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  RUBRICHE AUTORI : Rosarita De Martino : Storia di una chiamata - 5° Capitolo

 

STORIA DI UNA CHIAMATA

 

di Rosarita De Martino

 

 

 

5° Capitolo

 

(prima parte)

 

 

“Io sono qui soltanto per cantare il Tuo canto

nel Tuo meraviglioso universo;

dammi il mio piccolo posto

Tagore

 

 

 

E’ una ventilata  mattinata settembrina dell’ 80. Il caldo acuto è già passato ed io mi guardo dentro: sono serena perché ho smesso l’aria cupa di “affossatrice della speranza” ed ora (dopo l’incontro con Francesco ad Assisi) non sono più disposta a “piangermi addosso” bensì ho ripreso a lottare per ricercare qui, a Catania, una comunità.

Certo sarà diversa dalla mia prima speciale comunità catanese nata lì a Lentini, tra i verdeggianti filari di pere, impreziosita dalle “nostre” Messe celebrate fra i campi a contatto diretto con la natura!

Ora sono pronta a ripartire perché ho portato via da Assisi il bastone … della speranza. Lo so, dovrò attraversare, ancora una volta, “deserti di città”, “oceani d’indifferenza” per vivere la mia unica, personale, ineliminabile chiamata, quella della comunità intesa come “luogo privilegiato” della presenza dello Spirito, anzi della Trinità.

 

<<… Neppure Tu ami restare solo

Sei  un Dio di compagnia,

un Dio-comunità, un Dio-insieme,

un Dio Trinità.

Ho chiaro perché tutte le anime

entrano in terra innamorate.

Ho chiaro perché l’insieme è medicina,

la solitudine veleno

perché l’uomo solo è in cattiva compagnia,

perché la gioia è a portata di cuore,

non a portata di mente.

Ho chiarito perché gli uomini risorgono

quando smettono di stare accanto

e si mettono insieme.

Solo insieme si parla,

solo insieme si canta,

solo insieme si ride,

solo insieme si ama,

solo insieme si è felici.

Ho chiaro tutto.

L’inferno è tenere le porte chiuse.

La felicità è spalancare le persiane.

                            (Anonimo)

 

Mi trovo ora già in via Etnea alla ricerca dei francescani e d’altronde, tempo fa, passando per la strada li ho visti uscire dalla chiesa di via Sangiuliano; convinta ci vado, giro l’angolo, salgo la scalinata, infilo la porta. L’ambiente è in penombra, mi trovo dentro una chiesa antica, ornata di belle pitture, ora mi avvio verso l’altare centrale, dove troneggia il tabernacolo; improvvisamente di fronte al coro di legno antico, un affresco attrae la mia attenzione: vi è raffigurato il profeta Elia che sosta sotto il ginepro e aspetta la morte, perché è troppo stanco e deluso, ma ecco, invece , un Angelo del Signore che gli porta una succulenta focaccia e dell’acqua pura per ristorarlo e per fargli continuare “Il progetto di Dio”.

Mi piace questo dipinto, mi è simpatico questo profeta “sconsolato”, ma il tema non mi sembra francescano. Ma lo è, invece, il vecchio monaco che improvvisamente spunta dalla porticina laterale ed io lo guardo attenta: ha i capelli bianchi, gli occhi vivaci di un colore tra l’azzurro e il violetto ed uno strano giovane sorriso che lo illumina.

Mi alzo e mi avvicino attratta dalla sua personalità ma, osservando il suo abito, noto qualcosa di diverso dai sai indossati dai francescani d’Assisi!

Sollecito e premuroso mi regala un sorriso e mi fa cenno di seguirlo in fondo alla chiesa dove si trova “la stanzetta per i dialoghi”.

Come  ti chiami?” chiede. “Rosarita” rispondo pronta. Rifaccio il cammino dell’entrata e in un altare laterale (che prima non avevo notato) vedo la statua di una suora e sotto c’è scritto <<S. Teresa d’Avila>>. Ma Avila è una città della Spagna e che cosa c’entra con i francescani? Mah! Padre Ignazio (così si chiama) nota la mia perplessità e mi dice:“Rosarita, noi siamo carmelitani!” Mi sono appena seduta e di scatto mi alzo:“Mi scusi, padre, io cercavo i francescani” dico convinta, pensando al viaggio ad Assisi e lui subito, con decisione giovanile, mi afferra il braccio e, facendo una dolce pressione, mi invita a sedermi di nuovo e poi, rimproverandomi amabilmente, dice:“Rosarita , ma tu hai il fuoco del vulcano dentro di te, ti prego stai calma, io, invece, sono veneto e le mie reazioni sono lente ed equilibrate. Stai tranquilla ti dico, se il Signore ti ha mandato da noi carmelitani, proprio qui troverai il tuo posto e la tua pace. Proprio in questo periodo il mio giovane confratello P. Vincenzo che, come te ha il vulcano nel cuore, sta dando vita ad una prossima comunità, ora parlane con lui” propone.

Mi guarda, si alza ed io speranzosa lo seguo, perché la parola “comunità” mi vive dentro, è qualcosa di profondo, quasi d’innato per me: il modo unico per poter testimoniare l’Amore di Cristo al mondo!

Entro in sagrestia (vi trovo dei mobili identici a quelli del coro) scendo poi una rampa di scale e mi ritrovo nei locali della chiesa.

Ma che confusione di oggetti: tubetti di colori, pennelli, matite, forbici, cartoncini, lettere disegnate e ritagliate a caratteri cubitali e, in fondo, c’è un altro monaco, giovane, con ricci capelli neri, porta occhiali cerchiati di tartaruga, è bassino, ha un viso rotondo che ispira simpatia. Anche lui meravigliato e imbarazzato per tutto il disordine circostante, mi osserva, ma io non lo guardo subito perché, in un angolo, un robusto cartellone con la scritta appena abbozzata a matita attrae la mia attenzione: “Se sei alla ricerca di qualcosa di nuovo che dia valore e significato alla tua vita  “Sta nascendo una comunità di fede per te!

“Grazie Gesù sei proprio di parola, perché in modo imprevedibile, mi hai dato la risposta che mi avevi promesso ad Assisi per bocca del fraticello”.

Il problema è che io esprimo questo “grazie” ad alta voce e P. Vincenzo

(così si chiama) mi guarda in modo interrogativo, ma subito sembra capire e con fraterno sorriso commenta: “Alleluia al Signore”.

Già parliamo lo stesso linguaggio appena balbettato perché scoperto da poco, poi via via lo vivrò in piena adesione con tutta la carica esplosiva che mi caratterizza. Comincio a frequentare la chiesa di S. Teresa per la celebrazione Eucaristica.

Stasera è veramente ordinato e accogliente il nostro saloncino, P. Vincenzo mi ha invitato per il primo incontro; le sedie, disposte a semicerchio, sono solo dieci, la chitarra è al posto d’onore, vicino c’è la Bibbia!

Entro e mi ritrovo unica “sorella” fra quattro fratelli: P. Vincenzo, Salvo, Aurelio, Pippo, Corrado.

Ma che dolce ragazzetto è Corrado! “Faremo un bel cammino di fede insieme penso dentro di me.

Ecco lui stringe la mia mano e mi sorride con i suoi limpidi, luminosi e profondi occhi azzurro-verde, mentre recitiamo in coro il Padre Nostro.

Il canto, che  P. Vincenzo intona con la sua bella voce, mi colpisce profondamente: <<Siam le catene nessuno ci scioglie, siamo le lacrime nessuno ci asciuga, siamo le tenebre nessuno ci ama … Maranathà maranathà>>.

L’invocazione allo Spirito è insistente, ritmata con canti che mi coinvolgono liberando tutte le tensioni inconsce che ancora mi turbano dentro e (stupore nuovo!) anche il mio corpo partecipa alla preghiera, anzi vi si abbandona, così rifiorisce di giovinezza, di speranza e di fede.

 

Tu sei la mia libertà

solo in Te potrò sperare

ho fiducia in Te Signore.

La mia vita cambierà.

La Parola arriverà fino ad ogni

estremità …”

 

Così sia, così sia, martella il mio cuore e comprendo che ho bisogno di farmi “ricostruire” dal Signore, ho bisogno ancora di lasciare le mie idee preconcette, il mio “stile” di vita ordinato e metodico, ho bisogno di accettare me stessa e la mia “forte emotività” che non deve essere più repressa bensì’ “incanalata”, vissuta quotidianamente godendo della comprensione dei fratelli di oggi. La mia personalità è tuttora caratterizzata dal “divario” esistente tra la mia età cronologica (sono già arrivata ai 40 anni) e la mia età mentale (sono ferma ai miei 20 anni)…

Ora mi sento libera di esprimere la mia “ingenua fede” e il mio “entusiasmo giovanile” e nessuno mostra perplessità, mi accettano come sono!

