr. e si trasferisce ancor giovane a Roma, dove cade in disgrazia per l’accusa di adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola, intentatagli dall’imperatore Claudio che lo condanna alla relegazione in Corsica, da dove sarà richiamato intorno al 49 d. Cr. per interessamento di Agrippina Minore che lo vuole precettore del figlio Lucio Domizio Enobarbo, il futuro imperatore Nerone.
Seneca compone i suoi Dialogi sul modello platonico dove tratta temi etici esistenziali, nove tragedie di argomento mitologico, e un vasto epistolario (124 Lettere morali a Lucilio Iuniore, un suo amico e discepolo, distribuite in venti libri). Aderisce allo stoicismo insegnatogli da Sozione, come a una delle correnti di pensiero più in voga nel mondo ellenistico-romano, ma che sembra trovare il favore di buona parte della classe dirigente dell’Urbe. Si tratta, tuttavia, di una variante tipicamente romana della ‘Stoa’ che smorza i rigori del fatalismo con una saggezza pratica che non contrasta la promozione e la difesa del “mos maiorum”, coniugando il provvidenzialismo con i contributi provenienti da altre correnti culturali, facendo leva sulla concezione di una divinità intesa come purissimo spirito, insistendo sul valore della fraternità universale che lo induce a riconoscere la dignità personale e civile dello ‘schiavo’ ( in latino “servus” ).
Il filosofo di Cordova, pur appartenendo all’aristocrazia senatoria, non aderisce alle posizioni repubblicane di alcuni esponenti più conservatori, rivendicando piuttosto la funzione civile positiva del Principato come riflesso dell’universale monarchia del Logos divino. E gli eventi della politica neroniana fino al 58 d. Cr. circa, condizionata dal suo impegno civile, sembrano non sconfessare le aspettative di Seneca che, nel trattato De clementia, suggerisce la filantropica benevolenza e il criterio di moderazione alla base del governo di un monarca illuminato che ha come unico freno la ‘coscienza morale’.
“Essendo poi Gallione proconsole dell'Acaia, i Giudei tutti d'accordo insorsero contro Paolo, e lo menarono al tribunale,
13 dicendo: «Costui persuade la gente a rendere a Dio un culto contrario alla legge».
14 E come Paolo era lì pronto a parlare, Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di qualche delitto, di qualche grave misfatto, io, o Giudei, vi darei ascolto come ragione vuole;
15 ma, poiché si tratta di questioni di parole e di nomi, e appartengono alla vostra legge, pensateci voi: io non voglio farmi giudice di queste cose».
16 E li mandò via dal tribunale.
17 Tutti allora presero Sostene, capo della sinagoga, e lo percossero dinanzi al tribunale; e Gallione non se ne curava affatto” ( At. 18,12-17 ).
Probabilmente, il Giudaismo non é ignoto, per sommi capi, allo stesso Seneca che, disponendo di una cultura enciclopedica, si dimostra abbastanza prevenuto in modo negativo verso il popolo ebraico, da lui reputato come “la più criminale di tutte le razze” (1).
E teniamo presente che, ancora nel I secolo, il mondo pagano considera ancora, dall’esterno, ‘toi chrestianòi’ come una delle tante sette giudaiche, differenziantesi dalle altre per il culto di Cristo e per un proselitismo a carattere universale, laddove gli stessi cristiani hanno già, verso la metà del I secolo, consapevolezza dell’originalità della loro religione e di una differenza quasi sostanziale rispetto all’ebraismo, grazie anche ai contributi dottrinali di Paolo di Tarso, in merito al suo principio della giustificazione per la fede in Cristo e nel suo sacrificio espiatorio sulla croce.