Certo la mia comunità è solo agli inizi, infatti sta nascendo pian piano con me e vi posso “immettere” il mio contributo esistenziale.

Mentre sto ordinando nella nostra sede dei libri, da uno di essi cade un foglietto ripiegato, lo apro, scritto in una leggera carta velina con caratteri piccoli, tipici di una vecchia macchina da scrivere, leggo:

 

Un viandante

aveva un’anfora chiusa

nel dargliela gli avevano detto:

“Vi è racchiuso un tesoro”.

Passavano  i giorni, i mesi,

passavano gli anni: uguali,

monotoni, duri.

Non uno sprazzo di luce gli allieta

il cammino, non un tepore d’affetto

lo riscaldava lungo il sentiero.

Teneva il tesoro racchiuso,

temeva, guardingo andava soltanto.

Ma che gli valse averlo senza conoscerlo,

senza metterlo in uso,

senza donarlo a qualcuno?

Morì il triste viandante con l’anfora accanto.

Noi tutti siamo viandanti con un’anfora chiusa.

Apriamola: dentro c’è un talento prezioso.

E’ grande? E’ piccino? Che importa:

è un talento, se trafficato produce, crea

qualcosa di nuovo, quello che soltanto noi

al mondo possiamo donare!

 

Oh, sì, ecco ho trovato anch’io il mio piccolo, unico, prezioso talento: la donazione alla chiesa, al mondo nell’ambito immenso di una comunità dove circola l’amore reciproco!

Ma ora  è più ricca la nostra comunità, sono venuti: Nando, Nino, Carmelo, Antonella, Francesca, Gina e, alla fine, Nunzio, medico impegnato nel volontariato.

Ora, in  ginocchio con il cuore, mi  trovo   nella  nostra  accogliente cappella e meraviglia e pace grande dentro di me, pian piano riesco a concentrarmi. Tutti i rumori delle case vicine e perfino l’abbaiare di un cane lentamente si smorzano, poi spariscono del tutto: sento solo il ritmo del mio respiro leggero e soave e ti contemplo in me. Già riesco a “gustare” la tua Santa Presenza e mi basta, la mia tipica inquietudine si è come placata nel mare sereno della preghiera. Respiro la pace, godo del silenzio divino che regna in questa “nostra cappella” e il mio corpo riposa al sicuro e sereno nei rustici francescani cuscini di juta. Il mio sguardo è assente, si perde nella lucentezza di un rilucente prato verde! Che gioia dentro di me! Ma da quanto tempo son qui? Ora il sole prepotente riesce a penetrare nella stanzetta superando la protezione della pesante tenda di velluto verde e così capisco che è tardi e lo sguardo rapido al mio orologio me lo conferma: è passato da un po’ mezzogiorno! Chi mi aprirà la porta d’uscita? Svelta prendo la borsetta e il quaderno, scendo le prime scale, continuo, scendo anche la seconda rampa di scale e mi ritrovo nei nostri locali; dalla stanzetta attigua alla segreteria si affaccia Pippo, io lo saluto premurosa: “Hai le chiavi per aprire la porta d’uscita? chiedo incerta “Sì, certo” risponde “Ma da dove vieni? Io stamattina non ti ho visto passare, ho lavorato poco e male, perché sono stato disturbato dai rumori provenienti dalle case, specie dall’abbaiare del cane vicino a noi”. Rispondo “Io stamattina sono stata in cappella un bel po’ di tempo, ma ho goduto di “un divino silenzio”, solo all’inizio ho sentito qualcosa  mi pare, anche l’abbaiare di un cane”.

Ma che bello! La nostra cappella è veramente “il deserto nella città”. Pippo mi guarda interdetto poi si avvicina e mi abbraccia, congratulandosi con me per la mia ”speciale capacità di sapermi isolare dal mondo circostante”.

Scendiamo insieme le scale d’uscita, ma presto in via Etnea ci separiamo, abbiamo da raggiungere punti opposti della città per ritornare nelle nostre case.

Cammino attenta, devo riportare salva a casa mia “la pianticella” tenera della gioia: è delicata, ha un colore verde chiaro ed ha delle foglioline che sembrano di carta velina, deve essere curata ogni giorno: innaffiata con l’acqua della speranza e con la luce rilucente della … preghiera.

Il fiore azzurro della gioia è ancora vivo dentro di me ora che, sul finire dell’Ottobre dell’81, mi ritrovo a scuola, non più con i miei alunni di quinta classe, bensì con i piccoli di prima elementare.

Il mio motto è ancora “ricominciare con entusiasmo” e strano, più passa il tempo più mi sento realizzata, impegnata nella mia “missione di maestra”.

La scuola è per me una seconda “chiamata”, una seconda vocazione e vi porto dentro la carica esplosiva della mia “personalità” che vive anche il lavoro  <<con animo perturbato e commosso>> come dice Vico, e lo posso fare pienamente perché sono ancora maestra unica. Che bellezza! Che grazia! Voglio offrire anche ai nuovi bambini la possibilità di apprendere in … modo gioioso, ricreando quel clima di serenità e d’intesa reciproca che caratterizza il mio “insegnamento”. Li guardo ora uno per uno. Ma come sono belli questi nuovi bambini nei loro lindi colorati grembiulini e con i loro limpidi occhioni dove si riflette la luce del cielo!

Di colpo con la memoria del cuore, che ho molto sviluppata, rivedo i miei alunni di quinta, non più alti e cresciuti come li ho lasciati negli ultimi giorni di giugno, bensì piccoli, graziosi, belli, incerti come erano quando, per la prima volta, nella loro prima classe prendevano in mano la matita per … scrivere.

Oggi frequentano la scuola media fisicamente, ma io, stranamente risento dentro di me le loro voci, le loro squillanti risate infantili, le loro domande, i loro  “perché”. Ripeto a me stessa che tutti, proprio tutti, i piccoli di oggi devono avere la possibilità di esprimere le loro potenzialità, il  mio compito è quello di essere una guida presente, sollecita, attenta! A me  tocca solo intrecciare con ciascuno un rapporto personale, instaurare quella <<corrispondenza d’amorosi sensi>> di foscoliana memoria. E’ davvero “fascinoso” e “affascinante”  l’intesa che ad ogni anno scolastico riesco a creare! Posso farlo, so farlo! Mi viene naturale comunicare con i bambini, li amo e loro ricambiano di cuore!

E la mattina tutti mi corrono incontro, felici di salutarmi appena scendo dalla macchina e  in coro, cinguettano “Maestra, maestra Rosarita!”

Ora è il momento della ricreazione, sono in classe, recitiamo insieme la preghiera e poi si può apparecchiare! Tutti hanno una pulita, colorata tovaglietta, la bottiglia dell’acqua e via, possiamo consumare “lo spuntino”.

Anche sul mio tavolo c’è una colorata tovaglietta e ora gusto con piacere una matura banana.

Ma ecco che Orazio ha già consumato il suo spuntino, titubante si avvicina, mi guarda perplesso con i suoi grandi verdi occhi lucenti e chiede: “Tu  sei una maestra o sei una bambina?” “Perché?” domando meravigliata. “Ecco mangi la banana come fanno le scimmie, non prendi il caffè, non fumi, non leggi il giornale!”

Rido di cuore e lo rassicuro sulla mia identità di “maestra” aggiungendo che il giornale lo leggo a casa mia la sera, il caffè non mi piace, il fumo mi fa male.

Orazio si sente rassicurato e per affermare il mio ruolo di “adulta” lo scelgo come mio segretario per distribuire i foglietti speciali del disegno individuale, così  quando i  compagnetti  finiranno lui potrà ritirare gli elaborati. Orazio mi abbraccia forte alzandosi sulla punta dei piedini ed io gli faccio notare che sono molto più alta di lui.

 

<<se non vi farete come bambini non entrerete

nel regno dei cieli>>

 

“O Signore, ti prego, fammi conservare nel tempo “la freschezza” di questi momenti!” – penso e prego dentro di me.

Oggi stranamente mi sento una “bambina” in mezzo a loro!

Ho permesso agli alunni di darmi del tu e mi sembra molto personale questo nostro rapporto fatto di rispetto, amicizia, collaborazione.

Il gruppo-classe, in ordinato, sereno silenzio, ha già ripreso a lavorare.

Ognuno prova ad esprimere le proprie emozioni con un disegno personale, per completare il grande cartellone dal titolo <<L’amicizia>> che servirà per la prossima drammatizzazione con la presenza dei genitori che seguono con interesse e simpatia la vita scolastica.