Ora immaginiamo di vivere a Roma all’epoca del principato di Nerone, una città che può contare circa un milione di abitanti. In essa, durante l’impero di Claudio, si é già costituita una comunità cristiana di circa mille–duemila fedeli. Le informazioni fornite da Tacito e da Svetonio, relative all’incendio di Roma, sono molto esigue sulla descrizione dei cristiani, delle loro dottrine e dei loro riti, coperti dalla “disciplina dell’arcano” che non ha lo scopo di garantire la trasmissione di conoscenze iniziatiche, quanto piuttosto quella di evitare fraintendimenti e pregiudizi da parte di un pubblico profano, esterno ed addirittura ostile. Pregiudizi che si sarebbero diffusi lo stesso sia tra il popolino che tra gli intellettuali pagani dell’Urbe. Tacito e Svetonio, che ci forniscono resoconti sull’epoca neroniana, raccolgono tali pregiudizi senza darsi la premura di vagliarli in modo critico, liquidando in poche battute questo movimento che fa leva su una “exitialis superstitio” ( Annales XV, 44 ), promosso da “genus hominum superstitionis nova ac malefica” ( De vita Caesarum : vita Neronis XVI,2 ), setta sostenitrice di una credenza nata in Giudea per mezzo di un certo “Cristo” fatto giustiziare da Ponzio Pilato, allora governatore di questo territorio. Agli occhi di questi studiosi così prevenuti, la sequela di un individuo, sottoposto alla pena infamante della crocifissione, non può promettere nulla di buono ai suoi seguaci. Per lo stesso Tacito sarebbe apparsa irrilevante l’indagine su un personaggio crocifisso, per giunta ebreo palestinese, e sui motivi che lo hanno condotto ad una fine così ignominiosa, riducendolo alla stregua di un malfattore. Plinio il Giovane, contemporaneo dei due storici, appare meno tendenzioso di loro e, nonostante il suo comportamento pragmatico di zelante e scrupoloso esecutore delle direttive imperiali, scagiona gli accusati cristiani da ogni turpitudine associata o meno al loro nome, confutando le dicerie popolari sul loro conto. Ma questa sua testimonianza non fa una piega, perché l’accusa di “flagitia” perdurerà, per parecchio tempo, ai danni dei sostenitori del nuovo credo.
Un tale movimento, per l’intellighenzia pagana, si qualifica come una “superstizione” al pari del Giudaismo, né più né meno delle religioni politeistiche per le quali essa tributa un formale ossequio. L’argomento di un Dio crocifisso rasenta “l’assurdità” per il suo carattere unico e paradossale, la “stultitia” come denomina Paolo di Tarso nella 1 Cor. 1,18. A differenza del popolino che manifesta ostilità nei confronti della “setta dei cristiani”, per il modo di vivere giudicato abbastanza anticonformistico e per il rifiuto di onorare gli déi tradizionali, gli uomini di cultura non osano criticare chi preferisce adorare un Dio unico ed esistente e, tantomeno, appaiono riluttanti di fronte all’ipotesi di un Dio che si incarna in un uomo. Ma la tematica di un Dio crocifisso appare a loro “assurda” in quanto sconfinante nella più pregnante “irrazionalità”.
I punti forti di una fede rivelata sono i ‘miracoli’ e la ‘storicità degli eventi e dei personaggi’ che la fondano, più la testimonianza di chi risulta essere custode di questa fede. Senza il riferimento a queste condizioni imprescindibili il Cristianesimo risulta essere veramente incomprensibile per la mente di ciascun individuo.
Dopo queste premesse dobbiamo credere che Seneca non può essere stato a conoscenza del messaggio di Gesù di Nazareth, oltre ad essere estraneo ad ogni contatto umano con gli “evangelizzatori”. Non si vede perché non dovrebbe citarli assieme al nome di Cristo, almeno una volta, nella sua sterminata produzione letteraria. Dal canto suo Paolo non va ricercando una sorta di legittimazione culturale da parte dei ceti sociali superiori : egli si affida solo alla potenza della Parola ( in ebraico “Dabàr” ). Dopo lo smacco all’Areopago di Atene ( At. 17,22-34 ), proprio davanti ad un uditorio composto da filosofi stoici ed epicurei ( At. 16,18 ), e forse anche da platonici, peripatetici, sofisti, diffiderà sempre più delle “tradizioni umane” e di una “philosophia” che resta chiusa ad ogni prospettiva di rivelazione soprannaturale, e non insisterà molto su una predicazione che abbia il rilievo di un insegnamento metafisico facente perno sulla nozione filosofica di un’unica divinità, pur risaltandone i caratteri di persona e di essere trascendente. Il suo “kerygma” si incentra, più che sulla resurrezione fisica di un uomo, su un tema sconvolgente e provocatorio quale il Cristo crocifisso, convincendosi che “é piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione” ( 1 Cor. 1,21 ). E Dio non delude le fatiche e le aspettative del suo più entusiasta banditore : le conversioni si moltiplicano a dismisura e le comunità cristiane si arricchiscono di nuovi fedeli.