Passeggio tra i banchi e … guardo il disegno ben fatto di Agatella (bambina con problemi) e chiedo sorridendo: “L’hai fatto tu?”. Sta zitta e subito Fiorella, sua compagna di banco, mi dice: “Maestra, tu hai detto che dobbiamo fare un  disegno sull’amicizia, Agatella stava per piangere e allora prima ho fatto il suo disegno (per amicizia) ora faccio il mio, non preoccuparti, il mio non sarà uguale al suo!”.

Mi controllo a fatica, ho una voglia matta di abbracciarla, ma mi limito a dir piano: “Va bene”. Ora Agatella, più tranquilla, sta colorando tutto il suo disegno di uno strano colore: rosso fuoco il viso del pupazzo, il corpo e perfino i capelli … perché il disegno è “suo” e l’ha interpretato così … Ma forse è il rosso colore dell’Amore che lei ha sperimentato nel gesto della compagna? Chissà??

Sono contenta un mondo, Agatella ha già trovato un aiuto reale oltre al mio e diventerà “brava”.

Evviva la scuola dove la legge è l’Amore, non più le rigide caselle delle istituzioni! Evviva la libertà dell’insegnamento, evviva il rapporto magico che può nascere solo in una classe dove regna la libertà, il valore supremo della persona umana: ognuno dà in rapporto alle proprie possibilità raggiungendo il massimo grado d’impegno. Che meraviglia una scuola così! Che fortuna per una maestra il poter donare il meglio di sè, che fortuna per i bambini vivere in questo ambiente di gioiosa operatività!

 

 * * * * * * *

 

Finalmente una radiosa giornata domenicale del Luglio 1981, mi ritrovo a vivere un’esperienza di fraternità con riflessione, deserto, pranzo comune e infine la Celebrazione Eucaristica pomeridiana!

Ma prima di iniziare la giornata comune do uno sguardo alla casa che ci ospita qui a Monte Carmelo, vicino Lentini.

Siamo in piena campagna: intorno alla casa alberi secolari disposti a semicerchio proteggono “la clausura” dei monaci, custodiscono e rendono sacra la loro vita spesa fra la preghiera e il lavoro dei campi. Passeggiando osservo i lunghi, bassi filari di … pomodori verdi e rossi e altri filari ancora, ma non più pere, bensì rilucenti e violette melanzane e più in là, un po’ più giù dalle serre di ortaggi, fanno capolino lunghe e lucenti le zucche verdi e lisce che si espandono in lunghezza occhieggiando appena fra le verdi grandi foglie ricoperte da una tenera peluria protettiva.

Mi viene in mente una preghiera dal titolo “Chi è il mio Dio?” e quasi senza accorgermene la ripeto a fior di labbra, mi è stata regalata da un’amica, ed immersa in questa natura sfolgorante, la faccio mia.

 

Chi è il mio Dio?

Il mio Dio è il Dio che pianse alla morte di Lazzaro,

il mio Dio è il soffio dolce del vento

sui capelli baciati dal sole,

il mio Dio è nel primo sorriso di un bimbo

che tutto guarda con dolcissimo stupore,

il mio Dio è l’alba che ogni giorno nasce per te e per me,

il mio Dio è l’aurora, è il tramonto

che ogni giorno muore,

per risorgere poi in una nuova alba,

il mio Dio è la luce,

il mio Dio è il buio,

il mio Dio è anche dolore,

il mio Dio cinguetta con i passeri nel cielo,

il mio Dio profuma come un fiore sulla neve

o su un prato,

il mio Dio è acqua limpida che disseta e dona la vita,

il mio Dio è la speranza che domani sarà con me,

il mio Dio è la forza che mi sostiene, mi è accanto

e che a volte mi porta in braccio,

il mio Dio mi osserva, vede la mia goffaggine,

le mie cadute, i miei errori.

Ma il mio Dio mi ama come solo un folle può amare,

il mio Dio è l’Amore che non potrà mancarmi mai.

Concita Sambataro

 

lo vivo e lo respiro sensibilmente ancora immersa in questo piccolo grande spazio della creazione.

Ho appena finito di fare il primo giro esplorativo e mi ritrovo davanti al saloncino vuoto. Le sedie sono già disposte a semicerchio e, strano, sul tavolo, oltre ad alcune Bibbie ci sono diversi foglietti che formano un mucchietto, ne tiro via uno e lo guardo: <<Il Signore per più di un anno ti ha fatto camminare con l’aiuto dei fratelli (la tua comunità), ora devi impegnarti tu di persona per aiutare i nuovi fratelli che il Signore vorrà mandarci>>.

Istintivamente, a voce alta, rispondo: <<Sì, lo farò volentieri, devo restituire ad altri fratelli la gioia che tu, Signore, mi hai donato>>.

Stavolta sono proprio fortunata perché il saloncino è vuoto, solo un passero curioso, appoggiato al grande albero che si intravede dalla finestra aperta, ha ascoltato il mio proposito e cinguetta il suo allegro “cip” di … approvazione.

Mi avvicino all’ingresso del salone e cerco i miei fratelli: P. Vincenzo e Pippo sono vicino alla macchina e stanno trasportando il microfono e la chitarra, più in là Aurelio ha già in mano i libretti dei canti. Più lontano si intravedono Nando, Francesca, Nino, Antonio, ma … dove si trova Corrado? Non è venuto oggi?

Ci avviamo tutti verso l’entrata del saloncino; mentre girata sto per entrare, mi sento passare una mano davanti agli occhi e una voce nota mi chiede: <<Chi sono?>> rispondo sicura: <<Corrado>> e girandomi di scatto lo abbraccio forte.

 

mani e fiumi benedite il Signore,

uccelli dell’aria benedite il Signore 

 

recitiamo con le lodi mattutine.

Le vicine colline sembrano rispondere alla lode mostrando lo sfolgorio dei loro colori giallo e verde, anche il mare in vicina lontananza offre il suo “sorriso” espresso dall’incresparsi delle onde e infine gli uccelli uniscono il loro canto al nostro e, guarda un po’, riescono ad essere intonati!

Noi tutti lodiamo il Signore e lo vediamo visibile nel volto dei fratelli. Certo non posso guardare il mio volto, ma vedo il riflesso della mia gioia in quello di Corrado.

Con il salmista ripeto

 

com’e’ dolce e soave che i fratelli stiano insieme

 

Aurelio con la sua bella dizione, prende il foglietto che gli porge P. Vincenzo e legge: <<Signore tutti noi siamo dei chiamati convocati dal Tuo Amore fatto carne, La nostra vita cristiana è dunque una vocazione che ha come motivo qualificante l’Amore Tuo per noi. L’Amore è il modo in cui Tu ci chiami, ma tutto ciò non basta, occorre capire a che cosa siamo chiamati e per che cosa siamo interpellati.>>

(Sussulto: ma io lo so! Lo so già!)

<<Ogni vocazione infatti implica un’azione, una dinamica, un compito. Fa’, o Signore, che la Tua chiamata provochi in noi una risposta totale e decisiva, fa’ che sappiamo ascoltarti e fa’ che possiamo scoprire qual è il nostro posto nel Tuo disegno>>. (A. Pronzato)

Nel totale silenzio P. Vincenzo ci esorta:<<Buon deserto a tutti. Ci rivedremo tra due ore!>>

Esco, nessuno disturba la mia “riflessione”. Mi incammino fra gli ampi spazi della campagna di Monte Carmelo, trovo un sentiero appena accennato, vi entro decisa e alla fine arrivo vicino ad una rupe lavica circondata da ciuffetti di erbe e da fiorellini di campo: <<Dio mia rupe, mia potente salvezza!>> prego poi volgo lo sguardo intorno, ecco laggiù lontano il mare infinito sembra toccare il cielo infinito. <<Padre nostro>> mormoro <<che sei sulla terra>>, Padre mio, ti ringrazio di questa  “sosta”  che mi hai regalato in modo gratuito e poi mi è sembrato “congeniale” il passo offerto alla mia riflessione personale. Ho riconosciuto lo stile provocatorio, incisivo e fraterno di A. Pronzato, che è da sempre il mio preferito.

Signore ti lodo perché con ciascuno di noi usi “una speciale tattica” per incontrarci nelle nostre strade.

Alla donna samaritana hai chiesto dell’acqua per estinguere la tua sete di uomo e poi hai donato a lei < l’acqua di vita eterna>, a Zaccheo che ti aspettava curioso sul sicomoro solo per vederti passare, tu hai chiesto ospitalità e il povero usuraio con uno slancio di conversione sincera afferma: <signore se ho defraudato qualcuno ne restituirò il quadruplo>. Che grossa fortuna per i poveretti  “defraudati”  da Zaccheo!

Su, ti ascolto <<Hai qualcosa da proporre anche a me?>>. Riprendo a passeggiare nella bella campagna e improvvisamente un alto, grande pergolato appare alla mia vista. Che bello! Ho capito mi hai sempre “parlato” attraverso gli alberi: la prima volta mi hai aspettato sul lago vicino agli alberi secolari di Gambarie, poi mi hai aspettato a Lentini tra i filari di pere e ora mia stai aspettando presso le viti di Monte Carmelo.