Si può immaginare quanto si vuole un approccio tra Seneca e l’Apostolo delle Genti. E se mai ci fosse stato, su quali basi si sarebbe impostato ? Sulla stima reciproca ? Sul desiderio di possedere una saggezza superiore a quella stoica da parte dell’illustre filosofo latino ? Due sarebbero state le conseguenze di un loro eventuale incontro, ma nessuna richiamerebbe, certamente, una posizione così neutrale, da parte di Seneca, rispetto al Vangelo. O costui avrebbe giudicato Paolo meno che un folle e la sua “superstizione” degna di essere commiserata, o quanto meno ignorata; oppure avrebbe accettato la sapienza della croce, e la sua vicenda terrena avrebbe preso una strada diversa.
Ci sembra di capire come l’Apostolo sia ben lontano da ogni criterio di discriminazione tra gli uomini agli occhi di Dio che é il più potente di tutti, e l’Imperatore ( al quale si deve lealtà e assolvere ogni dovere civico ) non appare diverso o superiore a qualsiasi altro uomo, compreso anche il più reietto tra gli schiavi. Se Paolo abbia ricercato l’amicizia di Seneca, lo avrà fatto come si deve ad un caro “fratello” più anziano e forse perché propugnatore di atteggiamenti non contrastanti con gli schemi etici evangelici, ma non certo per i suoi meriti letterari o per la sua filosofia stoica nella sua interezza.
Non mancano certamente parallelismi tra la speculazione senecana e alcune tematiche della predicazione apostolica. Pensiamo alla fine della storia ritenuta dagli stoici e da alcune frange di escatologisti, presenti nella Chiesa primitiva, come imminente ma su fondamenti molto diversi tra loro. Per i primi si tratta di un presupposto naturalistico-evolutivo della storia legato ad una concezione ciclica del tempo; mentre per i cristiani si tratta del punto di arrivo del processo che parte dalla creazione e dal peccato originale dell’uomo per culminare nella redenzione di Cristo e terminare con la resurrezione dei morti e il giudizio universale, secondo una concezione lineare del tempo. Si possono riscontrare convergenze di vedute su alcune modalità di questa fine del mondo, quale l’immagine del fuoco, come elemento distruttore e rigeneratore di tutte le cose, che bene si adatta ai discorsi sia degli intellettuali della cerchia di Seneca, sia degli araldi del Vangelo. Il “secolo” (in greco “aion”) e il “mondo” ( in greco “oikoumene” ) testimoniano la decadenza dei costumi, la mancanza di spirito di creatività culturale, la brutalità nei rapporti di convivenza civile, il disordine sessuale generalizzato, la tirannide eretta a sistema di governo, ecc. : un ciclo storico e naturale che, per Seneca, deve concludersi con un’universale conflagrazione denominata “ek-pirosis”. Anche i cristiani sembrano insistere sull’elemento del fuoco punitore. La Seconda Lettera di Pietro, indirizzata ai confratelli dell’Asia Minore, dice di essere stata composta a “Babilonia”, probabile allusione alla capitale dell’Impero, ed é risalente, secondo valutazioni attendibili dagli storici a noi più recenti, poco prima del famigerato incendio che distrugge Roma il 18 e nei giorni successivi del luglio del 64 d. Cr. L’autore della missiva invita a non sottovalutare l’eventualità di una conflagrazione di immani proporzioni :
"Questa, o carissimi, é già la seconda lettera che vi scrivo, e in tutte e due cerco di ridestare con ammonimenti la vostra sana intelligenza, perché teniate a mente le parole già dette dai santi profeti, e il precetto del Signore e salvatore, trasmessovi dagli apostoli. Questo anzitutto dovete sapere che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno : 'Dov'é la promessa della sua venuta ? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione'. Ma costoro dimenticano volontariamente che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall'acqua e in mezzo all'acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio; e che per queste stesse cause, il mondo di allora, sommerso dall'acqua, perì. Ora i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi. Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi : davanti al Signore un giorno é come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'é in essa sarà distrutta. Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità, nella condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno ! E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" ( 2 Pt. 3, 1-13 ).
Ma la stessa epistola invita anche alla prudenza, insistendo piuttosto sulla imprevedibilità dell’evento piuttosto che sull’imminenza, così come fa pure Paolo di Tarso nella Prima e Seconda Lettera ai Tessalonicesi. Nessuno degli apostoli dubita che i tempi escatologici siano già inaugurati e che il Regno di Dio sia una eventualità non differibile nel tempo. Pietro e Paolo sanno che le comunità da loro fondate sono lacerate anche da una profonda tensione escatologica e che difficilmente riescono a tenerla sotto controllo, raccomandando ai neofiti la vigilanza, la prudenza, la messa in guardia contro falsi profeti e cattivi maestri, predicendo l’apparizione dell’Anticristo prima del compimento dei secoli. Nella chiesa di Roma non mancano frange di estremisti che salutano con entusiasmo l’incendio che devasta l’Urbe nel luglio del 64, permettendo alla repressione neroniana di intravedere un collegamento, forse forzato forse no, tra le loro aspettative e questo tragico episodio. Seneca, inoltre, considera l’istituto della “schiavitù” con argomentazioni abbastanza non dissimili rispetto al messaggio di Cristo. Ma in realtà, a ben riflettere, le differenze non risultano essere di poco conto. Il filosofo di Cordova destituisce di fondamento la schiavitù sul presupposto che tutti gli uomini, senza distinzione di razza, di sesso, di età, di condizione sociale, sono depositari dell’unica ragione universale ed esercitano il ‘logos’ divino. I cristiani, invece, partono dalla premessa che tutti gli uomini sono figli di un unico Dio perché creati da Lui senza discriminazione e resi per così dire adottivi in forza della grazia apportata da Cristo. Inoltre la Chiesa primitiva intende coesistere con un tale istituto socio-economico, preoccupandosi solo del rinnovamento delle coscienze e mai proponendosi come rivoluzione sociale ( si veda tutta la ‘Lettera a Filemone’ e si cfr. 1 Tm. 6,1-2 ) : la schiavitù é una struttura nata con il peccato ma può essere “corretta” con i princìpi della fraternità, della carità e della benevolenza, con la rivendicazione della “dignità personale” dello schiavo, condannando invece l’introduzione di una tale prassi in territori dove essa non esiste affatto. Lo stesso Gesù, però, valorizza il servizio come espressione dell’umiltà da tenersi davanti ai fratelli e al Padre celeste. Indubbiamente, dietro i contributi di Seneca e dei cristiani, anche la legislazione civile, nei primi secoli dell’Era volgare, produce miglioramenti nel tenore di vita dei servi. Con la cessazione, da parte di Roma, delle conquiste militari e con le invasioni barbariche del IV – VII secolo, la schiavitù scompare quasi del tutto in Europa.
Non si può ignorare tuttavia una profonda e anche radicale differenza tra il Cristianesimo e la filosofia di Seneca per quanto concerne la perfezione etica. Per quest’ultima il progresso morale é legato alle forze dell’uomo, laddove invece per i cristiani é solo il prodotto dell’iniziativa del Padre celeste che invia nel mondo il proprio Figlio unigenito perché riscatti le creature dal male con il suo sangue sparso sulla croce, iniziativa alla quale si corrisponde con la fede alimentata dalla speranza e dalla carità.
Per arrivare ad ammettere l’esistenza di un’unica divinità e della legge morale inscritta nel cuore di ciascuno, non é indispensabile una rivelazione soprannaturale Basterebbe la sola ragione a convincerci di tali princìpi senza arrivare, per questo, a sostenere un influsso del Cristianesimo sulla speculazione di Seneca. Come pure non avrebbe senso sostenere che i tempi del celebre tragediografo latino siano propizi perché possano maturare in lui, e in qualche altro contemporaneo pagano, elevati schemi etici e superiori convinzioni teologiche. In qualsiasi secolo, e al di là di ogni discriminazione di carattere sociale o culturale, chiunque sarebbe pervenuto all’attingimento di questi princìpi attraverso una disciplina delle passioni, come ci informa Paolo di Tarso in Rm. 1,18-32 e in Rm. 2,13-16. Senza ignorare una non tanto celata contraddizione - nella filosofia del consigliere di Nerone- tra l’ammettere una divinità come spirito vivente e, allo stesso tempo, sostenere la dottrina della decomposizione dell’anima dell’uomo dopo la morte.
Motivi sufficienti per ritenere alquanto inattendibile l’influsso del Cristianesimo su uno dei più prestigiosi interpreti della cultura e uno dei protagonisti principali della storia di Roma.
N O T E :
1) Seneca, “Della superstizione”, frammento 42, in Massimo Fini, “Nerone. Duemila anni di calunnie”, Oscar Storia Mondadori, Milano 1993, p. 181.
Fonte : scritti e appunti del teologo Francesco Cuccaro , e-mail cuccarof@alice.it .