<<Fa’, o Signore, che io non mi distacchi mai da Te mia “vite” mia “vita”>>

Com’è dolce il venticello che mi accarezza complice di tanta pace! Sento dei passi svelti, tutti stanno per ritornare per  “condividere” con i fratelli, le riflessioni del deserto.

 

 * * * * * * *

 

Inizia a Settembre ’81 il nuovo anno sociale. Il mio cartellone speciale <Sta nascendo una comunità di fede per te> fa bella mostra di sè all’ingresso della chiesa e via via ben presto intere famiglie vengono da noi coinvolte dalle nostre speciali Messe animate da canti corali e da testimonianze singole e fra esse non manca la mia.

Ora fra noi arrivano Pina e Antonio che, quale docente universitario, arricchisce di fede e di cultura teologica i nostri incontri comuni. L’affinità elettiva che, ricca e spontanea, nasce fra noi tre è profonda e duratura e diventa una bella amicizia personale.

Ecco  “l’amicizia”  è il  “dono”  nuovo che scopro e vivo nell’ambito di questa comunità.

E’ una bella sera, infatti, per la prima volta in tutta la mia vita, usciamo per divertirci insieme ed andiamo al Luna Park.

Nando, Nino, Antonella, Aurelio camminano sicuri verso la ruota panoramica, ma io mi sento indecisa. Nando e Nino si voltano, mi danno la mano, mi rassicurano e, non so come, mi ritrovo seduta sulla ruota panoramica; per prudenza (ma in realtà per un’istintiva infantile paura) mi metto al centro e ai lati ho due  “fratelli” . La paura va via pian piano, vivo intensamente la nuova, strana esperienza che avrei dovuto fare da ragazza, no ora, ma Nando mi sussurra:<<Lo spirito non ha età, divertiti!>>. Ardita tiro la leva e andiamo ancora più in alto <<Volare oh, oh, cantare oh, oh, oh>> e mi sento tanto vicina alle stelle. Provo una sensazione di libertà e gusto in pienezza questo  “momento”  grazie alla disponibilità dei miei fratelli che godono nel vedermi così  <<elettrizzata, come un’adolescente!>>.

Il nuovo anno si conclude con una giornata comune a Monte Carmelo e stavolta siamo in molti, le giovani famiglie sono ricche di figli e i bambini corrono, saltano, giocano, ridono nella bella campagna sicula.

Particolarmente festoso è il nostro domenicale Banchetto Eucaristico con tre sacerdoti concelebranti, con l’animazione musicale, con il  momento di testimonianze di vita per  confermare  <<le meraviglie operate dal Signore Gesù>>. E la  Parola di Paolo risuona ancora dentro di me  <<e se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità non sono nulla ….  la carità e’ paziente, e’ benigna la carità, non e’ invidiosa, la carità non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non  gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità, tutto copre, tutto crede, tutto sopporta>> (1 Cor. 13,11).

La carità diventa il tema dominante dei nostri incontri con l’attenzione agli ultimi: ai poveri di salute, ai poveri di speranza e specialmente ai più poveri dei poveri: i poveri di Dio.

 

 

 * * * * * * *

(seconda parte)

 

 

IL CONVEGNO DI RIMINI

 

       Oggi, nell’aprile dell’82, mi sto preparando per vivere una nuova, unica esperienza di fede: il Convegno del Rinnovamento nello Spirito che si terrà a Rimini.  A Catania si formerà un treno speciale riservato per tutti i partecipanti della Sicilia.  Che bello!  Sono già sul treno ed ho con me i fratelli della prima ora: P. Vincenzo, Pippo, Aurelio, Salvo e Corrado.

       Come sempre è molto emozionante per me la traversata dello Stretto e al rientro resto sempre affacciata al finestrino del corridoio, ma Corrado premuroso si avvicina: Roròesordisce (è il diminutivo che usa in certi momenti, a me piace molto, perché mi fa sentire giovane come lui che ancora non ha compiuto vent’anni)Stai attenta, facendo così ti stancherai e non potrai assaporare i sacri momenti del nostro convegno di Rimini, su presto vieni a sederti al mio posto, è vicino all’altro finestrino”.

          Sorridendo convinta accetto il suo “velato ordine”.

          A Bologna il treno si ferma per la coincidenza e abbiamo quasi tre ore libere a nostra disposizione.

          E’ una città medievale, m’ispira molto, sto contemplando le due artistiche torri  della “Garisenda” e degli “Asinelli” e Pippo propone: Dai, lasciamo qua Rosarita, la passiamo a prendere al nostro ritorno”. Tutti ridiamo, quindi si riparte <<Signori in carrozza!>>.

          Il treno riprende la sua corsa e noi ci muoviamo per fare una visita di cortesia ai fratelli del vagone accanto. Il nutrito gruppo di Palermo è guidato da P. Mario: è deciso questo monaco con una chierica vigorosa e con i pochi  capelli rimasti tenacemente attaccati alla sua testa. Gli occhi, indagatori e penetranti, pare siano avvezzi a leggere dentro i cuori degli uomini.

          A vederlo così, a prima vista, mi dà l’impressione di un uomo “severo”, “deciso”, mi sembra un antico profeta biblico. Anche lui sembra scrutarmi con interesse, ma si limita a mormorare un formale <<Benvenuta fra noi, Rosarita>>. Mi allontano, lo guardo perplessa e mi dico:<<Questo monaco avrà un ruolo nella mia vita>>  e questo pensiero è “strano”.

          Il treno continua la sua corsa, noi siamo già ritornati nel nostro scompartimento e mi chiedo: Dove sono i miei bagagli?”, Corrado si è assunto il compito di sistemarli e trascinarli via insieme al suo leggero borsone.

L’autobus all’uscita della stazione ci aspetta per portarci nel nostro albergo. Nella mia stanzetta a due posti viene Antonietta, proveniente da Paternò; la simpatia è istintiva e reciproca. Ora è mattina presto, l’autobus ci viene a prendere per portarci alla sala del convegno.

Ben presto arriviamo in uno slargo immenso riservato ai pullman che portano i pellegrini della Calabria e della Sicilia; non si riesce neppure a vedere l’asfalto perché l’enorme parcheggio è pieno di centinaia di pullman colorati con cartelli con su scritto il nome del luogo di provenienza e il numero di codice del posto assegnato ad ognuno.

<<Ma che nordica organizzazione!>> mi dico.

Scendiamo ed ora verso di noi arrivano due biondi, nordici ragazzi in divisa: camicia azzurra, pantaloni blu e una vistosa fascia bianca al braccio con la scritta  <<Servizio d’ordine>>.

Noi scendiamo e siamo già incolonnati in fila indiana; ad ognuno di noi viene consegnata una colorata busta, subito apro la mia e vi trovo una targhetta autoadesiva da riempire, il codice del nostro pullman, l’indirizzo e il nome dell’albergo, il libretto dei canti ed un grazioso cappellino giallo, che subito indosso per difendermi dal “caldo” sole.

I due biondi atletici ragazzi chiedono chi è il nostro capogruppo e subito Pippo si fa avanti, anche lui riceve il nostro materiale, ma il suo cappellino è rosso e stavolta ha il ruolo di guida. Siamo meno di un centinaio contando i fratelli di Paternò, di Siracusa e di Messina, che si sono uniti a noi, perché quelli di Palermo hanno un pullman a parte.

In questa folla immensa temo di … smarrirmi, ma Corrado sollecito afferra la mia mano e mi dice:Tu sai parlare la nostra lingua, l’italiano? Coraggio allora siamo tutti tranquilli”.

Aspettiamo il nostro turno per poter entrare nel settore a noi assegnato mentre l’altoparlante invita tutti i medici presenti ad avvicinarsi alle ambulanze, che sono già disposte in una lunghissima fila nella corsia laterale. Ma ecco alla destra, dal lato esterno del mio cordone, un medico riconoscibile dalla fascia della Croce Rossa, si avvicina sempre più, lo guardo e lo riconosco, ma anche lui mi riconosce, si avvicina svelto, alza il cordone, entra, mi abbraccia e, mostrando una sincera meraviglia, dice:Rosarita, complimenti! Ti trovo proprio in forma, sei diventata anche più giovane di me: come mai?” Sorrido fra me e con la mano gli indico il posto di P. Vincenzo e poi aggiungo:Nunzio, stai facendo volontariato? Ma così non potrai vivere la nostra forte esperienza di preghiera”. “Servire i fratelli sofferenti è preghiera!” afferma convinto.

Eh sìpenso la carità è la chiave speciale del nostro impegno cristiano.

Camminiamo in ordine, ben inquadrati e guardiamo le frecce per terra, che indicano il percorso da fare per raggiungere la nostra postazione numero sette. Vedo che tutto è rigorosamente organizzato, alcuni giovani del servizio d’ordine favoriscono il fluire della folla nei vari settori stabiliti. Ecco sono arrivata, mi siedo al mio posto numerato e mi guardo in giro, Finalmente!

Il salone è un immenso ottagono in cemento armato con sedici colonne portanti. quotidianamente è una delle sedi della fiera campionaria, ora è stato adattato per il nostro Convegno.

Sul grande podio infatti è sistemato già il palco per l’ orchestra che animerà gli incontri e tutti i cantori sono in “divisa”. Accanto all’orchestra un enorme tavolo rivestito con bianche, merlettate tovaglie, ornato di fiori rossi e di candelabri fa da “altare”. Nei lunghissimi circolari scalini, che sembrano formare un anfiteatro, via via prendono posto due rappresentanti per ogni gruppo presente.

Improvvisamente il chiacchierio iniziale si smorza ed una voce calda e potente così dice:Benvenuti fratelli, c’è posto per tutti, vi prego rispettate l’ordine, occupate i posti che corrispondono al vostro numero e lo spazio del vostro settore”.

Ora il canto corale, amplificato dai potenti altoparlanti si estende in tutto l’enorme locale: “Io ho una gioia nel cuore, gioia nel cuore e dentro me … Tu hai una gioia nel cuore e dentro te … apri le braccia e loda il tuo Signor!”

E cento, mille, diecimila braccia nere e bianche si innalzano al cielo, ondeggiano, si uniscono al ritmo del canto e … mi sembra di vedere ora solo otto fiori con petali multicolore, che lentamente si aprono e si chiudono, e che hanno come stelo dei verdeggianti bastoni appoggiati nel calmo fiume della preghiera di lode!

Come separata dalla parte materiale di me, felice e libera, canto e anche le mie braccia naturalmente si alzano e si abbassano seguendo il ritmo comunitario.

E divento anche una testimone oculare di <<miracolo>> perché gli uomini, che tre giorni fa sono entrati in questa “fiera campionaria” hanno prodotto profitto, potere, denaro, noi oggi, invece, nello stresso luogo stiamo facendo qualcosa di “sacro”, stiamo producendo preghiera e a vicenda ci regaliamo gioia e speranza estensibile al mondo intero che vive, lavora, soffre fuori da questo posto, E il coro scandisce:

 

Vieni, Santo Spirito

manda a noi dal cielo un raggio

della Tua luce.

Vieni, Padre dei poveri,

vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto:

ospite dolce dell’anima,

dolcissimo sollievo.

Nella fatica riposo,

nella calura riparo, nel pianto conforto.

O luce beatissima,

invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la Tua forza

nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,

bagna ciò che è arido,

sana ciò che sanguina,

piega ciò che è rigido

scalda ciò che è gelido

drizza ciò che è sviato.

Dona ai tuoi fedeli, che solo in Te

confidano, i tuoi santi doni.

 

Dopo l’invocazione più di duecento sacerdoti salgono sull’altare immenso, degradante in scalinate. E’ significativa la prima parte della liturgia penitenziale, chi vuole può ricevere il sacramento della confessione parlando con il primo fratello sacerdote che incontra nell’area del proprio settore. Che modo “carismatico” per riconciliarsi con Dio e con i fratelli! Usavano questo modo anche le comunità d’origine??

Mi metto in fila indiana in attesa del mio turno. Una voce calda e chiara proclama:

Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati. io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli. vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. abiterete nella terra che diedi ai vostri padri. voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (Ez; 36,25-29)

Mi trovo davanti un fratello sacerdote nero, riccioluto, alto. <<Salvatore>> leggo sulla targhetta bianca che spicca sulla camicia nera come la sua pelle. Mi sento come protetta da un sorriso bianco, bianchissimo, gioioso, luminoso che dal suo vivace volto si spande tutto intorno e arriva dritto al mio cuore e poi sento la nota nenia infantile che dolcemente dice: Rosarita, benvenuta a questo sacramento della gioia. Lo sai, Gesù ti ama e ti accetta così come sei e poi mi ..abbraccia ed io affascinata dalla voce e dal suo bianco e limpido sorriso, ricambio il suo abbraccio e inizio a parlare. Alla fine la sua larga mano nera è inondata di bianca luce quando si alza decisa nel gesto sacerdotale del perdono. Ma tu, Signore,  pensavi anche a questi momenti quando lì in Palestina ai tuoi apostoli dicevi: << Tutto quello che scioglierete sulla terra sarà  sciolto nei cieli?>>.

E provo ancora una strana sensazione liberatoria, perché il suo sorriso stranamente mi fa pensare ad un altro giovane catanese che, non ancora prete, lì a S. Antonio nel 1979 mi regalò il suo, P. Andrea.

Entrambi i sorrisi sono qualcosa di fantastico e di rassicurante, ecco hanno in comune l’azzurro verde della … gratuità. Piano ritorno al mio posto e l’enorme sala è illuminata dalla grazia di questi incontri di Grazia. Fratelli e sorelle abbracciati ad altri fratelli sacerdoti ricevono così il sacramento! E i tanti vescovi presenti tranquilli distribuiscono anche loro benedizioni e … sorrisi.

Improvvisamente mi rivedo nel ’70 a S. Antonio, vedo davanti a me il vecchio altolocato prelato romano che oggi amabilmente mi dice: Ti trovi bene qua, vero? Ora puoi muovere le braccia come vuoi, “lo stile” stavolta te lo permette, vero?”.

Ma è solo una mia impressione interiore! Lui è già in Cielo, è certo più libero di esprimersi!

Osservo la folla festosa, ma silenziosa e compunta, poi guardo  le colonne di ferrato cemento. Anche loro sembrano “stupite” perché appena tre giorni fa hanno udito ben diverse e febbrili trattative commerciali, ora invece guardano attonite gratuite trattative di pace, di perdono, di misericordia. Ah, se ci fosse presente il mio dotto vecchio professore di religione del magistrale di Locri direbbe: Alt! Il sacramento non è valido. Amministrato così è nullo sia per la materia, sia per la forma! Che tempi! Che Chiesa! La chiesa è caduta in basso, si è fermata a dar peso all’emotività di una folla esaltata!”.

Ma non c’è il mio  “dotto”  professore del magistrale che io, già ragazzetta, per istinto contrastavo pur non avendo basi teologiche.

Ma così si respira lo Spirito Santo, tutto il mondo è presente come una nuova Pentecoste! Quanti pensieri  frullano dentro di me mentre libera, leggera e felice ritorno al mio posto e sprofondo in preghiera, circondata da un sottofondo musicale. Mi sento sfiorare i capelli da una carezza delicata: è Corrado, lo guardo sorridendo. Anche lui ha gustato “sacri momenti” d’incontro col Signore! Ma è la terra che è già salita al cielo o è il cielo che è sceso sulla terra?

Questo dubbio mi resterà fino alla fine del Convegno, fino al mio ritorno a Catania. E’ vero gustare e vivere dei momenti forti di preghiera è una delle esperienze più complete che un uomo possa fare perché è simile all’innamoramento, ma lo supera la preghiera; essa, infatti, è un anelito universale perché non si ama  solo l’altro oggetto dell’innamoramento, ma si può amare contemporaneamente l’albero che si intravede dalla finestra, il fratello che sta aprendo la tenda pesante di una delle uscite, la sorella sconosciuta che sta aspettando, stanca, un bicchiere d’acqua al posto di ristoro, il bimbo nero che dorme placido fra le braccia della sua giovane “mamma bianca”, il volto ancora giovane e splendente di una esile donna bionda che sorride serena pur essendo inchiodata su una sedia a rotelle, l’autista che esausto aspetta fuori al sole il nostro rientro in albergo!

<<L’Amore scopre in tutto il mistero di Dio in ogni volto umano, ma anche in ogni granello di polvere, in ogni filo d’erba>>. (Anselm – Grun)

 

  * * * * * * *

 

Stiamo  vivendo la prima serata con la S. Messa che è dedicata ai fidanzati e alle famiglie. Ora, alla fine della Messa, arrivano da tutti i settori genitori con bimbi neonati o più grandicelli, c’è un cicaleccio delizioso e un mare multicolore di  “piccoli” che salgono sull’altare e, stavolta, anche i giovani del servizio d’ordine sono più tolleranti.

 E  scroscia l’applauso, mi guardo le mani ; sono rosse come il fuoco dell’Etna!

L’indomani mattina partiamo presto dal nostro albergo così arriviamo puntuali alla sala del Convegno.

E’ sempre ricca di emozioni e di ammonimenti vari la nostra mattinata comunitaria perché  <<lo spirito santo e’ presente nella preghiera dei fratelli>> (At. 4,23-30).

Ora questa colonna di cemento armato che sostiene tonnellate di peso e dove io, alzata, mi appoggio, può essere  “impregnata”  di preghiera, ora “trasuda” preghiera. E non riesco neanche a meravigliarmi per il mormorio che via via sale dai primi posti della destra dove una sorella immobilizzata da anni, costretta sulla sedia a rotelle, improvvisamente si alza, muove i primi passi stentati, si avvicina al microfono e nell’assoluto silenzio di tutta l’assemblea, con voce stonata intona:Alleluia! Gloria a Dio!

Gloria! Gloria! – intona il coro.

Sul nostro pullman, nel ritorno all’albergo nessuno parla, qualcuno delicatamente recita il Rosario.

Anche il nostro pranzo, gustoso ed abbondante, viene consumato in silenzio, silenzio di … adorazione.

 

* * * * * * * 

 

Nel  pomeriggio torniamo nella sala dei Convegni, stasera la S. Messa è dedicata ai sofferenti e alcuni salgono sull’altare per ringraziare il Signore per la disponibilità  dei loro fratelli sani che sono il loro “bastone” e i testimoni dell’Amore di Dio per loro ›.

E’ arrivato l’ultimo giorno del Convegno, stavolta la Messa sarà celebrata di mattina perché in tarda serata dobbiamo ripartire per le nostre “sedi”.

L’altare è tutto ricoperto di fiori gialli e bianchi e la S. Messa è dedicata a tutti i consacrati di ogni ordine e grado, sia quelli che sono inseriti nelle tante Istituzioni ufficiali della Chiesa, sia quelli che vivono in modo personale il loro impegno in comunità.

Ricordo che P. Vincenzo a pranzo mi aveva esortato:Rosarita presentati all’altare domani, io sarò fra i sacerdoti concelebranti. Sali fra i tanti fratelli e sorelle sconosciuti, questa è una ‹ conferma › per la tua vocazione”.

Mentre uomini , donne, ragazzi, suore responsabili delle pastorali e laici saliamo sull’altare, il coro ripete: <<nessuno ti chiamerà più abbandonata né la tua terra sarà detta devastata ma tu sarai chiamata  “mio compiacimento”  e la tua terra “sposata”. come gioisce lo sposo per la sposa così per te gioirà il tuo dio>>

Che bello!” mi dico La mia strana chiamata è visibile in uno spazio di Chiesa e oggi è quello di S. Teresa a Catania”.

 

  * * * * * * * 

 

E’ l’ultimo giorno di permanenza a Rimini, usciamo, ci incontriamo con altri gruppi di Genova e di Torino e i ragazzi con le chitarre improvvisano un concerto e P. Vincenzo mette fuori il meglio della sua bella voce.

Sul grande piazzale le biciclette a due posti, i tandem, fanno bella mostra di sè, io guardo incuriosita i ragazzi che pedalano insieme ed ecco P. Vincenzo svelto ne affitta uno, si ferma, mi guarda e sorridendo mi invita: <<Svelta, sali su >>. Io lo guardo incerta, poi alla men peggio riesco a salire, sistemandomi sul sellino e lui, generoso, pedala anche per me, infatti io non sono mai andata in bicicletta, neanche da bambina.

Così mi diverto un mondo e Pippo, vedendomi, è più divertito di me, così mi scatta una foto.

Nel dondolio ritmato del treno, rannicchiata nella mia cuccetta “rivivo” le tante sensazioni provate, ma non riesco a fermarle sulla carta nella profondità del loro valore esistenziale.

 

 

 * * * * * * *

(terza parte)

 

 

LA MORTE DI MIO PADRE

 

 

Inaspettatamente la notte del 26 Novembre dell’82 un tremendo dolore si abbatte sulla mia casa e sulla mia vita: papà sta male.

Mia sorella, subito lucida e razionale, chiama l’ambulanza e insieme alla mamma accompagnano mio padre all’ospedale, mentre io resto sola a casa per fare il necessario collegamento.

Sento tutto il peso della situazione, è notte dentro di me, è ancora notte, sposto la tenda, guardo fuori e vedo la luna che impassibile manda la sua luce fredda sulla terra, mentre tutte le famiglie del mio vicinato dormono tranquille, ma non io.

Mi sento inquieta e mi accorgo di essere molto legata a mio padre, la sua presenza mi comunica un senso di sicurezza esistenziale. Io gli somiglio molto, sia nel temperamento irruento e passionale, ma fortemente volitivo, sia fisicamente ed ho una buona vena poetica che spesso trasforma la prosa del quotidiano in poesia. Mio padre ha avuto una buona formazione letteraria e i suoi poeti preferiti sono: Foscolo e Alfieri e spesso il motto del poeta astigiano affiora sulle labbra:Volli, sempre volli, fortissimamente volli”.

Mi avvicino alla libreria, prendo la Bibbia, l’appoggio sul tavolinetto accanto al telefono e l’apro; in un foglio interno c’è una piegatura, vi getto un rapido sguardo, ma ecco suona il telefono: è mia sorella:Papà si è ripreso, ma io e la mamma passiamo qua la nottata, tu cerca di riposare un po’. Fatti coraggio!”. Ma io non riesco affatto a riposarmi, tuttavia cerco di farmi coraggio nell’unico modo che conosco: pregando. Prendo la Bibbia e leggo così nel foglio spiegazzato: sentendo avvicinarsi il giorno della sua morte, Davide fece queste raccomandazioni al figlio Salomone: io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore tuo Dio procedendo nelle sue vie. (1Re 2,1-2).

Che cosa significa questo messaggio biblico? <<Mio padre non guarirà, non tornerà a casa con me?>>.

Reagisco dandomi una spiegazione razionale: certo, il foglio sporgente dal bordo, perché spiegazzato, ha influenzato la mia mano nell’aprire la Bibbia. Vedo la luce della lampada sempre più fioca, perché le lacrime silenziose scendono dai miei occhi, non cerco neanche di asciugarle, il tempo lentamente passa e vivo tutta l’angoscia del momento anche perché sono sola e la solitudine mi pesa stanotte. <<Signore anche tu eri solo nell’angosciante salita al Calvario>> penso.

Ma ora non sono più nella mia stanzetta, bensì sono su una grande barca con molta gente sconosciuta attorno a me. Ma che strani costumi ottocenteschi  indossano! Sto facendo una traversata su un fiume sconfinato.

Attorno a me la gente è tranquilla, parla, ride e i bambini indossano vestitini alla marinara. Ma che faccio io sulla barca vestita in abiti moderni? Ma un secondo dubbio mi assale, perché la gente attorno a me finge di non vedermi mentre io li vedo e li sento parlottolare? E poi io sono giovane con i lisci capelli al vento, ora in lontananza vedo un gruppo di uomini in divisa militare e al centro ne intravedo uno e resto subito colpita dal suo modo familiare di tenere il cappello in mano, mostrando i suoi ondulati neri, folti capelli. Cerco di avvicinarmi in mezzo alla folla anonima, ora lo vedo (ancora in lontananza) che sta indossando il cappello d’ordinanza sulla sua attillata, splendida divisa militare già adornata di stellette.

Ma questo giovane uomo con la virile, volitiva mascella quadrata ha qualcosa di familiare, corro più svelta verso di lui e lo chiamo sicura a voce alta: Papà, papà”.

Ma improvvisamente non lo vedo più, dove si è nascosto?

Tuttavia continuo ad avvertire dentro di me la sua cara presenza e il barcone continua la sua corsa sul fiume e io continuo a cercare, ma la “visione” sparisce. I remi della barca toccano qualcosa di duro, forse un masso? E sento un forte rumore, sussulto, mi sveglio, sono a casa mia sulla sedia sdraio e ai miei piedi, a terra,  vedo il grosso libro della Bibbia e la lampada ancora accesa. Ecco ho sognato, ho solo sognato! Guardo fuori, è giorno, c’è il sole, mi scuoto, mi alzo, vado in cucina per bere e sento girare la chiave nella toppa: è mia sorella. Le corro incontro, è avvilita, mi abbraccia e dice:La situazione è un po’ migliorata, la mamma è voluta restare con papà. All’ospedale c’è una disorganizzazione terribile: papà è rimasto tutta la notte in astanteria. In cardiologia non c’è posto. Dove lo metteranno?”.

La malattia di mio padre è particolare, perché è caratterizzata da improvvisi, lunghi miglioramenti e da altrettanto improvvise e rapide ricadute, dovute al suo cuore che ha molto lavorato, ha amato noi e, in modo del tutto speciale mia madre, alla quale tuttora lo lega un amore profondo, tenero e appassionato.

Nei mesi passati all’ospedale pian piano, altre alla presenza continua di mia madre e di mia sorella, mio padre si è abituato alla presenza di alcuni miei fratelli della comunità di S. Teresa: Alfredo, Angelo, Gianfranco, che si alternano al suo capezzale, portando conforto anche agli altri malati.

In un freddo pomeriggio di Gennaio dell’83 riesco a vivere da sola (mia madre e mia sorella sono rimaste a casa) un momento speciale con mio padre che trovo in gran forma.Rosarita– esordisce -  “tu sola sai che sto per lasciarvi” - sussulto, non se ne accorge e continua “tu sai anche che ti voglio bene, sono orgoglioso di te, perché tu hai un buon lavoro che ti piace, so che i bambini a scuola ti vogliono bene, gli amici che frequentano la comunità di S. Teresa (sono riuscita a trasmettere anche a lui il concetto di comunità) sono bravi ragazzi, impegnati nella chiesa come te. Lo so e lo capisco, non hai voluto sposarti perché tu non sei disponibile per la vita matrimoniale. Tu hai rifiutato quella “magnifica possibilità” che io, tu e la mamma conosciamo bene. Lo sai, tua madre per questo tuo “ostinato, strano rifiuto” ha molto sofferto e purtroppo continua a soffrire perché lei guarda al nostro matrimonio che è così ben riuscito. Tu continua a fare bene il tuo “dovere”.

Dopo le ultime parole che riguardano “il mio dovere” mio padre mi sembra stanco, tace ed io, in silenzio sacro, metto la mia mano nella sua lievemente, ma la nostra intesa è “totale”; lui, infatti, capisce il messaggio e stringe (con la forza di sempre) la mia mano che è molto simile alla sua ed io, stavolta, miracolosamente, riesco a trattenere dentro il mio cuore amare lacrime e vane parole. E in questo momento straziante, che sento prelude ad un addio definitivo, riascolto dentro di me l’esortazione di Davide al figlio Salomone: tu sii forte e mostrati uomo e osserva la legge del Signore.

Ma stavolta (contrariamente al mio solito) riesco a non fare traboccare fuori tutta la mia “angoscia” e mi permetto perfino di scherzare con mio padre e di fare bei progetti per il suo ritorno a casa!

Rasserenata penso anche alla grazia che il Signore ha dato a mio padre di potermi parlare in piena lucidità mentale e alla grazia che ha dato a me di potere conservare tuttora nel mio cuore il suo messaggio d’amore per me, sua figlia!

All’alba del 14 Febbraio una sensazione angosciosa e inspiegabile mi assale, mi vesto in fretta, corro all’impazzata all’ospedale, arrivo trafelata, appena in tempo per vederlo morire …

E mi ritrovo una forza “strana”, non mia (viene dall’alto?) che mi permette di svolgere con lucidità le varie incombenze: riesco a portare mio padre a casa, avverto amici e parenti, organizzo i funerali nella bella chiesa di S. Luigi, vicino casa mia.

Sostengo, conforto, rimprovero mia sorella e mia madre, accasciate dall’improvviso, inatteso dolore.

La chiesa è gremita all’inverosimile di amici e parenti: in prima linea tutto il Magistrale con il preside e tutti, proprio tutti, i colleghi di mia sorella; vicino a me c’è solo qualche collega della mia scuola, ma è presente tutta la mia numerosa e calorosa comunità di S. Teresa, con padre Vincenzo in testa. Io sono fredda e lucida e nei primi momenti vivo l’esperienza dolorosa con fortezza d’animo, con una sorta di autocontrollo speciale, ma anche strano per la mia natura emotiva ed istintiva!

La Messa è partecipata, quattro carabinieri danno il picchetto d’onore e la nostra bella bandiera sventola e alla fine della Messa tutti i presenti applaudono a lungo nel saluto finale.

E’ un momento solenne, sacro. In abiti neri, seguendo la bara, mi vedo “orfana” e mi lascio quasi trascinare da Alfredo, mio fratello in Cristo!

Il viale è pieno di gente sconosciuta e tutti gli uomini fanno il saluto militare alla bandiera, che è simbolo della patria che mio padre ha servito per circa 50 anni, sempre fedelmente e mi sento fiera di lui e di me che sono sua figlia! Queste sensazioni mitigano lo strazio del distacco.

Guardando la bandiera risento la voce calda del mio professore d’italiano, che con partecipazione leggeva gli scritti inediti di G. Mazzini: <<Chi può negare Dio davanti alla morte di una persona cara è grandemente colpevole o grandemente infelice>>.

<<O Signore proprio ora dal profondo del mio cuore ti invoco, dammi forza, fa’ che io non sia né “infelice” né “colpevole” per avere dimenticato la tua presenza anche in questo momento della mia vita. Amen>>                                           

 

   * * * * * * *

Una mattina, sul finire del mese di Aprile dell’83 (dopo tre mesi dalla scomparsa di mio padre) con il cuore nero, con la faccia smunta e pallida, con il passo trascinato, ricoperta dalla camicetta nera con le lunghe maniche nere, mi preparo a salire la seconda rampa di scale per andare da sola nella “mia” cappella a S. Teresa.

Stavolta ho veramente bisogno di riflettere per ricostruire me stessa, perché, dopo la forza interiore e la decisione mostrata nei primi momenti di emergenza, sono crollata e mi sono lasciata, in buon ritardo sulla norma,  travolgere dall’angoscia.

Sto scoprendo, con un senso di sgomento, che non ho normali reazioni emotive istintive e primarie, bensì sono soggetta a periodi di “incubazione di dolore” che poi esplode fuori dopo lunghi tempi.

Qualcuno dei miei fratelli mi ha messo questo dubbio che, in certi momenti, non riesco a capire. Oggi, nel divino silenzio della cappella, analizzerò insieme al Signore questo problema.

Mi trovo quasi sulla soglia del lungo corridoio, sto per avvicinarmi ma ecco che di fronte a me trovo padre Mario, il monaco che ho intravisto a Rimini nel convegno del Rinnovamento nello Spirito e che da poco è venuto a Catania.

Per una reazione istintiva io cerco subito di tornare indietro, voglio evitare l’incontro diretto con lui, ma purtroppo mi ha già visto e allora a fatica mormoro:Buongiorno padre Mario. Si ferma, mi scruta dentro con i suoi acuti occhi indagatori e poi sorridendo mormora:La tua non è una faccia da buongiornoe così dicendo si avvicina ancora, allunga il braccio e mi tira un sonoro ceffone. Lo guardo allibita, poi, fragile come sono in quel momento, scoppio in un pianto dirotto e mi giro verso le scale per tornare a casa, ma non riesco neanche a fare il primo passo perché P. Mario appoggia il suo braccio forte sul mio e con espressione commossa, che non gli conoscevo, mi fa:Rosarita, su piangi, ti fa bene, fermati, non scappare, vieni in cappella con me stamattina. Il Signore ci ha fatto incontrare perché vuole dirti qualcosa”.

Dubbiosa mi lascio trascinare in cappella, ritrovo il mio cuscino di juta, ora lui si siede sul panchetto accanto a me e mormora dolcemente:Figlia (sussulto!) lo capisci che tu non sei sola, “orfana”, come ancora credi, tu hai il Signore con te, ti prego, ora lascia riposare in pace tuo padre, che ti vuole rivedere “serena” e “attiva” come ti ha lasciata quaggiù”.

Le lacrime che avevo inghiottito ritornano copiose a scendere sul mio viso sparuto e scivolano come perle sul mio nero vestito, apro la borsa e cerco i fazzolettini, ma p. Mario, sollecito mi precede, tira fuori dalla tasca della sua tonaca il suo ripiegato, bianco fazzolettone e con la sua manona, piano e delicatamente, mi asciuga il viso, mi accarezza i capelli, poi sempre piano inizia a parlarmi di pace, di pazienza, di amore e, alla fine, prende la Bibbia e trova il salmo adatto per me e sorridendo lievemente mi esorta a ripetere insieme a lui: <<mi opprimevano tristezza e angoscia, ero preso dai lacci degli inferi, ma ho invocato il nome del Signore ed egli mi ha risposto, mi ha tratto in salvo il Signore>> (Salmo 114)

Da quel momento riprendo quota ed inizio con lui un cammino di fede, certo breve come tempo, ma intenso come qualità.

Provo una sensazione speciale, ecco ho un nuovo padre, non è il mio della carne, ma il mio dello Spirito.

Il nostro dialogo è intenso, è fatto di momenti di preghiera comune, di verifica, di ascolto comune e di silenziosa adorazione eucaristica, secondo lo stile del Rinnovamento nello Spirito.

Inizia a S. Teresa una nuova realtà: si preparano gli incontri vocazionali per i “novizi” che guardano al carisma carmelitano e immancabilmente ci vado anch’io, in fondo sono ancora in ricerca <<perché la mia speciale vocazione può alimentare e sostenere quella dei ragazzi>> suggerisce P. Mario. <<Giusto>> penso <<proprio giusto!>>.

E tanti ragazzi vivono questa profonda esperienza: Santo, Renato, Gianfranco, Angelo.

E ogni volta che vado a Monte Carmelo il mio pergolato sembra rinverdire! Ora mi trovo ancora nella mia cappella, sono seduta ancora sul mio cuscino di juta e P. Mario è seduto sul suo panchetto: stiamo vivendo un ultimo momento di preghiera comune prima del suo ritorno a Palermo.

Ma ora il mio essere è più radicato nel Signore e il distacco dal mio padre spirituale è meno amaro, ci sentiremo spesso e potremo rivederci in qualche momento comune, così spera il mio cuore di “figlia”.

                                           

   * * * * * * * 

Nei primi di Agosto dell’84 mi trovo, per la prima volta nella  mia vita, all’aeroporto in partenza per Lourdes con il mio padre spirituale, P. Mario. Che bellezza! Che grazia!

Tanta attesa ed ora eccomi sull’aereo in volo verso Lourdes. Ti vedo Signore, contemplo il cielo, opera della tua mano, la terra, baciata dal mare, diventa sempre più lontana, piccola, evanescente sfuma nello spazio infinito. Ogni nube è diversa e il vento dà loro la forma che vuole! E tu? Pensa, o Signore, non sei riuscito ancora a darmi la forma che vuoi, perché io ho resistito e ancora Ti resisto stupidamente! Perdonami Signore!

Le nubi passano, variano, brillano, ma quanti nuvoloni grigi sono passati nella mia vita, o Signore, e lo ricordo con una preghiera-poesia che prendo in prestito dalla mia amica Concita.

 

Calda neve

… Chi ha teso la mano di noi due,

Tu per farmi salire,

oppure io per farmi innalzare?

Dove sei Signore a lungo atteso?!

Sei opaco in me, tutto tace.

Il silenzio si libra sui miei passi

e come canto senza suono, Tu sei in me.

Eppure mi circondi, sei presente.

Ti ho scelto? O sei Tu che mi hai preteso?

Non lo so ancora,

sei entrato nella mia vita e l’hai stravolta,

senza darmi la possibilità di capire

ed ora aspetto …

Aspetto che la neve smetta di cadere.

Concita Sambataro

 

Mi scuoto, sento su di me il Tuo alito di vita, queste nubi sembrano fiocchi di neve candida e calda. Ti lodo per il cielo, per il mare azzurro, per i monti innevati, ti lodo per tutte le creature animate e inanimate.

Ti lodo mentre l’aereo vola e il mio cuore, ora immerso nel Tuo, non teme alcun male!

Intravedo ora una striscia scura giù: è la dolce terra di Francia! La penna non sta dietro ai tanti eterei pensieri e non sta dietro al grazie che ti sussurro  così, faccia a faccia: Tu sei nello splendore variopinto del creato, io, in questi atomi di materia che costituiscono il mio essere su cui hai alitato il Tuo soffio di vita e mi sento una piccolissima parte del Tuo universo! Mille anni  per Te sono come un giorno solo e un giorno solo come mille anni.

Ecco Ti abbraccio, o Amore Santo, rispondi, Ti prego, ai nuovi problemi che mi porto dentro. Sei entrato nella mia vita e l’hai stravolta è vero, quale angoscia mi stringe il cuore dalla quale Tu non puoi liberarmi?

Piccola e indifesa mi affido a Te. Liberami dal male oscuro e nascosto che vive nel mio cuore, da quello insidioso che c’è nel mio corpo, dai ricordi inutili del passato, che spesso diventano vuoti bagagli di nostalgia, liberami dai perché che turbano il mio presente, anche nella vita della chiesa. Tu che guidi l’universo puoi farlo, o potente, o Amore Santo!

Ecco non posso più scrivere, l’aereo comincia a ondeggiare, quanto verde splendente, quanta speranza, quanta luce!

Dopo l’arrivo e la prima sistemazione in albergo, tutti in gruppo con le targhette appuntate sui nostri vestiti estivi, andiamo a piedi verso il Santuario, che già in lontananza appare: immenso, luccicante di lucette a spillo, lontane e intermittenti.

Le stradine sono caratteristiche, mi sembra di essere a Taormina, i negozietti che espongono oggetti vari sono ben forniti, ma P, Mario, solerte, ci invita a non fermarci per poter partecipare alla processione Eucaristica.

Ecco siamo arrivati, cerchiamo di immetterci in questa immensa folla proveniente da tutto il mondo conosciuto.

Ma ora, dentro questa “fiumara Umana” noto giovani corpi macilenti, mutilati, offesi, di fratelli e sorelle di tutte le età, perfino bambini inchiodati, con strani invisibili “bulloni della gioia” alle terribili sedie a rotelle.

Questo immenso fiume di dolore ha una caratteristica sconvolgente per me: è un dolore pudico, silenzioso, accettato con infinita pazienza, persino con gioia, oserei dire!

Mi sento sconvolta da tanto eroismo e piano mi avvicino a P. Mario e lo guardo interrogativamente, comprende, mi prende per mano e mormora:Rosarita, il segreto della gioia è accettare la volontà del Signore, poi bisogna “dimenticarsi” e camminare. Ho voluto che tu venissi a Lourdes con me per dare una svolta alla tua fede, anzi al tuo modo ci credere”.

Ora cammino in fila, sono più calma e, strano, sono io che ricevo sorrisi e timidi cenni di saluto da qualcuno che può muovere solo le dita. L’immensa fiumara a stento comincia a muoversi negli immensi spazi sacri di Lourdes, perché abbiamo lasciato alle spalle la città turistica colma di alberghi, ristoranti e negozi.

“Ave Maria, piena di grazia” ripete il primo gruppo della lunga fila, e in lontananza il gruppo finale fa eco recitando la “Santa Maria”. E la Madre di Dio unisce, in un unico coro devoto, questo mare di pellegrini, pochi, e di sofferenti, quasi tutti.

L’indomani mattina sento prepotente il bisogno di “isolarmi”: sono troppe, varie e profonde le sensazioni che mi invadono, dentro ho bisogno di luce, di pace, di gioia, di dialogo.

Ho con me la targhetta con il nome del nostro albergo e con gli orari di rientro stabiliti.

Calco sulla testa il mio colorato cappellino, sistemo bene lo zainetto, metto gli occhiali da sole e piano svicolo dal mio gruppo; qualcuno mi chiama, ma P. Mario suggerisce:Lasciate stare Rosarita, ha bisogno di ritrovarsi, perché si era smarrita”.

Ora svelta mi immergo in questa folla “dolorante”, cammino, mi fermo, prego, sento come un lieve gorgoglio d’acqua, ecco è il fiume che, irruento, libero, scorre verso il suo mare. <<O Signore fa che la mia vita scorra libera, limpida, feconda di bene e fa che fluisca sempre verso di Te, sicuro porto dell’anima mia! Ecco il mio arido cuore Ti ascolta, ora il mio spirito risposa in Te, anche il mio stanco corpo, al calore benefico della Tua presenza, si sente rifiorire!”.

E sono davanti alla grotta, rispetto il religioso silenzio e mi fermo per un po’ anch’io in preghiera. Fra alcuni minuti ci sarà la Messa nella Basilica di S. Pio X, mi avvio.

L’interrogativo che mi pongo è profondo, un’intera umanità sofferente e dolorante si aggira in questo luogo sacro e il vero stupendo miracolo è la serenità stampata sul volto dei fratelli sofferenti, l’accettazione di situazioni assurde con “naturalezza e speranza”.

Qui c’è la pace, quella che il mondo irride, ma che rapir non può (Inni Sacri; A. Manzoni).

Ora alla lettura del Vangelo con gli occhi dello spirito vedo e sento Pietro implorare <<Signore comanda che io venga a Te sulle acque>>. E lo vedo sicuro scendere dalla barca e camminare per un attimo tranquillo sulle acque, ma il vento sibila e Pietro ha paura e anche io ne ho ancora tanta. Ma lui ha l’umiltà di chiedere il soccorso. <<salvami>> implora e anche io Te lo ripeto: Salvami da tutte le mie paure, dalla mia stupida ansietà e fammi vivere alla luce del Tuo Amore>>. (1984)

 

 

                                          Rosarita di Gesù

                                                                Gesù di Rosarita      

 

 

 

 

 


 

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Fonte : scritti autobiografici di Rosarita De Martino , il Diario "Storia di una chiamata" dell'incontro di Rosarita con Dio sarà pubblicato a capitoli su ARTCUREL.  E-mail (Maria): lilumar@alice.it

Chi è interessato può inviare un commento a Rosarita De Martino al seguente indirizzo e-mail (Maria): lilumar@alice.it